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Venezuela.
La satanizzazione mediatica del governo venezuelano e del suo Presidente salta a pié pari un semplice dato: sette elezioni negli ultimi cinque anni, compreso un referendum in cui é stata approvata la nuova Costituzione bolivariana.
Stiamo parlando del paese sudamericano in cui si é votato piú spesso, il cui Presidente ha uno zoccolo duro di accettazione che –nei peggiori momenti- non é inferiore al 35%. Tuttavia ció non impedisce ai detrattori di lanciare accuse di fascismo e/o comunismo, castrismo, dittatura tropicale, democrazia sí ma con vocazione autoritaria, populismo ecc. Ecco le analisi che ripercorrono le fasi storiche di un confronto continentale alimentato dalla sete di petrolio e che crea un nemico omettendo le conquiste ottenute attraverso le regole della democrazia.

"Maledetta democrazia!"

Dal Venezuela, per Selvas.org, le analisi di Tito Pulsinelli



Immagini della "Gran Marcha Bolivariana" tenutasi a Caracas in occasione dei festeggiamenti per i 5 anni di governo di Chavez il 6 dicembre 2003. Le foto di questo servizio sono nell'ordine di: Rosalia Barreto - Wiston Bravo - per VENPRESS Tratte dal sito: http://groups.msn.com/CirculoBolivarianoVenezuela/conmemorandolos5aos.msnw



Caracas, 10/06/2004 -

La satanizzazione mediatica del governo venezuelano e del suo Presidente salta a pié pari un semplice dato: sette elezioni negli ultimi cinque anni, compreso un referendum in cui é stata approvata la nuova Costituzione bolivariana.
Stiamo parlando del paese sudamericano in cui si é votato piú spesso, il cui Presidente ha uno zoccolo duro di accettazione che –nei peggiori momenti- non é inferiore al 35%. Tuttavia ció non impedisce ai detrattori di lanciare accuse di fascismo e/o comunismo, castrismo, dittatura tropicale, democrazia sí ma con vocazione autoritaria, populismo ecc. E’ comune che dagli schermi televisivi, in tutti i telegiornali si denunci la mancanza di libertá di espressione ed una inminente deriva dittatoriale. Incuranti del ridicolo, continuanono imperterriti ad autosmentirsi quotidianamente in diretta.
Al di lá dello spettacolo della politica prefabbricato dall’industria della comunicazione di massa –contrastata da una sola rete statale ed un quotidiano a difusione nazionale- soffermiamo l’attenzione su di alcuni dati che aiutano ad orientarsi.

Il governo venezuelano non ha espropriato nessuna industria nazionale o straniera, ma si oppone alla privatizzazione del settore petrolifero, previdenza sociale, sanitá ed istruzione.
Finora é stato in grado di pagare puntualmente il suo debito estero ed autofinanziarsi senza passare sotto le forche caudine dell’FMI, preservando in questo modo piena autonomia nella politica economica, monetaria e fiscale.
Sono aumentate le riserve monetarie, raggiungendo un record storico ed una condizione invidiabile: il debito estero é inferiore alle riserve. Ció spiega, in parte, l’accresciuto protagonismo regionale del Venezuela che, da solitaria voce dissonante di qualche anno fa, si é convertito in propulsore dell’integrazione regionale attorno ad un asse Brasilia-Buenos Aires-Caracas, preludio della confluenza tra MERCOSUR e CAN. Questa è la barriera contro il progetto di annessione delle economie del continente all’ALCA.


All’arrivo di Chavez al governo –nel 1999- il prezzo del barile di petrolio era sprofondato a 8 dollari. Il presidente venezuelano rilanció la politica di regolazione dei volumi di greggio da immettere sul mercato, riuscendo a far resuscitare l’OPEC e silenziare la litigiositá dei paesi produttori arabi. Venne fissata una fascia di oscillazione dei prezzi da un minimo di 22 ad un massimo di 28 dollari, tuttora vigente.
Questa politica ha garantito all’erario pubblico straordinari flussi monetari. Quel che é una virtú all’interno, é un peccato mortale agli occhi degli Stati Uniti e del settore che è stato estromesso dal potere politico. Il connubio tra questi due fattori si basa su antichi interessi comuni che risalgono all’epoca del crollo del colonialismo spagnolo.

Il vecchio gruppo che aveva nelle proprie mani l’industria statale del petrolio, dirigendola come fosse una proprietá privata del loro clan, era –ed é- partigiano di una estrazione illimitata, e di non regolare l’offerta. Ma i numeri danno loro torto: il barile é passato da 8 dollari (cosa eccellente per gli USA e i tecnocrati) agli attuali 38! Conviene sorvolare sul fatto che concessero addirittura uno sconto di 2 dollari per barile agli USA con un contratto della durata ventennale: un paese non-industrializato finanzia la prima economia del mondo!

La battaglia per il controllo del petrolio é di grande rilevanza strategica, visto che sta al primo posto nella determinazione del prodotto interno lordo. Chi controlla il petrolio ha in mano i cordoni della borsa e controlla l’intero paese. E’ comprensibile, quindi, come il controllo di questo autentico Stato nello Stato abbia trasceso i confini della lotta politica e sia diventato uno scontro sociale frontale.
Scontro tra un modello di paese mono-esportatore, dipendente non solo nei manufatti industriali e tecnologici (ma persino nell’80% del consumo alimentare) e un progetto di sviluppo di una economia rivolta a soddisfare direttamente le necesità interne.
Il modello neocoloniale –battezzato sdegnosamente “stazione di benzina a sud di Miami-
ha riprodotto costantemente la dipendenza totale: i petro-dollari in entrata uscivano rapidamente per importare persino zucchero, fagioli, mais e fagioli. Tutto ció in un paese dalle grande distese verdi, incolte e ricche di risorse ídriche. La dipendenza è un modello economico pianificato dall’esterno che, in questo caso, tralascia deliberatamente di utilizzare un suolo fertile e generoso.



La rendita petrolifera era appannaggio di una minoranza sociale ostile a gettare le basi di una industrializzazione primaria, rivolta al mercato interno e all’esportazione a quello andino-caraibico. Questa borghesia “compradora” ha sempre preferito riempire i containers a Miami e dedicarse ai commerci, altamente lucrativi vista l’inesistenza dei controlli doganali e fiscali.

L’irruzione bolivariana e di Chavez sulla scena, segnano la fine del bipartitismo del franchising locale dell’internazionale socialista e democristiana, e con esso declina un modello che dalla dipendenza era degenerato in una dilagante corruzione, scandalosamente scialacquatore, popolarmente battezzato come “Venezuela saudita”. Questo ciclo rimase ferito a morte nel febbraio del 1989, quando in tutti i centri urbani si estesero a macchia d’olio i saccheggi sistematici, in risposta ad un “pacchetto di aggiustamenti” decretato dall’FMI. Il “Caracazo” (chiamata così la rivolta di Caracas – ndr.) costó qualche migliaio di morti.
Il re era nudo, si inabissó la “Venezuela saudita”: non era piú possibile continuare con quel tipo di modello economico e politico che –per sussistere- era condannato ad indebitarsi sempre piú ed escludere radicalmente settori sempre più ampi della società.

Il “Caracazo” è stata la prima insurrezione di massa contro l’FMI e rappresentó una diga contro cui si infranse posteriormente l’onda espansiva del neoliberismo. Il definitivo crack bancario in cui lo Stato dovette sacrificare preziose risorse economiche per coprire le malefatte del settore finanziario, fu il colpo di grazia ad una classe politica e ad un blocco dominante che –con una rigida ed autoritaria esclusione della sinistra e delle maggioranze sociali- avevano retto i destini del Venezuela per 40 anni.

Il governo bolivariano di Hugo Chavez si affrettó ad approvare una riforma agraria che penalizzava le terre oziose, lasciate all’abbandono e non coltivate. Due milioni di ettari sono stati assegnati a cooperative e piccoli produttori, rispondendo al clamore generale di giustizia che non tollerava l’improduttivitá del ricco suolo. La sovranitá alimentare, ossia l’abbattimento progressivo delle importazioni agro-alimentari é un obiettivo strategico sostenuto con stanziamenti finanziari per le cooperative e i piccoli produttori.
Sono state proibite le coltivazioni transgeniche e si punta ad una autosufficienza caratterizzata da sementi 100% naturali. In questo processo, un centinaio di dirigenti contadini sono stati assassinati dai paramilitares colombiani assoldati dai proprietari terrieri nelle sterminate regioni agricole lungo la frontiera.

La nuova legge sugli idrocarburi riafferma la proprietá statale del petrolio, elevandola al rango costituzionale: per privatizzare bisogna cambiare la Costituzione. Lo sfruttamento delle incalcolabili risorse energetiche situate alla foce dell’Orinoco é stato aperto alle compagnie private straniere. Non solo alle compagnie USA, come avveniva nel passato, ma anche a quelle russe, norvegesi ecc, iniziando una salutare diversificazione dei patners e dei mercati. La legge ha quintuplicato la percentuale che le multinazionali devono versare allo Stato.

Il bilancio per l’istruzione e la sanitá é il piú elevato del continente. E’ stata creata dal nulla una rete di assistenza medica preventiva nei settori urbani poveri e in quelli rurali, in virtú di un convengo di interscambio con Cuba.
Per quella parte preponderante della popolazione esclusa dal sistema sanitario, é la prima volta che dispongono di un medico in ogni quartiere. Il riflesso positivo si concretizza nella diminuzione del 30% nell’afflusso nelle strutture ospedaliere.



In questo momento, il 30% della popolazione é impegnata negli studi, sia nel ciclo della scolarizzazione normale, come nelle campagne di alfabetizzazione e per completare il ciclo pre-universitario. Molti dei partecipanti ricevono una borsa di studio equivalente ad un salario minimo. Si tratta di uno sforzo di grande valore sociale, e comporta una sfida organizzativa condotta al di fuori delle inefficienti istituzioni scolastiche tradizionali.
Per garantire il diritto allo studio a tanta gente, é stato indispensabile creare una rete ex novo. Si doveva, infatti, neutralizzare le vecchie mafie sindacali che –grazie ad un privilegio corporativo che garantisce il salario anche quando scioperano- hanno costantemente sabotato il sistema educativo pubblico. Non garantiscono nemmeno 200 giorni di studio all’anno.

La politica salariale del governo si é sinora contraddistinta, principalmente, con la reintegrazione dell’inflazione nel salario minimo.
Questi sono i lineamenti concreti di questa terribile “dittatura comunista”, colpevole di perseguire un progetto di sviluppo nazionale non ortosso, non proiettato verso l’esterno, ma orientato a soddisfare prioritariamente il mercato interno. L’eterodossia bolivariana ostacola i monopoli nazionali e stranieri, incoraggia ed appoggia la piccola industria, le coperative, e privilegia gli investimenti produttivi di lungo periodo, al posto di quelli volatili nella girándole delle borse.

Il cocetto di “riformismo” é estraneo al lessico e all’orizzonte concettuale dei vecchi e anchilosati gruppi oligarchici, mentalmente colonizzati, accaniti seguaci del “tutto e subito”. Non hanno mai accettato il nuevo corso, sottovalutando sistemáticamente la forza del nuovo blocco sociale che si é formato, e si sono illusi di recuperare il potere politico con la sovversione, il golpismo e il vassallaggio.
In un primo momento riscorsero alla soluzione tradizionale del classico colpo di Stato. Sbagliarono i conti: 50 generali fascistoidi non poterono coinvolgere l’istituzione militare nell’avventura antidemocratica. L’unitá civico-militare non é un semplice slogan, ma un principio che plasma e rende peculiare il nuevo assetto di potere venezuelano. L’oligarchia perse cosí tutti i dirigenti ad essa adepti nelle fila delle forze armate

Nove mesi dopo, per arrivare alla restaurazione imboccarono la strada della guerra economica, del sabotaggio, con l’ammutinamento dei tecnocrati del petrolio, serrata padronale e taglio delle linee dei rifornimenti alimentari alle cittá. L’ammontare dei danni che causarono furono come quelli di una guerra: 10 miliardi di dollari, con una caduta del 28% del prodotto lordo. La popolazione non reagí come avevano sognato le elites : non vi furono né violenza, né saccheggi, non venne nemmeno proclamato lo stato di emergenza. La gente si autorganizzò per strappare alle forze della restaurazione ogni spazio sociale, agendo dal basso, ed imponendo il ritorno alla legalità in ogni scuola, fabbrica, centro di distribuzione, ufficio pubblico ecc.
Il prezzo che dovette pagare la destra fu la perdita del controllo del gioiello della corona: espulsione dall’industria petrolifera e sgretolamento del monopolio dei grossisti del settore alimentario. Molti protagonisti della serrata non ressero due mesi di inattivitá e fu bancarrota per i piccoli industriali.
Il colpo piú duro, peró, arrivó con il decreto di blocco cambiario e il controllo delle importazioni. L’arma della fuga di capitali venne cosí vanificata. Nel trimestre precedente alla serrata, infatti, avevano concimato il terreno della destabilizzazione trafugando ben 4 miliardi di dollari.

Il potere economico e mediatico, gran parte del ceto medio, con il sostegno della metropoli imperiale, fanno quadrato, resistono con ogni mezzo –soprattutto illegale- e persistono nello scontro frontale con la nuova istituzionalitá con l’obiettivo di creare artificialmente l’ingovernabilitá.
Gli spazi di manovra del governo bolivariano che gli hanno permesso di sfuggire parzialmente a questa morsa mortale, sono garantiti dall’appoggio di una straordinaria rete sociale di movimenti e dalla lealtá dell’esercito alla Costituzione..
Senza di questo, e senza l’invidiabile rendita petrolifera, il conflitto tra le elites e le maggioranze sociali si sarebbe giá concluso a favore delle prime.

Questi sono anche i ristretti margini dentro cui possono muoversi le forze del cambiamento nei paesi latinoamericani, quando arrivano al potere politico attraverso le regole della democrazia rappresentativa. La lezione che viene dal Venezuela indica gli ostacoli e le strettoie che si presentano per la conformazione di una nuova egemonia sociale: il potere economico non esita a far ricorso all’illegalità e alla violenza. E conta con l’avallo, copertura e finanziamento degli Stati Uniti e il succube silenzio degli europei.

E’ una lezione che insegna molto, ma non tutto, dato le molteplici differenze di varia natura che esistono nelle varie geografie sociali e nazionali, tantomeno puó essere elevato a modello. Tra l’altro perché la partita in Venezuela é ancora aperta.




Tito Pulsinelli, collaboratore di Radio Onda d'URTO di Brescia.
E-mail alla redazione: info@selvas.org