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:: Venezuela: Libertà mediatica ::
Nelle ultime due settimane ho ricevuto varie lettere di amici spagnoli ed italiani, allarmati dall'informazione ad elevato contenuto tossico spacciata dalla mega macchina della comunicazione, dopo che il governo venezuelano non ha rinnovato la concessione della frequenza televisiva a RCTV. Una storia ad uso e consumo degli interessi dei loro proprietari. Parlano di chiusura di un canale e selvaggia repressione poliziesca contro studenti e cittadini, accorsi a difendere una residuale libertà di espressione minacciata da uno tiranno tropicale.
I falsari della comunicazione
Per Selvas.org le analisi di Tito Pulsinelli

Le analisi di
Henri Maler y Mathias Reymond (Acrimed - France)
Concierto de desinformación a la francesa
Richard Gott (The Guardian - UK)
La lucha no es sólo por la televisión, es por la raza y la clase"
10 giugno 2007
Nelle ultime due settimane ho ricevuto varie lettere di amici spagnoli ed italiani, allarmati dall'informazione ad elevato contenuto tossico spacciata dalla mega macchina della comunicazione, dopo che il governo venezuelano non ha rinnovato la concessione della frequenza televisiva a RCTV.
Sorprende che nei Paesi dove il mercato delle immagini è relativamente diversificato ed è attivo un importante settore pubblico, si siano levate grida di condanna, anatemi e censure contro un governo colpevole di ridimensionare un monopolio privato. La sostanza: controllava il 90% della rete di radio e televisioni, adesso è sceso al 76%.
I falsari della comunicazione globalizzata hanno raccontato una storia ad uso e consumo degli interessi dei loro proprietari. Parlano di chiusura di un canale e selvaggia repressione poliziesca contro studenti e cittadini, accorsi a difendere una residuale libertà di espressione minacciata da uno tiranno tropicale.
Insomma, hanno creato negli studi la fiction Caracas brucia!, e la catena di montaggio mediatica ne rilancia l'eco distorta, ma la sostanza è questa: il canale RCTV passa a trasmettere via cavo (digitale terrestre) e satellite, tra proteste di gruppi minoritari, fronteggiati dalla polizia schierata a difesa degli edifici pubblici.
La CNN ha cercato di rendere più credibile o verosimile la fiction, facendo ricorso ai trucchi dozzinali dell'avanspettacolo mediatico. Ha dovuto fare autocritica pubblica per aver accompagnato le cronache del loro inviato a Caracas con immagini di manifestanti repressi con ferocia dalla polizia, solo che erano state registrate in
.Messico (sic). Il quotidiano spagnolo El Paìs ha dovuto smentire l'iniziale versione di un omicidio di una studentessa, strumentalmente e frettolosamente -ma non casualmente- attribuito a sicari al soldo di Chavez (ri-sic).
Nel Paese in cui un comico viene bollato come terrorista dal bollettino del Vaticano, subito dopo aver espresso opinioni sgradite, le redazioni avrebbero liquidato la questione in questo modo: Gruppi estremisti dell'opposizione sono stati dispersi dalle forze dell'ordine, che erano state bersagliate con lancio di pietre ed altri oggetti contundenti, sotto lo sguardo compiaciuto e la protezione di operatori televisivi-fiancheggiatori dei facinorosi. Agivano con il volto coperto.
Eppure, nel mese di dicembre, il governo di sinistra moderata dell'Uruguay ha revocato la licenza a due radio, 94,5 FM e Concierto FM Montevideo. Ad aprile, il governo filo-USA di Alan Garcia ha chiuso due canali di televisione e tre circuiti radiofonici peruviani, per non rispettare la legge che regolamenta le trasmissioni o per usare illecitamente tecnologie non autorizzate. Mentre scrivo, state chiuse 7 stazioni radio in Brasile, secondo le autorità interferivano con i radar dell'aeroporto di Sao Paulo
Che cosa dissero -o fecero- quegli organismi intenazionali che si sono sgolati per denunciare i pericoli a cui sarebbe esposta la libertà d'espressione in Venezuela? Assolutamente nulla. Silenzio sepolcrale anche da parte del senato degli Stati Uniti, del Brasile, Cile e dei notabili che parlano a nome dell'Unione Europea. Scena muta anche delle agenzie stampa, delle assortite commissioni dei diritti umani, conferenze episcopali, Reporters sans frontier, ecc.
Due pesi e due misure caratterizzano il relativismo morale di questo variegato fronte schizofrenico. In un caso, sfoggia una estrema ipersensibilità e bara goffamente, nell'altro fa come le tre scimmiette che si tappano occhi, bocca ed orecchie.

E' raccappriciante, però, il cinismo di Fox news e CNN che hanno rilanciato ai quattro angoli del mondo la sceneggiata di Alan Garcia mentre eleva una vibrante protesta contro l'atto liberticida del governo venezuelano, che sta seppellendo la libertà di informazione. Il bue dà del cornuto alla renna.
Evidentemente siamo arrivati alla libertà d'espressione ad estensione variabile, in ultima istanza subordinata agli equilibri geopolitici o all'orientamento dei governi graditi alla cupola dei G8.
C'è l'arroganza di ritenere che la concessione governativa di una frequenza si trasformi in acquisizione definitiva, con annesso diritto a tramandarlo in eredità ai discendenti. Il nuovo diritto neoliberista confonde la nozione della proprietà con quella di uso in concessione di un bene pubblico: tutto è mio. Lo Stato dovrebbe rinunciare definitivamente alla sovranità nel settore delle comunicazioni, solo così otterrebbe il brevetto democratico a denominazione d'origine controllata.
Il ricatto della libertà d'espressione nasconde male l'intenzione di rendere impossibile ogni regolamentazione degli indirizzi e dei contenuti imposti dai proprietari della comunicazione al pubblico. Il diritto privato è illimitato, in ogni caso superiore a quello sociale. La libertà d'espressione, se viene disgiunta dal diritto all'informazione diversificata e plurale, diventa un alibi per la concentrazione monopolista della comunicazione, e per la sua intangibilità.
Attualmente, nulla può impedire a R. Murdoch ed altri quattro compari del rackett globale, di mettersi d'accordo ed imporre le emergenze, le tematiche, persino l'ordine del giorno alle screditate ed omologate classi politiche. Oppure l'argomento spettacolarizzato che deve polarizzare l'attenzione internazionale. Forniscono un prodotto multimediale venduto chiavi in mano, a cui attingono e si adeguano i forgiatori seriali di opinione pubblica, i nuovi sacerdoti del mondo secolarizzato.
La politica, divenuta a tutti gli effetti uno spettacolo, è una tossicopendente dei proprietari della comunicazione e dello spettacolo. I politici -dopo la disintegrazione dei partiti- hanno bisogno della televisione come gli zoppi delle stampelle. Li lega un cordone ombelicale che ne suggella la dipendenza reciproca ed inconfessabili connivenze.
Il monopolio televisivo venezuelano arrivò a mettere al bando un Presidente della repubblica reo di aver firmato una legge che proibiva la pubblicità degli alcolici. Lo fecero scomparire dagli schermi. Allo stesso modo, oggi sono possibili operazioni del tipo Caracas brucia! -o Belgrado, Kiev, Tblisi, Mosca, Kirguizistan - se sono minacciati gli interessi della dittatura mediatica o quelli delle loro pedine disseminate alla testa dei vari feudi nazionali.
Il quarto potere non esiste più perchè è stato assorbito dal potere economico. E' privo di autonomia perchè è incorporato alle banche, alle multinazionali o alla Borsa, che lo gestiscono direttamente come una propria diramazione. Applicano con disinvoltura i dettami della guerra psicologica previsti nei manuali militari. Attualmente si usa contro la società civile, anche quando la belligeranza armata non è alle porte.

Non c'è dubbio che sottrarre una quota del mercato televisivo ad un monopolio privato è un pericoloso messaggio sbagliato, intollerabile, diseducativo, poichè resuscita l'urgenza della comunicazione diversificata e plurale. La necessità della sua proprietà sociale, prematuramente sotterrata come arcaismo velleitario. L'impatto sociale delle corporazioni monopoliste ha un triplice aspetto: economico, politico ed etico.
La RCTV raggranellava 250 milioni di euro di gettito pubblicitario. L'influenza nella vita politica, però, era sicuramente l'aspetto più considerevole e ne faceva il nucleo duro e golpista di quel partito mediatico che in Venezuela ha cercato di rimpiazzare il sistema dei partiti. Questo, esplose il 27 di febbraio del 1984, quando Caracas fu teatro di sacheggi di massa, frenati con il coprifuoco ed incontabili vittime.
E' stata la prima sollevazione di massa contro un pacchetto di restrizioni economiche made in FMI.
L'aspetto culturale, invece, va oltre la fabbricazione di orientamenti meramente politici o l'induzione del consumismo. Sconfina verso la diffusione di identikit comportamentali, scampoli di tratti caratteriali leciti o compatibili con la nuova moralità sociale neoliberista.
Il livello della manipolazione mediatica è talmente elevato che ingenera una alterazione che in Venezuela è stata definita dissociazione psicotica. Nell'epoca in cui il cartaceo vidimato in Borsa tiranneggia, e il capitale finanziario fa inginocchiare quello produttivo, la comunicazione monopolizzata prefabbrica i nuovi valori del nichilismo economico.
Regis Debray sostiene che la dittatura mediatica amministra quotidianamente i sacri valori della comunità, che attualmente non derivano più dalle Sacre scritture o dal Dogma ma dall'Etica e dal Diritto (1). Nel clima morale predominate nelle latitudini ad alta densità industriale, accentuatamente atee, agnostiche o laicizzate, diventate importatrici nette di sacerdoti, l'istituzione mediatica ha preso il sopravvento anche su quelle religiose.
Il Vaticano ha rinunciato alla scomunica, ma questa si è modernizzata nella forma del linciaggio mediatico o anatema umanitario scagliato dalle antenne dai difensori della democrazia di mercato. Gli operatori dell'informazione assomigliano sempre più ai telepredicatori protestanti o a funzionari moralisti visibilmente devoti al mercato della democrazia.
Editorialisti, opinionisti, ancore e salvagente, censori avventizi o tanto-al-pezzo, ospiti abituali e saltuari dei salotti televisivi, divulgatori e banalizzatori radiofonici, compongono la catena di montaggio della mistificazione e dell'inganno.
Il loro alibi è: l'ha scritto il Financial Times, oppure è un abbaglio ottico di CNN, o l'ha detto Ferrara. Questo corporativismo autoreferenziale è quanto basta per trasformarsi in falsari e far parte del giro che conta.
E' un'amalgama indifferenziato che agisce all'unisono, dai livelli più alti (Times, Le Monde, La Repubblica) fino all'indotto periferico come il quotidiano Liberazione; da Lutwack a Vespa, da Riotta fino alla Nocioni. La sintonia omologata risplende con solare evidenza sui temi internazionali o nel lavorìo di preparazione delle guerre di aggressione, in gergo operazioni umanitarie.
L'operato di questa Brigata Intellettuale di Rapido Intervento (R. Debray) è stato esemplare prima e durante la guerra umanitaria contro la Yugoslavia. Ha continuato ad essere definita tale, nonostante che nell'ultimatum di Rambouillet imposto dalla NATO, si faccia menzione esplicita di privatizzare la sua economia ed aprire le porte agli investimenti occidentali. La privatizzazione è un diritto umanitario?
Il nuovo minimalismo etico che si è cristallizzato intorno al dogma della democrazia-diritti umani, consente di tollerare Parvez Musharraf e la dittatura pakistana, non i governanti sudamericani che hanno sì trionfato nelle elezioni, ma si sono poi macchiati di orrendo populismo. La democrazia e i diritti umani è imperativo esportali a Teheran, non in Arabia saudita o negli emirati del Golfo. La libertà d'espressione è in bilico in Venezuela, non in Messico come segnala Amnesty International.
Questo è l'orizzonte in cui si muovono le due correnti del neoliberismo, entrambe irriducibilmente nemiche della sovranità nazionale, dell'autoderminazione e della non-interferenza nei problemi interni di altri Paesi. Il neoliberismo di sinistra si è altresì mostrato incapace di impedire che le privatizzazioni delle economie statali si trasformassero in monopoli privati. Per questo partecipano al coro stonato degli esecratori professionali, contro l'inizio del settore pubblico nella televisione venezuelana.
(1) Ignacio Ramonet, La post-television, Icaria-Antrazyt, 2002
Fin de la concesión otorgada a RCTV
Concierto de desinformación a la francesa
Por Henri Maler y Mathias Reymond
Publié le vendredi 1er juin 2007 par ACRIMED
Traducción libre de Nelson Barrios G.

La no renovación a partir del 27 de mayo de la concesión para explotar una frecuencia en el espectro radioeléctrico venezolano a la cadena de televisión RCTV, ha producido una oleada de informaciones unilaterales y tendenciosas a favor de una condenación sin protesta. Titulares amarillistas y comentarios malsanos contra Chávez, en los medios sostenidos por los maestros pensadores del microcosmo mediático francés y por la asociación internacional antichavista Reporteros Sin Fronteras (RSF), retoman a coro el mismo estribillo resumido magistralmente por el titulo del editorial del diario Le Monde del 28/05/07: Censura a la manera de Chávez.
¿Una decisión ilegal?
RCTV, propiedad de 1Broacasting Caracas (1BC), empresa fundada en 1930 por William Phelps, hombre de negocios de origen norteamericano radicado en Caracas, estuvo en el aire desde 1953. En 1987, bajo la presidencia de Jaime Lusinchi (perteneciente al partido Acción Democrática), se adopta un decreto que estipula en su artículo No 1 que: Las concesiones para la transmisión y explotación de cadenas de televisión y frecuencias de radios serán otorgadas por un periodo de 20 años, y renovaba por un lapso de 20 años las concesiones otorgadas antes de la fecha del mencionado decreto. La concesión otorgada a la cadena televisiva RCTV por el Estado venezolano, debía en consecuencia, ser renovada o llegar a su fin, el 27 de mayo del 2007.
En consecuencia, legalmente, el gobierno venezolano decidió no renovar la concesión. Estrictamente hablando, no se trata de la eliminación de una licencia, contrariamente a lo que afirman el diario francés Les Echos en su edición del 10 de enero de 2007, cuando hablan de la eliminación de la licencia a la cadena de televisión de oposición RCTV (1), ni del cierre de un canal de televisión ya que puede continuar a transmitir por otras vías distintas a las ondas hertzianas.
A despecho del titular, digno de un editorial mentiroso, Chávez amordaza la televisión de oposición, Lamia Oualalou opina en el diario Le Figaro del 26 de mayo, que: En plano legal, el gobierno venezolano está en su derecho, no se trata del cierre de un canal de televisión, sino de la no renovación de una concesión. Por su parte el sociólogo Luís Lander opina que la no renovación de la concesión, es una decisión soberana, porque el espacio televisivo es público, no privado y hacer de RCTV el representante de la democracia parece un chiste.
Al contrario, el editorialista anónimo de Le Monde (de fecha 27 y 28 de mayo) bajo el elocuente pero falso titulo: Censura a la manera de Chávez, afirma que el presidente Hugo Chávez ordenó la desaparición de RCTV. La pasión del hostil comentario deforma la información porque RCTV podrá continuar a transmitir por ejemplo, vía Internet, por cable o satélite. Pero según las leyes venezolanas, la frecuencia hertziana regresa al servicio público.
Confundiendo alegremente libertad de información y de la cultura con libertad de empresa privada, el diario Le Monde considera sin ninguna duda, que una concesión del espacio público hertziano, incluso su privatización en empresa, se vuelve definitiva apenas la concesión es acordada. Con unos guardianes de las leyes como éstos, la cadena francesa TF1-Bouygues está bien protegida.
En enero del 2007, consultado por el diario Le Telegrama de Brest, a propósito de revisar la concesión otorgada al grupo privado Bouygues para manejar a la tradicional cadena francesa TF1, un aprendiz de dictador respondió que
antes que todo, era necesario, respetar las leyes, para luego agregar, la ley aprobada hace veinte años (
) estipulaba que era necesario verificar que los compromisos hechos por las emisoras, especialmente en materia de programas culturales, se estaba cumpliendo. Esos compromisos establecidos por la ley nunca fueron cumplidos. Y se ha venido, sin que nadie se de cuenta, extendiendo la concesión de año en año, sin la menor discusión. Eso no es justo. Esta declaración de Francois Bayrou, muy parecido al planteamiento del gobierno venezolano, en absoluto preocupó a la redacción del diario Le Monde.
¿Una decisión arbitraria?
Una decisión puede ser legal en principio y arbitraria e sus motivos y modalidades. Antes de juzgar por juzgar, es necesario tener la información más exacta y completa posible. Ese no ha sido el caso de los diarios franceses.
Sin cuidarse de afirmar sin que pueda ser refutado sobre si la decisión del presidente Hugo Chávez es arbitraria o no, Paulo A. Paranagua, en el diario Le Monde (edición del 25 de mayo), bajo el titulo: Hugo Chávez debilitado por las protestas contra el cierre de un canal televisivo de oposición, y agrega: Ante la indignación suscitada tanto en Venezuela como en el extranjero, él (el gobierno) finalmente ripostó y publicó un libro blanco sobre RCTV que mezcla argumentos jurídicos y políticos. Luego de esta ligera afirmación, Paulo A. Paranagua que de las 184 páginas del Libro blanco de RCTV, (Publicado en marzo de 2007, por el Ministerio de Comunicación e Información de Venezuela, y donde el Estado plantea su versión de las protestas en Venezuela, de la regulación de las concesiones, de la trasgresión de las leyes y reglamentos en vigor), solo retiene las incoherencias que favorecen su argumentación: RCTV a estimulado la guerra civil y el golpe de estado, se afirma en el libro, haciendo referencia al golpe de Estado frustrado contra Chávez en 2002, pero, no se trata de una vindicta política. Si usted desea saber más al respecto, al menos la versión exacta del gobierno venezolano, le recomendamos leer el libro blanco de RCTV.
Entre los motivos para que el gobierno venezolano no renovara la concesión a RCTV, está en primer lugar la participación de RCTV en el golpe de Estado de abril de 2002, tradicionalmente disimulados con adjetivos como: efímero, abortado, etc., que en retrospectiva, tienden a disminuir el sentido de esa acción, como si su fracaso y brevedad sirvieran para otorgarle la absolución política. Por ejemplo, en France 24, el sábado 23 de mayo, se difundió un reportaje que se pretendía equilibrado (2) y que podemos resumir así: El presidente Hugo Chávez acusa (a RCTV) de haber sostenido un mini golpe de Estado en su contra en el 2002.
¿Está bien fundamentada esta acusación? La mayoría de los periodistas que han investigado este asunto durante los últimos cinco años, aún no llegan a pronunciarse sobre esta acusación que ellos atribuyen únicamente a Hugo Chávez. A este respecto, solo dos excepciones merecen ser mencionadas:
1) En el diario Liberación Francois Meurisse (3), reporta parcialmente los hechos: Nadie en el país olvida la actitud del Canal RCTV durante el efímero golpe de Estado contra Hugo Chávez que tuvo lugar entre el 11 y 13 de abril de 2002. El 11, este canal televisivo hacia llamados a marchar hacia el Palacio Presidencial, a la manifestación que luego favorecería el golpe. El 13, al contrario, mientras grandes manifestaciones reclamaban el regreso del presidente Chávez, prisionero de los militares golpistas, RCTV no informa, se calla y transmite El libro de la jungla bajo pretexto de que en las calles de Caracas sus periodistas corren demasiados riesgos. Hoy aún, la directora de información Soraya Castellano es capaz de sostener que esa actitud del canal fue correcta. Y que en abril de 2002, no hubo golpe de Estado sino un vacío de poder, tesis que ya nadie defiende, salvo los grupos mas duros de la oposición.
2) El artículo ya citado que apareció en el diario Le Figaro el 26 de mayo, después de haber subrayado la legalidad de la decisión que tomó el gobierno venezolano, retoma algunos hechos elementales: Durante años RCTV ha estado abiertamente conspirando contra el presidente Hugo Chávez, variando los llamados a tumbarlo. Luego del golpe de Estado del 11 de abril de 2002, el canal informó que el presidente había renunciado y aceptado que el dirigente patronal Pedro Carmona, asumiera interinamente la presidencia de la República. En realidad, el presidente estaba retenido en secreto en una isla venezolana custodiado por militares golpistas.
En realidad, no se trata aquí del rol jugado por RCTV (y de otros medios privados) durante el golpe. Las investigaciones sobre las campañas de desinformación intencional y de desestabilización, como por ejemplo, el apoyo a la huelga general de diciembre 2002, para solo mencionar uno de los hechos, se mantienen abiertas hasta hoy.
En fin es bueno recordar el pesado pasivo de RCTV que no comienza con la llegada al poder de Hugo Chávez: la casi totalidad de los medios de comunicación omiten de mencionar las múltiples trasgresiones de la legalidad por parte de RCTV que le ocasionaron sanciones en varias oportunidades por presidentes social-demócratas o demócrata-cristianos predecesores del actual presidente, (5).
Al no poder negar los hechos (o cuando menos disimularlo), los comentaristas se esconden detrás de una línea fina de defensa: el rol de RCTV durante el golpe de Estado hubiera sido objeto de un procedimiento judicial. En el diario Liberación Francois Meurisse suscribe de esta manera, los propósitos del Director de la Asociación Civil Espacio Público, Carlos Correa, quien recuerda que la libertad de expresión no tiene por objetivo, establecer un yugo sobre la buena o mala práctica del periodismo, hay otros mecanismos para eso. En el caso de la conducta de RCTV durante el golpe de estado, debería haberse abierto proceso judicial contra el canal, algo que nunca se hizo.
De esta manera, la indulgencia con que actuó el gobierno de Hugo Chávez respecto a los participantes en el golpe de Estado de 2002, habría que acreditársela solo a él.
¿Una decisión impopular?
Los principales medios de comunicación franceses han sido unánimes: la decisión de Chávez es impopular en Venezuela. Si creemos en los sondeos de la opinión pública, 80% de los venezolanos desaprueban la desaparición de RCTV, en nombre de la libertad de programación. Paulo A. Paranagua, dice que desde el 22 de abril de 2007, antes de repetirlo, el 26 de mayo: 80% de los venezolanos estarían en contra del cierre de RCTV. Los sondeos de opinión pública, y en eso, el enviado especial del diario Le Monde se cuida mucho en recordar que son las mismas empresas que predijeron una victoria limitada de Chávez en las últimas elecciones de diciembre 2006, y que luego la realidad se encargó de desmentirlos, al ganar Chávez las elecciones con el 63% de los votos. (7) Por otra parte, Francois Meurisse informa de sondeos que hablan de un 70% de la población que rechaza la decisión del presidente Chávez, aunque se cuida bien de agregar que: la cifra posiblemente sea exagerada, sin embargo la medida es ampliamente impopular.
Admitamos que esa impopularidad pueda verificarse. Una información rigurosa no podría confundir el asunto de la elección de programas de entretenimiento y la del pluralismo de la información. ¿Aceptaríamos los franceses, que un canal de televisión como TF1 pueda valerse de la popularidad de un programa como ¿Quién quiere ser millonario? para transgredir impunemente la legislación vigente? Le Monde se amotina porque la la censura priva al público de uno de sus programas favoritos Que nos contentemos o lo deploremos, lo cierto es que sobre este asunto, uno podría preguntarse si ¿Estos programas populares no podrían ser reemplazados por otros? En Francia por ejemplo, uno podría interrogarse, ¿Si los televidentes protestarían si fueran privados de ver el programa nocturno telerealite, amotinándose como se ha hecho a propósito de lo que ocurre en Venezuela, bajo el argumento de que se trata de un rudo golpe a la libertad de expresión?
¿Una decisión liberticida?
El titulo de un despacho de la AFP (Agencia Francesa de Prensa) del 28 de mayo de 2007, da la clarinada: Venezuela: el último canal televisivo de oposición a Chávez dejó de transmitir. En el canal francés France 2, se podía leer, publicado el 28 de mayo a las 11:14 AM., un artículo titulado Venezuela: ya no hay televisión de oposición. En el mismo canal, Philippe Rochot arruina su comentario en el noticiero de la 1 PM., del 29 de mayo, cuando señala que: (RCTV) era uno de los últimos bastiones de la libertad de prensa en Venezuela y toda la noche hubo manifestaciones en su defensa. ¿Era verdad el último canal televisivo de oposición? ¿Era el último bastión de la libertad de prensa?
¿Error de traducción o desinformación intencional? El despacho de la ya citada agencia AFP, anunció: El nacimiento del nuevo canal socialista (TVES). Nos cansamos de buscar el adjetivo socialista en la denominación del nuevo canal Televisora Venezolana Social. ¿Fue ignorancia u omisión deliberada? El redactor de la agencia AFP olvidó señalar que el nombre del nuevo canal TVES, es un acrónimo que funciona como un juego de palabras. En español, TVes, quiere decir, tu te ves, lo que indica la voluntad de sus promotores de hacer de ese canal, el primer canal de servicio público nacional. Esta deformación de la realidad la retomó el diario Liberación, el 28 de mayo cuando tituló: RCTV será sustituida por una televisión socialista.
Si el último canal de oposición es sustituido por un canal socialista, en realidad estaríamos hablando de la instalación de una dictadura en Venezuela.
Sin embargo, aún hoy, los medios de comunicación privados utilizan el 78 % de la frecuencia VHF, y 82 % de las frecuencias UHF disponibles en Venezuela
todas esas emisoras son privadas (radios y televisión) y están muy lejos de favorecer a Chávez. Si hubiera tenido mayor rigurosidad, el redactor de la AFP, no habría titulado el último canal, sino el más virulento de los canales de oposición. Es verdad que RCTV era uno de los canales privados más importantes y antiguo de Venezuela, pero no es el único. Los canales de televisión, Globovisión, Televen, CMT y Venevisión, propiedad del magnate latinoamericano Gustavo Cisneros (anfitrión de la reunión donde se preparó el golpe de Estado de abril de 2002), son todos canales de oposición.
El diario Le Monde, una ves más desinforma por omisión. En un inimitable comentario, el editorialista anónimo afirma que el otorgamiento a TVES de la frecuencia que utilizaba RCTV, reduce el pluralismo y aumenta la concentración de espectro audiovisual en manos del gobierno. ¿Una concentración que ya existía en manos del gobierno y que aumenta? ¿Cómo es eso? Y ¿Un pluralismo que se reduce? Definitivamente, Le Monde, está mal informado y prefiere seguir así.
Sigue siendo el diario Le Figaro donde se pueden leer algunos fragmentos de verdad sobre este delicado asunto, a pesar del flojo e interesado comentario: Durante años, el sector privado, controlado por la oposición, ha dominado el panorama de la prensa escrita y televisiva, con cinco canales, Venevisión, RCTV, Globovisión, Televen y CMT y nueve de los diez principales diarios escritos. A cada ofensiva por expulsar a Chávez del poder, los medios de comunicación han perdido credibilidad, mientras que el jefe de la revolución bolivariana se ha beneficiado de esos errores para aumentar su poder.
Pero no le pidamos a Le Figaro más de lo que no puede dar. Sin embargo, no sería malo, aclarar algunas de sus imprecisiones: hasta hoy, es gracias al gobierno de Chávez que el pluralismo no ha sido totalmente confiscado en Venezuela por la oposición, que la diversidad social del país, al fin, ha sido respetada, así como la diversidad cultural ha sido ampliada: entre otras razones por la creación del canal de televisión, ViVe TV y el impulso a los medios de comunicación comunitarios. Extrañas, muy extrañas son las informaciones que sobre esto publican los medios franceses (8).
Los medios de comunicación franceses se preocupan por un eventual estrangulamiento del pluralismo político, pero ¿de que pluralismo estamos hablando?
¿Se trata del pluralismo externo resultado de la diversidad de opiniones políticas entre los diferentes medios? Es necesario subrayar, que si el pluralismo audiovisual en Venezuela ha adquirido hasta hoy, la forma de una confrontación entre canales de oposición y canales pro gubernamentales, ha sido, en primer lugar, en razón de la hegemonía inicial ejercida por los canales de oposición: una hegemonía que muy poco preocupa a los medios de comunicación franceses. Ahora bien, de repente, Le Monde insurge contra lo que denomina un duro golpe contra la libertad de expresión en Venezuela y se indigna así: luego de la desaparición de RCTV el lunes 28 de mayo, no quedará más que un solo canal de oposición, cuya señal no supera la capital y cuya audiencia es insignificante. Esto es una falsificación grosera, digna de los Rantamplans Sin Frontieres (ver mas abajo).
Si por el contrario no se trata del pluralismo externo, sino del pluralismo interno de cada canal de televisión, forzado es reconocer que éste ha sido mal tratado. Porque hasta hace muy poco, la responsabilidad sobre éste asunto, incumbía en principio a la hegemonía ejercida por los medios de comunicación privados, al presentarse como actores políticos predilectos intentando desestabilizar el régimen presidido por Hugo Chávez.
En un artículo que solo contenía información, pero muy engañoso, Paulo A. Paranagua, escribió bajo el titulo Hugo Chávez calla el principal canal de televisión de Venezuela, para el editorial del diario Le Monde del 29 de mayo de 2007, y en el cual cada expresión es un comentario hostil (9). Para Marcelino Bisbal, investigador de la Universidad Católica Andrés Bello de Caracas, en un buen ejemplo de información imparcial, unilateral y mutilada, opina que: Las ondas hertzianas ofrecen a partir de ahora en Venezuela, un panorama audiovisual monocolor. Un estudio del Instituto de Investigación de la Comunicación (ININCO), revela que 74 % de los contenidos del canal público Venezolana de Televisión (VTV), es propaganda gubernamental. No hay dudas, el enviado especial de Le Monde ignora lo que el semanario Le Monde Diplomatique recuerda en su sitio Web: Los estudios de contenido efectuados en el mes de enero de 2007 muestran que, en sus programas, RCTV invitó a 21 personalidades hostiles al gobierno y ninguno que le fuera favorable.
En el mismo mes, otro de los cuatro grandes canales de televisión, Globovisión, invitó a sus programas de opinión a 59 opositores de Chávez y solo a 7 de sus partidarios. Solamente Televen respetó la paridad: invitó a dos de cada uno de los sectores políticos en pugna (10).
Cualquier observador de la realidad venezolana sabe que el canal público Venezolana de Televisión, no tiene otra opción frente a la hegemonía mediática de los canales privados bajo control de la oposición. A partir del 28 de mayo, VTV, esa realidad tiende a cambiar, ¿alguien desea quejarse?
Posiblemente Alexander Adler y sus émulos
Para el gran Alexander (France Cultura, el 29/5/07), todo es simple (e incluso divertido
): es un asunto que no puede más que, como ocurre habitualmente, producir indignación y hacernos sonreír, puesto que nos estamos refiriendo a un país del trópico. (
) Un poder autoritario y sus ejecutorias que nos recuerdan a Cuba, pero una Cuba, donde digamos, las municiones han sido sustituidas por balas de plástico. En su crónica matinal, Alexander Adler, aprovecha para reclamarle a France Cultura, para su gusto, demasiado complaciente con Chávez: hemos comentado poco, muy favorablemente para este canal, y por otra parte menos favorable, el cierre por parte del presidente Hugo Chávez, de RCTV, el último canal independiente de Venezuela. Este rezongo produce alegría a Alí Badou, animador del segmento matinal del mismo canal de Adler, quien hizo siguiente aclaratoria:
una precisión Alexander: ¿quien de nosotros ha opinado favorablemente el cierre de RCTV por Chávez?
Eso es verdad, y sería sorprendente
lo que no es verdad, fue la respuesta de Alexander Adler: Bueno, siempre hemos sostenido que RCTV estuvo a favor del golpe de Estado durante dos días y que por consiguiente lo que ocurrió luego no sería más que la justicia redistributiva o retributiva que finalmente le correspondía. Por los momentos, los barrios de Caracas no han percibido la sutileza que evidentemente, un canal cultural como el nuestro tiene todo el derecho de adelantarse.(11) Recordar que RCTV apoyó de manera mas que simbólica el golpe de Estado contra Hugo Chávez, sería un comentario muy favorable al cierre de RCTV. ¿Es esta la divisa de Adler? ¡La propaganda o el caos!
¿Y ahora?
El gobierno de Venezuela dispone de medios suficientes para sostener y desarrollar, tratándose de la televisión, el pluralismo político y la diversidad cultural. Como todo poder, el puede abusar del que tiene. Pero como poder democrático, puede igualmente contribuir a desarrollar una democracia social y participativa conforme a sus ambiciones. El mismo gobierno de Venezuela, se colocó felizmente en esa encrucijada.
La observación sobre los medios de comunicación, por comprometidos que esta sea, es independiente de los gobiernos, cualquiera que ellos sean. Pero la vigilancia si es solidaria, necesita de mayor información: y no es precisamente en los medios de comunicación dominantes donde encontraremos esa información.
A la vanguardia
Rantamplans Sans Frontieres (RSF)
Movilizados con el seguro de la libertad (de emprender), bajo la cobertura de la defensa del pluralismo, cuya casi inexistencia en Venezuela, preocupa muy poco a la mayoría de la población que es victima de ella, Reporteros Sin Fronteras se indigna y hace un llamado a la comunidad internacional a movilizarse para denunciar ese golpe a los medios de comunicación venezolanos y defender la poca independencia que les queda. ¿Cuáles son sus motivaciones?
Al apoderarse de RCTV, Hugo Chávez ha reducido al silencio a la televisión más popular del país y el único canal nacional crítico respecto al gobierno. ¿La televisión más popular? Sin duda, si nos remitimos a su audiencia. RSF, que no retrocede ante ningún argumento, sin embargo condena por adelantado la rediscusión de la concesión de TF1 de Bouygues o de cualquier otro grupo privado. ¿El único canal realmente nacional? Es más o menos exacto, si precisamos que los otros, comenzando por los mismos canales públicos, no son todos estrictamente provinciales. Pero, ¿el único canal que permanecía con una posición critica? Esto es totalmente falso. Y RSF debería precisar mas adelante, que si los otros canales no se han preocupado, es porque han adoptado una posición complaciente frente al régimen. Mentira y cinismo, porque no solo Globovisión ha continuado su empresa de desestabilización del régimen, sino los otros canales, que han sido libres de expresar sus criticas por muy virulentas que éstas sean. ¿Debemos concluir entonces que para RSF, la complacencia solo termina cuando un canal de televisión incita a burlar la legislación vigente. Para la subversiva RSF, cuando son los intereses de los propietarios los que están en juego, concluyen: Hoy Hugo Chávez, controla directa o indirectamente la casi totalidad de los medios audiovisuales.
El diario Le Monde concluye con esta perla: con Chávez la democracia venezolana está amenazada, Sin embargo RSF va más lejos: la amenaza ya está ejecutada.
La oligarquía venezolana teme que esté perdiendo el derecho a dirigir el país
La lucha no es sólo por la televisión, es por la raza y la clase
Por Richard Gott - The Guardian
Publié le vendredi 1er juin 2007 par ACRIMED
Traducido del inglés para Rebelión.org por Germán Leyens

Después de 10 días de protestas rivales en las calles de Caracas, han resucitado los recuerdos de anteriores intentos de derrocar la revolución bolivariana de Hugo Chávez, que actualmente está en su noveno año. Manifestaciones callejeras, que culminaron en un intento de golpe en 2002 y un prolongado cierre patronal en la industria petrolera nacional, pareció ser el último recurso de una oposición incapaz de salir adelante en las urnas. Sin embargo, los disturbios actuales son un débil eco de esos tumultuosos acontecimientos, y la lucha política tiene lugar en un marco más reducido. La batalla actual es por los corazones y las mentes de una generación más joven, confundida por las conmociones de un proceso revolucionario innovador.
Estudiantes universitarios de sectores privilegiados han sido lanzados contra jóvenes recientemente emancipados de los barrios pobres, beneficiarios del aumento de los ingresos del petróleo invertidos en proyectos de educación para los pobres. Estos grupos separados nunca se han encontrado, pero ambos lados ocupan su terreno familiar dentro de la ciudad, uno en las frondosas plazas del este de Caracas, el otro en las estrechas y pululantes calles del oeste. Esta batalla simbólica se hará cada vez más común en Latinoamérica en los años por venir: ricos contra pobres, blancos contra morenos y negros, colonos inmigrantes contra pueblos indígenas, minorías privilegiadas contra la gran masa de la población. La historia podrá haber llegado a su fin en otras partes del mundo, pero en este continente los procesos históricos se convierten en un verdadero aluvión.
La discusión aparente es por los medios, y por la decisión del gobierno de no renovar la licencia de una destacada estación, Radio Caracas Televisión (RCTV), y de entregar sus frecuencias a un canal estatal recién establecido. ¿Cuáles son los derechos de canales comerciales de televisión? ¿Cuáles son las responsabilidades de los que son financiados por el Estado? ¿Dónde debería encontrarse el equilibrio entre ellos? Son temas académicos en Europa y EE.UU., pero el debate en Latinoamérica es sonoro y apasionado. Aquí hay poca tradición de televisión de servicio público, y las estaciones comerciales a menudo recibieron sus licencias durante los días de gobierno militar.
El debate en Venezuela tiene menos que ver con la supuesta ausencia de libertad de expresión que con el problema eternamente difícil al que se refieren localmente como exclusión, una manera conveniente para referirse a raza y racismo. RCTV no sólo era una organización políticamente reaccionaria que apoyó el intento de golpe de 2002 contra un gobierno democrática elegido también era un canal supremacista blanco. Su personal y sus presentadores, en un país que en su mayoría desciende de negros e indígenas, eran uniformemente blancos, así como los protagonistas de sus telenovelas y de sus anuncios. Era una televisión colonial, que reflejaba los deseos y ambiciones de un poder extranjero.
En la fiesta final de cierre de RCTV el mes pasado, lo que más se veía en la pantalla eran rubias pulcras de cabellos largos. Tales imágenes constituyen excelente televisión para varones europeos y norteamericanos, y esas lánguidas rubias son ciertamente personajes familiares de los concursos de Miss Mundo y de Miss Universo en los que las hijas de inmigrantes recientes de Europa son invariablemente las principales participantes por Venezuela. Sin embargo su omnipresencia en la pantalla impidió que el canal fuera un espejo de la sociedad que trataba de servir o entretener. Cuando ves una estación comercial venezolana (y varias siguen existiendo) te llegas a imaginar que te han transportado a EE.UU. Todo se basa en una sociedad moderna, urbana e industrializada, remota de las experiencias de la mayoría de los venezolanos. Sus programas, argumenta Aristóbulo Istúriz, hasta hace poco ministro de educación de Chávez (y afro-venezolano), alientan el racismo, la discriminación y la exclusión.
Los nuevos canales financiados por el Estado (y hay varios, más innumerables estaciones comunitarias de radio) hacen algo completamente diferente, y poco usual en el mundo competitivo de la televisión comercial. Sus programas tienen lugar en Venezuela, y muestran un corte transversal de la población que se ve en los autobuses que circulan a través del país o en el metro de Caracas. Como en todos los países del mundo, no todos en Venezuela son bellezas naturales. Muchos son viejos, feos y gordos. Hoy tienen una voz y una cara en los canales de televisión del Estado. Muchos son sordos u oyen mal. Ahora tienen interpretación por lenguaje por señas en todos los programas. Muchos son campesinos que se expresan con dificultad. También reciben su momento en la pantalla. Su lucha inmediata y peligrosa por la tierra no es sólo observada por un documentalista de la ciudad. Se les enseña a hacer las películas ellos mismos.
Blanca Eekhout, jefa de Vive TV, el canal cultural del gobierno, lanzado hace dos años, acuñó la consigna No mires televisión, hazla. Se han organizado clases de producción de cine en todo el país. Lil Rodríguez, periodista afro-venezolana y jefa de TVES, el canal que reemplaza a RCTV, afirma que el canal se convertirá en un espacio útil para rescatar aquellos valores que otros modelos de televisión siempre ignoran, especialmente nuestro patrimonio africano. Con el pasar del tiempo, los excluidos hallarán una voz dentro de la tendencia dominante.
Poco de esto se discute en el diálogo de sordos que tiene lugar en las calles de Caracas. Para los estudiantes universitarios que protestan, la discusión sobre los medios no es más que un garrote más con el cual golpean contra el popularísimo Chávez. Pero mientras se lamentan por la pérdida de sus telenovelas favoritas, ya saben que su pérdida puede terminar por ser más sustancial. Como hijos de la oligarquía, pueden haber esperado que un día dirigieran el país. Ahora aparecen caras frescas de los barrios pobres que los desafían, una nueva clase que se educa rápidamente y que tiene la intención de arrebatarles su primogenitura.
Hace sólo algunas semanas, Chávez esbozó sus planes para la reforma universitaria, alentando un acceso más amplio y el desarrollo de un plan de estudios diferente. Nuevas universidades e institutos en todo el país diluirán el prestigio de los establecimientos más antiguos, que siguen siendo el dominio de los acaudalados, y la batalla por los medios pronto se sumergirá en una lucha más amplia por la reforma educacional. Chávez no se preocupa de las quejas y simplemente sigue adelante, con las características de un predicador evangélico: insta a la gente a llevar vidas morales, a vivir de manera simple y a resistir el cebo del consumismo. Se ha lanzado en un desafío del orden establecido que ha regido desde hace tiempo en Venezuela y en todo el resto de Latinoamérica, esperando que el mensaje de su revolución cultural pronto encuentre ecos en todo el continente.
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· Richard Gott es autor de Hugo Chávez and the Bolivarian Revolution
Tito Pulsinelli.
Analista continentale, ha pubblicato numerosi testi sulla geopolitica
latinoamericana per l'Osservatorio Indipendente Selvas.org.
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