:: Selvas.org::
:: Occhi aperti sulle Ande :: Ojos abiertos en los Andes ::
SELVAS.org


11-03-2008
:: INIZIATIVA::


Obiettivo COLOMBIA
La società civile non chiude gli occhi


Home
Portada

Chi siamo
Quien somos

Contattaci
Contacto


:: Speciale Colombia 2008 ::



“Si è riusciti con il dialogo a superare un gravissimo conflitto”. Alla vigilia del ventesimo vertice dei Capi di Stato e di Governo del gruppo di Rio, tenutosi a Santo Domingo venerdì 7 marzo, nessuno immaginava che queste potessero essere le ultime parole del discorso pronunciato dal presidente ecuadoriano Rafael Correa.

"Soluzione pacifica della crisi"

da Quito, Ecuador Tancredi Tarantino

9 marzo 2008


Foto dalla Cumbre di Santo Domingo, tratte da Presidencia de la República del Ecuador

Le premesse rendevano molto improbabile una così rapida riconciliazione tra Ecuador, Venezuela e Colombia dopo il bombardamento e la successiva incursione in territorio ecuadoriano da parte dell’esercito colombiano che ha portato all’uccisione del numero due delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), Raul Reyes.

- cronologia -

:: SELVAS BLOG ::

L'attualità e le notizie dal continente Latinoamericano



Todo el Discurso
del Presidente Correa


Uribe no entrega cadaver de Reyes

6 Marzo Colombianos marcharon por la paz



La farsa inscenata telefonicamente dal presidente colombiano Alvaro Uribe al suo omologo ecuadoriano per cercare di convincerlo della bontá dell’intervento appena concluso, i tentativi successivi di vincolare i governi di Ecuador e Venezuela alle FARC, le risposte immediate di Chavez e Correa che ritirano i rispettivi ambasciatori ed inviano le proprie truppe al confine, la presa di posizione del Nicaragua dell’ex sandinista Daniel Ortega, deciso ad interrompere ogni tipo di relazione con la Colombia, non sembravano presagire nulla di buono in Repubblica Dominicana.
Sotto lo sguardo attento dei Presidenti latinoamericani e dei principali mezzi di comunicazione internazionali che, per la prima volta, trasmettono in diretta tv l’importante evento, il vertice inizia con momenti di grande tensione ed accuse reciproche tra Colombia ed Ecuador. E la realpolitik latinoamericana entra così nelle case di milioni di cittadini di tutto il mondo.

Correa ricorda che il suo Paese “é stato bombardato ed oltraggiato da aerei e soldati stranieri”, accusando Uribe di essere “un bugiardo che non vuole la pace ma la guerra”. Uribe risponde accusando il governo ecuadoriano di appoggiare le FARC e porta le prove ritrovate su uno dei tre computer di Raul Reyes. Correa, indignato, chiede nuovamente la parola per ricordare ad Uribe che se in territorio ecuadoriano ci sono campamenti delle FARC è solo perchè l’esercito colombiano non è in grado di controllare il proprio territorio permettendo cosí ai guerriglieri di sconfinare in Ecuador. “Chi é cosí insensato da stare dalla parte delle FARC? Chi puó essere cosí insensato da stare dalla parte di una guerra che nel mio Paese provoca dolore, morte e miseria?”, conclude Correa che a piú riprese chiede la costituzione di una forza internazionale di pace che sulla linea di frontiera tra i due Paesi “possa controllare ció che il presidente Uribe non é in grado di controllare”.

 

Le tesi uribiste non convincono i membri del gruppo di Rio.
Il piú duro é il presidente nicaraguense Daniel Ortega che accusa il governo Uribe di “terrorismo di Stato”, mentre l’argentina Cristina Fernandez intima ai colleghi di non accettare la “dottrina dell’unilateralismo” imposta dalla Colombia. Il presidente boliviano Evo Morales, dal canto suo, infligge un’ulteriore stoccata ad Uribe. Dichiarandosi vittima di una cospirazione statunitense nel proprio Paese, osserva come “dall’11 settembre non siamo piú narcotrafficanti ma terroristi”, quasi a voler sottolineare i legami tra Colombia e Stati Uniti ed i tentativi americani di trovare comunque un pretesto per intervenire nella regione. “Se é cosí – conclude Morales – allora c’è un terrorista in piú seduto qui con voi oggi”.



Che per Uribe il faccia a faccia di Santo Domingo avrebbe potuto riservare molte piú sorprese di quanto non fosse accaduto pochi giorni prima a Washington era chiaro fin dalle prime ore del mattino. Lì, nella capitale statunitense, sotto la guida del governo Bush, la Organizzazione degli Stati Americani (OSA) aveva adottato un provvedimento blando che si limitava a rimarcare il principio di diritto internazionale del rispetto della sovranitá territoriale di ogni Paese ed instituiva una commissione d’inchiesta per verificare quanto accaduto, senza peró fare alcun riferimento all’invasione colombiana in territorio ecuadoriano. 

In Repubblica Dominicana, invece, gli Stati Uniti non ci sono, non sono tra i membri del gruppo di Rio e, senza l’appoggio incondizionato dell’alleato americano, Alvaro Uribe é solo come si percepisce giá dalla tradizionale foto di rito che ritrae tutti i Presidenti del gruppo di Rio tranne proprio Alvaro Uribe entrato dalla porta di servizio per evitare le domande incalzanti dei giornalisti.

Nell’uno contro tutti che va in scena a Santo Domingo, dopo i tentativi riappacificanti dei presidenti Felipe Calderón del Messico, Álvaro Colóm del Guatemala e Michelle Bachelet del Cile, é la volta del leader della rivoluzione bolivariana in Latinoamerica Hugo Chavez, presidente del Venezuela.

Dal peggior nemico statunitense della regione, ci si attende l’ennesima condanna nei confronti di Uribe, dopo le parole dure espresse nel corso di una delle ultime puntate del suo programma televisivo “Aló Presidente”. In quell’occasione, Chavez aveva accusato Uribe di essere un “narcotrafficante, un paramilitare al servizio degli Stati Uniti e di Bush”. Parole durissime che avevano provocato la reazione di Uribe che aveva annunciato l’intenzione di denunciare il presidente venezuelano alla Corte Penale Internazionale in quanto finanziatore e fiancheggiatore di un gruppo genocida, le FARC appunto.



Ed invece il principale promotore dell’Unione di Nazioni Sudamericane (UNASUR) usa toni distensivi. Dopo aver ricordato le precedenti crisi bilaterali tra Venezuela e Colombia ed aver escluso qualsiasi appoggio finanziario alle FARC, Chavez punta ad una riconciliazione in nome della stabilitá regionale. “Ricerchiamo un cammino verso la pace, allontaniamoci dalla possibilitá di altre guerre”, auspica il presidente venezuelano che continua sottolineando come “si é ancora in tempo per detenere una voragine della quale ci pentiremo non soltanto noi ma i nostri popoli, i nostri figli e non si sa fino a quando potrebbe durare”.

É il Chavez che non ti aspetti, dopo giorni di accuse pesanti che mettevano in mostra intenzioni belligeranti. In realtá il colonnello Chavez sa bene che il principale obiettivo deve essere quello di mantenere la stabilitá nella regione nel tentativo di consolidare il processo di unione economica, commerciale e politica avviata in questi anni in Sudamerica. E sa bene che molto dipende da lui, dalla sua capacitá di mediare questo conflitto senza cedere alle provocazioni. D’altra parte, in questi giorni l’attenzione dei grandi media internazionali é stata posta tutta sulla crisi tra Venezuela e Colombia, quasi che l’insursione militare non fosse stata realizzata dall’estremo sud ma dal nord-est colombiano, lungo la linea di confine con il Venezuela. “Dietro tutto questo – osserva il capo di Stato venezuelano – c’è il governo degli Stati Uniti che punta a destabilizzare la regione e non vuole che la guerra in Colombia cessi”. In effetti, anche quest’ultima incursione militare colombiana in Ecuador sarebbe stata impossibile da realizzare senza i sofisticati satelliti spia americani.

Abbracci e merengue
Chavez conclude intonando un tipico merengue dominicano e portando le prove di vita di sei ostaggi nelle mani delle FARC, chiedendo nuovamente ad Uribe di permettergli di lavorare per la realizzazione di uno scambio umanitario, importante passo verso la fine delle ostilitá in Colombia.

L’impatto del discorso di Chavez é il giusto trampolino di lancio per il presidente della Repubblica Dominicana, Leonel Fernandez, padrone di casa e coordinatore dei lavori, che approfitta dei toni usati da Chavez e dei sorrisi strappati ai partecipanti presenti in sala per proporre una soluzione pacifica della crisi. Uribe, che poco prima aveva ammesso le proprie responsabilitá e si era impegnato a non ripetere azioni di questo tipo, si alza e va a stringere la mano a Correa, Chavez ed Ortega, tra gli applausi degli altri Presidenti e la soddisfazione del dominicano Fernandez che sa di aver giocato un importante ruolo di mediatore.

La peggiore crisi della regione é risolta ed il pericolo che potesse sfociare in un ricorso alle armi sembra scampato. Il provvedimento approvato all’uninimitá a conclusione del vertice condanna la Colombia per l’incursione militare in Ecuador, prende nota delle scuse presentate da Uribe e del suo impegno affinché non si ripetano piú atti di tale gravitá e conclude ricordando la vocazione pacifista della regione, auspicando per il futuro la ricerca congiunta e concertata di soluzioni ai conflitti che affliggono la regione.

Il Venezuela e il Nicaragua hanno giá ripreso i normali rapporti con il Paese colombiano, mentre la ministra degli Esteri ecuadoriana Maria Isabel Salvador ha annunciato che le relazioni tra Ecuador e Colombia si andranno normalizzando poco a poco. Probabilmente molto dipenderá anche da cosa deciderá la commissione d’inchiesta dell’OEA che in questi giorni sta visitando Ecuador e Colombia e che si pronuncerá il prossimo 14 marzo su quanto accaduto il primo marzo nella provincia ecuadoriana di Sucumbios.



:: L'analisi ::

America Latina 1 - Stati Uniti 0

dal Venezuela Tito pulsinelli per Selvas.org



(ndr. "Oh! Dalla foto di gruppo della cumbre manca il presidente della colombia...")

Per commentare i risultati positivi del vertice del Gruppo di Rio riunitosi a Santo Domingo, un giornale venezuelano ha sparato in prima pagina "La guerra è finita". Non senza un'ironia che è fuori luogo. Zero morti, zero feriti, una catena di insulti, una insolita diplomazia-spettacolo,ma non solo.
Sono stati dispiegati sul terreno non solo i mezzi della diplomazia, dell'informazione, ma anche le truppe che avrebbero sigillato le due maggiori frontiere terrestri della Colombia e, soprattutto, l'avrebbero privata di un intercambio commerciale globale di 6 miliardi di dollari.

La combinazione simultanea di questi fattori ha mostrato l'isolamento del governo di Uribe e l'impraticabilità della praxis antiterrorista anche all'esterno delle sue frontiere. "La guerra è finita" con il trionfo della dottrina della sovranità degli Stati e la sconfitta per KO della "dottrina 11/9".

In America latina non è possibile -per ora- trapiantare la pratica esogena della "guerra infinita" o la bestialità della "guerra preventiva". Nessun Paese delle Americhe, salvo l'anglosfera Canada/Stati Uniti, è interessato a favorire in qualsivoglia misura questa deriva del diritto internazionale pubblic0 e dei diritti umani.


L'America latina si è affermata come una comunità politica reale, mostrandosi come un attore che basa la credibilità su di un blocco riunito attorno a due alleanze commerciali (Mercosur e CAN), una struttura finanziaria come il Banco del Sur che va ad aggiungersi ad altre, ed una unità geopolitica che ha fatto tanti passi avanti. Sono maturi i tempi di una organizzazione di difesa militare regionale.

Il blocco del sud è il reparto avanzato dell'integrazione latinoamericana ed ha dimostrato che è insufficiente l'ariete-Colombia per minarne la solidità. La Colombia e le sue elites hanno fatto i conti: bastano solo gli Stati Uniti (e il suo mercato) per il futuro?

Il cadavere di Raul Reyes ha un prezzo elevato per l'oligarchia colombiana e per gli Stati Uniti che escono chiaramente sconfitti da questa vicenda. Il Pentagono -per ora- non può applicare meccanicamente i "modus operandi" del passato, nè illudersi di trasferire sul teatro di operazione sudamericano la sceneggiatura bellica del Medio oriente.
Il Venezuela e l'Ecuador non sono Gaza, e la tuta mimetica di "Israele tropicale" si è dimostrata grande per essere indossata dalla Colombia.

I chiodi che non hanno ancora chiuso la bara di Raul Reyes sono -invece- il chiodo definitivo sui vaniloqui geopolitici del povero Bush, della confraternita neocons e dell'unipolarismo. Ma non solo: è stata archiviata la "dottrina Monroe".





Tancredi Tarantino, ricercatore indipendente, ha curato diversi dossier sull'America Latina e sulle politiche neoliberiste della Banca Mondiale. Laureato in Giurisprudenza a Pisa, con una tesi in Economia Politica sulla Banca Mondiale, ha concluso un Master in giornalismo. Attualmente è impegnato in progetti internazionali.


Tito Pulsinelli.
Analista geopolitico, ha pubblicato numerosi testi sulla realtà latinoamericana per l'Osservatorio Indipendente Selvas.org e per molte testate latinoamericane.

E-mail : redazione@selvas.org


SELVAS.org - Disclaimer - Copyleft
In ottemperanza con la nuova legge sull'editoria italiana, si segnala che selvas.org non è' un periodico. Qualunque testo vi appaia non ha alcun tipo di cadenza predeterminata nè predeterminabile. Non essendo una testata giornalistica, non esiste editore. Tutti i contenuti sono a responsabilità e copyright dei siti linkati o di chi li ha scritti. I dati sensibili relativi alla legge sulla privacy sono tutelati in ottemperanza alla legge 675/96 e dal dpr 318/99. Il contenuto del sito può essere liberamente citato, linkato ed anche copiato (a patto si citi selvas.org come fonte). Per qualunque altra informazione scrivere alla redazione.