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Crisi Venezuela. Continua il braccio di ferro tra il presidente del Venezuela Hugo Chavez e suoi oppositori, mobilitati dal 2 dicembre scorso in uno "sciopero illimitato" che sta spaccando il Paese. Anche il nuovo Brasile di Lula si schiera nel rispetto dell'ordinamento democratico del Paese come anche l'Organizzazione degli Stati Americani e alcuni congressisti USA. Ma anche se il blocco totale del petrolio non ha funzionato, i media venezuelani continuano a spargere benzina sul fuoco delle contestazioni, cercando, giorno dopo giorno, di incitare nuove proteste.

Il petrolio non affonda Chávez

Di Tito Pulsinelli- Information Guerrilla 07/01/2003



Domenica 15 dicembre le truppe militari hanno arrestato l’equipaggio di una petroliera a la fonda nel lago di Maracaibo (550 chilometri ovest dalla capitale Caracas) e hanno tentato l’abbordaggio del cargo ‘Pilin Leon’, la cui adesione allo sciopero il 5 dicembre diede inizio alla fase più dura dello scontro politico. Le foto di questo servizio sono nell'ordine di: Leslie Mazoch - AP, Kimberly White - Reuters, Esteban Felix - AP



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È il quotidiano più diffuso del Venezuela, nato nel 1943. Di orientamento liberale, informa con serietà e completezza

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Caracas, 7 gennaio -

I due manifestanti uccisi l'altro ieri durante la marcia che l'opposizione aveva definito come la "battaglia finale" per scacciare il tiranno dal Palazzo, erano militanti del Partito Patria para Todos (PPT), che fa parte della coalizione governativa.

La BBC ha mostrato immagini in cui risulta evidente che il fuoco dei sicari in borghese era diretto contro la folla di manifestanti che difendevano il governo. Nel corso dei funerali delle 2 vittime, gruppi estremisti dell'opposizione hanno attaccato deliberatamente amici e parenti che stavano partecipando alle esequie. Ancora una volta emerge il ruolo insidioso svolto dalla Polizia Metropolitana, agli ordini del sindaco neofascista di Caracas, che é un politico che vuole pescare nel torbido e provocare incontrollabili reazioni a catena.

E' ripartita l'importante raffineria del Palito, le cui ciminiere fumanti annunciano la ripresa dell'esportazione di petrolio, nella misura di 600mila barili. Anche i pozzi del settore occidentale e orientale hanno accresciuto la loro capacità estrattiva. L'arrivo di navi russe, brasiliane e di Trinidad e Tobago, assieme a tecnici ed esperti dell'OPEP, indica che la serrata e i sabotaggi effettuati dalla petro-tecnocrazia hanno giá raggiunto il massimo dell'impatto distruttivo. Ora si va verso la normalizzazione.

Dopo più di un mese di serrata, non c'é stato il collasso né una esplosione sociale, e l'opposizione non é riuscita a mettere in ginocchio il paese. Ha provocato danni per più di 1 miliardo di dollari, però sinora si ignora l'ammontare delle perdite subite dal settore privato da quando chiusero i battenti. Sebbene da più parti si sottolinea che gli industriali hanno ricevuto finanziamenti del governo spagnolo e di Washington, cionondimeno non é corretto minimizzare le perdite dei promotori della serrata. E via via si notano fabbriche che riaprono, vista l'impossibilità di continuare a dissanguarsi inutilmente.

I 4 canali della TV commerciale, ora stanno dando molto risalto a un manuale della disobbedienza fiscale e gli industriali rifiuteranno il pagamento dell'IVA. Questa sarà la tattica di ripiego per continuare lo scontro frontale con lo Stato. L'obiettivo dell'opposizione é quello di creare il massimo di danni alle finanze pubbliche, tentando di lasciare a secco il fisco e le casse della finanza pubblica. Questo vuol dire che la serrata non é stata sufficiente per abbattere il toro-Chavez.



I banchieri -dal canto loro- minacciano mafiosamente di paralizzare le loro attività e creare così la mancanza di liquidità. In questo modo a nulla servirebbe che il settore commerciale sia completamente attivo, se sarà problematico cambiare gli assegni. Il governo ha detto chiaramente ai banchieri che se chiuderanno per sommarsi all'agonizzante serrata padronale, ritirerà tutti i depositi dello Stato e delle altre istituzioni pubbliche. In poche parole: banca che chiude, banca che perde i depositi dello Stato, che sono l'80% dei liquidi presenti nel sistema bancario.

La crisi che attraversa il Venezuela, caratterizzata da una contrapposizione frontale tra il vecchio blocco dominante e la nuova precaria egemonia, é aggravata da "fattori esterni" che soffiano sul fuoco. Nella nuova guerra del petrolio che si é scatenata, é sempre più chiaro che la via che porta a Bagdad passa per Caracas. Bush deve assolutamente avere il controllo e la piena disponibilità del petrolio venezuelano, solo così andrebbe a tutto vapore contro l'Iraq Di fronte all'indifferenza o all'aperta collusione della Spagna e degli USA con il golpe strisciante contro un governo che si ostina a difendere la sovranità nazionale, brilla la coraggiosa iniziativa del Brasile. Lula ha promosso la formazione di un gruppo di Paesi amici del Venezuela, di cui fan parte -tra gli altri- Francia Russia e Brasile. La Casa Bianca ha espresso il suo disappunto: non gli garba che altri mettano il naso nella vicenda del Venezuela.

L'esito del braccio di ferro tra il governo di Chavez e il blocco di forze che persero il potere, sarà decisivo anche per delimitare lo spazio di manovra di cui disporranno sia Lula in Brasile che Lucio Gutierrez in Ecuador. I fatti dicono che non basta conquistare il potere con valanghe di voti. Se non si applicano le politiche disegnate dai grandi centri del potere finanziario internazionale, ci sono sempre in vista golpe e destabilizzazioni economiche e sociali. L'epilogo della contesa venezuelana, ci dirà se nell' America Latina del nuovo millennio é compatibile o possa impiantarsi il riformismo, o se possono accedere al potere quelle coalizioni sociali che difendono la sovranità nazionale e il controllo dei beni energetici o agro-alimentari.

:: Congressisti USA solidarizzano con Venezuela ::
Reuters
Washington.
Diversi congressisti degli Stati Uniti, tra i quali Jesse Jackson Jr, hanno mandato una lettera di appoggio al presidente venezuelano Hugo Chávez, e hanno avvertito l'amministrazione Bush di non ripetere l'errore di appoggiare un nuovo colpo di stato.
Il gruppo di 19 politici, tutti del Partito Democratico, hanno condannato l'opposizione in Venezuela nel voler cacciare Chávez dalla presidenza "utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione", anche se riconoscono il diritto del popolo a "manifestare in pace".
"Anche se non siamo d'accordo con le tutte le sue posizioni, lo appoggiamo come leader democraticamente eletto", scrivono nella lettera.
"L'unica soluzione accettabile, nelle attuali circostanze in Venezuela, è quella che rispetta le leggi di quel Paese" affermano i congressisti.



Cari amici, vi inviamo un messaggio in cui analizziamo la situazione del paese in questo momento di grave crisi cercando di aiutare a chiarire alcuni punti oscuri della situazione attuale.

Diario da San Felix - Venezuela

Di Federica Nassini - Giacomo Signoroni
Volontari in servizio - SVI (Servizio Volontario Internazionale)




San Felix, 9 dicembre 2002

Innanzitutto é fondamentale assumere che quanto sta accadendo qui non deriva solo dalla degenerazione-sviluppo di dinamiche politiche ed economiche interne, ma é strettamente legato agli equilibri energetici mondiali ed alle scelte statunitensi di fronte ad un sempre piú imminente attacco all'Iraq.
In conseguenza ed in funzione di tale quadro si muovono molti dei conflitti accesi, la maggior parte dei quali ruota attorno a dinamiche dell'elite economica venezuelana non abituata ad avere a che fare con una politica che tuteli gli interessi nazionali. Quindi partiamo dalla prospettiva internazionale.
Dopo l'11 settembre la questione energetica é riemersa con tutta la sua forza, visto che le politiche che assicurano la fornitura di petrolio ai giganti dell'economia attuale (USA, Europa e Giappone) oggi si rivestono di una particolare aggressivitá di fronte alla minaccia "terrorista", la quale permette e giustifica interventi in territori strategici per la produzione e la distribuzione di petrolio convenzionale.
Alcuni studi affermano che gli Stati Uniti hanno riserve di petrolio fino al 2020, dopodiché dovranno dipendere quasi totalmene da fornitori non esattamente allineati con l'attuale modello globale. Questo gigante dell'economia punta quindi ad assicurarsi bacini importanti e all'indebolimento dell'OPEC (organismo "politico" che riunisce molti paesi produttori di petrolio e che decide il prezzo al barile del greggio attraverso accordi multilaterali che determinano la produzione), in modo da poter rilanciare con forza la propria economia interna che da segni non indifferenti di crisi (vedasi caso Enron).

Venezuela é la terza riserva al mondo di petrolio (anche se il petrolio venezuelano é del tipo "pesante", mentre i bacini medio-orientali possiedono l'ambito petrolio "leggero"), ma possiede forse il piú grande bacino potenziale al mondo di petrolio non convenzionale. Questo é sufficiente per attirare l'attenzione delle grandi multinazionali del petrolio (BP, Shell, Standard Oil, etc.).
Negli anni passati si é assistito a una strategia politica per preparare le condizioni della privatizzazione di PDVSA (l'industria venezuelana estrattrice e processatrice del petrolio), come ad esempio la fusione delle diverse sotto imprese in una sola grande azienda che ha portato quindi ad una diminuzione dell'efficienza, l'aumento vertiginoso dei costi di produzione e dell'operativitá attraverso tecnche di outsourcing, la sovraproduzione e l'assenza di un appoggio politico all'OPEC che ha portato il prezzo del petrolio a 8 dollari al barile alla fine del 1998. Questa gestione appoggiata dai tecnocrati di PDVSA, una specie di stato nello stato, occupati a mantenere i loro privilegi, si é vista duramente minacciata dalla gestione del Presidente Chávez il quale con la nuova Costituzione ha assicurato l'impossibilitá di privatizzare PDVSA ed ha cominciato in diversi modi (in alcuni momenti diplomatici ed in altri meno) a mettere mano alla gestione della principale industria nazionale ed a agire a livello internazionale, portando in poco piú di un anno il prezzo del barile a circa 25 dollari in media.

Tali considerazioni ci aiutano a vedere come Venezuela sia un territorio strategico sulla mappa mondiale e come le dinamiche interne siano legate intimamente con situazioni internazionali.
Attualmente gli USA intendono attaccare l'Iraq e per farlo hanno bisogno di ingenti quantitá di combustibile e a prezzo favorevole. É davvero difficile sapere se per ora a loro interessi che in Venezuela si concretizzi uno scenario di guerra civile, visto che in tal caso la sicurezza nazionale (pozzi di petrolio, autocisterne, oleodotti, etc.) sarebbero obiettivi di costanti azioni sovversive. Sarebbe forse piú realistico pensare che a livello internazionale interessi accentuare la conflittivitá interna per giustificare un intervento esterno appoggiato dalla OEA (Organizzazione degli Stati Americani) per impedire una escalation troppo violenta. Tutte queste sono solo ipotesi ed é davvero difficile sapere quale sia la veritá. Cerchiamo quindi di entrare nella dinamica nazionale.
Sta di fatto che la cosa piú preoccupante di questi giorni é la violenza. Sin dall'inizio del conflitto dicembrino iniziato sottoforma di uno sciopero generale il blocco dell'opposizione (CTV, Fedecamara, mass-media commerciali, la nomina esecutiva di PDVSA e alcuni partiti politici creati ad hoc negli ultimi due anni per dare un tono politico ad un conflitto che in realtá é di classe) ha insistito con messaggi violenti che hanno avuto il loro apice in seguito all'assassinato di tre persone appartenenti ai manifestanti della Plaza Francia, simbolo della "resistenza anti-chavista".

Forse é questa l'unica differenza fra i fatti di aprile (ricordiamo che fra l'11 e il 14 di aprile di quest'anno é stato perpetrato un colpo di stato a danni dell'attuale governo, azione sventata grazie all'unione della forza armata assieme alla massa popolare scesa in piazza a reclamare il ritorno di Chávez, fenomeno storico senza precedenti in America Latina), assieme al fatto che nonostante forti pressioni, la forza armata sia compatta e allineata nell'appoggiare la Costituzione.
Torniamo quindi alla violenza. Il carattere mediatico della vicenda é preponderante anche in questa nuova situazione di conflitto, ma invece di puntare solo a manipolare l'informazione i mass-media stanno ora incitando alla violenza.
I media non solo giocano con una gran quantita' di informazioni creando un "cortocircuito informativo", saturando i cittadini di informazioni (sette giorni consecutivi di trasmissioni sul tema della crisi senza interruzione pubblicitaria), ma sistematicamente l'orientamento delle trasmissioni e dei giornali va verso l'acutizzarsi del conflitto.

Da due giorni la conclusione a cui arrivano tutti i mezzi di comunicazione privati é la rinuncia di Chávez, quindi l'invito continuo alla gente a manifestare in piazza "a tutti i costi" per il bene del paese. Ma é proprio questo messaggio "a tutti i costi" che é terribilmente irresponsabile a causa dell'attuale situazione del paese. Infatti, proprio perché l'oligarchia oppositrice del governo questa volta sembra non contare con l'esercito, la pressione per la rinuncia di Chávez viene da azioni terroristiche disperate che attentano alla sicurezza dello stato.
Non ci riferiamo ai tre morti di venerdí sera, ma ad esempio al sequestro di barche cisterna di combustibile e petrolio (delle quali una contenente 44 mila milioni di litri di combustibile, con la minaccia di un potenziale disastro naturale) da parte di alcuni ufficiali ostili al governo. Tali fatti non vengono denunciati come terrorismo puro, ma come azioni di alto civismo condotte da eroi della patria che, per il bene del futuro del paese, rischiano il tutto per tutto.
Con questo non vogliamo dire che tutta la responsabilitá dell'attuale situazione grava sull'opposizione.
Infatti pensiamo che parte del conflitto é dovuto alla poca esperienza di gestione del governo di Chávez (che si concretizza in una linea socio-politica poco chiara e dipendente da persone specifiche e non da organizzazioni, creando cosí contraddizioni interne non indifferenti) e il suo a volte imperdonabile linguaggio poco diplomatico. Denunciamo quindi piú che il clima politico veramente complesso, un gioco sporco che punta solo alla confusione, allo stress ed alla possibilitá di aumentare atti disperati da entrambe le parti, promosso irresponsabilmente dai mezzi di comunicazione.
Assieme a ció denunciamo fortemente la gerarchia della Chiesa Cattolica venezuelana che si é di nuovo schierata dalla parte dell'opposizione in modo acritico, giocando un ruolo parziale di fronte allo schema terroristico dell'attuale strategia dell'opposizione.
Chiediamo a tutti voi di mantenere vivo l'interesse sul tema del Venezuela, aiutare a capire quanto sta succedendo e sviluppare un movimento di solidarieta' con il popolo venezuelano che, lo ricordiamo ancora una volta, in libere elezioni ha votato per l'attuale Presidente e che in piu' occasioni ha ratificato il suo appoggio all'attuale processo.

Un abbraccio a tutti.



San Felix, 12 dicembre 2002

Cari amici, ecco qui un piccolo aggiornamento dal Venezuela.
Non si tratta di un'analisi della situazione nazionale, ma solo di come noi vediamo le cose da qui e di come le vede la gente con cui stiamo condividendo il progetto SVI.



Attualmente si vive in due paesi: quello mediatico e quello reale. Nel paese della televisione (ovvero tutti i canali privati nonche' i giornali), siamo praticamente in guerra, il paese e' paralizato e lo restera' finche' il loco (pazzo) rinuncera' alla Presidenza, o interverranno i militari per eliminarlo o le Nazioni Unite o meglio ancora gli Stati Uniti.
I mezzi di informazione trasmettono quasi a reti unificate, senza interruzioni pubblicitarie, con una banda nera di "Lutto Attivo" (a causa dei tre morti della Piazza Altamira, gli unici morti in Venezuela degni di un lutto nazionale) per tutta la giornata solo speciali sulla crisi, il "massacro" della Piazza Altamira, gli eroici dirigenti dell'impresa nazionale del Petrolio (PDVSA) che hanno sabotato vari impianti produttivi dell'azienda ecc...
Secondo questi canali la situazione sembra veramente tragica, sull'orlo di una guerra civile, i sondaggi dicono che ormai tutti sono contro il Presidente meno una piccolissima minoranza di violenti, fanatici e armati circoli bolivariani.
Poi c'e' il paese reale, quello dove viviamo noi: i negozi sono aperti, le attivita' procedono normalmente, la gente lavora, addobba le case con le luci di Natale, compra i giocattoli per il 24 di dicembre...

Noi, su esplicita richiesta delle persone con cui lavoriamo, continuiamo con le attivita' di routine: stiamo preparando una festa comunitaria per il 22 di dicembre e nessuna persona del gruppo ha messo in discussione una modifica del programma, cosi' come proseguono le attivita' dei portavoce di strada, dei gruppi produttivi, dei gruppi si salute, del progetto di recupero dei bambini di strada.
Ancora una volta a Brescia si commentera': il prolema e' che voi siete parziali, siete chavisti, siete fanatici... Quello che possiamo dirvi e' che qui le persone con cui noi lavoriamo sono al 99% a favore del processo liderizzato dal Presidente, molti lo sono da sempre, altri si sono convinti nei giorni del colpo di stato, quando si sono resi conto di quel che sarebbe successo se avessero vinto i golpisti.
Un altro dato interessante e' il fenomano del "cacerolazo", tutte le sere a partire dalle sette comincia questa forma di protesta tipicamente latina: si esce in strada con una pentola ("cacerola") e un cucchiaio o un coperchio e si fa sentire la propria opinione, in questo caso contro lo sciopero indetto da Federcamara e CTV e in appoggio alla Costituzione. L'altra sera dieci minuti prima delle sette abbiamo sentito i nostri vicini di casa che manifestavano con petardi, padelle e una copia della Costituzione, poi siamo usciti in auto a fare il giro della citta' per renderci conto personalmente della situazione. Possiamo testimoniare che mai nella nostra vita, nemmeno in occasione di una vittoria dell'Italia ai Mondiali di calcio, avevamo visto tanto entusiamo e partecipazione popolare: tutti gli incroci, le piazze, le rotonde, le strade principali erano letteralmente invase dalla gente, con le pentole, i tamburi, la musica, i cappellini rossi, la Costituzione, le bandiere. Abbiamo incontrato molte manifestazioni grandi e un'infinita' di piccoli gruppi, che non avendo trovato un mezzo di trasporto per raggiungere una concentrazione, si riuniva nel proprio quartiere, come era il caso dei nostri vicini di cui vi parlavamo.

Manifestazioni pacifiche e contagiose, distribuite non solo a San Felix, la parte povera, ma anche a Puerto Ordaz, la zona ricca dove ha preso forza ultimamente il gruppo "Clase media en positivo" e "Profesionales de Venezuela".
Per quanto il suono delle "cacerolas" ogni sera, da una settimana a questa parte, risuoni ovunque dalle sette di sera fino quasi a mezzanotte, da parte dei mezzi di comunicazione non viene nemmeno una parola, a volte si commenta brevemente che un piccolo gruppo di manifestanti chavisti violenti ha inscenato un'ultima disperata manifestazione in appoggio al Presidente.
Molti amici con cui siamo in contatto ci dicono che quanto succede qui in citta' avviene allo stesso modo in altre parti del paese e in misura maggiore a Caracas.
Cio' nonostante sembra che non serva a niente, perche' l'opposizione per bocca del presidente della CTV ha gia' dichiarato che bisogna liberarsi di Chávez "in qualsiasi modo". Concludiamo ora in pochi punti che ci piacerebbe servissero a definire in modo chiaro la nostra posizione.



1. Il governo di Chávez non e' perfetto, ha molti difetti e problemi, sono molte le critiche che abbiamo da fare a questi tre anni di gestione, pero', lo ripetiamo ancora una volta come sempre abbiamo fatto in tutti i nostri comunicati, e' un governo democratico, liberamente eletto dalla popolazione (e riconfermato varie volte dalla stessa in differenti occasioni come per la formazione dell'assemblea Costituente, la votazione alla nuova Costutuzione e le elezioni successive all'entrata in vigore della stessa). Il governo di Chávez, a differenza di tutti i precedenti in Venezuela, non ha nemmeno un prigioniero "politico", nessun giornale e' stato chiuso e nessuna televisione e' stata sanzionata.

2. Cio' nonostante sappiamo che l'appoggio popolare, di questi poveri che vivono con meno di un dollaro al giorno e che per la prima volta si sentono rappresentati e identificati nella figura del Presidente, non e' sufficente a mantenere in piedi un governo o un sistema democratico. Ben altri sono gli interessi e i poteri in gioco.

3. Noi, come volontari e come osservatori internazionali, denunciamo fortemente quanto sta avvenendo qui: un tentativo di colpo di stato (questa volta non militare ma economico) ai danni di una libera democrazia, con l'appoggio manipolatore dei mezzi di comunicazione, con l'appoggio parzializzato della gerarchia della Chiesa cattolica locale e tra l'indifferenza internazionale.


Servicio Voluntario Internacional
Casa Parroquial, calle Matasiete
Las Batallas
Ciudad Guayana - Venezuela
e-mail: giacomofede@hotmail.com


:: GIULIO GIRARDI ::
Bibliografia  
Giulio Girardi è nato al Cairo (Egitto), nel 1926. Nel 1939, avendo chiesto di diventare salesiano, viene inviato in Italia. A Torino e a Roma, compie studi universitari di filosofia e teologia. Si laurea in filosofia nel 1950. E' ordinato sacerdote nel 1955. E' stato professore di filosofia presso l'università salesiana di Torino e Roma (19 anni),presso l'università cattolica di Parigi (6 anni) e presso l'istituto superiore Lumen vitae di Bruxelles (4 anni). Espulso da queste istituzioni e poi dalla congregazione salesiana per le sue scelte politiche e teologiche.

Dal 1978 al 1996, professore di filosofia politica presso l'università di Sassari, Sardegna. In pensione dal 1996. Filosofo e teologo della liberazione. Impegnato da sempre nella solidarietà con l'America Latina: particolarmente con il Nicaragua, Cuba e il movimento indigeno. E' stato membro del tribunale Russel II ed è membro del tribunale permanente dei popoli fin dalla sua fondazione nel 1976.

Tra i suoi scritti:
Marxismo e cristianesimo, Cittadella, Assisi, 1966 (8a edizione 1977);
Credenti e non credenti per un mondo nuovo, Cittadella, Assisi, 1969 (3a edizione 1976).
Cristianesimo, liberazione umana, lotta di classe, Citta-della, Assisi, 1971 (3a edizione)
L'ateismo contemporaneo, SEI, Torino, 1967-70, con la collaborazione di un centinaio di specialisti.
Cristiani per il socialismo, perchè?, Cittadella, Assisi 1975
Educare: per quale società?, Cittadella, Assisi 1975, (2a edizione, 1979)
Fede cristiana e materialismo storico, Borla, Roma ,1977
Coscienza operaia, oggi, De Donato, Bari 1980
Uomini di frontiera. "Scelta di classe" e trasformazioni della coscienza cristiana a Torino dal Concilio ad oggi, a cura di G. Girardi, Cooperativa di Cultura Lorenzo Milani, Torino 1984
Le rose non sono borghesi, popolo e cultura del nuovo Nicaragua, a cura di G. Girardi, Borla, Roma 1986.
Sandinismo, marxismo, cristianesimo: la confluenza, Borla, Roma,1986
La tunica lacerata, Borla, Roma 1986
Il popolo prende la Parola. Il Nicaragua per la teo-logia della liberazione, Roma, Borla, 1990,
Rivoluzione popolare e occupazione del tempio. il popolo cristiano del Nicaragua sulle barricate, Edizioni Associate, Milano, 1989
Comunitá di S. Benedetto al Porto Dalla dipendenza alla pratica della libertà. Una comunità di accoglienza s'interroga e interroga. Ricerca partecipativa coordinata da Giulio Girardi, Borla, Roma, 1990
La conquista dell'America. Dalla parte dei vinti, Borla, Roma, 1992
Il tempio condanna il Vangelo: il conflitto sulla teologia della Liberazione fra il Vaticano e la CLAR. Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (FI), 1993
Gli esclusi costruiranno la nuova storia?, Borla, Roma, 1994
Cuba dopo il crollo del comunismo, Borla, Roma, 1995
Cuba dopo la visita del papa. Marxismi,cristianesimi, religioni afroamericane alle soglie del terzo millennio, Borla, Roma,1999.
Resistenza e alternativa. Al neoliberalismo e ai terrorismi, Edizioni Punto Rosso, Milano 2002
Appello per il Venezuela
Vi proponiamo un appello scritto da Giulio Girardi per il quale sono state raccolte centinaia di firme di esponenti politici, di movimento, della cultura e di gente comune.
L'Associazione Culturale Punto Rosso ha inviato l'appello e tutte le firme all'Ambasciata del Venezuela a Roma e direttamente al Presidente Hugo Chavez

Il sito di Giulio Girardi
(Sito in italiano e spagnolo)
E-mail: g.girardi@agora.stm.it



Intervista a Giulio Girardi:
educazione e rivoluzione



LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA DEL VENEZUELA, SEGNO DI CONTRADDIZIONE PER L'EUROPA E PER GLI EUROPEI

Si sta consumando, nell'indifferenza e nel silenzio del mondo, un crimine contro l'umanità: il soffocamento della speranza dei poveri, rappresentata in Venezuela dalla rivoluzione bolivariana e dal presidente Chávez.
Il silenzio che avvolge e nasconde questa battaglia è dovuto in larga misura alla complicità dei mezzi di comunicazione di massa, del Venezuela e del mondo, controllati dal capitale nazionale e transnazionale, che presentano della situazione un'immagine rovesciata, secondo cui un popolo oppresso si starebbe ribellando ad un presidente violento e repressivo.
Ma vi è un motivo più profondo di questo silenzio. Mentre nei confronti dell'Afghanistan o dell'Iraq, è possibile fornire all'aggressione, di fronte all'opinione pubblica, un'apparente giustificazione, nessuna giustificazione gl'impresari venezuelani ed i loro complici gli Stati Uniti possono fornire alla loro aggressione. Anche quando i manifestanti antichavisti gridano rabbiosamente per le strade "che se ne vada! Che se ne vada il contadino!" non riescono mai a dire perché.
Mentre infatti l'Iraq rappresenta apparentemente una minaccia, il Venezuela non minaccia nessuno,ma è minacciato esso stesso all'interno ed all'esterno. Mentre Sadam Hussein può essere a buon diritto denunciato come dittatore, Chávez è un presidente democraticamente e ripetutamente eletto. E' un presidente amato dalla maggioranza, che una vasta insurrezione popolare ha liberato dalle mani dei golpisti. Bisogna essere ciechi per non vederlo. Le minacce alla democrazia vengono solo dagli aggressori.

Ma anche se i manifestanti antichavisti ed i loro complici imperiali non osano fornire una giustificazione della loro condanna, per i venezuelani queste ragioni sono chiare:

• Se ne vada perché è spudoratamente schierato dalla parte dei poveri del paese; perché proclama i diritti degli indigeni e delle donne; perché colpisce temerariamente gli interessi dei miliardari.
• Se ne vada perché è egli stesso di origine popolare, ed è quindi un intruso nelle sfere del potere.
• Se ne vada perché ha la pretesa di nazionalizzare le ricchezze petrolifere del Venezuela, per metterle al servizio di tutti, invece di lasciarle nelle mani dei legittimi proprietari, i ricchi del paese ed i loro alleati imperiali.
• Se ne vada, perché è amico di Cuba ed inviso agli Stati Uniti.

Ma se queste sono le vere giustificazioni di quella mobilitazione, allora, per l'Europa in costruzione, sarebbe una gravissima responsabilità storica, tacere di fronte a questo crimine. Sarebbe un atteggiamento imperdonabile di complicità e di servilismo nei confronti del grande fratello. Sarebbe il segno evidente che l'Europa in costruzione è incapace di proporre al mondo, oltre una nuova moneta, un nuovo ed autonomo progetto di civiltà; che l'Europa non appartiene al mondo nuovo in costruzione ma alle rovine del vecchio disordine imperiale.Perché la rivoluzione venezuelana è per noi un segno di contraddizione, che impone all'Europa di prendere partito e di rendere chiaro a se stessa ed al mondo il suo progetto di civiltà.
Ma la rivoluzione venezuelana non è solo un segno di contraddizione per l'Europa in generale; lo è anche per ciascuno degli europei e per ciascuna delle europee. In effetti, per ognuno ed ognuna di noi schierarsi in questa battaglia cruciale significa decidere se, nel presente contesto geopolitica, siamo dalla parte dell'impero o dalla parte dei popoli e della loro autodeterminazione; se siamo dalla parte delle minoranze privilegiate o delle maggioranze emarginate; se siamo per un mondo lacerato da lotte fratricide o per un mondo animato dalla solidarietà liberatrice.
Quanto dire che schierarci nei confronti del dramma venezuelano non è per noi solo una scelta politica e geopolitica: è anche una scelta di vita.

GIULIO GIRARDI


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