:: Panorama continentale ::
A sei mesi dalle elezioni presidenziali in Messico, Andrés Manuel López Obrador, detto AMLO, il candidato del Partido de la Revolución Democrática
ed ex sindaco della capitale, è il
favorito. Ma sulla strada della presidenza, il futuro presidente deve
affrontare la sfida del delegato zero impegnato nell' "altra campagna"
lanciata dall'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Ecco, per Selvas.org, le analisi di Claudio Albertani sul particolare
momento storico che attende il popolo messicano.
Il Messico nel momento del pericolo (*)
Per Selvas.org le analisi di Claudio Albertani

Le immagini di questo servizio sono tratte rispettivamente, quelle sulla campagna elettorale di Amlo, dal sito ufficiale http://www.lopezobrador.org.mx;
quelle su Chiapas e EZLN dal sito ufficiale http://www.ezln.org.mx/
Per ottenere ciò che vogliono, i
lavoratori dovrebbero accendere un bel fuoco sotto la sedia dei leader.
Non esistono leader indispensabili e quanto più ardente e
frequente è il fuoco acceso sotto la sedia dei leader, tanto
più vigoroso ed ampio sarà il movimento politico.
B. Traven
Il Messico è in subbuglio. A sei mesi dalle elezioni presidenziali del 2 luglio 2006, la
campagna elettorale più conflittuale della storia recente
è in pieno sviluppo ormai da tempo. Il favorito è l'ex
sindaco di Città del Messico, Andrés Manuel López
Obrador, detto AMLO, candidato del Partido de la Revolución Democrática, PRD, di centro-sinistra.
I sondaggi gli attribuiscono un 35 per cento delle preferenze
elettorali, con un margine di circa sei punti sui più vicini
concorrenti, Roberto Madrazo del Partido Revolucionario Institucional
(PRI, di centro-destra, che ha governato il paese per 70 anni e
conserva un buon numero di governatori e la maggioranza nel Parlamento)
e Felipe Calderón, del Partido Acción Nacional (PAN, di
destra, che nel 2000 ha conquistato la presidenza con Vicente Fox
Quezada).(1)
AMLO ha superato gli attacchi della magistratura e dei poteri forti,
però nei mesi scorsi ha subito pesanti critiche anche da
sinistra. In un testo di sorprendente veemenza, il subcomandante
Marcos, lo ha accusato di essere l'uovo del serpente, il cavallo di
Troia dell'imperialismo, colui che, se eletto, non solo non
ripudierà le politiche neoliberali che da oltre vent'anni
stritolano il Messico, ma, al contrario, le approfondirà ancor
più, “riordinandole ed intensificandone
l'efficacia”.(2)
Da qui l'idea di costruire l'“altra campagna”, un movimento
anti-partito che, senza prefiggersi di conquistare il potere statale,
possa unificare la complessa galassia di gruppi e movimenti della
sinistra non elettorale per costruire “una nuova forma di fare
politica”.
Riassunta nella Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, la proposta
è attraente.(3) Per valutarla a fondo è necessario
tuttavia soppesare l'attuale congiuntura politica. Chi è AMLO?
Cosa significa votare per lui? Ed inoltre: che prospettive ha l'altra
campagna? Come intenderla nell'attuale contesto latinoamericano?
AMLO
López Obrador non è
un rivoluzionario e neppure si presenta come tale. La destra lo
definisce un populista radicale, ma l'etichetta è ingannevole
giacché serve solo a squalificare chiunque si opponga, anche
minimamente, alle direttive imperiali.(4)
Come tanti altri membri del PRD, AMLO non viene dalla sinistra,
bensì dal PRI. È un riformista moderato, formatosi nella
tradizione del nazionalismo messicano di Morelos, Juárez e
Cárdenas, ma è soprattutto un pragmatico, cosciente delle
ferree leggi della politica elettorale. Sa che senza fare concessioni e
tessere alleanze non potrà mai essere presidente e ancor meno
governare.
La sua pagina web informa che è nato nel 1953 a Macuspana, una
cittadina del Tabasco, nel profondo sud-est messicano.(5) È
d'origine umile, si è laureato in scienze politiche e ha rotto
con il PRI nel 1988 per unirsi alla campagna elettorale di un altro ex
priista, Cuauthémoc Cárdenas, fondatore e leader storico
del PRD.
In seguito, è stato candidato al governo del Tabasco e
presidente del PRD tra il 1996 ed il 1999. È allora che ha
sfoderato le sue note capacità di organizzatore e agitatore
popolare che tanto teme la destra. Infine, nel 2000, è stato
eletto sindaco di Città del Messico per un periodo di sei anni,
incarico a cui ha rinunciato nel luglio 2005 per dedicarsi alla
campagna presidenziale.

Come governante della città più grande del mondo, AMLO si
è distinto per un'intensa attività d'investimenti nel
campo dell'edilizia, dell'educazione, della sanità e
dell'assistenza agli anziani. I suoi programmi di ristrutturazione del
Centro Storico e d'ampliamento della rete stradale urbana, sebbene
molto criticabili dal punto di vista della gestione sociale dello
spazio, hanno raggiunto alti indici di consenso.
Adesso vorrebbe estendere il modello al resto del Messico. Contenuta in
50 punti, la piattaforma di AMLO promette di aumentare il salario
minimo, frenare la privatizzazione del settore energetico, riattivare
l'economia, creare impiego, risanare le disastrate campagne e mettere
in pratica gli Accordi di San Andrés con l'EZLN.(6)
Tace però su questioni importantissime come la problematica
delle donne, il narcotraffico, la legislazione sulle biotecnologie che
consente alle multinazionali di saccheggiare a volontà le
risorse umane e naturali del paese.
Le sue intenzioni in politica estera non sono chiare. “Bisogna
approfittare della globalizzazione e non solo soffrirla”, ripete
affermando che, se eletto, rispetterà l'ordine macroeconomico
internazionale, manterrà la disciplina finanziaria, il controllo
del deficit pubblico, dell'inflazione e del debito estero.(7)
Il tema del Mercosur -il polo economico sudamericano che comprende
Venezuela, Paraguay, Argentina, Brasile e Uruguay (e presto anche
Bolivia)- non figura nel suo programma, dove neppure si esige di
rinegoziare il NAFTA (North American Free Trade Agreement), il
disastroso trattato di libero commercio tra Usa, Canada e Messico che
nel 1994 accese la scintilla della ribellione zapatista. (8)
È abbastanza per vaticinare che, se eletto, continuerà il modello degli attuali governi neoliberisti? Non necessariamente.
Il pragmatismo di AMLO si può spiegare, almeno in parte, con la
necessità di dividere o, perlomeno, neutralizzare il settore dei
potenti e quello dell'esercito.
In fase elettorale non è prudente fare sfoggio di radicalismo,
soprattutto quando si è vicini degli Stati Uniti.
Comunque sia, la forza di AMLO -e della sua Alianza por el bien de
todos che, oltre al PRD comprende anche due partiti minori, in
precedenza legati al PRI, il Partido del Trabajo, PT, e Convergencia,
presieduto dall'ex governatore di Veracruz e conosciuto antizapatista,
Dante Delgado- risiede in schieramenti del tutto opposti.
Vi è, in primo luogo, una massa proletaria -o, per meglio dire,
“plebea”-, soprattutto urbana, che ha il cuore a sinistra e
chiare simpatie zapatiste. In gran parte incontrollabile, questa scorge
in López Obrador un'alternativa al capitalismo selvaggio, senza
per questo identificarsi necessariamente con il PRD, né
appartenere alle sue strutture clientelari. È una massa scomoda
che esercita una costante pressione a sinistra e dalla quale tuttavia
AMLO sa di non poter prescindere.
Ciò preoccupa la tecno-burocrazia del PRIAN -così
soprannominata per sottolineare la complicità tra i due
principali partiti messicani, PRI e PAN- che nei mesi scorsi ha cercato
di sbarrargli la strada con video scandali ed argomenti (falsamente)
legali. (9) Fallito il tentativo, adesso potrebbe tentare la via
dell'omicidio, il che getterebbe il paese nel caos.
Al tempo stesso, AMLO è sostenuto, o per lo meno non osteggiato,
oltre che da ampi settori della classe media, anche da quella parte
della classe dominante che è scontenta di Fox e della sua
politica troppo proclive al capitale nordamericano.
Un esempio è Carlos Slim. Dopo aver sostenuto il PAN contro il
PRI, questo magnate delle telecomunicazioni -al quarto posto della
lista Forbes degli uomini più ricchi del mondo- ha manifestato
una certa simpatia nei confronti di AMLO finanziando, fra l'altro,
alcune delle sue opere a Città del Messico.

Nei mesi scorsi, Slim ha però preso le distanze anche da AMLO
fissando, con il chiamato “Patto di Chapultepec”, le
condizioni del gran capitale per il prossimo presidente della
repubblica: pace sociale e crescita economica.(10) Aperta
rivendicazione del “potere del denaro”, il patto è
stato giustamente definito dal subcomandante Marcos come il manifesto
della classe dominante, l'anti-Sesta per eccellenza. (11)
È vero che, a differenza degli altri candidati, AMLO non vi ha
aderito, tuttavia ha altri peccati da farsi perdonare. Tra suoi
più vicini collaboratori vi sono, infatti, alcuni intellettuali
organici dell'antico regime -come quelli che fanno capo alla rivista
Nexos, principale sostegno ideologico dell'odiato presidente Salinas
(1988-1994)- ed altri ex salinisti come Manuel Camacho Solis, Socorro
Díaz, e Ricardo Monreal, gli ultimi due nemici dichiarati degli
zapatisti. (12) Sono altrettanti segnali di moderazione che il
candidato della sinistra invia agli elettori conservatori ed ai mercati
internazionali.
La svolta dell'EZLN
Tali ambiguità ed altre
ancora -ad esempio, il tradimento del 2001 quando buona parte del PRD
si unì al PRI ed al PAN per votare la legge-bidone
sull'autonomia dei popoli indigeni- spiegano, almeno in parte, la
violenta diatriba del subcomandante Marcos, il quale già nel
mese di marzo aveva definito López Obrador “la mano
sinistra della destra”.(13)
Gli attacchi s'intensificarono a partire dal 19 giugno, quando il
portavoce dell'EZLN dichiarò lo stato d'allerta nei territori
zapatisti, annunciando intempestivamente la chiusura dei Caracoles (i
coordinamenti dei municipi autonomi che funzionano nelle regioni
ribelli) l'interruzione delle trasmissioni di Radio insurgente e la
sospensione della cooperazione internazionale. (14)
Il grave gesto sorprese le reti della solidarietà internazionale
e gli stessi militanti del Fronte Zapatista. L'ultimo stato d'allerta
risaliva ai tempi del massacro di Acteal (22 dicembre 1997), ragion per
cui molti temevano una nuova offensiva contro le comunità
indigene.

Delle sospette manovre militari e la “scoperta” da parte
dell'esercito federale di 44 piantagioni di marijuana in territorio
zapatista contribuirono ad aumentare la tensione dentro e fuori dal
Chiapas.(15)
La direzione dell'EZLN precisò subito che si limitava a prendere
misure difensive e che avrebbe rispettato il cessate il fuoco in vigore
dal 12 gennaio 1994. Si dichiarava tuttavia “pronta a rispondere
a qualsiasi attacco o azione del nemico”, informando, al tempo
stesso, di un importante processo di ristrutturazione interna che stava
per concretizzarsi in “una nuova tappa della lotta”. (16)
Negli stessi giorni, Marcos presentò l'analisi della situazione
politica messicana citata più sopra, aprendo il fuoco contro i
tre principali partiti politici, ed in particolare contro López
Obrador, che accusava di allearsi con il narcotraffico a Città
del Messico e con i paramilitari in Chiapas. (17)
Non era la prima volta che il subcomandante attaccava
il PRD, però questa volta l'inusitata violenza verbale
sconcertò non solo la sinistra benpensante, ma anche le basi
pro-zapatiste del PRD che non potevano capire un tale accanimento
contro il loro candidato.(18) Altri pensavano che AMLO meritasse quello
stesso beneficio del dubbio che Marcos aveva concesso al conservatore
Fox nel 2000. (19)
Poco dopo, arrivò la “Sesta dichiarazione della Selva
Lacandona”, un testo di ampio respiro in cui la direzione
dell'EZLN rivendicava la ribellione del 94, affermava il proprio
carattere indigeno e ripercorreva le vicende alterne di quasi 12 anni
di lotte.
Esaurito il dialogo con il governo, bruciato il rapporto con la
sinistra parlamentare, bisognava adesso cercare altrove, unirsi ai
lavoratori urbani e rurali, così come alla galassia di gruppi e
movimenti marginali che lottano contro la globalizzazione neoliberista.
Seguiva un'appassionata rivendicazione del Che Guevara che recuperava
le radici ultrasinistre dell'EZLN; un saluto ai popoli latinoamericani
-particolarmente agli indigeni-, alla rivoluzione cubana, all'Europa
sociale, ed ai “fratelli d'Asia, Africa e Oceania”.
Il testo non menzionava alcun tipo di socialismo, limitandosi a
lanciare un vago appello per una nuova Costituzione che garantisse
“le domande fondamentali del popolo messicano” e difendesse
“il debole di fronte al potente”.(20)
A questo scopo, l'EZLN proponeva di lanciare l“altra
campagna” insieme alle organizzazioni della sinistra non
elettorale, ai popoli indigeni, alle organizzazioni sociali, alle Ong,
e a tutti coloro che -donne, uomini, anziani e bambini- vi aderissero a
titolo individuale.(21)
Tra gennaio e giugno 2006, una delegazione zapatista guidata dallo
stesso Marcos -adesso soprannominato “delegato zero”-
avrebbe intrapreso una tournée parallela a quella dei candidati
presidenziali, proponendosi di tendere ponti dentro e fuori dal Messico
per costruire “un'altra forma di fare politica”.
Si annunciava, infine, l'organizzazione di altri incontri
intercontinentali per i quali non si fissava una data, ma che con tutta
probabilità si terranno dopo le elezioni presidenziali.
Considerando -a torto- l'EZLN come un cadavere politico e AMLO come il
loro vero nemico, molti politici del PRIAN, applaudirono l'iniziativa
zapatista. Il governo Fox offrì addirittura la protezione delle
forze dell'ordine.

L'orizzonte della Sesta
Come le altre Dichiarazioni della
Selva Lacandona, anche la Sesta mostra il costante sforzo degli
zapatisti di uscire dal Chiapas, andare oltre la questione indigena e
proiettarsi sullo scenario nazionale ed internazionale.
Essi non sono riusciti a plasmare un polo antagonista paragonabile, ad
esempio, ai sem tierra del Brasile, né un movimento indio della
portata di quelli boliviano ed ecuadoriano.
Gli zapatisti rimangono quindi, in primo luogo, un potere locale. Oltre
all'invenzione di un discorso che ha rinnovato il dibattito della
sinistra radicale a livello mondiale, il loro merito principale risiede
nella creazione dei Caracoles, il sistema di autogestione antistatale
che regola la vita delle comunità indigene ribelli.
In questa nuova proposta, mi sembra particolarmente importante l'idea
di costruire un “programma nazionale di lotta
anticapitalista” lontano dai partiti e dalle fanfare
elettorali.(22)
È salutare inoltre che il portavoce dell'organizzazione
rivoluzionaria più prestigiosa del nostro tempo prenda le
distanze dal candidato di un partito che rivoluzionario non è, e
che rischia di perdere anche buona parte della sua iniziale vocazione
riformista.
In Europa alcuni compagni dell'area antagonista hanno salutato con
soddisfazione la virata di Marcos, il quale negli anni novanta aveva
intessuto rapporti privilegiati con il PRD (all'intercontinentale del
96' molti moderatori dei tavoli di discussione erano dirigenti di
questo partito) e, addirittura, con la sinistra istituzionale italiana,
francese e spagnola. (23)
Ricordando le nefaste esperienze di governi di sinistra che portarono
avanti politiche reazionarie con maggiore successo della destra, questi
compagni ritengono che con AMLO presidente gli zapatisti starebbero
peggio che con il PRI o con il PAN.
Tali opinioni si sono viste rinforzate da alcune affermazioni di Marcos
nel corso delle riunioni che hanno avuto luogo nella Selva Lacandona in
agosto e settembre. (24)
L'ipotesi non è da escludere, però è remota;
inoltre mi sembra che i paragoni con l'Europa siano sbagliati.
Il subcomandante ha perfettamente ragione quando segnala che le
differenze tra destra, centro e sinistra contano sempre meno tra i
potenti. (25) Ciò implica che la politica tradizionale è
giunta al tramonto e che “la sua nuova forma” -che è
urgente inventare prima che la frase degeneri in vuoto ritornello- deve
muoversi su altri binari, lontano dalle scadenze elettorali e
dall'abbraccio mortale dei mezzi di comunicazione.
Con la lunga serie di scritti che precedono e seguono la Sesta, il
portavoce dell'EZLN ha però scatenato una campagna contro uno
dei partiti, il PRD, emettendo allo stesso tempo giudizi non
altrettanto severi nei confronti del PAN e del PRI. Di quest'ultimo ha
scritto che ha nelle sue mani la possibilità di “provocare
una nuova rivoluzione in tutto il paese”.(26)
Non mi pare che queste affermazioni trovino riscontro nella
realtà. Inoltre, Marcos lancia insulti spesso ingiustificati che
non corrispondono alla cortesia delle culture indigene che pure ha
saputo interpretare con tanta acutezza. A ciò bisogna aggiungere
una preoccupante vena autoritaria e la propensione a circondarsi non di
interlocutori critici, ma di fans o di compagni di strada alla vecchia
maniera dei comunisti sovietici.(27)
Infine, una delle proposte centrali della Sesta, “lottare per una
costituzione che prenda in considerazione le esigenze del popolo
messicano”, appare velleitaria. (28) Davvero il Messico ha
bisogno di un'altra “vittoria di carta”? (29) E poi: chi
elaborerebbe tale costituzione? In assenza di una rivoluzione -che non
pare all'ordine del giorno-, quegli stessi politici giustamente
stigmatizzati da Marcos.

Dove va il Messico?
Il vero problema è un
altro. Ha senso votare? I governi di sinistra sono peggiori o migliori
di quelli di destra? La risposta, mi pare, non bisogna cercarla solo
nelle qualità di questo o quel candidato. Oggi i governi non
governano ma amministrano.
Non sono però tutti uguali. Se assumiamo il punto di vista dei
movimenti antagonisti, della lotta contro l'impero e della costruzione
di alternative, bisogna ammettere che non esistono risposte definitive.
Dipende dalle situazioni. L'universo dello stato-nazione -quello della
sovranità- non si è ancora esaurito del tutto. Una, sia
pur tenue, differenza tra un governo ed un altro può aprire
degli spazi oppure chiuderli.
Vi è di più. Viviamo in società molto
spoliticizzate, dove gli indici di astensione si aggirano sul 50 per
cento e dove coloro che si astengono non si collocano necessariamente
contro il sistema, come in parte accadeva nell'Europa degli anni 70.
In Bolivia, le elezioni hanno portato alla presidenza della repubblica
Evo Morales, indigeno aymara, coltivatore della foglia di coca ed erede
di uno dei movimenti sociali più combattivi del continente.
È difficile negare che la sua vittoria sia stata “la
migliore notizia del 2005” ed è un peccato che Marcos non
si sia pronunciato al rispetto. (30)
Saprà Evo mettere in pratica il principio zapatista del
“comandare obbedendo”, come ha promesso di fare? Difficile
rispondere. È chiaro tuttavia che molto dipenderà
dall'antagonismo che sapranno dispiegare i movimenti sociali boliviani
oltre che dalla situazione internazionale.
In Messico l'astensione ha sempre favorito le forze più reazionarie.
Nel 2000, il paese è uscito da un sistema semidittatoriale di
partito unico durato più di 70 anni solo per cadere nelle mani
di un governo di destra se possibile ancor più corrotto che ha
portato a termine l'opera di devastazione neoliberista iniziata dal
PRI.
È ovvio che AMLO non è Evo Morales, però se la
presidenza dovesse ricadere sul PAN o tornasse al PRI, sarebbe un
disastro ed i primi a pagarne le conseguenze sarebbero proprio gli
zapatisti.
Infine, non bisogna dimenticare l'importanza geopolitica del Messico:
un governo di sinistra, anche moderato, assesterebbe un duro colpo al
dominio degli Stati Uniti nel subcontinente. Invece di guardare a nord,
il paese potrebbe cominciare a volgere lo sguardo verso sud,
recuperando così le proprie radici latinoamericane.
Marcos non la pensa così. “Il voto utile è una
trappola”; “il male minore non è la
soluzione”, ripete il subcomandante. D'accordo, però
neppure lo è il male maggiore, la vecchia politica falsamente
radicale del tanto peggio, tanto meglio.
Ciò detto, sarebbe un errore interpretare l'altra compagna
unicamente in chiave anti-AMLO e bisogna dare atto a Marcos di aver
abbassato il tiro.
Possiamo azzardare un'altra interpretazione? Sì, per fortuna. B.
Traven raccontava di un vecchio sistema elettorale in uso nei villaggi
del Chiapas che prescriveva ad ogni nuovo presidente municipale di
sedersi sui carboni ardenti allo scopo di ricordare che il potere
brucia. (31)
La metafora è sempre valida. Iniziata il primo gennaio a San
Cristobal de Las Casas con una silenziosa invasione di uomini e donne
di mais, l'altra campagna può essere interpretata come un avviso
che gli indigeni ribelli inviano a tutti i poteri costituiti: le braci
ardono. (32)
Quando gli esclusi protestano contro l'elite dominante, la posta in
gioco non riguarda solamente le loro esplicite rivendicazioni, ma il
diritto fondamentale di essere ascoltati e riconosciuti come uguali.
È da sperare che la nuova avventura zapatista si converta in una
gran cassa di risonanza per dare voce a coloro che non ce l'hanno.
S'intravede quello che Walter Benjamin chiamava il “momento del
pericolo”, l'attimo sfuggente che oscilla tra la
possibilità della liberazione e quella della barbarie. Ben venga
l'altra campagna se, correggendo la rotta, aiuta a spostare il pendolo
dalla parte giusta.
(scritto tra dicembre 2005-gennaio 2006 )
NOTE:
* Alla memoria della
comandante Ramona, piccola e invincibile guerriera, esperta nell'arte
del ricamo e di partorire nuovi mondi.
1- “AMLO arriba, pero la diferencia se reduce”, La Jornada 28 novembre 2005.
2- Subcomandante Marcos, “La (imposible)
¿geometría? del poder en México”, 20 giugno
2005, http://palabra.ezln.org.mx/.
3- Subcomandante Marcos, “Sexta declaración de la Selva
Lacandona”, 28 giugno 2005, http://palabra.ezln.org.mx/.
4- Tito Pulsinelli: “Populismo: etichetta ingannevole”, http://www.selvas.org/newsAN0304.htm
5- Vedi il sito: http://lopezobrador.org.mx/documentos/trayectoria.php
6- “50 compromisos por la nación”: http://lopezobrador.org.mx/50compromisos/index.php
7- Andrés Manuel López Obrador, dichiarazione al
quotidiano Financial Times, 26 maggio 2005; intervista a Joaquín
López Dóriga, 7 luglio 2005. Vedi:
http://lopezobrador.org.mx.
8- Cfr. i punti 19 e 37 dei “50 compromisos por la nación”, op. cit.
9- Claudio Albertani, “Il potere di veto dei movimenti sociali”, http://www.selvas.org/newsAN0405.htm
10- La Jornada, 30 settembre 2005.
1 - La Jornada, 2 gennaio 2006, cronaca di Hermann Bellinghausen.
2- Sub comandante Marcos, “La (imposible) ¿geometría? del poder en México”, op. cit.
3- Subcomandante Marcos, “Abajo, a la izquierda”, http://palabra.ezln.org.mx/.
4- EZLN, “Alerta Roja General”, Comunicato del 19 giugno 2005, http://palabra.ezln.org.mx/.
5- “Sedena destruye plantíos de mariguana en el
área de influencia del EZLN”, La Jornada, 21 giugno 2005.
6- Comunicati del 20 giugno 2005, _http://palabra.ezln.org.mx/.
7- Subcomandante Marcos, “La (imposible)
¿geometría? del poder en México”, op. cit. e
“Carta a la sociedad civil, 21 giugno 2005”,
http://palabra.ezln.org.mx/.
8- Vedi le lettere al quotidiano La Jornada, spedite da militanti del
PRD e di organizzazioni sociali nei mesi di agosto e settembre 2005.
9- Comunicato del 2 dicembre 2000, http://palabra.ezln.org.mx/.
20- “Sexta declaración de la Selva Lacandona”, op cit.
21- Comunicato del 13 luglio 2005, http://palabra.ezln.org.mx/.
22- L'idea è stata salutata anche da gruppi armati che, come
l'EPR, nel passato avevano mantenuto aspre polemiche con l'EZLN. Vedi
il comunicato del 28 dicembre 2005, http://www.apiavirtual.com
/modules.php?name=News&file =article&sid=9378 ed il sito
www.pdpr-epr.org.
23- Per un resoconto dell'esperienza neozapatista in Europa in quegli
anni, vedi: Alessandro Simoncini, Claudio Albertani e Paolo Ranieri,
Percorsi di liberazione dalla Selva Lacandona all'Europa. Itinerari,
documenti e testimonianze del Secondo Incontro Intercontinentale per
l'Umanità e contro il neoliberalismo, Edizioni della Battaglia,
Palermo, 1998.
24- “AMLO nos va a partir la madre a todos” (“AMLO ci
spaccherà la faccia a tutti”), 6 agosto 2005, Palabras de
inicio de la reunión preparatoria, http://palabra.ezln.org.mx/.
Tali affermazioni dettero origine ad una serie di lettere a La Jornada,
da parte di militanti del PRD che sono allo stesso tempo simpatizzanti
zapatisti.
25- Sub comandante Marcos, “La (imposible) ¿geometría? del poder en México”, op. cit.
26- Idem.
27- Vedi, ad esempio, il comunicato: “Un pingüino en la
selva Lacandona” (sito citato, luglio 2005) dove Marcos lancia i
suoi strali contro l'ecologista Victor Manuel Toledo, accusato di
disonestà intellettuale per aver osato criticare (moderatamente)
la Sesta.
28- Subcomandante Marcos, “Sexta declaración de la Selva Lacandona”, op. cit.
29- Così James Cockcroft definisce la costituzione del 1917, al
termine del suo classico studio, Precursores intelectuales de la
revolución mexicana, Siglo XXI Editores, Messico, 1971.
30- Raúl Zibechi, “Bolivia y el nuevo escenario regional”, La Jornada, 29 dicembre 2005.
31- B. Traven, Gobierno, Seix Barral, Biblioteca Breve, Messico, 2003, pp. 167-172.
32- L'emozione della serata fu però rovinata da un ritratto di
Stalin inalberato da una setta marxista-leninista tra l'indifferenza di
Marcos e dei comandanti zapatisti. La stessa situazione si era
già presentata nel corso degli incontri di agosto e settembre
nella Selva Lacandona.
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