Le sorti e i destini della nazionalità Waorani si è intrecciata una volta di più con il volere e il potere della industria del petrolio nell’Amazzonia ecuadoriana. Stavolta si tratta del gigante brasiliano Petrobras, la cui concessione di una licenza ambientale per lo sfruttamento del blocco 31, non colpisce solo il territorio waorani, ma anche il parco nazionale Yasuni, riserva di biosfera dell’UNESCO e area di insediamento di gruppi indigeni non contattati.
Petrobras minaccia la sopravvivenza dei popoli indigeni non contattati
Il caso Yasuni e il territorio Waorani.
Dall'Ecuador, Paola Colleoni (Phd Researcher, Università di Roskilde) - per Selvas.org

Nampay, leader Waorani della comunità Guiyero, osserva un pozzo petrolifero dentro il Parco "Nacional Yasuní"
Tutte le foto di questo servizio si riferiscono alla grave perdita di petrolio all'interno del parco nazionale di Yasunì, da parte della compagnia petrolifera Repsol-Ypf.
Quando Repsol perde in Amazzonia, é l'Amazzonia a perdere
Land Is Life - Ecuador
Traduzione e pubblicazione italiana a cura di Yaku (http://www.yaku.eu)
Lo scorso 24 ottobre 2007 la ministra dell’ambiente Anna Alban ha concesso a Petrobras la licenza ambientale per operare nel blocco 31, in pieno parco Yasuni, dopo che questa era stata sospesa nel giugno del 2005 dal Ministero del Ambiente (MAE) per irregolarità. Però, il comportamento della compagnia Petrobras non si è dimostrato in questi ultimi mesi né socialmente né ambientalmente responsabile, come il suo marketing sociale pretenderebbe dipingere. Petrobras, per aggirare l’obbligo della consulta previa alla popolazione coinvolta nella sua area di operazione, sta dividendo e non rispettando la nazionalità indigena Waorani. Intende operare in un parco nazionale, lo Yasuni, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, anche se nel proprio territorio nazionale, il Brasile, è dato l’obbligo di non operare in aree protette e territori indigeni. Inoltre la concessione del blocco 31, economicamente poco redditizia, pone a repentaglio la proposta di lasciare il petrolio sotto terra nel limitrofo campo ITT, in cambio di aiuti economici internazionali, perché l’ITT rappresenta invece la riserva di crudo più grande del paese.
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:: Ecuador: Petrolio e Amazzonia ::
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E se entro giugno il governo non riuscisse a raccogliere i fondi necessari, provvederebbe ad attualizzare la seconda opzione per il campo ITT, ovvero lo sfruttamento con “tecnologie di punta” da parte di Petrobras.
Fatto ancora più grave, in questa zona dell’Amazzonia, sopravvivono gli ultimi gruppi waorani non contattati in isolamento volontario, i Taromeane-Tagairi. Se Petrobras inizierà le sue operazioni nel bloque 31, in particolare nei pozzi Boya 1, 2 e 3, al limite nord della zona intangibile istituita per la protezione dei Tagaeri-Taromenane, verrà messa in gioco la vita e la sopravvivenza di questi gruppi.
Per il pericolo imminente di genocidio che le operazioni di Petrobras rappresentano nei confronti dei gruppi Waorani non contattati, il 30 gennaio scorso si è tenuta la prima udienza di un “amparo constitucional” per l’annullamento della licenza ambientale di Petrobras presso il tribunale del “Contenzioso e Amministrativo” di Quito. Azione legale promossa dalla NAWE (Nazionalità Waorani dell’Ecuador), la CONAIE (Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador), dalla ONG Accion Ecologica e da FETRAPEC, il sindacato dei lavoratori di Petroecuador.
Petrobras ha negoziato con la sola comunità waorani presente nel blocco 31, la comunità di Kawimeno. Le ha promesso appoggio, infrastrutture ed altri benefici. Alla dirigenza, ha elargito soldi che sono stati usati sconsideratamente per fini personali. Questa la strategia dell’impresa per fronteggiare una situazione in cui la maggioranza degli Waorani di Petrobras non ne vuole sapere. E lo stanno dicendo da tempo, con mobiltazioni a Quito e ricorsi al ministero dell’ambiente.

Fluidi che sboccano nel Río Yasuní. Bloque 16 (Repsol YPF) Ecuador
Lo scorso dicembre, 28 dei 32 presidenti delle comunità waorani si sono riuniti nella comunità di Keweriono per un congresso straordinario. Il congresso ha eletto una nuova direttiva che rispetta le decisioni delle basi, opponendosi alla licenza di Petrobras. Più precisamente, opporsi a nuove licenze petrolifere nel territorio waorani, è il nodo dell’agenda politica della nuova dirigenza. Si tratta di un fatto importante, che significa che il popolo Waorani è stanco delle imprese, della contaminazione prodotta dall’attività estrattiva e della presenza delle compagnie sul proprio territorio.
Fatto sta, che dalla sua elezione, i nuovi dirigenti hanno dovuto subire un calvario per potersi registrare come unici e legittimi rappresentanti del popolo waorani. Motivo? Petrobras, che non ha smesso per un attimo di dare appoggio e soldi alla vecchia dirigenza con l’obiettivo di firmare con questa un convegno definitivo che affermasse la loro legittimità per le operazioni nel blocco 31.
La NAWE, l’organizzazione che rappresenta la nazionalità waorani, si trova in una complicata posizione di debolezza verso le imprese petrolifere, ma anche verso le sue basi, perché il popolo Waorani ha ancora un lungo cammino da percorrere per acquisire i nostri sistemi di rappresentazione. Sua debolezza e fortezza, le dinamiche tradizionali fanno si che le comunità si trovino in una situazione di autonomia e autonoma gestione delle proprie relazioni con gli attori esterni che agiscono nel territorio waorani.
Le compagnie con questa situazione ci vanno a nozze. E ciò che è accaduto nell’ultimo mese con la impresa Petrobras ne è un esempio lampante.
La lunga storia di violenza delle compagnie petrolifere sul popolo Waorani
L’ ingerenza di Petrobras nel territorio e nelle dinamiche organizzative waorani è ancor più allarmante, se si tiene conto della storia recente del popolo waorani e degli impatti profondi ed irreversibili che l’industria petrolifera ha provocato sul loro territorio e sulla loro cultura.
Senza l’attività di esplorazione ed estrazione petrolifera di Shell negli anni quaranta e di Texaco negli anni settanta tra i fiumi Napo e Curaray, antico ed inespugnabile dominio dei selvaggi piedi rossi (gli Waorani), i missionari evangelici dell’Istituto Linguistico de Verano, (Linguistic Summer Institute,) non si sarebbero dati l’affanno di cercare il contatto con gli Waorani, riubicarli forzosamente in un piccolissimo protettorato e di civilizzarli. Furono i petrolieri che fornirono ai missionari i mezzi per perseguitare i clan waorani con elicotteri e megafoni, stanarli e costringerli a spostarsi nella riduzione di Tiweno. Il tutto con gli ossequi dello stato ecuadoriano, che con l’ILV aveva un convegno per la pacificazione dei selvaggi amazzonici.
Mentre i missionari si occupavano delle anime waorani, i buldozer di Texaco penetravano la selva, aprivano in due, come una lunga ferita, il territorio tradizionale waorani attraverso la costruzione della “via Auca” ( che oggi è un inferno lungo 117 km, fatto di un miscuglio di miseria e petrolio) e istallavano i pozzi del grande boom petrolifero ecuadoriano.
Texaco pioniera, le fecero seguito l’allora Esso-Hispanoil, Arco, Braspetrol, tutte a posizionarsi in un territorio waorani libero, sgomberato dai suoi legittimi abitanti, rinchiusi a dovere per l’opera di redenzione missionaria. Un territorio a dire il vero “quasi liberato”, visto che Braspetrol (attuale Petrobras), lavorando nei sentieri sismici del blocco 17 negli anni 80, fu responsabile di molti incidenti tra i suoi operai e il gruppo waorani non contattato dei Tagaeri. Con tutta probabilità fu una pallottola partita da una canoa di operai petroliferi ad uccidere Taga, il lider del clan Tagaeri.
Quando negli anni ottanta cominciarono ad essere messi in discussione i metodi dell’ILV e questo fu espulso dal paese (1982), gli Waorani iniziarono ad uscire dalla riserva per riprendere gli antichi patterns territoriali. Però, l’antica ed inespugnabile selva tra il fiume Napo e Curaray era già divisa in vari blocchi di petrolio.
Gli Waorani non avevano neppure un’organizzazione di rappresentazione, a soli 20 anni dal contatto con la società nazionale. Questa fu fondata nel 1990, grazie all’appoggio della Confeniae ( l’organizzazione di rappresentazione delle nazionalità indigene amazzoniche), dei missionari cattolici cappuccini e di altre ONG ambientaliste. Al popolo Waorani fu assegnato un territorio di 620.000 ettari con la condizione di non mettere in discussione e non intralciare l’attività idrocarburifera presente nel loro territorio.
Erano questi anche gli anni della battaglia contro la compagnia Conoco, che aveva ottenuto la licenza ambientale per estrarre petrolio nello Yasuni, e in territorio waorani. La prima battaglia tra un popolo indigeno e un impresa petrolifera nell’Amazzonia ecuadoriana.

Tuberie rotte vicine al Pozzo MAdre 1. Blocco 16 (Repsol YPF) Ecuador
Conoco desistette, ma cedette le sue azioni a Maxus, altra compagnia nordamericana, che mise in opera nuove ed inedite strategie. Prima di tutto fece astutamente pressione sullo stato ecuadoriano affinché una parte del parco nazionale Yasuni venisse dichiarato territorio waorani. Secondo, con la sua équipe di antropologi e relazionatori comunitari, e lo zampino di Rachel Saint, missionaria del ILV che non lasciò fino alla sua morte il territorio waorani, questi furono convinti a firmare un convegno ventennale di “amicizia e rispetto muto”. Agli Waorani fu promessa prosperità e progresso. La firma di questo convegno segnava la nascita di una nuova frontiera delle strategie di controllo delle imprese petrolifere nell’Amazzonia ecuadoriana: quello della “responsabilità sociale d’impresa” e di tutte le inedite tecniche di relazione comunitaria.
Un’altra strada aprì le viscere della selva, altri pozzi si installarono. Oggi la zona del territorio waorani conosciuta come blocco 16 è operata da Repsol -YPF, erede del convegno di Maxus con gli Waorani.
Le altre cinque compagnie che operano nel territorio waorani, Agip (Italia), Perenco (Francia), Petrobell (Canada), Petroriental (Cina), hanno offerto briciole e fischietti ( come il caso dell’Agip) alle comunità che si trovano nella loro zona d’ influenza, senza convegno o impegno maggiore verso la nazionalità, né nessun riconoscimento verso la legittima organizzazione della nazionalità waorani, la NAWE.
Il comportamento di Petrobras costituisce una nuova violenza sulla popolazione waorani e disconosce la legittimità del suo, faticoso, processo organizzativo, cercando apertamente di dividere la nazionalità.
Su Petrobras pende attualmente una ulteriore denuncia, una irregolarità contrattuale simile a quella di Occidental Petroleum (OXY) e che costò all’impresa la caducità del suo contratto: il fatto che Petrobras ha venduto, senza consultare lo stato, il 63% delle sue azioni all’impresa giapponese Teikoku Oil. Si tratta di una denuncia che stanno portando avanti il Sindacato di lavoratori Petroliferi insieme ad altre organizzazioni sociali ecuadoriane.
Sarà disposto il presidente Correa a dare all’impresa brasiliana “amica” lo stesso trattamento che a OXY? Il fatto che la licenza del 31 sia stata data facendo vacillare tutta la campagna del “crudo represado” nel campo ITT e dubitare le organizzazioni ecologiste nazionali come i finanziatori internazionali, è un’indicazione delle intenzioni di Correa rispetto al gigante brasiliano.
Però, che ne sarà dello Yasuni, degli Waorani e dei popoli in isolamento volontario, Tagaeri- Taromenane?
:: PARCO YASUNI'::
Quando Repsol perde in Amazzonia
é l'Amazzonia a perdere
Land Is Life - Ecuador
Traduzione e pubblicazione italiana a cura di Yaku (http://www.yaku.eu)

Raccolta del petrolio fuoriuscito. Blocco 16 (Repsol YPF) - Ecuador
La notizia emessa lo scorso 1° febbraio dalla multinazionale del petrolio ha lasciato esterrefatti tutti coloro che conoscono il Parco Nazionale Yasuní, nell’Amazzonia ecuadoriana, nel territorio ancestrale della comunità indigena Waorani. Com’è possibile che ci sia stato un travaso di petrolio in un’area protetta, dove danneggia le comunità Waorani che da migliaia di anni vivono lì?
Circa due anni fa, un conosciuto scienziato ecuadoriano, incaricato di una delle due stazioni scientifiche ubicate nello Yasuní e che ricevono benefici dalla Repsol YPF, assicurava che questa impresa opera con tecnologia d’avanguardia e che mai si era verificato nessun tipo di spargimento di petrolio nello Yasuní. Le testimonianze degli indigeni e la bibliografia esistente dimostrano però che i travasi di petrolio nello Yasuní sono iniziati nel 1993.
Si parla di più di 4.000 barili che si sono riversati non il 1°febbraio, come aveva comunicato la Repsol, ma nei giorni precedenti. L’occultamento di informazioni da parte della multinazionale viola la legge sugli idrocarburi: secondo la Costituzione ecuadoriana l’inquinamento ambientale è un delitto penale. Il Ministero delle Miniere e del Petrolio del paese ha affermato che scatteranno sanzioni economiche e che verrà portata avanti un’indagine interna. Va ricordato che le violazioni della legge sono motivo di caducità dei contratti petroliferi.
La Multinazionale non ha preso nessun tipo di misura preventiva nei confronti della popolazione locale, la quale si trova sottoposta ai rischi comportati dal contatto fisico con il petrolio e dal fatto che il travaso del grezzo ha raggiunto la fonte idrica d’approvigionamento della comunità Waorani di Dicaro, formata da 150 persone. Non le è stata neanche portata acqua sicura: la popolazione, per il momento, continua a bere acqua contaminata.
Il travaso di petrolio sta danneggiando le sorgenti del fiume Yasuní e oltre agli Waorani, i quali sono preoccupati per le proprie famiglie, che si mantengono in isolamento volontario, il blocco 16 riscontra la presenza di altri abitanti, come i Tagaeiri Taromenane, sui quali gli effetti negativi sono quasi certi, poichè non conoscendo il petrolio, ignorano anche i rischi che il contatto con questa sostanza comporta.
La maggioranza degli indigeni che vive in queste zone non sa leggere nè scrivere, ignora la legge ambientale e i diritti che essa conferisce: solo alcuni giovani parla castigliano. La popolazione non conosce neanche i piani di contingenza che l’impresa dovrebbe mettere in atto in casi di incidenti industriali come questo.
Lo scorso 26 febbraio il presidente della nazionalità Waorani ha chiesto il permesso a Repsol di entrare nel Blocco 16 con i propri tecnici per visitare le comunità Waorani colpite dal disastro; nonostante non avesse mai chiesto di entrare all’interno degli impianti della Repsol, il permesso d’ingresso è stato negato lo stesso. Repsol YPF ostruisce tuttora il libero accesso al Parco Nazionale Yasuní nel territorio Waorani impedendo così il lavoro indipendente delle popolazioni indigene.
Grazie ai reclami presentati dalla comunità di Dicaro alla Defensoria Del Pueblo de Orellana, l’impresa Repsol, il 27 febbraio, ha concesso l’ingresso dei periti scelti dal Defensor del Pueblo per valutare l’entità del danno ambientale.
All’interno del denominato Blocco 16 questo disastro ambientale non è l’unico: nel blocco dove opera Repsol accadono altre cose indesiderabili. Lo scorso dicembre fu imprigionato il vecchio indigeno Nampay. Il suo delitto fu quello di esigere che la Repsol provvedesse a raccogliere la spazzatura che produce nel blocco petrolifero. L’otto di dicembre i militari ecuadoriani contrattati dalla Repsol per la propria sicurezza arrestarono il vecchio waorani e lo tennero nel carcere di Coca per più di due settimane.
È risultato poi che il Governo dell’Ecuador aveva decretato lo stato d’emergenza, che consiste nel sospendere i diritti costituzionali ai cittadini, militarizzare l’area dove vige il decreto, con l’obiettivo di reprimere le popolazioni, colpite dalla contaminazione del petrolio, che effettuavano blocchi nella Parrocchia di Dayuma. Il decreto vigeva nella provincia di Orellana: qui è situato il blocco dove operano Repsol e la maggiorparte delle multinazionali.
Bisogna inoltre dire che nel Parco Nazionale Yasuní non arrivano i mezzi di comunicazione, pertanto le comunità indigene del luogo non hanno accesso all’informazione. Né i militari, né l’impresa né nessun delegato del governo si è mai preso il disturbo di informare la popolazione Waorani circa l’assenza di diritti e garanzie costituzionali. Il vecchio Nampay, più di 70 anni d’età, non parla il catigliano e non sa né leggere né scrivere, eppure i militari procedettero ad arrestarlo e incarcerarlo.
La maggioranza di coloro che furono detenuti durante lo stato d’emergenza, tra cui lo stesso Nampay, è stata poi denunciata per sabotaggio e terrorismo. All’interno dei 200mila ettari controllati da Repsol, sono sotto processo altri 4 indigeni, Orengo Tocari, Araba Omeway, Bainca Apa e Bogui Coba, gli stessi che organizzarono uno sciopero nelle proprie comunità a sostegno di una causa in corso contro la Repsol.
All’alba dello scorso 8 dicembre, i dirigenti waorani che vivono all’interno del Blocco 16, ignorando lo stato d’emergenza vigente nello Stato di Orellana, organizzarono una manifestazione contro l’impresa, accusata di non aver pagato il lavoro svolto dagli indigeni negli ultimi anni. Arrivarono dunque i militari i quali, con lancio di lacrimogeni, sgomberarono gli indigeni che rimasero nascosti nella giungla fino a che i militari non si ritirarono. Successivamente vennero eseguiti i mandati d’arresto per terrorismo nei confronti dei quattro dirigenti indigeni.
Adesso che l’Ecuador sta attraversando un processo di revisione dei contratti petroliferi, è priorità controllare la condotta ambientale e la responsabilità sociale che Repsol YPF ha verso le comunità danneggiate dalle sue operazioni. La revisione della licenza ambientale delle operazioni nel Parco Nazionale Yasuní e nel territorio Waorani è urgente, anche perché la licenza di operazioni nel Blocco 16 fu approvata agli inizi degli anni ’90.
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