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1-11-2006
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:: LA RESISTENZA DI OAXACA::

L'escalation della violenza contro la popolazione di Oaxaca non ha giustificazioni, se non una pericolosa strategia d'intimidazione delle proteste sociali. Il Messico, prossimo al cambio di presidente, si scopre impreparato a dare risposte democratiche alle richieste di giustizia, equità e diritti sociali ancora negati.

Oaxaca brucia

Per Selvas.org Claudio Albertani e Tito Pulsinelli

02 novembre 2006


Le foto di questo servizio sono tratte da http://mexico.indymedia.org/ e siriferiscono alla resistenza nella zona universitaria di Oaxaca del 2 novembre
:: APPO ::

“Non possono cacciarci
dalla nostra città”

Di Claudio Albertani

Oaxaca è oggi lo specchio del Messico. Una ricchezza indecente si mescola qui con una povertà insultante: i palazzi coloniali  nascondono a mala pena le case di cartone, i numerosi ipermercati esibiscono merci inaccessibili ai più, i pistoleros e le guardie bianche massacrano chiunque protesti.
Crogiolo di culture -zapoteca, mixteca, triqui e mixe-, negli ultimi anni la città capitale è stata rimessa a nuovo e trasformata in una colossale impresa turistica che apporta molti soldi agli investitori e poco o nulla agli indigeni che continuano ad essere vittima di un razzismo crudele anche se, paradossalmente, essi costituiscono la principale attrazione locale.
In queste condizioni non è possibile governare senza ricorrere alla violenza mafiosa. Come Felipe Calderón -il presidente “eletto” che sostituirà Fox il primo dicembre- il governatore di Oaxaca, Ulises Ruiz Ortiz (del PRI) è arrivato al potere per la via di una colossale frode elettorale e dunque senza la minima legittimità. Come i suoi predecessori, si sostiene grazie all’alleanza con i cacicchi locali e ad un patto tacito con il PAN, il partito del presidente Fox.
Nel 2004, appena eletto, Ruiz dichiarò guerra al quotidiano indipendente Noticias, mandando a bruciare i chioschi dove si vende ed occupando militarmente la sua sede, senza tuttavia riuscire a farlo tacere. Poi venne il turno della Sezione 22 del sindacato degli insegnanti elementari -70000 aderenti-, un organismo indipendente con una lunga tradizione di lotta e radici profonde nella realtà locale.
Il 14 giugno di quest’anno, Ruiz fallì un tentativo di sgomberare il centro della città occupato dagli insegnanti della Sezione 22 in sciopero per ottenere l’equiparazione salariale. La popolazione li difese spontaneamente e nei giorni successivi vi furono due grandi manifestazioni alle quali parteciparono decine di migliaia di persone. Il 23 sempre di giugno, circa 400 organizzazioni sociali dettero vita alla APPO -Asamblea Popular del Pueblo de Oaxaca-, foro permanente ed organo decisionale del movimento. Significativamente, la voce Pueblo fu trasformata poi in Pueblos, per indicare la pluralità dei partecipanti e l’esplicita esclusione dei partiti politici tradizionali.
L’occupazione si rafforzò e, di fronte ai persistenti attacchi dei paramilitari, si innalzarono centinaia barricate non solo nel centro, ma anche nei quartieri periferici (se ne sono contate fino a 3000). Il movimento si unì intorno ad una domanda non negoziabile: la cacciata di Ulises Ruiz. Venne istituita una commissione formata da delegati revocabili con il compito di portare avanti le trattative con il governo federale. Di fronte all’assenza di una risposta chiara, la APPO rispose occupando gli uffici di governo, la procura della repubblica ed il parlamento locale. 
Il 5 luglio, tre giorni dopo le elezioni presidenziali, la APPO si proclamò unico governo legittimo di Oaxaca il che non è una affermazione esagerata se si considera che da allora Ulises Ruiz ha fatto solo rare apparizioni in città e le istituzioni ufficiali operano nella clandestinità.
Una data molto importante è il 22 agosto quando di fronte ad un’ennesima aggressione, la APPO assunse il controllo delle 12 stazioni radio di Oaxaca trasformate da allora in strumenti di comunicazione alternativa.
I grandi problemi nazionali ed il movimento contro la frode presidenziale fecero passare in secondo piano la situazione di Oaxaca. Le trattative con la sezione 22 e con la APPO continuarono, senza tuttavia approdare a nulla. In un certo senso questa assenza dello stato offrì un respiro al movimento che rinsaldò la sua anima autogestiva ed anti-istituzionale. 
Continuò tuttavia la sporca guerra di Ulises Ruiz contro la APPO e  a principio di ottobre vi erano già una dozzina di vittime. Le cose precipitarono venerdì 27 ottobre quando paramilitari e pistoleros del PRI ammazzarono Brad Will, giornalista indipendente di Indymedia e due membri della APPO in scaramucce verificatesi presso barricate situate nel comune di Santa Lucia del Camino, a pochi chilometri dal centro di Oaxaca. Tali provocazioni furono usate dal governo federale per giustificare l'intervento della Policia Federal Preventiva (PFP), un corpo militarizzato, specializzato in operazioni di ordine pubblico e controinsurrezione.
Il ministro degli interni, Carlos Abascal, lanciò un ultimatum: consegnare immediatamente il centro storico della città, gli edifici pubblici e gli uffici di governo o attenersi alle conseguenze. Nel frattempo, la PFP avanzava su Oaxaca allo scopo di “rimuovere le barricate e liberare le vie di comunicazione”. Sabato notte, la APPO esortava il popolo a rinforzare l’autodifesa. 
Domenica 29, la città fu sigillata ed isolata dal resto del Messico: non si entrava e non si usciva se non attraverso i posti di blocco dell’esercito. Verso le ore 14, 4000 agenti della PFP appoggiati da elicotteri e blindati occuparono Oaxaca. Nel frattempo, circa 5000 soldati prendevano posizione nei punti nevralgici delle regioni circostanti.
Simultaneamente, la Agenzia Federal de Informaciones (AFI) e la Procura della Repubblica perquisivano le case degli attivisti della APPO e della sezione 22.
Alle 19, dopo varie ore di scontri, la PFP riuscì ad entrare nello zocalo (piazza principale) prendendo possesso delle radio occupate che interruppero quindi le trasmissioni. Domenica sera trasmetteva solo Radio Universidad, ultimo bastione della comunicazione alternativa in città.
Di fronte ai gas lacrimogeni ed agli idranti che sparavano acqua con acido (non si sa quale e soprattutto si ignorano i suoi effetti), la APPO si difese con pietre, bottiglie molotov ed incendio di autobus. Malgrado l’occupazione  riuscì ad organizzare immediatamente una manifestazione di protesta alla quale parteciparono varie migliaia di persone.
All’imbrunire la città presentava un aspetto desolato: veicoli in fiamme, case danneggiate, strade distrutte. E nuove vittime: l’infermiere Jorge Alberto López Bernal, il maestro Fidel García ed un ragazzo di 12 anni, ancora non identificato. Vi erano inoltre circa 60 detenuti –tra i quali un numero indeterminato di torturati- decine di abitazioni perquisite ed un numero indeterminato di desaparecidos.
Verso sera la APPO si ripiegava in direzione della Città Universitaria mentre il centro si copriva nuovamente di barricate che, in pratica, circondavano i militari che dormivano nello zocalo (dopo aver saccheggiato i negozi).
Lunedì 30 ottobre, in città non vi era elettricità e neppure trasporto pubblico. Le televisioni ammettevano che la PFP non riusciva a controllare la situazione mentre la APPO continuava a tenere alcune barricate nei quartieri periferici. Martedì aveva ripreso il controllo di una parte del centro nei prssi della piazza Santo Domingo.
Sebbene è improbabile che la APPO riesca a mantenere le sue postazioni, è chiaro che la storia non è finita. “Non possono cacciarci dalla nostra città” era lo slogan che trasmetteva in continuazione Radio Universidad assediata dai paramilitari e dalla polizia.
Nel frattempo arrivava la solidarietà dell’EZLN che mercoledì primo novembre realizzava blocchi stradali in Chiapas ed una concentrazione a Città del Messico con la partecipazione del comandante Zebedeo. Nei prossimi giorni, è possibile che il conflitto si estenda ad altre regioni. La Comune di Oaxaca non è morta. 

 
 




Se Oaxaca fosse solo la "miccia"

Di Tito Pulsinelli


Non si è fatta attendere la protesta contro l'invio delle forze militari
a debellare la semestrale lotta generalizzata nella meridionale regione di Oaxaca,  e si è resa visibile in varie forme e in molti punti della geografia messicana.
 
Durante tutta la giornata di ieri, la rete stradale del Chiapas è stata bloccata in 18 punti, isolando San Cristobal de las Casas e il capoluogo regionale, con ripercussioni sul traffico diretto al vicino Guatemala. I blocchi duravano 45 minuti, poi durante un quarto d'ora autorizzavano la circolazione.
A El Paso, frontiera con il Texas, è stato  bloccato il ponte internazionale Lerdo. A questa protesta hanno partecipato manifestanti nei due lati della frontiera, mentre  un elicottero della polizia frontaliera degli Stati Uniti sorvolava sulle loro teste.





In vari punti della capitale messicana gli studenti hanno animato numerosi blocchi volanti, il più consistente nelle vicinanze della Città universitaria, dove la avenida Insurgente è stata chiusa a singhiozzo durante la mattinata.
I militanti della APPO (Assemblea Popolare del Popolo di Oaxaca) presenti nella capitale, dove avevano in corso lo sciopero della fame, hanno deciso di tornare a casa per rafforzare le iniziative in corso contro l'occupazione militare.
 
I rappresentanti del sindacato dei 70000 maestri che sono stati la scintilla iniziale che ha innescato la protesta, e che ha raggruppato tutte le organizzazioni indigene, contadine e i movimenti sociali di Oaxaca, hanno  ribadito che non ci sono le condizioni minime terminare lo siopero e riaprire le scuole.
Senza la smilitarizzazione e la liberazione degli arrestati, le trattative rimarranno interrotte, le attività pedagogiche pure. Hanno avvertito che l'arresto dei dirigenti della APPO, annunciato come "fase due" dalla polizia militare PFP, non farà che gettare benzina sul fuoco e radicalizzare la situazione.
 
L'ineffabile Presidente uscente Fox, ormai con i bagagli già pronti, in una intervista all'agenzia spagnola EFE, ha ammesso che la APPO "es un duro problema" che neppure con l'uso della mano dura è riuscito ad ammorbidire. Fox ha abbandonato il trionfalismo della prima ora e, di fronte alle crescenti poteste interne e internazionali, è costretto a promettere che ci saranno "indagini approfondite e rigorose" contro i funzionari che hanno violato i diritti civili ed umani degli abitanti di Oaxaca.
Era puerile pensare che riuscisse  a nascondere a lungo i fatti luttuosi, e che come un prestigiatore potesse occultare una traccia di sangue lunga 19 omicidi, effettuati dall'inizio di una protesta cominciata come semplice rivendicazione sindacale. Più i desaparecidos.
 
Ieri sono stati arrestati due dei pistoleros -Abel Santiago Zarate e Orlando Aguilar Coello- che furono ripresi da Brad Will pochi attimi prima di cadere al suolo crivellato dai loro colpi.
Human Right Watch (HWR) si è rivolta al futuro Presidente Calderon per segnalargli la ripetuta "brutalità poliziesca" e "l'uso sproporzionato della forza" cui fanno ricorso abitualmente gli apparati di polizia.
Nel corso dell'ultimo semestre si è intensificata la mano pesante della repressione, provocando numerose vittime durante uno sciopero di minatori a Lazaro Cardenas (Michoacan) e contro gli abitanti di San Salvador de Atenco, alle porte della capitale.
 
La  situazione che Fox lascia in eredità al suo debole successore è davvero complessa e critica, perchè le proteste si stanno estendendo a macchia d'olio, e con Oaxaca sono passate dal livello municipale a quello regionale.
Le ragioni della ribellione popolare ormai travalicano i confini del mummificato sistema politico, che la destra è riuscita addirittura a peggiorare. Appare con più evidenza che non si tratta più di un mero problema di "governabilità" o di difettuosa "rappresentatività" delle maggioranze sociali. E' in coma un modelo settantennale di Paese, ed è necessario un nuovo contratto sociale che incorpori gli strati sociali esclusi, in grado di trasformare positivamente la condizione di milioni di persone. Per un Paese pertolifero è troppa l'emigrazione clandestina, e difficile da spiegare il ruolo da protagonista delle rimesse degli emigrati nell'economia messicana.
 
L'estremismo neoliberista di Calderon,  l'identificazione del suo partito con il neo-falangismo spagnolo, e il patto che sta stringendo con i dinosauri del PRI, indicano che presto entrerà in rotta di collisione con le forze del rinnovamento.
 


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Ulises Ruiz Ortiz