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11-06-2008
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:: PERU'::

Non è improbabile che il Perù dovrà affrontare nel prossimo futuro sia una crisi alimentare e sia un disastro ambientale. I presupposti ci sono tutti: appoggio incondizionato alle imprese multinazionali, abbandono dell’agricoltura tradizionale, disimpegno sulle problematiche sociali, rinuncia all’azione di controllo sui prezzi e sulla qualità. Inoltre il secondo governo di Alan Garcia indica nella privatizzazione delle risorse naturali il metodo per fronteggiare la globalizzazione.

La crisi del sistema Stato/Ambiente

Da Huancayo - Perù Sergio Rossa per Selvas.org


Immagine evocativa, relativa alla campgna di investimento promossa da PeruPetro SA, a favore dello sfruttamento idrocarburifero

30 maggio 2008

La corsa al sostituto vegetale del petrolio sta mettendo in crisi, forse in modo irreversibile, il sistema economico mondiale. Inflazione e recessione colpiscono un po’ tutti i paesi del globo. Centinaia di migliaia di ettari di terre che producevano per il consumo umano, ora generano la materia prima per distillare etanolo. Negli Stati Uniti il prezzo del riso è quadruplicato e i supermercati hanno dovuto porre dei limiti all’arrembaggio delle casalinghe: non si possono comprare più di 10 chili alla volta. Pure in Europa le forniture di grano, mais, soia ecc. hanno subito una riduzione con il conseguente rincaro dei prezzi.
In Perù, nonostante l’abolizione delle barriere doganali, l’olio vegetale è aumentato del 100% e le derrate alimentari derivate da prodotti vegetali tra il 5 e il 20% portando l’inflazione, nel 2007 secondo i dati ufficiali, a poco meno dell’8% su base annua, ma ben oltre il 10% se si tiene conto del prelievo reale dalle tasche della gente. I mezzi di comunicazione allineati con il regime si sforzano di far passare il messaggio che i forti aumenti sono dovuti alla congiuntura internazionale, ma la realtà è un’altra. Il Governo, per evidente miopia politica ed economica, ha lasciato cadere sul nascere quello che sarebbe potuto diventare il suo più grande successo, ossia il TLC interno, che avrebbe calmierato i prezzi e dato lavoro ai contadini.

:: Ambiente Perù 1 ::
PERÙ CREA MINISTERO DELL’AMBIENTE

(FB - misna.org/14 maggio 2008)
“L’obiettivo è preservare l’enorme ricchezza naturale e la bio-diversità del Perù ed evitare il suo degrado a causa dell’attività umana. È uno sguardo al futuro di enorme importanza che contribuirà a far crescere il paese”: così il presidente Alan García ha annunciato la creazione del ministero dell’Ambiente a margine dei lavori del V Vertice tra America Latina e Caraibi e l’Unione Europea (Alc-Ue). Il nuovo dicastero, ha precisato García, valuterà e controllerà tutte le attività inerenti all’ambiente, dallo sfruttamento minerario, alla produzione agricola, alla pesca; sarà inoltre incaricato di formulare una politica che protegga il Perù dagli effetti dei cambiamenti climatici, in particolare la mancanza di acqua dolce e lo scioglimento dei ghiacciai. “Contribuirà anche a ridurre i conflitti sociali inerenti alle questioni ambientali” secondo il ministro dell’Agricoltura, Ismael Benavides. Sempre a margine del Vertice, Benavides ha annunciato “una campagna per spronare la popolazione a cambiare le sue abitudini alimentari, promuovendo il consumo della patata a fronte dell’aumento dei prezzi internazionali di grano, mais e soia, prodotti per cui il Perù dipende dal mercato estero”. Ricordando che il 69% dei ‘campesinos’ delle Ande peruviane vive in condizioni di povertà, il ministro si è detto convinto che “l’aumento del consumo e della produzione andrà a beneficio dei settori più deboli”. Il Perù produce 3,2 milioni di tonnellate di patata l’anno di cui vanta 91 specie e 2800 varietà sul totale delle 3900 esistenti nel pianeta; il consumo annuo è di 77 chilogrammi pro capite che il governo spera di aumentare a 100 entro il 2011.
Se il valore dei prodotti alimentari è in rapida crescita, si sono abbassati, invece, i prezzi dello zucchero biondo e del rum dato che è aumentata la superficie coltivata a canna da zucchero di cui sono derivati. Tale aumento coincide con il Trattato di Libero Commercio firmato con gli Stati Uniti, che entrerà in vigore nel 2009, in cui l’etanolo, altro derivato della canna da zucchero, fa la parte del leone. Non a caso, ancor prima della firma del trattato, le multinazionali e le imprese di casa si son date da fare per acquisire le aziende peruviane produttrici di canna da zucchero.

Per esempio il Gruppo Gloria, che fino allora si occupava di latte, ha acquistato Casa Grande e Pucala, ed è in prima fila per comprare Pomalca (partecipata dallo Stato che ne vuole vendere la quota), il maggior produttore di rum del Perù che disponeva, fino al 2006, dell’unico stabilimento peruviano di produzione di etanolo. Ora gli stabilimenti di produzione di biocombustibili sono in rapido aumento; per esempio all’inizio del 2007 il mandatario peruviano ha partecipato alla cerimonia di sottoscrizione di un contratto con l’impresa statunitense Maple Etanol, che prevede un investimento di 100 milioni di dollari per coltivare la canna da zucchero su terreni non coltivati della regione Lambayeque e produrre biocarburante. Ma si sa anche dell’interesse in questo senso di altre imprese, europee e asiatiche.


Le cartine evidenziano l'aumento esponenziale di progetti estrattivi (Petrolio e Gas) del Perù e mette a confronto e percentuali di territorio ne dicembre 2004 con il dicembre 2006.


In questo momento il Perù sta spingendo perché si firmi un trattato di libero commercio con l’Europa Unita, ma questa sta cercando di porre una pezza alla crisi d’approvvigionamento alimentare abolendo gli incentivi ai biocombustibili. Significa che s’inclinerà a favore dell’importazione di prodotti alimentari oppure che cercherà di ridurre le aree produttrici di etanolo di casa sua importando l’alcool etilico peruviano?
Ma anche se l’Europa rinuncia ad importare etanolo, ciò non vuol dire affatto che il Perù rinuncerà ad esportarlo! Sono già pronti i trattati con la Cina e altri paesi asiatici e, si sa, il Governo peruviano sta promuovendo l’immagine di nazione esportatrice di materia prima, possibilmente prodotta e commercializzata dalle multinazionali.
Ora, un aumento delle esportazioni di petrolio vegetale può darsi solo: o con la conversione di prodotti agricoli a bassa produzione di etanolo con altri ad alto contenuto d’alcool etilico, oppure con la deforestazione selvaggia per creare piantagioni di canna da zucchero, mais, soia e quanto altro ancora, destinate ovviamente alla produzione di biocombustibili. Se nel primo caso ci troveremmo di fronte a una probabile crisi alimentare, nel secondo andremmo in contro a un disastro ambientale che potrebbe avere ripercussione sull’intero globo terracqueo.

Ma i Governi rispondono sempre a logiche settarie, sicché non è improbabile che il Perù dovrà affrontare: e una crisi alimentare, e un disastro ambientale. I presupposti ci sono tutti: appoggio incondizionato alle imprese multinazionali, abbandono dell’agro, disimpegno dalle problematiche sociali, rinuncia all’azione di controllo sui prezzi. I risultati, pure, sono nell’occhio di tutti: maggior conflittualità negli ambienti di lavoro, aumento della contaminazione (per esempio, un’impresa esportatrice di carciofi della valle del Mantaro ha dovuto chiudere i battenti perché i suoi prodotti erano inquinati dal piombo emesso a 100 Km di distanza dagli stabilimenti della Doe Run de La Oroya), fracasso dei progetti agricoli (fra tutti quello della “Sierra Exportadora”, uno dei cavalli di battaglia dell’attuale Presidente durante la campagna elettorale), nessun incentivo alla produzione per i piccoli e medi agricoltori (in compenso si danno 200 dollari ad ogni professore che voglia comprarsi un laptop), nessuna fiscalizzazione sui prodotti beneficiati dall’abolizione del dazio doganale.
E tutto questo mentre l’indice di povertà supera il 50% e quello dell’estrema povertà il 20%.



El Quilish - Manifestazioni cittadine contro la miniera di oro che contamina la falda acquifera

Il progetto di legge 840, denominato “Ley de la Selva”
Tuttavia, la ciliegia sulla torta è rappresentata dal progetto di legge per lo sfruttamento della Selva peruviana.
Ormai sta diventando un’abitudine: il Governo peruviano propone leggi nel più ortodosso rispetto dei canoni neoliberisti, ma di fronte alle proteste massive della popolazione, fa marcia indietro. Questo è successo con la proposta di modifica della legge sull’Educazione, come pure con la denominata “legge della Selva” che pretende dare allo Stato il diritto di vendere grandi estensioni di foresta amazzonica con il fine che questa diventi un polo produttivo di legname pregiato e di … etanolo. La geniale idea era venuta all’attuale presidente della Repubblica, Sr. Alan Garcia, che, nel suo affanno protagonico, si era lanciato a filosofare sulla miglior maniera di fronteggiare la globalizzazione, producendo una serie di articoli apparsi sul giornale conservatore “El Comercio”.
:: Ambiente Perù 2 ::
PERÙ: Alan García lanza estocada a las comunidades campesinas y nativas

(Servindi - 21 de mayo de 2008) “El gobierno publicó ayer en el diario oficial El Peruano el Decreto Legislativo N° 1015 que reduce de dos tercios al cincuenta por ciento la exigencia para disponer, gravar, arrendar o ejercer otro acto sobre las tierras comunales de la sierra o selva.
Se trata del mismo texto del Proyecto de Ley 1992 que se encontraba en trámite en el Congreso de la República y que ahora se promulga “al amparo de las atribuciones concedidas” por el Congreso, reza la norma.
Según dicha atribución el Congreso otorgó un plazo de 180 días calendario para que el Poder Ejecutivo legisle sobre diversas materias referidas al Tratado de Libre Comercio (TLC) suscrito con Estados Unidos.
La Ley 26505 fue promulgada en julio de 1995 por el régimen de Alberto Fujimori para promover la inversión en tierras comunales, especialmente en las comunidades de costa.
El artículo 10 de dicha norma -que ahora ha sido extendido a las comunidades de sierra y selva- permite que los posesionarios comuneros adquieran en propiedad tierras comunales con el voto de no menos “del cincuenta por ciento de los comuneros posesionarios con más de un año.”
Incluso permite permite la adquisición en propiedad a favor de comuneros no posesionarios o de terceros con el voto a favor de no menos del cincuenta por ciento “de los miembros asistentes a la Asamblea instalada con el quórum correspondiente”.

Attraverso di questi cercava di chiarire i motivi della scarsa capacità del popolo peruviano di generare ricchezza e, contemporaneamente, proporre delle soluzioni. La tesi principale verteva sull’immobilismo delle persone colpite da quella che lui chiama: la sindrome del “perro del hortelano” (cane dell’ortolano). Chiariamo che “hortelano” non significa colui che vende ortaggi, bensì la persona che li produce. Questo cane dunque, ovviamente più avvezzo a mangiar carne la quale, a causa dello sfortunato destino di avere un padrone ortolano, scarseggia nella sua ciotola, non mangia ma neppure lascia mangiare gli altri. Come dire che il peruviano, che sta seduto su un suolo che universalmente viene riconosciuto come assai ricco, non avendo la capacità di sfruttare adeguatamente il suo ambiente, non lo lascia sfruttare neppure a coloro che, avendone la capacità, potrebbero apportargli ricchezza. Orbene, dice il sig. Garcia, chi è quel tonto che investe soldi, materiali e capacità tecnico-produttive in qualcosa che poi non rimane suo? È pur vero che lo Stato, finora, usa l’istituto della concessione per permettere ad imprese nazionali e straniere di esplorare e sfruttare le risorse presenti sul territorio, ma, secondo l’attuale Presidente, lo sfruttamento forestale richiede di tempi ben più lunghi dei sessant’anni previsti dalla concessione. Inoltre, considerando la bazzecola rappresentata dall’estensione massima concedibile di 10.000 ettari permessi dall’attuale legge (votata dal precedente Governo neoliberista del sig. Alejandro Toledo), propone di ampliarla a 40.000 ettari. Dunque, se un’impresa dispone di 40mila ettari tutti suoi nei quali può farci ciò che più le aggrada, sicuramente genererà ricchezza e, forse, qualche posto di lavoro.

Per la verità, il progetto di legge parlava di terreni senza copertura boschiva e non coltivati, ma non sono passati che pochi mesi da quando scoppiò lo scandalo della concessione da parte dell’INRENA (Istituto Nacional de Recursos Naturales) di un lotto di foresta vergine a un’impresa di legname. Dato che non esiste un catasto delle terre incolte e senza copertura boschiva, la preoccupazione di molti è che grandi estensioni di foresta vengano attribuite a compagnie senza scrupoli il cui unico scopo è la depredazione delle risorse forestali o l’introduzione di monoculture altrettanto dannose all’ambiente. Inoltre molte di queste aree vendibili o cencessionabili apparterrebbero alle popolazioni native che vivono ancora di sussistenza e applicano un’agricoltura tradizionale usando i terreni a rotazione.


È ovvio che le reazioni non si sono fatte aspettare, e non solo da parte delle ONG’s o dei settori progressisti della Chiesa, ma anche quelle di certi organismi statali. La Commissione di Economia del Congresso della Repubblica, infatti, si è pronunciata a favore della legge vigente come pure hanno fatto il Governi delle regioni direttamente interessate al problema. Alberto Barandiarán, presidente dell’associazione spagnola senza fini di lucro “Derecho, Ambiente y Recursos Naturales” (DAR), ha contestato la proposta di legge frutto, secondo lui, di un errore concettuale di valutazione, osservando che l’investimento delle imprese minerarie è abbastanza alto, ancorché utilizzino il sistema della concessione. Ha assicurato che questo tipo di idee non promuovono la riforestazione e non generano nuovi posti di lavoro. Ha espresso il suo timore che il progetto di legge 840/2006-PE serva per promuovere le piantagioni destinate alla produzione di biocombustibili (mais, canna da zucchero, soia e grano, tra gli altri), "e anche questo è un problema, perché non si sono valutati dettagliatamente quali saranno i costi e i benefici di questo tipo di piantagioni".
Alcuni parlamentari considerano il progetto di legge come incostituzionale giacché, secondo la Costituzione Politica (Art. 66), le risorse naturali sono un patrimonio della Nazione e possono essere date solo in concessione ai privati.

I settori progressisti della Chiesa sono da sempre allineati con i diritti delle popolazioni native. Nel documento finale della V Conferenza Episcopale del 2007 ad Aparecida in Brasile, si cita espressamente: "Oggi, i popoli indigeni sono minacciati nella loro esistenza fisica, culturale e spirituale; nei loro modi di vita; nella loro identità; nella loro diversità; nei loro territori e progetti" (No. 90). Viene costatato inoltre che: "nelle decisioni sulle ricchezze della biodiversità e della natura, le popolazioni tradizionali sono state praticamente escluse. La natura è stata e continua ad essere aggredita. La terra è stata depredata. Le acque vengono trattate come se fossero una mercanzia negoziabile dalle imprese..." (No. 84).


Popoli
Achuar - Le popolazioni originarie, mazzoniche o andine sono rimaste le ultime sentinelle dell'ambiente.


Il progetto di legge ha generato il rifiuto unanime degli abitanti della Selva peruviana, ma anche molti settori della Sierra e della capitale (tradizionalmente più accondiscendente con le opinioni presidenziali) hanno espresso valutazioni sfavorevoli.
:: Il caso Perù - La OROYA::
Svendita ambientale in Perù
Il secondo governo di Alan Garcia si sta caratterizzando per il deciso cambio di direzione della sua politica: basta terra ai contadini, basta sussidi all'agricoltura, ora tutto deve passare in mano privata. In un suo articolo apparso su un quotidiano nazionale il Presidente del Perù arriva addirittura ad ipotizzare la vendita di boschi, miniere, coste e lembi di mare alle imprese private: “Vendita perché, - dice - chi è il tonto che investe denaro senza aver la sicurezza di lauti guadagni nel medio e lungo termine? E quale miglior sicurezza di quella data dalla proprietà?”. Il conflitto ambientale, la salute e la difesa del territorio e due casi esemplari in Perù: La Oroya e Majaz.

Sergio Rossa >>
newsPE0108.html

Come già detto, di fronte a tante critiche il Governo ha fatto marcia indietro: ha proposto inizialmente delle modifiche che non cambiavano essenzialmente l’idea originale (si davano solo più poteri alle regioni) e poi ne ha sospeso il dibattito. Come dire, lasciamo decantare il problema e affrontiamolo in un altro modo e momento, magari con piccoli avvicinamenti successivi, per non agitare le acque, fino ad ottenere ciò che vogliamo.
Non sembra infatti che il sig. Alan Garcia sospetti di non essere completamente allineato con le richieste ed i desideri dei suoi compatrioti. O meglio, forse lo sospetta, ma considera i peruviani, secondo quanto pubblicato dal giornale spagnolo ABC in occasione della sua visita in quel paese a fine gennaio 2008, oppressi da ideologie deformanti che impediscono di vedere le cose pratiche e che portano all’intolleranza.
Quantunque il Perù possa contare su cotanto eminente filosofo, o forse proprio per questo, la popolarità di Alan Garcia è in caduta libera; secondo un recente studio di fonte messicana, il presidente peruviano è uno dei tre mandatari più impopolari dell’America Latina tanto che molti settori del suo stesso partito lo contestano.


Sembra proprio che i governanti peruviani non riescano a liberarsi dalla “sindrome del vicereame”: non sanno pensare e proporre idee nuove limitandosi a seguire la corrente della congiuntura internazionale!
In realtà, i limiti del Perù attuale sono i limiti della maggior parte dei paesi del mondo (e, più in generale, i limiti della democrazia stessa) dove piccole oligarchie hanno preso il potere mediante il controllo dei mezzi d’informazione di massa. I presidenti eletti “democraticamente”, ma all’occorrenza manipolando i dati delle urne, non sono che l’espressione di questi gruppi dominanti, i quali ricercano il profitto anche a costo di distruggere il pianeta. Agli uomini di buona volontà non resta che denunciare questo stato di cose sperando di essere ascoltati.



En conferencia de prensa realizada en Lima, el pasado 6 de junio, el Movimiento por la Salud de la Oroya, y profesionales presentaron la caótica situación de contaminación permanente por la emanación de gases tóxicos de la fundición del Complejo Metalúrgico de la Oroya.

Perú: otro caso “Chernobyl” en Sudamérica?

De Servindi.org

(Reportage original con fotos y audios)


Rosa Amuro Presidenta Movimiento por la Salud de la Oroya, acompañada de el Abogado Carlos Chirinos y el Medico Hugo Villa medico de ESSALUD de la Oroya, denunciaron a Ira Rennert y su Empresa Doe Run Perú de ocasionar la peor “epidemia silenciosa”.

A su vez, demandaron al Estado peruano, Ministerio de Salud, al Ministerio del Ambiente, la ciudadanía y a laComunidad Internacional, tomar medidas a favor de los niños, niñas, mujeres gestantes, personas de la tercera edad y población en general afectadas por el “veneno ambiental” que vive su población.

Los miles de kilos de plomo, cadmio y arsénico que son emitidos diariamente por la fundición, quedan atrapados en los estrechos cañones que caracterizan La Oroya creando una especie de cámara de gas constante.

Evidente Emanacion de gas toxicoEste “aire” es absorbida por la población de La Oroya, y que viene causando la aparición de daño cerebral irreversible en los niños, cáncer, e incluso la muerte.

La contaminación es tan desenfrenada que más del 99% de los 12.000 niños que viven en La Oroya, tienen la sangre envenenada con plomo.

También fue presentado en la conferencia de Prensa y los contenidos audiovisuales, afiches, volantes, y sitio web de la campaña “salvemos la Oroya”.

Usted puede ver los 3 videos desde este enlace www.salvemoslaoroya.org/pages/galeria.php#

Para que Usted tenga una visión más cabal del problema planteado, publicamos parte del contenido del sitio web cuya dirección electrónica es www.salvemoslaoroya.org

La Oroya Agoniza:

La Oroya es una ciudad ubicada a 175 Km. de Lima, en el departamento de Junín (Perú). En 1922 se convirtió en un centro metalúrgico cuando la empresa Cerro de Pasco Copper Corporation inició sus operaciones.

Desde entonces, la vida y la economía de esta población de aproximadamente 30,000 habitantes, gira en torno a las necesidades de esta gran fundición.

La misma que es responsable de la contaminación por plomo, arsénico, dióxido de azufre y otros metales pesados que emite diariamente al medio ambiente, a través de una enorme chimenea que parece dominar la ciudad.

Las consecuencias de la exposición a estos contaminantes, van desde el deterioro irreversible del sistema respiratorio, diferentes tipos de cáncer, efectos adversos en el sistema reproductivo y en el desarrollo y daños a órganos vitales.

También se han reportado cambios de conducta y en la actividad cerebral y agotamiento permanente, sobretodo a niños y niñas menores de 6 años.

A pesar de ello, las autoridades de salud y ambientales del Perú no han cumplido las obligaciones de control a la actividad metalúrgica y de protección a la salud de las personas.

La Oroya es el único lugar en América del Sur, de acuerdo a un informe del Blacksmith Institute (2006), que presenta los peores niveles de contaminación y afecta seriamente la salud de las personas.

Por ello ha sido incluida en una escalofriante lista de los 10 lugares más contaminados del mundo, junto a Chernobyl donde ocurrió el mayor accidente industrial del mundo.

Tmbien, Dzerzhinsk una ciudad rusa donde se fabricaban armas químicas, Linfen donde se desarrolla la industria de carbón en China y Rapinet donde más de 3 millones de personas están afectadas por desechos de curtiduría en La India.



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Sergio Rossa - Volontario laico, insegnate di lingua e letteratura italiana
Responsabile dei progetti in Huancayo:
Centro Social Piloto de Ocopilla Jr. Omar Yali # 301
Huancayo e-mail: sergio_rossa@hotmail.it


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