Per una giornata l'intera nazione ha vissuto un momento di grossa mobilitazione. Una grande manifestazione, svoltasi in contemporanea in varie città colombiane, che ha rappresentato un momento storico. Il paese si è fermato per 3 minuti, i clacson suonavano, si accendevano migliaia di candele, le magliette bianche riempivano le piazze, politici e gente dello spettacolo faceva la passerella. E i Colombiani comuni gridavano sentimenti per troppo tempo repressi. Un momento storico appunto, perché ora è chiaro che questo dolore esiste dentro tanti cittadini.
Eppure c'erano tante ragioni per non scendere in piazza.
Colombia, 5 julio 2007:
prove generali di dignità
di Simone Bruno per Selvas.org
Luglio 2007

Documento
Cuántos muertos más, presidente?
di Claudia López, columnista de EL TIEMPO. Colombia
Il giorno che la terra Colombiana cominci a vomitare i suoi morti, chissà, allora le cose potranno cambiare, José Saramago esprime così al quotidiano El tiempo la sua maniera di vedere l' indifferenza dei Colombiani davanti al conflitto che soffoca il proprio paese da più di 40 anni. che vomitino i propri morti così che i vivi non si comportino come se non stesse accadendo nulla._Ed ha ragione il premio Nobel Portoghese, non capita spesso che i cittadini comuni esprimano un profondo dissenso per la violenza che affligge il proprio paese. È un evento raro, la durata del conflitto, l' abitudine di aver vissuto tutta la vita insieme alla guerra civile e forse la paura fanno si che questa dolencia, sia spesso interiorizzata e quasi mai espressa pubblicamente, che ci si conviva silenziosamente, che si cambi argomento, che si pensi ad altro. Ma anche di questo si alimenta il conflitto, della indifferenza o della sua apparente esistenza, del desiderio di dimenticare e far finta di vivere in un paese normale.
Per questo il grido dei Colombiani del 5 luglio 2007 ha avuto una grande importanza e porta con se anche grande speranze. Quella grande manifestazione, svoltasi in contemporanea in varie città colombiane, ha rappresentato un momento storico. Il paese si è fermato per 3 minuti, i clacson suonavano, si accendevano migliaia di candele, le magliette bianche riempivano le piazze, politici e gente dello spettacolo faceva la passerella. E i Colombiani comuni gridavano sentimenti per troppo tempo repressi. Un momento storico appunto, perché ora è chiaro che questo dolore esiste dentro tanti cittadini.
Eppure c'erano tante ragioni per non scendere in piazza, vestirsi di bianco o non suonare il clacson.
Bisogna, quindi, fare un passo indietro, e raccontare la storia di 11 cadaveri._Questi corpi sono da qualche parte nella selva Colombiana, tra le regioni del Cauca e del Valle, ma non sono cadaveri qualsiasi, come ad esempio quelli dei soliti guerriglieri o dei soldati che giornalmente si affrontano da quelle parti. Non sono neppure di qualche gruppo paramilitare tornato in armi o che non le ha mai lasciate. Non sono neppure falsi positivi ossia il modo politicamente corretto per chiamare i contadini uccisi dai militari e poi travestiti da guerriglieri allo scopo di intascare le laute ricompense che lo stato paga quando si elimina un sovversivo.

No! Questi cadaveri hanno una storia, una storia importante.
Tutto ebbe inizio l' undici Aprile del 2002, quel giorno lo ricordano in molti, infatti è il giorno in cui i guerriglieri della Colonna Arturo Ruiz della FARC-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias Colombianas - Ejercito Popular) con una operazione che non sfigurerebbe in un romanzo d'azione, si travestirono con divise dell'esercito e delle squadre anti esplosivi e inscenarono un'emergenza nella città di Cali. Quello che raccontarono ai presenti era che nel parlamento c'era una bomba che stava per esplodere. In mezzo al caos e all'esplosione di qualche petardo evacuarono l'edificio e fecero salire 12 deputati in un furgone con il quale si allontanarono a tutta velocità, scortati dalla polizia fino a fuori città. Un sequestro storico e per di più una grande presa in giro dello Stato e delle istituzioni.
Quei dodici deputati entrarono quindi in quel limbo di vita sospesa tipico dei sequestrati, ed essendo prigionieri politici entrarono anche a far parte del gruppo degli scambiabili._ Ma purtroppo per loro nei 5 anni e tre mesi successivi i guerriglieri e il governo del presidente Uribe non riuscirono ad accordarsi mai per realizzare questo scambio. _Il tempo scorreva lento, sempre uguale, lunghe marce per far perdere le tracce, parlavano di politica con i comandanti che li tenevano sotto custodia, ascoltavano la radio ad onde medie che gli portava la voce dei famigliari, le storie dei loro figli che crescevano, si laureavano, cominciavano gli studi, ogni tanto si tornava a parlare dello scambio, ma le condizioni dei guerriglieri erano sempre inaccettabili per il governo. O viceversa.
Poi verso settembre 2006 una reale speranza: il presidente con la mano dura e il cuore grande sembrava aver accettato le condizioni della FARC, la demilitarizzazione di due municipi per realizzare 45 giorni di colloqui e poi la libertà, il sogno del Natale con la famiglia._ Un buco nell'acqua, ancora una volta.

Una bomba nel cuore della scuola militare di Bogotà fece saltare in aria anche lo scambio umanitario. Certo non fu mai chiarito chi fosse l'autore dell'attentato, il governo si affrettò ad accusare i guerriglieri e questi il governo. Accuse, queste ultime tra l'altro, non senza fondamento dato che, proprio in quei giorni, venivano svelate una serie di losche storie secondo le quali alcuni militari avevano inscenato falsi attentati poco prima delle elezioni presidenziali._ Non ci furono vittime, tranne quelli che continuavano ad essere condannati a marciare nella selva Colombiana, questa volta sotto la minaccia della liberazione per manu militare promessa dal presidente e rifiutata categoricamente dalle famiglie dei sequestrati. Questi, infatti, sanno bene che in quelle circostanze ci sono grandi possibilità per i loro cari di rimanere sul campo. I guerriglieri hanno infatti l'ordine di eliminare i prigionieri qualora si verificasse un attacco.
E venne Giugno. Ciò che nessuno si sarebbe mai aspettato accadde. Il presidente decise di liberare in maniera unilaterale circa 200 guerriglieri delle FARC. I più ottimisti sperarono in una liberazione di almeno alcuni dei prigionieri politici in mano delle Forze Rivoluzionarie come risposta, ma si illudevano.
Alcuni fantasiosi pensavano che il neo eletto presidente francese Nicolas Sarkozy avesse degli accordi segreti con le FARC per arrivare alla liberazione della deputata franco-colombiana Ingrid Betancourt e che questi fosse il vero ispiratore delle azioni del presidente Uribe. Ma purtroppo quell'accordo non è mai esistito. I più maliziosi pensarono invece ad una astuta mossa presidenziale per distrarre l'attenzione dagli scandali del governo, i cui parlamentari stavano finendo in carcere come mosche, e dalle indagini che si avvicinavano pericolosamente alla famiglia stessa del presidente mettendola in relazione con i gruppi paramilitari.
Non si sa se avessero ragione, certo è che l'attenzione fu distolta.
Ma purtroppo questa storia non finisce bene, non ci sono gli abbracci alla fine del racconto. Il sipario si chiude sui familiari in lacrime che chiedono ai guerriglieri i corpi di 11 di quei 12 sequestrati di cinque anni fa per poterli almeno seppellire. E l'esperienza insegna che forse non avranno neppure questo conforto._ Nella mattina di giovedì 28 giugno 2007 l'agenzia ANNCOL riporta un comunicato delle FARC con il quale si annuncia la morte dei deputati durante un tentativo di liberazione da parte di un gruppo armato non ben identificato.
Il risveglio di giovedì 28 è stato quindi un trauma talmente forte da risvegliare anche la coscienza dei Colombiani, tanto forte da farli scendere in strada e rendere pubblica la loro dolencia.
Ma allora perché non andare, perché non mettere una maglietta bianca e scendere in strada?
Per esempio perché come temeva Yolanda Pulecio, madre di Ingrid Betancourt, c'è stata una strumentalizzazione dell'evento. Quella che era nata come una richiesta dei familiari dei deputati di avere indietro almeno i corpi dei propri cari dalle FARC e, al tempo stesso, chiedere un accordo umanitario per lo scambio dei prigionieri ancora in vita, si è trasformato in una audace convocazione politica e mediatica del presidente Uribe. Quello stesso presidente che chiedeva ai soldati la liberazione a ferro e fuoco dei prigionieri. Quello stesso presidente che non ha mai accettato di realizzare uno scambio umanitario.

La dignità delle famiglie delle vittime meritano rispetto e non manipolazione politica.
Un'altra ragione potrebbe essere che quella stessa mattina, il presidente Uribe dichiara che: i cittadini devono approfittare della marcia per esigere dal governo fermezza nella lotta al terrorismo, nessuna incertezza e un No all'accordo umanitario. Tutto ciò è contro il desiderio di pace di tante delle persone scese in piazza, ai loro cartelli in favore dell'accordo umanitario per lo scambio dei prigionieri, alla loro voglia di pace.
E che dire dei mezzi di comunicazione che suonano le trombe della convocazione alla manifestazione da due giorni? Quegli stessi mezzi che hanno ignorato per anni le manifestazioni altrettanto imponenti contro il governo.
Oppure si poteva decidere di rimanere a casa perché questa manifestazione era appoggiata da potenti gruppi economici, attori, cantanti, personaggi dello spettacolo e politici che non si sono visti quando si dimostrava per l'indignazione della scoperta di più di 80 fosse comuni di vittime di paramilitari, o quando le famiglie della comunità di pace di San José De Apartadó venivano massacrate a colpi di macete dagli stessi paramilitari. Non si sono visti neppure soccorrere qualcuno dei più di 15.000 desplazados del 2007, fino a questo momento. Eppure ora sono in diretta TV a cantare contro il sequestro. Evidentemente ci sono crimini che valgono indignazione in Colombia e altri no.
Si poteva decidere di non andare perché gli imprenditori, le banche e le istituzioni facilitavano e spingevano gli impiegati a scendere in strada, mentre il presidente ha fatto tagliare lo stipendi ai professori in sciopero contro il suo governo e i suoi tagli all'istruzione.
O magari ci si sarebbe potuti sentire scomodi con il fatto che i familiari delle vittime affermano di temere di avere i telefoni sottocontrollo da parte dai servizi segreti locali.
Ma poi chissà se quanti abbiano deciso di rimanere a casa senza le magliette bianche e le bandiere patrie si siano pentiti vedendo la gran festa di piazza? Chissà se avrebbero voluto essere con gli altri Colombiani in piazza ad esprimersi una volta tanto a dire basta!?
Oppure se, seduti in poltrona, guardando le 3 ore di diretta televisiva a reti unificate, si siano sentiti orgogliosi della propria scelta.
Magari i dubbi si sono sciolti quando a Cali mentre Carolina Charry, figlia di uno dei deputati uccisi, parlava a nome delle famiglie delle vittime, e accusando il governo di essere tanto colpevole quanto la FARC, la folla l'ha fischiata al grido di Uribe! Uribe!. A quel punto il ministro dell'Interno Carlos Holguín, le ha tolto il microfono, l'ha definita bambinetta immatura, rifiutando quelle accuse infami e non le ha permesso più di continuare il suo discorso.
Che rispetto del dolore dei familiari dei deputati! E proprio nel giorno in loro onore!

Cuántos muertos más, presidente?
Por Claudia López.
Columnista de EL TIEMPO. Colombia.
Otro secuestrado muerto. Otra vez el Ejército, siguiendo órdenes del Presidente, fue a rescatar a un secuestrado vivo y trajo de vuelta a un industrial muerto.
¿Cuántos más, Presidente? ¿Cuántos secuestrados muertos se necesitan para que usted se digne considerar otras opciones? ¿Acaso los 3.200 que todavía están vivos?
¿Me pregunto, Presidente, por qué, según usted, su gobierno no puede renunciar al deber constitucional de hacer rescates militares, pero sí puede renunciar al deber ético y constitucional de defender la vida de unos colombianos en peligro?
¿Con qué criterio escoge los deberes constitucionales que decide cumplir y los que desecha?
Para cumplir con su decisión de rescatar a los secuestrados por la fuerza y sin la certeza de que sobrevivan, el Gobierno anunció que primero informa a la familia y que ha encontrado en algunas de ellas respaldo a su decisión.
Sin embargo, ha sido usted enfático en afirmar que informar no es pedir permiso y que, en cualquier caso, el Gobierno se mantiene firme en la decisión del rescate militar. Si igual va a hacer el rescate militar, Presidente, ¿no cree que exponer a la familia a una información sobre la que no puede tomar una decisión final es una manera de moderar su costo político por una decisión riesgosa, pero también de agregar a las familias un sentimiento de culpa inevitable por la muerte de sus seres queridos cuando tratan de ser rescatados?
Tuve un enorme sentimiento de pesar escuchando a María Londoño, la viuda del industrial secuestrado y muerto en rescate, Diego Mejía. "La vida de mi esposo se fue, pero las de otros que le hicieron mucho daño al país también se fueron (en la operación murieron cuatro guerrilleros, entre ellos alias 'Fabio', uno de los jefes del frente 47 de las Farc). Espero que esto sirva para algo", decía doña María. Parece una sentencia del talión: ojo por ojo, diente por diente. Y la verdad, doña María, es que no sirve de nada. Lo que nos servía a todos era tener a su esposo a su lado y al industrial produciendo. Cada año, el Gobierno da de baja en combates legítimos a cientos de guerrilleros. Seguramente en uno de esos combates habría dado de baja a esos cuatro guerrilleros.
También dijo doña María que "Diego no se pudo salvar porque Dios así lo dispuso. Los resultados no fueron los que hubiéramos querido, pero, ante la disposición de Dios, no podemos hacer nada". No, doña María, la decisión de rescatar a su marido ni fue suya ni fue de Dios, fue de un mortal. Usted, su esposo y los demás secuestrados tienen otras alternativas, que incrementan las posibilidades de recuperarlos con vida, pero nuestro mortal Presidente considera que esas otras opciones no son legítimas ni posibles.
Leyendo el jueves pasado la noticia de la muerte del señor Mejía y ayer la de que estamos inundados otra vez de mafias y paramilitares, me surgen tantas preguntas, señor Presidente.
Según las propias estadísticas oficiales, los paramilitares fueron responsables de unos 1.000 secuestros. Ni para empezar la negociación, ni para concederles los generosos beneficios de la mal llamada Ley de Justicia y Paz se les exigió que los devolvieran.
Hasta el día de hoy no los han devuelto ni dado razón de ellos.
¿Por qué, Presidente? ¿Por qué a las Farc sí debemos exigirles la devolución sin condiciones de los secuestrados y a los paramilitares no?
¿Por qué su Gobierno no exigió a los paramilitares que devolvieran sin condiciones los cuerpos de los miles de colombianos que masacraron y enterraron en fosas comunes? ¿Por qué para defender la vida o recuperar los cuerpos de esos colombianos no ha liderado usted una condena y manifestación nacional e internacional?
¿Por qué, señor Presidente, el secuestro paramilitar es, según sus decisiones, tolerable y el de las Farc es innegociable?
| :: ITALIA E FRANCIA SEGUONO L'ESEMPIO COLOMBIANO :: |
Premio Nobel italiana encabezará actos en ese país para pedir por secuestrados en Colombia
Julio 24 de 2007 - Con información de Efe
Levi Montalcini, ganadora en medicina en 1986, encenderá una luz en la Plaza de España, en Roma. La soprano colombiana Alexandra Sabala y la checa Susana Gardosova lo harán en la Plaza Scala de Milán.
La embajada colombiana en Italia convocó a los ciudadanos bajo el lema "ponte algo blanco y enciende una luz" para la liberación de todos los plagiados, algunos de ellos privados de su libertad desde hace diez años.
En estos días, el grupo privado de televisión Mediaset, el más importante de Italia, propiedad de Silvio Berlusconi, está emitiendo publicidad, en la que se invita a acudir a las manifestaciones "vestidos de blanco".
"Dices Colombia y piensas en playas blancas, piensas en música, en el mundo fantástico y sin tiempo de Gabriel García Márquez y al mundo moderno de turismo y moda, inversión y comercio. Ese es el presente...pero hay un ángulo oscuro en el pasado", afirma la publicidad.
En el anuncio se añade que hay 3.000 secuestrados y agrega: "Pidamos que los dejen en libertad, secuestrados famosos y desconocidos, para restituirlos junto a sus familias y Colombia al futuro"
Esposa de Sarkozy intervendría a favor de secuestrados en Colombia
Mientras tanto, en Francia el diario Le Figaro sugiere que Cecilia Sarkozy, primera dama de Francia, podría convertirse en un nuevo símbolo de las causas humanitarias, la Lady Di francesa.
El diario conservador se pregunta también si ella no podría en un futuro ir a Colombia a contribuir en el rescate de Ingrid Betancourt.
Este anuncio lo hizo el diario tras la participación de esta mujer en la liberación de las cinco enfermeras y el médico bulgaros.
Esta misma posibilidad fue evocada ayer por un parlamentario centrista en la Asamblea Nacional.
Una amiga íntima de Cecilia Sarkozy, Isabelle Balkany, se muestra sin embargo más prudente: "No hay que exagerar. Hará cosas útiles, pero lo más importante para ella son sus hijos y su familia".
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Ulises Ruiz Ortiz |