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15-01-2007
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Il Plan Colombia continua a mietere insuccessi e soprattutto continua a fare uso di pesticidi cancerogeni nella sua speciale lotta alle coltivazioni illecite. Le fumigazioni di glifosato lungo la frontiera con l'Ecuador da parte del governo Uribe scatena una pericolosa tensione diplomatica.

Tra Colombia e Ecuador scorre veleno

Di Tania Belli per Selvas.org


Fumigazioni aeree di glifosato - Si ringrazia per la foto Jeremy Bigwood



04 Gennaio 2007

In Ecuador, per tutti coloro i quali appena qualche mese addietro, si erano illusi, addirittura quasi convincendosene, che l'affaire "fumigaciones" si potesse archiviare con un sospiro di sollievo per salute ed ambiente, è giunto, agli inizi del passato dicembre, l'indesiderata e dura ora di tornare a fare i conti con una diversa realtà dei fatti.
Fatti che, infischiandosene di quanto scritto con inchiostro nero su carta bianca (la carta di un accordo bilaterale siglato in forma ufficiale dai cancellieri dei due stati limitrofi il 7 gennaio 2005), sono andati di nuovo a gettare benzina sul fuoco. O, volendo essere più precisi, a rifornire di benzina gli aerei che, destinati a rimanere nell'hangar almeno per buona parte dei prossimi mesi, come per l'appunto il leader colombiano aveva promesso dando il proprio assenso a tale intesa intra-statale, invece sono tornati a decollare, riprendendo i voli della discordia sulla frontiera che separa l'Ecuador dalla Colombia. Su quella striscia di terra che, per una lunghezza di 6.000 chilometri ed una larghezza di 10, servendo da cuscinetto ed elemento di demarcazione tra i due paesi latinoamericani, si era deciso di preservare dagli insidiosi tentacoli di un Plan Colombia che, infatti, spesso e volentieri aveva finito per allungarli oltre il confine della sua prevista applicazione.

Dei fuori onda imprevisti, seppur, nella loro empirica dinamica di svolgimento, verosimilmente prevedibili, che, trasgredendo le più elementari regole di buon vicinato, avevano esposto le popolazioni stanziate sui lembi settentrionali del territorio sotto sovranità ecuadoriana, alle implicazioni, belle o brutte che fossero, di una strategia di lotta pianificata per una guerra a loro estranea. La guerra, cioè, per distruggere le centinaia e centinaia di ettari di coltivazione illegali (precisamente quelle in cui si produce la materia prima per l'estrazione di lucrose sostanze stupefacenti) che proliferano in Colombia, dando fiato ad un conflitto interno perdurante da oltre 50 anni. Una guerra, però, che, pur giusta nelle sue finalità, si è deciso di combattere con strumenti impropri, optando per l'utilizzo massivo di erbicidi (il cui nome in codice è Roundrup Ultra, e quello informale glisofato, mentre la garanzia è marchiata stelle e strisce), micidiali nel bruciare le piante di coca e di papavero, come pure, tuttavia, qualsiasi altra parvenza di flora (senza dimenticare, inoltre, le sottostanti sorgenti acquifere, nonché gli attigui agglomerati sociali) venga inquadrata dal suo mirino (il mirino, cioè, di quell'aereo da combattimento, modello e marca U.S.A., che, attenendosi agli impegni presi, avrebbe dovuto eliminare dai suoi piani di volo le aree a ridosso della frontiera ecuadoriana).



Il neo presidente ecuadoriano eletto Rafael Correa

Le fumigazioni ed il Plan Colombia: ovvero la storia infinita.
Da tutto ciò, dunque, deriva il comprensibile risentimento, seguito da parole e gesti di più o meno velato disappunto, manifestato dal governo ecuadoriano nell'assistere alla decisione, assunta unilateralmente da Uribe, di rimettere in moto il rombante motore dei paventati velivoli da fumigazione, per farli decollare di nuovo in direzione sud, ovvero in quella esatta direzione (che ha l'Ecuador quale involontario destino), verso cui una volontà congiunta e concorde aveva da poco imposto un veto.
Un atteggiamento contrariato e polemico, che trova ulteriore giustificazione nei risultati cui sono approdati, proprio di recente, gli studi da tempo messi in porto dalla Università Cattolica di Quito e quella Centrale dell'Ecuador. “Frammentazione del materiale genetico, associato con il drammatico incremento delle patologie respiratorie, gastrointestinali, allergiche, dermatologiche e neurologiche”: questo l'inquietante bollettino medico che affiora dalle loro ricerche, le quali, con le logiche varianti contestuali, lo hanno riscontrato nel 100% dei casi esaminati (Hoy, 19/12/2006). “La rottura del cromosoma “y”, relazionato con il manifestarsi del cancro, la crescita del numero degli aborti e del rischio di gestazioni di bambini malformati”, l'aggravante che è subentrata a rendere ancora più preoccupante il dettato della investigazione scientifica intrapresa per sfatare un mito: la conclamata non-pericolosità della “erradicación” dei campi di coca mediante l'innocuo diserbante dal nome di glisofato (erede di una prolifica, ma disgraziata dinastia, che nella sua progenie annovera anche il Napalm e l'agent Orange).

:: DOCUMENTI di SELVAS.ORG ::
Ecco il documento in formato PDF
Observaciones de la misión internacional a la frontera ecuatoriana con Colombia
20, 21 y 22 de Junio del 2005
a cura di
FIDH, FIAN, RAPAL, OCIM, CEAS
& CIF: Defensoría Nacional del Pueblo, INREDH, Acción Ecológica,
CEDHU, Acción Creativa, FORCCOFES,
PUCE, CAS/AFSC, Plan País, SERPAJ,
Comité Provincial de Derechos Humanos del Carchi,
COPOCCAR, Fundación Altrópico, ECOLEX
Missione effettuata nelle provincie di Carchi, Esmeraldas y Sucumbíos



Giunti al corrente di tutto ciò e testimoni delle affrettate mosse colombiane, dal lato ecuadoriano della violata fascia di tolleranza, perciò, non ci si è accontentati di ascoltare il presidente Uribe declamare che “se nei confronti dell'ecuador esiste rispetto e affetto, non si può permettere la crescita delle coltivazioni illecite nelle zone frontaliere e che le FARC continuino a seminare lì droga e, nel futuro, comincino a fare in Ecuador ciò che fanno in Colombia” (parole suggerite, a suo dire, dai dati del rapporto stilato dal Sistema di Monitoraggio di Coltivazioni Illecite dell'ONU, cui si sono allineate anche le conclusioni cui è pervenuta l'inchiesta realizzata da una simile entità statunitense, che comprovano l'aumento di superficie e di produzione delle piantagioni illecite).


Non ci si accontenta, dal lato soccombente e passivo della messa in opera del Plan Colombia, nemmeno quando Uribe tenta di rassicurare l'irritato interlocutore sminuendo le molteplici denunce circa i “presunti effetti nocivi dei prodotti chimici usati per le fumigazioni” (scomodandosi a citare i contenuti di uno studio svolto dal CICAD…ma cosa rispondere, però, a quanti hanno lamentato, dinanzi al difensore civico, malanni ed infermità tra le più svariate?) o la sua cancelliera, María Consuelo Araujo, si faccia scrupolo di rammentare come questi stessi prodotti siano abitualmente impiegati dagli agricoltori ecuadoriani nelle loro campagne. Un non accontentarsi che palesemente traspare dalla presa di posizioni del presidente uscente Alfredo Palacio, il quale, rompendo il silenzio mantenuto sin dall'11 dicembre scorso, data del riaprirsi della scottante vertenza, ha energicamente dichiarato “ai nostri fratelli e al mondo, il ripudio del popolo ecuadoriano per la ripresa delle aspersioni con glifosato che attentano alla vita, in una magnitudine scientificamente non determinata” e che per tale unica ragione “domandiamo con tutto rispetto non iniziare nuovamente con metodi antidroga insufficientemente provati” (El País, 27/12/2006), assicurando come su tale tema “la posizione dell'Ecuador sara ferma, mentre a Colombia spetta, per il rispetto dovuto al suo vicino e alla vita, dimostrare che il glifosato è innocuo” (El Telégrafo, 17/12/2006).
Peraltro, neppure basta o risulta sufficiente a calmare le acque agitate della politica ecuadoriana, sapere, grazie alle esternazioni prodigatosi a fare il ministro degli interni e della giustizia del gabinetto Uribe, Carlos Holguin, che la manovra compiuta dalla Colombia avrà un raggio d'azione cautelare (“a soli 100 metri dal río San Miguel”) ed una scadenza ravvicinata e, quindi, “in 5 o 6 giorni finiranno le aspersioni” (Europa Press, 27/12/2006 - El Telégrafo, 17/12/2006); anche se poi, sempre María Consuelo Araujo, ha fatto salire ad 8 i giorni necessari per completare il lavoro di bruciatura (El Commercio, 02/01/2007). Buoni propositi a parte, infatti, resta aperta, per gli ecuadoriani, la questione per cui le conseguenze delle fumigazioni perpetrate in tale periodo, benché di breve durata e concentrato in una zona circoscritta, comporteranno delle inevitabili ripercussioni sulla popolazione e l'ecosistema ecuadoriani, dato che “per l'incidenza del vento, il glisofato attraverserà la frontiera” (questa la concisa, ma chiara sintesi della situazione offerta dal cancelliere ecuadoriano Francisco Carrión - 24/12/2006)



Rafael Correa visita le zone di frontiera con la Colombia

Inoltre, pur prendendo per valide le giustificazioni accampate dalla politica colombiana per ammantare con la opportuna legittimità il proprio cambio di condotta, assunto, inspiegabilmente, senza alcun preavviso o confronto, quale altra chiave interpretativa si potrebbe adottare per leggere l'ulteriore risvolto del problema fumigazioni: la marea montante di “desplazados”, vale a dire di tutti coloro che, per sfuggire all'allungarsi dell'ombra minacciosa del Plan Colombia, sono pronti a rifugiarsi in Ecuador, dove già hanno ricevuto asilo 250.000 di essi?
Infine, pur ammettendo la non pericolosità del glisofato e la sua indubbia efficacia per combattere la moltiplicazione dei seminativi di coca e papavero, riuscendo, nel contempo, anche a fermare la mano della guerriglia e, di riflesso, pure la guerra civile (che, stando a quanto sostiene Uribe, è foraggiata proprio dalle coltivazioni proibite, il cui denaro potrebbe perfino arrivare a “finanziare la distruzione del mondo” - El País, 27/12/2006), come spiegarne lo scotto della riacutizzata tensione tra due Stati? “La corda tra Quito e Bogotà si tende in modo rischioso”, giustamente titolava El Commercio in un articolo pubblicato per raccontare come “la crisis diplomática entre Ecuador y Colombia a causa del reactivacción de las fumigaciones en la frontera, llegò a su punto más críticos”.

Checché ne dicano i diretti responsabili (con Uribe il quale, professando la sua sincera intenzione “di dialogare con le autorità ecuadoriane”, in quanto “por el gobierno ecuadoriano no hay sino respecto y por el pueblo ecuadoriano no hay sino afecto”, non ha potuto fare a meno di rimarcare “la obligación de quitarle al terrorismo su fuente de financiación”….fumigandola - Europa Press ed El País, 27/12/2006), tutto ciò risponde a verità. Ed a suffragarlo sono l'insieme di risvolti pratici susseguiti al riattivarsi della controversia, alcuni anche plateali, tra cui le innumerevoli stilettate sferrate dal fronte ecuadoriano e raccolte dai relativi mezzi d'informazione (pertanto, se di “attitudine alla sfida e alla prepotenza” Francisco Carrión ha tacciato la Colombia, sostenendo che “se non si avrà un cambio di quell'attitudine, credo che le relazioni rimarranno deteriorate”, il neo-eletto vice-presidente Lenin Moreno parla esplicitamente di “non rispetto degli accordi”, circostanza che fa sottindere, in seno all'establishment amministrativo ecuadoriano, “l'assenza di valorizzazione della relazione binazionale e dei cambi in essa accorsi” - El Commercio 02/01/2007). Ma, soprattutto, a suffragarlo è l'invio di una istanza formale all'OEA per mano della cancelleria ecuadoriana, per invitarla ad indagare sull'accaduto (con il contestuale sollecito rivolto all'ONU di sollecitare una verifica sugli eventuali danni che il glisofato provocherebbe), accompagnato dal ritiro dell'ambasciatore ecuadoriano, Alejánro Suárez, a Bogotà e la cancellazione della visita pre-natalizia di Correa nella capitale colombiana (visita cancellata da Correa in persona, pur “con el dolor en el alma” per non aver ricevuto l'attesa “expresión amistosa por parte del presidente y del gobierno de Colombia”), ed a cui probabilmente Uribe risponderà non presenziando alla cerimonia d'insediamento del debuttante capo di Stato, fissata per il 14 gennaio 2007.



Ecco alcuni effetti delle irrorazioni di glifosato sulla vegetazione - Foto tratta da www.carolinapeace.org


Distrarre, con una cortina di fumigazioni
Nell'analizzare a freddo questo complesso rompicapo tutto latinoamericano, comunque, c'è chi una spiegazione è riuscita a fornirla, sospettano come al crocevia della strada a senso unico imboccata con tutta fretta (e, tra l'altro, in concomitanza di un passaggio cruciale per la storia dell'Ecuador: il rinnovo del suo massimo organo istituzionale, avvenuta in piena fase di tracollo politico-sociale) dai colombiani, si annidi “il fracasso della sua politica antidroga, centrata in colpire esclusivamente i paesi produttori senza intaccare quelli consumatori, distruggere solamente le coltivazioni lasciando nella miseria i piccoli coltivatori, e confondere sicurezza con salute pubblica. Sospetto nutrito, peraltro, anche dal dover appurare come l'Ecuador abbia fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per contribuire alla battaglia contro il dilagare della droga e del narcotraffico, ricevendo in cambio l'immeritato ed amaro benservito della Colombia (l'inaugurazione, proprio nel corso del mese di dicembre, quello, per capirsi, del riaccendersi della polemica, del 18° Centro Nacional de Atención en Frontera-CENAF, ne è la più immediata riprova); Colombia il cui esercito e la cui polizia, per converso, dagli abitanti delle comunità ecuadoriane più prossime ai suoi confini, punti nevralgici per tale battaglia, vengono rimproverati “mancanza di controlli” (Europa Press).
Viceversa, c'è chi commenta gli ultimi eventi occorsi demonizzando l'attitudine ad “alzare i toni” e ad abusare della “diplomazia mediatica”, tattiche certamente utili per arringare l'opinione pubblica ed aggiudicarsi titoli favorevoli sulla stampa, ma che, tuttavia, se non assecondate da interventi concreti, come quelli di cercare “un'uscita giuridica accettabile”, poche volte portano a qualcosa di buono. Cosicché, anche vedendo trasparire nei passi compiuti dalla Colombia “una mistura di pragmatismo e arroganza”, non vale la pena ed è infruttuoso reagirvi soltanto con “dichiarazioni e alzate di tono” (El Commercio 03/01/2007). Una presa d'atto cui bene si affianca l'osservazione fatta da coloro che si sono positivamente meravigliati “del sorprendente empeño y pasión puestos para atacar a las fumigaciones”, identico impegno e altrettanta passione, però, “que sarebbe buona da dedicae anche per attaccare problemi di maggior impatto, sempre nel campo ambientale e di salute per gli ecuadoriani” (El Commercio 01/01/2007).



A fare da corolla al fiore appassito, fatto di alterchi, dissapori, attriti ed affronti, che con la ripresa delle fumigazioni è spuntato nello spazio delimitante i rapporti tra i due Stati latinoamericani, si sono andate a porre anche tutta una serie di voci critiche, provenienti da più versanti, quale quello venezuelano (il cui presidente, che è stato pure velatamente accusato dal cancelliere colombiano di aver fatto pressione sulla controparte ecuadoriana, aprendo, così, un altro fronte caldo a livello diplomatico, ha definito “tremendamente injusta las fumigaciones, que matan los cultivos ilícito y también ambiente, cultivos y seres humanos en el lado de Ecuador”) o quello argentino (entrambi tappa del giro perlustrativo con cui Correa ha inteso inaugurare la sua fresca nomina….tappe, però, non annullate come avvenuto per la prevista sosta a Bogotà).
Da tale coro di protesta e riprovazione, spicca, per autorevolezza e obiettività, l'acuto lanciato dal premio nobel per la pace del 1980, l'argentino Adolfo Pérez Esquivel, che ha consigliato a Uribe di “frenare la sua aggressione contro l'Ecuador”, avallando la scelta di quest'ultimo di chiamare in causa dell'OEA (EFE-AFP).

Comunque, dimenticando per un attimo tutti i contrasti e le mezze verità che sono andate ad infittire la faccenda fumigaciones, ciò che appare assodato ed imprescindibile su tale argomento è che Uribe dovrà far sfoggio di tutta la sua ars politica per poter raddrizzare la piega presa dalla vicenda, se non vorrà rischiare di rimanere isolato (ossia, con i soli Stati Uniti a confortarlo) nel cuore dell'America Latina. In quel sub continente americano dove, all'opposto, il suo antagonista Correa, viste le ammiccate e le strette di mano con Lula, Chavez, Morales & co., sembra aver trovato una stabile e fruttuosa collocazione, ed il suo insistere nel “compromiso de no involucrarse al Plan Colombia, de evitar calificar de terrorista a las FARC y de no renovar el convenio de la base de Manta”, ne danno ampiamente atto.


Tania Belli
Autrice del libro:"Trentuno giorni in Ecuador: giusto il tempo di lasciarsi graffiare l'anima"
Edizioni: Croce Libreria, 2006
E-mail alla redazione: redazione@selvas.org

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