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7-06-2007
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Il Plan Colombia e il suo uso continuo di pesticidi, nella guerra chimica al narcotraffico, sono le ragioni di una forte tensione diplomatica tra Colombia e Ecuador. La tregua tra le due cancellerie rischia di cedere anche per i veleni della politica: le intercettazioni telefoniche colombiane, le fosse comuni sulla frontiera mettono a rischio le relazioni ufficiali. Conclusa la missione dell'inviato speciale delle Nazioni Unite la popolazione esposta da anni alle piogge di glifosato cancerogeno, sia in Colombia e sia sulla frontiera ecuadoriana si scopre ufficialmente in grave pericolo sanitario.

Fragile frontiera diplomatica

Di Tania Belli per Selvas.org


Le foto di questo servizio si riferiscono alla visita sulla frontiera del presidente ecuadoriano Rafael Correa, con le ministre della Difesa e degli Esteri nel dicembre 2006. Si ringrazia l'archivio http://www.enfotografias.com


:: (06/12/2006) ECUADOR ::
Tra Colombia e Ecuador scorre veleno

Il Plan Colombia continua a mietere insuccessi e soprattutto continua a fare uso di pesticidi cancerogeni nella sua speciale lotta alle coltivazioni illecite. Le fumigazioni di glifosato lungo la frontiera con l'Ecuador da parte del governo Uribe scatena una pericolosa tensione diplomatica.

di Tania Belli per Selvas.org



06 Giugno 2007

Una frase risuona nell'aria, con la concreta aspirazione di poter assumere la medesima valenza dell'ormai celebre “apriti sesamo”. Un potere che, nel caso specifico, sarebbe potenzialmente utile per girare il grimaldello di un problema spinoso che due Stati confinanti si trascinano dietro da anni, rischiando di compromettere seriamente i rapporti di buon vicinato: l'applicazione del Plan Colombia nella frontiera ecuadoriana

Fumigazioni
FERMARE LA
GUERRA CHIMICA
“Suspender las fumigaciones cerca de la frontera con Ecuador”, questa, infatti, è la magica frase che se tradotta in azioni pratiche potrebbe schiudere la strada all'auspicabile soluzione di un “affaire diplomatique”. In particolare se il monito di “sospendere le fumigazioni vicino la frontiera con l'Ecuador” proviene dal rapporto preliminare, ma che “quanto prima“ diverrà definitivo, del relatore speciale delle Nazioni Unite Paul Hunt, investito all'incirca un anno fa dell'indagine volta a verificare la fondatezza delle reiterate denunce del governo ecuadoriano sulla presunta pericolosità della “eradicación química” dei campi di coca e papavero colombiani. In poche parole, se vi fa cenno quell'imprescindibile documento da cui dovrebbe dipendere il futuro del Plan Colombia, o quanto meno del capitolo di tale piano che prevede l'impiego del Raundrup Ultra, alias glifosato, alias diserbante per bruciare le piantagioni illegali di stupefacenti.
Stando alle indiscrezioni trapelate, nella prima bozza di resoconto stilata al termine della sua visita esplorativa di 4 giorni, Hunt tira in ballo “validi elementi” per supporre che le aspersioni con glifosato sulle coltivazioni illecite della Colombia “causino danni” alla salute umana, coinvolgendo indirettamente (ossia per l'azione dei venti) anche l'Ecuador. A riprova di ciò, lo stesso osservatore ONU in conferenza stampa ha puntualizzato che “hay evidencias creíbles y confiables de que las fumigaciones de plantaciones de coca que hace Colombia en la frontera con Ecuador causan daños físicos y mentales a los habitantes del lado ecuatoriano”. Pertanto, egli ha pure aggiunto, viene da sé che il governo Uribe “dovrebbe farsi carico di risarcire i cittadini ecuadoriani colpiti dalle azioni di bruciatura compiute dai velivoli militari colombiani”, in quanto “la Colombia tiene una responsabilidad de asistencia y cooperación internacionales frente a los derechos humanos, incluyendo el derecho a la salud, y, consecuentemente, no debe perjudicar el disfrute del derecho a la salud en el Ecuador". La identica responsabilità che dovrebbe portare la Colombia a farsi carico di "dimostrare che la fumigazione non danneggia la salute umana e l'ambiente".




Si tratta, ha quindi dichiarato la ministra degli Esteri ecuadoriana María Fernanda Espinosa, visibilmente raggiante: “di una grande vittoria per l'Ecuador”, poiché questo atto formale, avallando quanto più volte ribadito con fermezza dal suo paese, indurrà quello colombiano a riflettere, predisponendolo “ad ascoltare i risultati della missione del relatore ed a prendere misure congiunte”. “Credo - ha poi precisato la Espinosa - che nel momento in cui la Colombia leggerà il contenuto della relazione, constaterà una volta in più che è necessario arrivare ad un accordo concertato per l'assunzione di responsabilità riguardo agli indennizzi”
(1).
Un gesto dovuto e doveroso, quello della Colombia di ammettere le proprie responsabilità e dar corso al risarcimento, che potrebbe scaturire, dopo tanto contendere, dalla lettura dell'importante ed atteso referto prodotto dall'inchiesta di Hunt. Un processo extra-giudiziale e super partes che, seppur fondamentale, è forse partito con qualche ritardo di troppo.
Probabilmente, però, ulteriori ritardi non saranno ben accetti a Quito, dove nel frattempo, proprio per evitare l'ennesimo slittamento di una pratica improcrastinabile, si è pensato di varare il “Plan Ecuador”: l'alter ego buono del Plan Colombia. Una iniziativa che, attenendoci alla versione fornita dai suoi fautori, sarebbe il modo più appropriato per contrastare le deleterie implicazioni del Plan Colombia sull'ambiente e sulla popolazione dirimpettaia; quegli uomini, donne e bambini ecuadoriani che hanno assistito giornalmente alle inquietanti manovre degli aerei colombiani attrezzati per lanciare erbicidi “made in USA”. Gli stessi uomini, donne e bambini che, per dirla come l'ha detta il ministro degli interni ecuadoriano Gustavo Larrea: “maggiormente soffrono una crisi d'insicurezza e l'aumento della violenza, incrementatasi dal 2001 anche in conseguenza del conflitto in Colombia”.

Tuttavia, sorvolando sulla reale bontà dell'iniziativa denominata Plan Ecuador, la domanda che si pongono molti in Ecuador è: come saranno procacciati i fondi necessari per alimentarla?
Dubbi che potrebbero rivelarsi irrisori se le previsioni di Espinosa si rivelassero azzeccate e veramente trovasse la opportuna eco il rapporto del neozelandese Hunt il quale, tenendo a sottolineare come il suo intento sia di “depoliticizzare la questione”, si è sbilanciato nel suggerire che “visto le sufficienti evidenze raccolte e dando luogo al principio della precauzione, le fumigazioni si dovrebbero sospendere sino a quando sia messo in chiaro che non minacciano la salute umana o almeno attenersi alla fascia di rispetto stabilita (10 chilometri - n.d.r.)”.




I veleni della politica colombiana oltre il glifosato

Lo scandalo “chuzadas” illegali, com'è stato definito in Colombia l'ennesimo caso di spy-story che ha portato alla ghigliottina il gota della Policia Nacional (facendo saltare la testa di vari generali…ma non finirà qui!), si propaga a macchia d'olio, giungendo a lambire i confini dell'Ecuador per assorbire la già complicata questione “fumigaciones”. Infatti, tra coloro che sono caduti vittima della rete d'intercettazione abusive gettata dall'intelligence colombiana da ben due anni a questa parte, è stata ripescata anche la ex titolare del ministero degli esteri della Colombia.

:: DOCUMENTI SELVAS.ORG ::
Ecco il documento in formato >> PDF
Observaciones de la misión internacional a la frontera ecuatoriana con Colombia
20, 21 y 22 de Junio del 2005
a cura di
FIDH, FIAN, RAPAL, OCIM, CEAS
& CIF: Defensoría Nacional del Pueblo, INREDH, Acción Ecológica,
CEDHU, Acción Creativa, FORCCOFES,
PUCE, CAS/AFSC, Plan País, SERPAJ,
Comité Provincial de Derechos Humanos del Carchi,
COPOCCAR, Fundación Altrópico, ECOLEX
Missione effettuata nelle provincie di Carchi, Esmeraldas y Sucumbíos




La cancelliera Maria Consuelo Araújo, ora non più in carica, nel dicembre scorso a sua insaputa è stata sorpresa dal Grande Fratello colombiano mentre intratteneva una conversazione del tutto privata con un suo congiunto. Oggetto della telefonata, una tra le ottomila registrate senza autorizzazione: las fumigaciones. Non a caso proprio in quel periodo il presidente Uribe aveva deciso di riprendere i tanto dibattuti voli di fumigazione sulle piantagioni di coca poste a confine con l'Ecuador. Una mossa inconsulta e priva di preavviso che aveva indispettito a tal punto la controparte ecuadoriana, fermamente contraria a tale sistema di lotta al narcotraffico, da indurla a ritirare il proprio ambasciatore di stanza a Bogotà.
La Araújo, quindi, aveva alzato la cornetta per poter discutere del rinfocolarsi di tale scottante problematica con il fratello Sergio. Una sorta di sfogo che adesso è divenuto di dominio pubblico, rischiando di alterare nuovamente un equilibrio già di per sé precario. A maggior ragione di questi tempi in cui, se da un lato Correa si è risolto a rispedire Alejandro Suárez nella sede di Bogotà, da dove il diplomatico ha lanciato messaggi di pace, augurandosi che gli attriti “possano essere superati con spirito di rispetto, fraternità e comprensione”; dall'altro Uribe si è sforzato di promettere che ”salvo presentazione di prove concrete, riserverà ai cittadini ecuadoriani danneggiati dalle fumigazioni lo stesso trattamento indennizzatorio concesso a quelli colombiani”, impegnandosi, inoltre, a rimpiazzare tale tecnica di estirpazione delle coltivazioni illecite, a base di diserbanti, con una prettamente manuale.

Ma soprattutto a maggior ragione oggi, all'indomani dell'esplicito intervento del relatore speciale inviato dalle Nazioni Unite in America Latina per far luce sulla paventata nocività delle fumigazioni, e ripartito da Quito dopo una permanenza di 4 giorni. In effetti, il neozelandese Paul Hunt, nell'attesa conferenza con i mezzi di comunicazione, ha ammesso senza peli sulla lingua: “l'esistenza di argomenti “abrumadores” (cioè più che consistenti) che suggeriscono non riprendere le aspersioni aeree con il glifosato nella frontiera tra Colombia ed Ecuador”; unendo a ciò il proprio disappunto per non essere stato ricevuto dalle autorità colombiane, che, al contrario di quelle ecuadoriane, hanno risposto picche alla sua esplicita richiesta di visitare il paese “perché, al momento, non avevano niente da mettergli a disposizione”…..Ovvero, esprimendosi in gergo calcistico: 2 a 0 per l'Ecuador in quanto diplomazia.
Pertanto, in considerazione di tutto ciò non servirà a mantenere calmi gli animi e ristabilire la parità nella complicata partita, sapere che, proprio in concomitanza di un suo cruciale passaggio, uno dei giocatori in campo colto in un contesto non sospetto sia andato a sfoggiare una convinta arringa a difesa delle fumigazioni. L'arringa imbastita dalla ministra colombiana nella telefonata col fratello, in cui è andata ad evidenziare che “mentre l'Ecuador critica l'uso da noi fatto dell'erbicida, ne utilizza per la coltivazione delle banane circa 800.000 galloni…e poi il glifosato da noi impiegato equivale ad un 5% rispetto a quello da loro utilizzato”. Dati talmente efficaci che il suo interlocutore dall'altro capo dell'apparecchio le suggerisce di sciorinare davanti alle telecamere, come di lì a poco realmente accadrà. Ma il fattaccio non si chiude qui, quanto piuttosto con la dirompente constatazione di come “gli ecuadoriani non comprendono che si tratta del nostro territorio, della nostra coca, e del nostro glifosato” (quasi a dire: sono questioni di casa nostra e voi non c'entrate nulla!), e che dietro tali polemiche si potrebbero nascondere “pressioni della FARC”.



Cosicché la politica colombiana si è ritrovata ad essere colpita due volte dal duro colpo che lo spionaggio gli ha inferto. Tuttavia, forse per non gettare benzina sul fuoco, María Fernanda Espinosa, reggente del dicastero degli affari esteri ecuadoriano, nel prepararsi ad accogliere il collega colombiano Fernando Araújo, recentemente succeduto alla “chiacchierata” Maria Consuelo, si è guardata bene dal commentare l'accaduto, seppur incalzata dalle domande dei giornalisti, per limitarsi ad affermare che “tratteremo temi delicati, tra cui anche quello delle fumigazioni…. con le migliori intenzioni di regolarizzare le nostre relazioni reciproche - in quanto, ha poi precisato - viviamo un periodo di riavvicinamento e dialogo e sono sicura che il governo colombiano avrà la sensibilità e la responsabilità di accettare i danni causati… anche perché il rapporto del relatore ONU è stato estremamente chiaro”.

Commenti, quelli rilasciati dalla ministra degli Esteri ecuadoriana dinanzi ai microfoni della emittente di Guayaquil, che, oltre ad essere politically correct, si sono rivelati pure lungimiranti, visto che i termini del faccia a faccia consumatosi lo scorso 28 maggio si sono allineati esattamente sulle posizioni da lei ventilate, con un mandatario colombiano pronto a piegarsi su più fronti, concedendo ben tre “Sì”.
Un primo “Sì” per la rinuncia ad “erradicare” chimicamente i campi di coca che guadano verso l'Ecuador, rispolverando il vecchio sistema manuale; un secondo “Sì” per acconsentire il risarcimento ai cittadini ecuadoriani che dimostrassero di essere stati lesi dalle fumigazioni; ed infine un terzo “Sì” per collaborare con le forze ecuadoriane nella ricerca di fosse comuni nel territorio che delimita i due Stati, dove lo scorso maggio ne è stata rinvenuta una contenente resti di almeno 200 persone, in gran parte ecuadoriani.
Tre “Sì” dall'inequivocabile accezione positiva che pèrò lasciano ancora permanere coni d'ombra nel ricucito quadro d'insieme. Come spiegarsi, ad esempio, il diniego opposto dal governo Uribe nell'accogliere l'esperto delle Nazioni Unite chiamato a svolgere l'inchiesta sulle supposte controindicazioni delle fumigazioni? Come giustificare la scelta unilaterale ed improvvisa, presa in contrasto a quanto stabilito con un apposito comunicato ufficiale sottoscritto nel dicembre 2005, di riprendere a fumigare la zona compresa nella pattuita fascia di rispetto, cuscinetto tra i due paesi per 10 Km di estensione?

Quesiti a cui la Colombia dovrà necessariamente dare un seguito, mettendo da parte una volta per tutte ambiguità e contraddizioni, se vorrà ristabilire una rapporto di normale reciprocità con l'Ecuador. Laddove anche l'Ecuador, comunque, è rimasto a guardare dalla finestra durante lunghi anni, e soltanto ultimamente si è risolta ad agire in maniera decisa per chiudere questa parentesi rimasta aperta troppo tempo.


(1) Indennizzi pari a 3.000 milioni di dollari già ammessi in dibattimenti da una corte americana adita dalla Asociación Latinoamericana de Derechos Humanos (ALDHU), portavoce degli abitanti della provincia ecuadoriana di Sucumbíos risoluti a trascinare sul banco degli imputati l'impresa stelle e strisce Dyncorp, ritenuta tra le principali parti in causa nel caso fumigaciones.


Tania Belli
Autrice del libro:"Trentuno giorni in Ecuador: giusto il tempo di lasciarsi graffiare l'anima"
Edizioni: Croce Libreria, 2006
E-mail alla redazione: redazione@selvas.org

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