:: Messico e Diritti Umani ::
Tra palesi restrizioni della libertà d’informazione, lesioni ripetute dei diritti umani e leggi poliziesche, la deriva autoritaria messicana si fa sempre più preoccupante. Negati i diritti sociali, umani e d'informazione. Ecco la faccia meno presentabile della nazione latina nordamericana, nonostante la difesa di Felipe Calderón. Le analisi di Claudio Albertani e Fancesco Zurlo.
Il Messico ferito.
Nuovo anno tra censura e autoritarismo
Da Ciudad de Mexico Claudio Albertani,
e Francesco Zurlo per Selvas.org
Febbraio 2008

Tutte le foto di questi servizi sono trate dalla pagina ufficiale di APPO (http://www.asambleapopulardeoaxaca.com/appo/) e documentano la marcia del 25 novembre 2007 a Oaxaca
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Da Ciudad de Mexico Claudio Albertani
Il Messico è ferito.
È vero che nella sfortunata geografia della sofferenza ci sono paesi che stanno molto peggio, ad esempio l'Iraq o la Palestina. Tuttavia, in Medio Oriente e altrove ciò che predomina è il fragore delle armi. Ricordo l'inutile sforzo che feci alcuni anni fa di spiegare la ribellione indigena del Chiapas a dei rifugiati pachistani che avevo conosciuto in Europa. Io parlavo di quanto innovatore fosse il messaggio zapatista, del ruolo delle donne insorte, dei progetti di autonomia territoriale… Nulla di tutto ciò pareva loro importante. Le domande erano: "quanti kalashnikov hanno? Quante granate di frammentazione? Mine antiuomo?" Secondo i miei interlocutori, l'unica cosa importante era la capacità offensiva che potevano esibire gli insorti. L'aneddoto aiuta a capire la tragedia del Messico ed, al tempo stesso, la forza della sua gente. Qui, nonostante condizioni assai difficili e preoccupanti livelli di repressione, i movimenti sociali sono, in gran parte, pacifici. La violenza si trova da una sola parte quella del governo e, come ebbe a dire Gandhi, la violenza è la risorsa dei deboli.
Ecco il primo dato. È difficile afferrare il perché dell'enorme sproporzione tra violenza ufficiale e domande sociali. A Oaxaca, i 23 morti confermati tra giugno e dicembre 2006 (più un numero ancora imprecisato di desaparecidos) sono da una sola parte, quella dei cittadini che protestano. I 44 martiri di Acteal (dicembre 1997) non erano pericolosi terroristi, bensì gente pacifica, in maggioranza donne (di cui alcune incinta), bambini ed anziani intenti a pregare. Le donne violentate, gli adolescenti picchiati e le due giovani vite stroncate a San Salvador Atenco (maggio 2006) non rappresentavano una minaccia per la sicurezza nazionale. Tuttavia, è stato applicato loro lo stesso trattamento sadico che abbiamo visto nei documentari su Abu Grahib. Il dottor Guillermo Selvas e sua figlia Mariana, rilasciati qualche giorno fa dal carcere statale Molino de Flores, non sono pericolosi fanatici disposti ad uccidere, bensì persone che prestavano aiuto medico ad Atenco e per questa tremenda colpa hanno passato un anno, otto mesi e quindici giorni in prigione. Con che accusa? Nessuna, visto che sono usciti scagionati da ogni colpa. "In Messico non vi é uno stato di diritto, bensì due", dice Mariana. "Uno è per i poveri, l'altro per i ricchi. Le carceri sono piene di persone che lottano per dare da mangiare alle loro famiglie".
Héctor Galindo Ochoa è un giovane avvocato, consulente giuridico del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (FPDT), organizzazione contadina che nel 2002 vinse una battaglia per impedire l'espropriazione di terre fertili ed irrigate al prezzo di 7 pesos al metro quadro per costruire un aeroporto. Insieme con Ignacio del Valle Medina e Felipe Álvarez Hernández, Héctor sconta una condanna di sessantasette anni e sei mesi in una prigione federale di massima sicurezza con l'accusa (fabbricata) di sequestro equiparato, il che equivale a una sentenza di morte. Fa male il reclamo di Magdalena García Durán, una rispettabile signora dell'etnia otomí, che è rimasta detenuta un anno, sei mesi e cinque giorni, solo per essersi trovata al momento sbagliato nel luogo sbagliato. "Dov'è il diritto? È giusto che mi abbiano incarcerata senza che io sappia di che cosa mi si accusa?". Parole terribili nella loro schiettezza. Parole che riassumono la condizione dei popoli autoctoni, la cui sensibilità e creatività furono ammirate da scrittori del calibro di Benjamín Peret, il grande poeta surrealista: "in Messico scrisse molti anni fa chiunque, per quanto umile, possiede un senso artistico che ha solo bisogno di condizioni favorevoli per svilupparsi. L'amore per i fiori che si può osservare sulle porte e finestre delle abitazioni più umili ne è la manifestazione elementare ed evidente. Se il senso artistico non fosse così diffuso, non si spiegherebbe l'inaudita ricchezza e varietà di un'arte popolare che meraviglia anche il visitante più distratto di qualsiasi mercato messicano".

Nel Messico di inizio millennio, a quanto pare, l'amore per i fiori è un delitto imperdonabile.
Infatti, la strage di Atenco si deve alla solidarietà che alcuni militanti del FPDT espressero precisamente ad alcuni venditori di fiori ingiustamente sgomberati a Texcoco. "La legge più che garantire diritti serve per negoziare privilegi", spiega Frnacisco López Bárcenas, avvocato mixteco, difensore giuridico di San Pedro Yosotato (Oaxaca), una comunità che da anni lotta per la conservazione dei propri diritti agrari e in cui su tutti i capifamiglia (così come sullo stesso López Bárcenas) pendono mandati di cattura. A Yosotato l'ultimo omicidio risale a poco più di un mese fa. Il 24 dicembre 2007, Plácido López Castro, leader indigeno e figlio del Signor Marcial Salvador López Castro, assessore ai lavori pubblici, è stato giustiziato da tre persone armate. Chiapas, Atenco, Oaxaca: tre ferite aperte. Però non è tutto. Ci sono anche i 155 desaparecidos degli ultimi quindici anni; le centinaia di donne massacrate a Juárez (e in altre zone) per il delitto di essere povere lavoratrici. C'è il ritorno della guerra sporca con il sequestro (da parte delle forze dell'ordine) e la successiva scomparsa di due militanti dell'EPR. Ci sono gli arresti illegali che secondo il Foro Detenute politiche e sistema di giustizia penale, organizzato il 24 gennaio da studenti dell'Università statale (UNAM) e della Scuola Nazionale di Antropologia e Storia (ENAH) dagli inizi degli anni '90 alla fine dell'anno scorso, sono state secondo calcoli conservatori almeno 1.718, di cui 1.480 sono stati già rilasciati e 238 sono ancora in prigione. E ci sono i 267 attivisti sociali detenuti dall'inizio del governo di Calderón (in quello di Vicente Fox ve ne furono 614).
Questa è la realtà che analizza la Commissione Civile Internazionale per l'Osservazione dei Diritti Umani (CCIODH) durante la sua sesta visita al paese. Nata in Europa poco dopo la strage di Acteal, quest'organizzazione lotta da dieci anni contro l'impunità e la violenza ufficiale. È composta da specialisti di diverse discipline e si è guadagnata un solido prestigio che il governo non si azzarda più a mettere in discussione. "Una visita molto opportuna", spiega il padre Miguel Concha, veterano difensore dei diritti umani e presidente del Centro dei Diritti Umani Fray Francisco de Vitoria. "Una visita continua che ha luogo in un momento cruciale. L'esercito pattuglia le strade, i gruppi paramilitari continuano ad essere attivi in Chiapas e in altre parti. Il governo induce la violenza intercomunitaria, insabbiando conflitti agrari. Abbiamo alle porte una riforma giudiziaria che, se sarà approvata, criminalizzerà ulteriormente la protesta sociale, legalizzando le perquisizioni senza autorizzazioni giudiziarie e calpestando la libertà d'espressione e di associazione". Sì, il Messico è ferito. "La violenza governativa è così comune che non viene più nemmeno registrata. L'apatia e il mal governo sono formule magiche perché tutto continui ad essere uguale", afferma il dottor Selvas. Speriamo che la visita della CCIODH aiuti a rompere il circolo vizioso.
Nuovo anno tra censura e autoritarismo
di Francesco Zurlo

Un nuovo gravissimo caso di censura arriva nei primi giorni del 2008 dal “nuovo” Messico delle frodi elettorali e delle polizie federali preventive di Felipe Calderón, confermando tutte le preoccupazioni sullo stato della libertà d’informazione del paese centroamericano. La vittima è questa volta Carmen Aristegui, voce popolare della radio messicana e conduttrice del programma “Hoy por Hoy”, su W Radio, una delle emittenti di Televisa Radio, branca radiofonica del gruppo Televisa. Nel corso della trasmissione dello scorso 4 gennaio, la Aristegui ha annunciato che, dopo 5 anni di lavoro, il gruppo ha deciso di non rinnovarle il contratto per il nuovo anno, per una non meglio precisata “incompatibilità editoriale”. La Aristegui era (ed è) una voce libera (e scomoda) all’interno del sempre più asfittico e controllato panorama radiotelevisivo messicano. Nelle sue trasmissioni aveva affrontato tutti i temi più scottanti dell’attualità messicana degli ultimi anni (facilmente rimossi altrove): dai brogli elettorali alle ultime elezioni alla sistematica violazione dei diritti umani durante i fatti di Oaxaca, dalle denunce contro il cardinal Rivera per aver coperto dei sacerdoti accusati di pedofilia al caso Lydia Cacho (la giornalista arrestata arbitrariamente per aver denunciato una rete di sfruttamento di minori in cui erano coinvolti personaggi importanti) ed ancora le conseguenze della cosidetta “Ley Televisa”, la legge che ha favorito la concentrazione in pochissime mani dei mezzi d’informazione messicani. Proprio le prese di posizione della giornalista rispetto alle questioni attinenti il mondo dell’informazione sono state probabilmente il casus belli del suo licenziamento. In settembre infatti il parlamento messicano pur tra mille ostacoli ha approvato una riforma che priva i mezzi radiotelevisivi dalle entrate miliardarie provenienti dai contratti di propaganda politica durante le tornate elettorali questione non peregrina, se, come pare, durante la campagna elettorale del 2006, furono trasmessi ottantamila spot al giorno a favore di Felipe Calderón. La Aristegui si era più volte dissociata da molti colleghi che criticavano la riforma, con lo spauracchio della perdita di risorse da parte delle emittenti radiotelevisive. Di qui probabilmente la sua cacciata.
La questione non è tuttavia solo “messicana”. Televisa Radio è infatti in mano al 50% al gruppo spagnolo Prisa, gruppo editoriale che vanta in Europa una fama progressista per via della proprietà del giornale “El pais”, ma che si dimostra editore tutt’altro che indipendente o liberale dall’altro lato dell’Atlantico (dove ha interessi amplissimi dal Messico alla Bolivia, passando per Colombia e Cile). Secondo il presidente dell’Associazione messicana per il Diritto all’Informazione (AMEDI), l’ex-senatore Javier Corral Jurado (che certo non può essere accusato di faziosità essendo stato nella legislatura precedente senatore per il partito di governo del PAN) i dirigenti del gruppo editoriale spagnolo si sono dimostrati “miserabili e codardi come il peggiore degli impresari messicani […] hanno sacrificato la Aristegui perché i suoi contenuti editoriali scomodavano il potere di fatto.
Questo conferma il carattere autoritario della struttura mediatica nel paese e nel mondo, alla quale non interessano nè gli operatori della comunicazione né il loro pubblico”. La scelta illiberale del Gruppo Prisa s’iscrive infatti in una situazione di restrizione della libertà di stampa e di controllo dei media che rappresenta uno degli elementi più preoccupanti dell’involuzione autoritaria in atto da parte governo Calderón. Solo nel 2007 sono stati almeno 3 i giornalisti e operatori dell’informazione uccisi in Messico, mentre altri 84 hanno denunciato attacchi, intimidazioni e minacce. Se il paese nordamericano a sud del Rio Bravo non ha ripetuto il funereo record dell’anno scorso (9 giornalisti ammazzati e 3 desaparecidos, seconda nazione più pericolosa in assoluto per gli operatori dell’informazione dopo l’Iraq), tuttavia il Messico continua a essere lo stato dell’America Latina in cui informare risulta più rischioso e difficile insieme alla Colombia dei paramilitari e della guerra civile. E non solo per i giornalisti che mettono il naso negli affari dei narcos. A destare particolarmente preoccupazione è la concentrazione dei media elettronici e radiotelevisivi in pochissime mani sulla carta stampata esiste, fortunatamente, un po’ più di pluralismo. La cosiddetta “ley Televisa”, approvata in fretta e furia negli ultimi mesi della presidenza Fox, nell’aprile 2006, ha consegnato a costo zero, il novanta per cento delle frequenze al duopolio formato da Televisa e Tv Azteca, entrambe legate più o meno direttamente al officialismo del PAN - allo stato attuale 9 spettatori su 10 guardano i canali di Televisa e Tv Azteca, le quali controllano peraltro le principali emittenti radiofoniche del paese. Il tutto con un consenso più o meno unanime, dato che anche la maggioranza dei rappresentanti del PRD ha votato a suo tempo la “Ley Televisa”. E parte del PRD è coinvolta anche in un’altra delle manovre (tra le più contestate degli ultimi tempi), che fanno gridare all’allarme democratico in Messico. Lo scorso dicembre dapprima la Camera e poi il Senato messicano (quest’ultimo con un paio di modifiche di poco conto) hanno approvato una riforma del sistema giudiziario che permette la perquisizione di abitazioni e l’arresto senza mandato, le intercettazioni e il fermo fino a 40 giorni di qualunque persona considerata sospetta. PAN e PRI hanno incassato i voti favorevoli di diversi esponenti del PRD per via dello stralcio all’ultimo momento di una norma che equiparava di fatto le mobilitazioni sociali al crimine organizzato. La riforma dovrà essere nuovamente ratificata dalla Camera in febbraio e non è ancora quindi definitiva anche se difficilmente ci si potrà aspettare nuove modifiche - ma si tratta, secondo molti analisti e rappresentanti della sinistra messicana, di un’ulteriore passo verso l’instaurazione di un vero e proprio stato di polizia.

Il 2007 consegna peraltro un bilancio ben più che inquietante quanto alla situazione dei diritti umani in Messico. Come ha scritto Victor Ballinas su “La Jornada” dello scorso 27 dicembre, l’anno appena conclusosi può davvero essere archiviato come l’“año negro para los defensores de derechos humanos”: nel corso degli ultimi dodici mesi le aggressioni e le intimidazioni nei confronti degli attivisti per i diritti umani nel paese centroamericano sono continuate senza sosta e ad un ritmo impressionante. Anche organizzazioni celebri come il Ciepac (Centro di indagine economica e politiche di azione comunitaria) di San Cristobal de Las Casas o il Centro per i Diritti umani Fray Bartolomè de las Casas sono stati oggetto di gravi intimidazioni. Durante la sua visita in Messico, lo scorso aprile, Florentín Melèndez, presidente del CIDH (la Commissione Interamericana per i diritti umani) aveva sottolineato l’”allarmante indice d’impunità nei confronti dei difensori delle garanzie individuali” nel paese, accogliendo le denunce di molte organizzazioni per i diritti umani. Ciò nonostante la situazione nei mesi successivi non è affatto migliorata, ma anzi ha mostrato piuttosto un’intensificazione dei casi di aggressione, intimidazione e in un paio di casi anche desapareción di attivisti, che ha fatto parlare a molti di un ritorno alla guerra sucia degli anni ’70. Lo scorso ottobre il vescovo emerito di San Cristobal de las Casas, Samuel Ruiz (direttore dello stesso Centro Fray Bartolomè de las Casas) ha letto un comunicato sottoscritto dalla Red por la Paz (una rete che unisce 17 organizzazioni per i diritti umani) dai toni duri e inequivoci sui rischi di una deriva relativamente al rispetto dei diritti umani nello stato del Chiapas. Secondo Ruiz e la Red por la Paz durante il primo anno di governo di Calderón (e del governatore dello stato chiapaneco Sabines) i territori indigeni hanno subito una vera e propria offensiva, diretto risultato di “una strategia repressiva” che “implica azioni concordate tra i circa 80 accampamenti militari permanenti, le autorità locali, le istituzioni agrarie e i gruppi segnalati come paramilitari che si nascondono dietro le sigle d’organizzazioni contadine”. Una situazione molto grave, testimoniata da almeno dieci casi provati di minacce, sgomberi ed aggressioni. Una situazione che peraltro - sempre secondo la Red por la Paz - si inscrive in un più ampio “contesto nazionale, nel quale si è dispiegata un’ampia militarizzazione e una tendenza alla repressione di fronte ai processi organizzativi della società civile”.
Se l’anno appena conclusosi non ha infatti visto la lunga scia di sangue che ha attraversato nell’anno precedente il paese (da Atenco a Oaxaca, passando per il Michoacán), tuttavia la politica della “mano dura” con la quale Calderón è andato al potere nel 2006 non sembra aver subito nessuna correzione di rotta. Questo malgrado i dati ufficiali riguardo la lotta alla criminalità punto su cui il presidente del PAN aveva puntato tutto non paiano mostrare alcun significativo miglioramento nel corso degli ultimi dodici mesi si sono verificati infatti quasi 3000 omicidi. L’impressione confermata dalle frequenti risposte repressive in diversi stati della confederazione (a partire da Oaxaca) in occasione di proteste e mobilitazioni è quindi che il governo Calderón punti soprattutto a utilizzare la cosiddetta “mano dura” nei confronti dei movimenti, in un periodo in cui l’effervescenza sociale rischia di essere massima. Dalle ricadute dell’ampliamento del TLCAN, il trattato di Libero Commercio con Usa e Canada (con la completa liberalizzazione di prodotti agricoli come mais e fagioli) all’incremento stratosferico dei prezzi della tortilla dovuto alla “febbre dell’etanolo”, tutto sembra infatti concorrere ad un accrescimento delle tensioni sociali nel paese. E la risposta del governo centrale di fronte a tutto questo pare non essere altro che l’accentuazione di una linea autoritaria che, mentre allontana irreparabilmente il Messico dalla primavera democratica di molti altri paesi del Sudamerica, lo fa assomigliare, giorno dopo giorno, sempre più alla Russia di Putin.

México duele
por Claudio Albertani
México duele. Es verdad que en la desdichada geografía del sufrimiento hay países que están muchísimo peor: Irak, por ejemplo, o Palestina. Sin embargo, en Medio Oriente y en otras partes lo que predomina es el trueno de las armas. Recuerdo un intento que hice, hace algunos años, de explicar la rebelión indígena de Chiapas a unos refugiados pakistaníes que conocí en Europa. Yo hablaba de lo novedoso del mensaje zapatista, del papel de las mujeres alzadas, de los proyectos autonómicos… Nada de esto les pareció pertinente. Sus preguntas eran: "¿con cuántos kalashnikov cuentan? … ¿tienen granadas de fragmentación? … ¿minas antihombre?" Según mis interlocutores, lo único importante era la capacidad ofensiva que, en su caso, podrían desplegar los insurrectos chiapanecos.
Esa anécdota ayuda a entender la tragedia de México, pero también la fuerza de su gente. Aquí, a pesar de condiciones sumamente difíciles y preocupantes niveles de represión gubernamental, los movimientos sociales son, en gran parte, pacíficos. La violencia se halla de una parte sola - la del gobierno - y como bien lo explicó Gandhi, la violencia es el recurso de los débiles.
Este es el primer dato que impresiona al visitante. Cuesta entender el por qué de la enorme desproporción entre la violencia oficial y las demandas sociales. En Oaxaca, los 23 muertos comprobados entre junio y diciembre de 2006 (más un número todavía indeterminado de desaparecidos) están de una parte sola, la de los ciudadanos inconformes. Los 44 mártires de Acteal (diciembre de 1997) no eran peligrosos terroristas, sino gente pacífica, en gran parte mujeres (algunas embarazadas), niños y ancianos que se encontraban de rodillas rezando en una ermita.
Las mujeres vejadas, los adolescentes vapuleados y las dos jóvenes vidas segadas en San Salvador Atenco (mayo de 2006) no representaban una amenaza para la seguridad nacional. Y sin embargo se les aplicó el mismo trato sádico que hemos visto en documentales sobre Abu Grahib.
El doctor Guillermo Selvas y su hija Mariana, recién liberados del penal estatal Molino de Flores, no son peligrosos fanáticos dispuestos a matar, sino personas que prestaban ayuda médica en Atenco y por esta culpa tremenda purgaron un año, ocho meses y quince días de prisión. ¿Bajo qué cargo? Ninguno, pues salieron libres de toda imputación.
"En México hay varios estados de derecho, opina Mariana. Uno es para los pobres y otro para los ricos. Las cárceles están llenas de personas que luchan para darles de comer a sus familias".
Héctor Galindo Ochoa es un joven abogado, asesor jurídico del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (FPDT), organización campesina que en 2002 ganó una batalla para impedir la expropiación de tierras fértiles al precio de $7.00 por metro cuadrado con el fin de construir un aeropuerto. Junto a Ignacio del Valle Medina, y Felipe Álvarez Hernández purga una condena de 67 (sesenta y siete) años y seis meses en un Penal Federal de Máxima Seguridad por el delito (fabricado) de secuestro equiparado, lo que equivale a una sentencia de muerte.
Duele la pregunta de Magdalena García Durán, indígena otomí, presa un año, seis meses y cinco días, por haber estado en el lugar equivocado, en el momento equivocado. "¿Dónde está el derecho? ¿Es justo estar presa sin saber de qué se me acusa?"
Palabras terribles en su desnudez. Palabras que resumen la condición de los pueblos originarios, cuya sensibilidad y creatividad admiraron poetas de la talla de Benjamín Peret: "en México escribió - cualquier hombre, por humilde que sea su condición, encierra un sentido artístico que sólo pide condiciones favorables para desarrollarse. Su amor por las flores que puede verse en la puerta o en la ventana de la más miserable casucha- es la manifestación elemental y más obvia de este sentido. Por lo demás, si el sentido artístico no estuviera tan generalizado, no podría explicarse el magnífico florecimiento de un arte popular de inaudita variedad y riqueza que maravilla al visitante más distraído de cualquier trivial mercado mexicano".
En el México de principio de milenio, el amor por las flores es un delito imperdonable, pues la masacre de Atenco tiene en su origen la solidaridad que integrantes del FPDT expresaron precisamente a unos vendedores de flores injustamente desalojados en Texcoco.
"La ley más que para proteger derechos sirve para negociar privilegios", explica Francisco López Bárcenas, abogado mixteco, defensor jurídico de San Pedro Yosotato, Oaxaca, una comunidad que, desde hace años, lucha por la preservación de sus derechos agrarios y donde todos los padres de familia (además del propio López Bárcenas) cuentan con orden de aprensión. En Yosotato, el último homicidio tiene poco más de un mes. El 24 de diciembre de 2007, Placido López Castro, líder indígena e hijo del Señor Marcial Salvador López Castro, presidente de bienes comunales, fue acribillado por tres personas armadas.
Chiapas, Atenco, Oaxaca. He aquí tres heridas abiertas. No son las únicas. Están, también, los 155 desaparecidos de los último quince años. Están las cientos de mujeres masacradas en Juárez (y en otra partes) por el delito de ser pobres y trabajadoras. Está el regreso de la guerra sucia con el secuestro-desaparición de dos militantes del EPR. Están las detenciones ilegales que - según el Foro Presas políticas y sistema de justicia penal, organizado el 24 de enero por estudiantes de la UNAM y la Escuela Nacional de Antropología e Historia - de inicios de los 90 a finales del año pasado, "en números conservadores", fueron 1,718, de los cuales 1,480 ya fueron liberados y 238 aún permanecen en prisión. Y están los 267 luchadores sociales encarcelados desde el principio del régimen de Calderón (en el de Vicente Fox fueron 614).
Esta es la realidad que enfrenta la Comisión Civil Internacional por la Observación de los Derechos Humanos (CCIODH) en su sexta visita al país. Nacida en Europa poco después de la masacre de Acteal, esta organización lleva diez años luchando contra la impunidad y la violencia oficial. Está integrada por especialistas en diferentes disciplinas y se ha ganado a pulso un prestigio que el gobierno ya no se atreve a cuestionar.
"Una visita muy oportuna, explica el padre Miguel Concha, veterano defensor de lo derechos humanos. Una visita sigue el también presidente del Centro de Derechos Humanos Fray Francisco de Vitoria - que se da en un momento crucial. El ejército patrulla las calles, los grupos paramilitares siguen activos en Chiapas y en otros lados. El gobierno fomenta la violencia intercomunitaria solapando conflictos agrarios. Tenemos en la puerta una reforma judicial que, si se aprueba, va a criminalizar todavía más la protesta social pues legaliza los allanamientos sin orden jurídico y conculca la libertad de expresión y asociación".
Sí México duele. "La violencia gubernamental es tan común que ya pasa desapercibida. La apatía y el mal gobierno son fórmulas mágicas para que todo siga igual", precisa el doctor Selvas. Ojalá y la visita de la CCIODH ayude a romper ese círculo vicioso.
Claudio Albertani, Membro della Comisión de Apoyo de la Comisión Civil Internacional de Observación por los Derechos humanos (CCIODH).
Francesco Zurlo, blogger (http://camminaredomandando.blogspot.com)e osservatore delle dinamiche sociali latinoamericane
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