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15-07-2006
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:: ELEZIONI PRESIDENZIALI MESSICO::

Stallo democratico

Per Selvas.org dal Messico le analisi

di Claudio Albertani e di Gianni Proiettis

:: SPECIALE MEXICO
PRESIDENZIALI del 2 LUGLIO 2006 ::
Attuale Presidente:
Vicente Fox Quesada del PAN
(dal 1 di Dicembre del 2000)
Centrodestra
PAN
(Partito Azione Nazionale)
:
Felipe Calderon -> 35,88%

Sinistra
PRD
(Partito Rivoluzione Democratica)
:
Lòpez Obrador (Amlo) -> 35,31%

PRI
(Partito Rivoluzionario Istituzionale)
:
Roberto Madrazo -> 35,88%

EZLN - Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
IFE - Istituto Federale Elettorale



López Obrador, il subcomandante Marcos e l'autonomia dei movimenti sociali
di Claudio Albertani

Se si sveglia il vulcano
di Gianni Proiettis





Città del Messico, 12 luglio.

López Obrador, il subcomandante Marcos e l'autonomia dei movimenti sociali

Claudio Albertani



Il Delegato Zero, della Sexta Campaña del EZLN, Marcos.

:: MEXICO su SELVAS.ORG ::
Di Claudio Albertani:
Il potere di veto
dei movimenti sociali


Il Messico nel momento del pericolo

Soluzione o Rivoluzione

Vi sono molti modi di analizzare l'attuale situazione messicana. Alcuni adottano il punto di vista di Andrés Manuel López Obrador, contro il quale il governo sta mettendo in atto una frode elettorale di proporzioni colossali, un vero e proprio golpe cibernetico. Il golpe, bisogna aggiungere, è iniziato molto prima del fatidico 2 luglio e vi hanno attivamente contribuito la quasi totalità delle istituzioni dello stato e dei mass media, esattamente come avveniva nel passato. Altri preferiscono indossare il passamontagna del subcomandante Marcos: AMLO è l'uovo del serpente, la sinistra istituzionale è peggio della destra, la otra campaña è l'unica soluzione (Marcos intervista a Bellinghausen, La Jornada, 7 de julio).
Altri ancora si sentono francamente imbarazzati. Non toccateci l'ultima speranza, sembra suggerire un depresso Pierluigi Sullo
(Il Manifesto, 6 luglio) a Roberto Zanini che da Città del Messico si azzarda ad esprimere qualche dubbio sulla strategia del delegato zapatista.
Giacché la faccenda è assai ingarbugliata, bisogna riprendere i termini essenziali del dibattito. Gran parte delle critiche che Marcos rivolge ad AMLO sono fondate. Sì il PRD è un partito clientelare. Sì, ha tradito la causa degli indigeni ed ha accolto al suo interno i vecchi dinosauri del PRI. Sì, in Chiapas ha stabilito alleanze spurie con i settori più retrogradi, repressivi e reazionari della società locale. Marcos ha poi ragione su un altro punto essenziale: la profonda crisi economica, politica, sociale e culturale che vive il Messico non si può risolvere nel quadro dell'attuale sistema politico.

In questo contesto, il progetto iniziale dell' "altra campagna" -sottrarsi all'abbraccio mortale del PRD- era ed è assolutamente condivisibile. Se questo era l'obiettivo, la questione elettorale diventava secondaria: vi erano molti buoni motivi per non votare e, credo, ancora di più per votare. Anche se tiepido, un governo di sinistra avrebbe messo un freno alle privatizzazioni e dato un po' di respiro alla gente. L'importante era non dividersi e puntare tutto sulla ricomposizione dei movimenti antagonisti che, diciamolo pure, non vivono il loro miglior momento in Messico.
I problemi cominciano con le idee e lo stile autoritario che hanno marcato l' "altra" fin dal principio e che alla fine l'hanno condotta al disastro. Affermare, come fa Marcos, che Lula, Tabaré e Kirchner sono ancora più rapaci dei neoliberali ortodossi e che rappresentano una minaccia gravissima per i movimenti sociali è semplicemente assurdo
(Marcos, Revista Rebeldía, 15 giugno 2006).

È ovvio che la socialdemocrazia ha reso e continuerà a rendere servizi preziosi al capitalismo, tuttavia il punto non è questo. Il dato importante in America Latina è l'emergenza di movimenti sociali autonomi dai partiti e dallo stato. Raul Zibechi ha osservato che quando tali movimenti cadono nella trappola istituzionale si dividono e perdono forza. È quanto successo in Ecuador dove il movimento indigeno è uscito con le ossa rotte dalla disastrosa collaborazione con il governo di Lucio Gutièrrez. Ben diverso è il caso del Brasile, dove nel 2002 il Movimento Sem Terra ha appoggiato la candidatura di Lula senza mai accettare incarichi di governo. Oggi l'MST denuncia le politiche antipopolari del PT di Lula, senza tuttavia perdere la bussola: i veri nemici continuano ad essere le classi dominanti, le multinazionali ed i latifondisti.

In Messico l'EZLN avrebbe potuto adottare una strategia simile: mantenere la propria autonomia, facendo attenzione a non fare il gioco della destra. AMLO aveva diritto al beneficio del dubbio, quello stesso benefico che nel 2000 l'EZLN concesse a Fox. Marcos ha invece preferito l'attacco frontale, e seguendo il suo ragionamento, alcuni sono arrivati a pensare che AMLO, non Calderón, era l'uomo di Washington.


Felipe Calderon il giorno di chiusura elettorale.



La realtà è ben diversa. Le colpe del PRD fanno sorridere se paragonate ai crimini del PAN. La destra è una calamità ovunque, ma in America Latina è peggio, semplicemente perché ha un margine di manovra molto più ampio. Il male che Berlusconi ha fatto all'Italia non è nulla in confronto ai danni prodotti da Fox in Messico. Qui la destra ha privatizzato tutto ciò che ha potuto e vuole di più. Il risultato è che negli ultimi 6 anni, 4 milioni di messicani hanno cercato rifugio negli Stati Uniti e la cifra continua ad aumentare, nonostante le leggi speciali. Tutti costoro preferiscono rischiare la vita, piuttosto che rimanere in un paese socialmente devastato dove non hanno futuro.

Di fronte a ciò, pensare che AMLO fosse la soluzione era una dabbenaggine, ma proclamarlo il vero nemico era anche peggio. La campagna di odio scatenata nei mesi scorsi non solo dal PAN, ma anche dal Consejo Coordinador Empresarial -la Confindustria messicana- prova il contrario. Se, come scrive Marcos
(Rebeldía, art. cit.), AMLO appartiene al settore della nuova classe politica legato alle grandi compagnie multinazionali, perché Bush avvalla la frode? Perché le televisioni messicane esultano?
Sabato 8 luglio, una moltitudine minacciosa ha invaso lo zocalo di Città del Messico per esigere giustizia. È l'inizio di un grande movimento contro la frode elettorale che nelle prossime settimane farà parlare di sé. Dov'è l' "altra campagna"? Brilla per la sua assenza. Con le sue dichiarazioni anti-AMLO, il sub comandante ha perso l'opportunità di partecipare ed ha firmato il suo suicidio politico. Sebbene adesso Marcos neghi ogni addebito, su di lui pesa la responsabilità storica di non aver saputo o voluto combattere la destra. Sicuramente, le comunità indigene dell'EZLN non tarderanno a chiedergli spiegazioni, così come già le esigono in molti qui a Città del Messico. Sul PRD, d'altra parte, aleggia l'ombra del 1988, quando, dopo essere stato scippato della vittoria, Cuauthémoc Cárdenas, rinunciò alla lotta e trattò la resa con l'usurpatore Salinas allo scopo di "salvare le istituzioni democratiche". Percorrerà lo stesso cammino AMLO? Improbabile, ma non impossibile. In ogni modo, la partita è aperta e l'ultima parola spetta al popolo messicano.



Messico, 13 luglio.

Se si sveglia il vulcano

Gianni Proiettis



Lopez Obrador durante la presentazione delle "prove dei brogli"

Il Messico sta vivendo in queste ore la più grave convulsione sociale dal 1988 ad oggi. Allora, il Partido Revolucionario Institucional, un ossimoro longevo quanto il Pcus sovietico, forte della sua condizione di partito-stato, riuscì a deviare la storia nazionale portandola sul binario morto della continuità. Per perpetuarsi, il Pri scelse sfacciatamente la via della frode elettorale.
Non che l'avesse disdegnata in precedenza, anzi. Decenni di elezioni vinte a “carro completo” gli avevano fatto disegnare una complessa utensileria: la “urna embarazada”, l'urna già piena di schede prima della votazione; il “rasuramiento del padrón”, la misteriosa sparizione di votanti dalle liste elettorali; il “ratón loco”, la corsa disperata degli elettori in cerca di un seggio introvabile; la “compra de votos”, a volte con viveri o regali, spesso in contanti.

Ma quella volta, nel 1988, l'ingegner Cuauhtemoc Cárdenas, candidato dell'opposizione di centro-sinistra e figlio del presidente più amato del Novecento messicano, andava forte. Bisognava escogitare qualcosa di grande e nuovo. Si ricorse allora alla storica “caída del sistema”, un improvviso blackout che sospese il computo elettronico delle preferenze. Mentre prima dell'interruzione il conteggio favoriva Cárdenas e il composito Frente Democrático Nacional che lo sosteneva, quando si riallacciarono i collegamenti Carlos Salinas de Gortari era ormai in testa e fu dichiarato vincitore. Anche allora, di fronte all'evidenza di brogli, il Frente chiese un nuovo spoglio delle schede, garanzia prevista dalla legge. Ma il Pan si associò al Pri, disponendone invece l'incinerazione in nome della “pacificazione nazionale”.
Quella mossa, con cui il Pri credeva di perpetuarsi al potere, servì comunque a mantenerlo alla presidenza per i successivi 12 anni. Nel 1994 non ci fu neanche bisogno di mettere le mani nelle urne. Bastò il “voto del miedo”, imperniato sull'insurrezione zapatista di gennaio e sull'omicidio di Donaldo Colosio, il candidato del Pri assassinato in marzo a Tijuana, che provocò un prevedibile “effetto simpatia”. Quella di Ernesto Zedillo, un grigio burocrate educato alla scuola neoliberale, fu l'ultima presidenza (1994-2000) del Partido Revolucionario Institucional. Poi, nel 2000, arrivò Fox, che era più simpatico a Washington degli impresentabili dinosauri priisti, e vinse.
Lo aiutarono certamente gli esperti di marketing politico e i capitali statunitensi, convogliati attraverso un'apposita associazione di finanziatori, gli Amigos de Fox. E il nuovo “presidente del cambio” corse subito, dopo la vittoria, a regalare un paio di stivali di sua produzione al presidente Bush. Qualcuno si domandò, in quell'occasione, se glieli avesse anche lucidati prima.
Nell'elezione del 2 luglio scorso hanno prevalso nuovamente gli interessi dell'onnipotente vicino, preoccupato dalla presenza di un “pericoloso populista” nella sua backyard di sempre. L'amministrazione Bush non ha lesinato aiuti alla candidatura di Felipe Calderón, espressione dell'estrema destra cattolica e degli imprenditori-finanzieri più rapaci e “malinchistas” tanto ammirati dagli strateghi neoliberali. Non è un caso che George W. Bush, che ha aiutato la campagna di Calderón con l'invio di consiglieri, sia stato il primo a felicitarsi con il nuovo “presidente”.


Felipe Calderon il giorno di chiusura elettorale.


Quello che appare più grave - e meno previsto - sono le congratulazioni dello spagnolo Rodriguez Zapatero, che rappresentano una presa di posizione prematura in un processo ancora in corso, e la campagna informativa a favore della destra orchestrata dai grandi media internazionali, alcuni insospettabili. La Repubblica, per esempio, ha pubblicato un articolo senza firma, nella sua edizione in internet, intitolato “La destra vince le elezioni”, in cui si designa Felipe Calderón “presidente eletto” quando la stessa stampa messicana si limita a definirlo “virtuale presidente”.
Le “irregolarità” elettorali, commesse prima, durante e dopo la giornata del 2 luglio, continuano ad affiorare come cadaveri mal zavorrati. Una campagna di odio senza precedenti, che dipingeva Lopez Obrador come “un pericolo per il Messico” e a cui non era estraneo il consigliere aznarista Antonio Solá, è costata decine di milioni di dollari in spot televisivi. In un paese in cui la maggioranza non riesce a riempirsi lo stomaco e va a cercare lavoro negli Stati uniti a rischio della vita. Nell'ultimo sessennio, ben quattro milioni di disoccupati hanno dovuto prendere il cammino dell'autoesilio da Foxilandia, il migliore dei paesi possibili secondo l'ex-gerente della Coca Cola.

Domenica 2 luglio, la parte più sofferente della società messicana sperava di voltare pagina recandosi alle urne. Li aspettava più di una brutta sorpresa. Migliaia di elettori che non hanno potuto votare per mancanza di schede o per un'inspiegabile cancellazione dalle liste, l'Instituto Federal Electoral che si è comportato come un qualsiasi arbitro venduto, milioni di voti spariti e poi improvvisamente ricomparsi - ma non tutti - proprio negli stati con una forte preferenza per Amlo.
Poi l'ultima, impressionante rivelazione. Il Pri ha “venduto” milioni di suoi voti al Pan grazie alla mediazione della potentissima Elba Esther Gordillo, soprannominata “la maestra assassina”, e alla complicità di vari governatori.
Andrés Manuel Lopez Obrador, candidato del popolo con i colori del Partido de la Revolución Democrática, fondato da Cárdenas dopo la sua sconfitta, ha riempito lo Zocalo domenica scorsa, contestando l'intero processo elettorale e chiamando alla resistenza civile pacifica e di massa. Il Prd ha addirittura evocato l'immagine di Gandhi. Sembrava la riedizione della lotta contro il “desafuero”, quando nell'aprile del 2005 più di un milione di persone - non necessariamente perrediste - avevano smontato una manovra per inabilitare Amlo alle elezioni. In Messico, il popolo si è ormai svegliato e, a quasi un secolo dalla Rivoluzione del 1910, somiglia sempre più a un vulcano prima dell'eruzione, per riprendere un'immagine di Elena Poniatowska.

Se Washington - e Enron, Halliburton, Walmart e la spagnola Repsol - pensavano di aver fatto un buon affare, avranno tempo per ricredersi. Intanto, la festa in borsa è rovinata. O quanto meno rimandata. Con un'elezione che puzza di scippo sarà difficile convincere i messicani a inghiottire quest'ultimo rospo.


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