:: POPOLO MAPUCHE ::
Chi sa leggere i segni della terra dice che l’eruzione del vulcano Llaima, che pochi giorni fa ha stupito il Cile, va interpretata come un grido che risale davvero dal profondo della terra per spaccare la crosta di perversità di chi persiste nel genocidio dei Mapuche e quella d’indifferenza di chi si gira dall’altra parte, come a dire “io non c’ero, non so niente”.
Cile, quando la morte prende la parola
Di Claudia Korol
Traduzione di Leonardo La Malfa Revisione di Fiamma Lolli coordinamento Daniela Cabrera per Traduttori per la Pace

Foto di Ximenariffo
Originale scritto per ALAI AMLATINA, Buenos Aires 08/01/2008
I “pinguini”, ragazzi e ragazze che mesi addietro hanno occupato i licei e le scuole cilene, dicono che l’assassinio del giovane Mapuche Matías Catrileo, come quelli precedenti di Zenón Díaz Necul e di Alex Lemun, dimostrano il carattere razzista della repressione che ha trasformato in un crimine essere giovani, poveri, indigeni, ribelli.
Matías Catrileo, 22 anni, studente di agronomia presso la Universidad de La Frontera de Temuco, è stato assassinato con un proiettile alla schiena da un carabinero. Stava partecipando insieme ad altri membri della comunità Mapuche a un’occupazione di terre nel Fundo Santa Margarita de Vilcún, di proprietà del latifondista Jorge Luchsinger. L’azione mirava a proseguire nell’opera di recupero delle loro terre ancestrali. Alex Lemun, 17 anni, è stato assassinato nel 2002 ad Ercilla, sempre dalla pallottola di un carabinero, mentre partecipava all’occupazione del Fundo Santa Elisa della Forestal Mininco. Il suo assassino è stato assolto nel 2004 da un tribunale militare, e oggi risulta reintegrato nelle forze dell’ordine. Il pubblico ministero militare di questo caso, José Pinto Aparicio, è lo stesso cui sono state recentemente affidate le indagini sull’assassinio di Matías Catrileo.
La Asociación de Familiares de Detenidos Desaparecidos (Associazione dei Familiari dei Detenuti Scomparsi), cilena, che conosce i tanti volti dell’impunità, ritiene doveroso che sia la giustizia ordinaria, e non quella militare, ad occuparsi dell’indagine e ad assumersene la responsabilità politica a nome del Governo. Le donne Mapuche dicono basta alla strage infinita dei loro figli. Al funerale di Matías sua madre, Mónica Quezada, ha detto: “Siamo convinti che il proiettile assassino sia partito dall’arma dei carabineros. Non possiamo non condannare questa azione, vigliacca e codarda. Vigliacca per l’uso sproporzionato della forza impiegato contro un gruppo di giovani Mapuche, armati solo della forza dei loro ideali. Noi e tantissimi altri sappiamo come definire quelli che colpiscono a tradimento. Non vogliamo altra impunità, non vogliamo altri figli morti per una causa la cui legittimità è stata riconosciuta”.
Un vulcano grida in una terra in cui molti fanno un silenzio assordante. Migliaia di giovani gridano, mentre gli adulti amplificano silenzi ricevuti in eredità. Fanno volare pietre, fanno volare lava. Un popolo difende la terra. “Mapuche” significa gente della terra. Un popolo difende la sua identità. Un popolo che fa fronte comune contro le grandi multinazionali forestali, della cellulosa, dell’elettricità, della pesca, del settore minerario. Contro il modello politico, economico e culturale che distrugge la “Mapu” (la terra) e la sua gente… la sua “che”. Questo popolo dice che non ha più niente da perdere, oltre alla propria vita. Il silenzio ufficiale dice che per chi ha il potere la vita del popolo Mapuche non vale quanto il suo territorio. I potenti dicono che la proprietà privata è un valore più grande della vita.

Foto di Ximeariffo
Le femministe, che non vogliono essere parte del potere di distruzione capitalista, patriarcale e razzista, dicono che la lenta agonia di Patricia Troncoso, prigioniera politica Mapuche in sciopero della fame, è un’altra faccia del “femminicidio” e dell’”etnocidio”.
Ma chi è la donna che parla da un corpo che si va spegnendo? Patricia Troncoso, prigioniera politica Mapuche, è in sciopero della fame (assume solo liquidi) dal 12 ottobre 2007. Mentre studiava Teologia all’Instituto de Ciencias Religiosas (Istituto di Scienze Religiose) presso la Universidad Católica de Valparaíso, in cerca delle proprie radici si è avvicinata gradualmente e in modo solidale alle comunità Mapuche, divenendo parte della resistenza storica di questo popolo. È stato l’Observatorio de Derechos de los Pueblos Indígenas (Osservatorio dei Diritti dei Popoli Indigeni) a diffondere informazioni sul perché della sua detenzione, iniziata il 12 settembre 2002. Patricia è considerata responsabile di minacce e incendi di stampo terrorista. A lei e ai suoi coimputati è stata attribuita la responsabilità dei seguenti fatti: 1) incendio di stampo terrorista nella propietà di Juan Agustín Figueroa Elgueta; 2) minacce di incendio di stampo terrorista contro i proprietari e gli amministratori del Fundo Nancahue; 3) incendio di stampo terrorista ai danni dell’impresa forestale San Gregorio di proprietà di Juan Julio Sagredo Marín e 4) minacce di incendio di stampo terrorista contro i proprietari e gli amministratori dell’impresa San Gregorio. A dicembre dello stesso anno è stato aperto un nuovo processo a suo carico con l’accusa di far parte della Coordinadora de Comunidades En Conflicto Arauco Malleco, organizzazione del popolo Mapuche dichiarata “associazione terrorista illegale”. Il 28 gennaio 2003 è iniziato un altro procedimento per incendio di stampo terrorista, furti aggravati, lesioni, tentativo di appropriazione indebita e altri reati. A denunciarla non solo la Empresa Forestal Mininco S.A. ma anche il governo provinciale di Malleco. La sentenza del primo processo ha assolto gli imputati da tutte le accuse, in via definitiva.
A questo punto entrambe le parti querelanti (governo e privati) hanno fatto ricorso per ottenere l’annullamento della sentenza alla Corte Suprema, che il 2 luglio 2003 li ha accontentati, ordinando l’apertura di un nuovo processo iniziato il 9 settembre 2003. Ancora una volta Patricia è stata assolta da ogni accusa, mentre i Lonkos Mapuche sono stati condannati a 5 anni e 1 giorno di carcere per i reati di minacce di incendio di stampo terrorista, secondo l’articolo N° 18.314 della legge antiterrorismo. Alla fine, per l’accusa di incendio alla Poluco Pidenco, Patricia è stata condannata a 10 anni e 1 giorno di prigione nonché a corrispondere un indennizzo di 425 milioni di pesos alla Empresa Forestal Mininco S.A, insieme agli altri cinque coimputati. La Poluco Pidenco subì un incendio nel dicembre del 2001, senza alcuna vittima, per il quale i presunti autori furono giudicati ricorrendo a “testimoni senza volto”, grazie all’applicazione della legge antiterrorismo che risale alla dittatura militare di Augusto Pinochet. Una situazione già condannata in due occasioni dagli organismi dell'ONU per i diritti umani, che hanno chiesto l’abolizione di questa legge e la revisione dei processi svolti in base a essa.

Foto di TrincheraSur
Patricia Troncoso ha già scontato in carcere metà della pena: eppure non le sono stati concessi i benefici carcerari che le spettano, tra i quali l’uscita domenicale e/o quella quotidiana. È un’altra forma di tortura nel Cile governato dalla “socialista” Michelle Bachelet. Nei mesi di ottobre e novembre del 2004, mentre ancora scontava la sua condanna, Patricia Troncoso ha dovuto affrontare un quarto processo per “associazione terrorista illegale”. Dopo diciassette udienze alla sezione penale del tribunale di Temuco, è stata assolta per la terza volta dall’accusa di concorso in reati di terrorismo. Patricia Troncoso, tuttavia, non è l’unica vittima dello Stato cileno. Nelle carceri di Angol, Victoria, Lebu, Concepción, Temuco e Traiguén, si trovano più di venti prigionieri politici Mapuche, la maggioranza giudicati in base alla legge antiterrorismo.
Scrive Victor Toledo Llancaqueo (1) nel semestrale OSAL 22 : “Di fronte al conflitto con gli indigeni (…) e seguendo i modelli di un’intensa campagna di criminalizzazione della protesta sociale Mapuche (…) lo Stato cileno ha fatto ricorso sistematico alle leggi penali. Il caso Mapuche è esemplificativo della criminalizzazione della protesta sociale: un processo politico, mediatico e giuridico che, etichettando gli atti di protesta come reati, tenta di sradicare il conflitto sociale dal terreno politico per trapiantarlo in quello penale. L’obiettivo dei sostenitori della criminalizzazione è dispiegare tutto il potere punitivo dello Stato al fine di neutralizzare, disciplinare o annientare la protesta. I mezzi di comunicazione e i settori della destra hanno svolto un ruolo decisivo nel processo di criminalizzazione della protesta Mapuche. Di fronte all’emergenza della mobilitazione indigena hanno promosso attivamente la sua delegittimazione e criminalizzazione, trasformandola in un problema di sicurezza. Da parte loro, le imprese forestali hanno vissuto il conflitto con le comunità Mapuche come un attacco alla loro immagine di rispettabilità imprenditoriale. Accusate di danni ambientali e di essere ricorse a guardie private per reprimere gli indigeni, hanno rischiato di perdere parte del proprio mercato. Di fronte a tutto ciò, i grandi gruppi forestali premono sul governo e sull’opinione pubblica affinché si dia una risposta penale, ingigantendo i danni economici della protesta Mapuche e l’episodio dell’incendio”(2).

Foto di TrincheraSur
Capitalismo verde
In Cile in tutta l’America Latina le imprese forestali comandano, fanno e disfanno, saccheggiano, accumulano plusvalore. I conflitti tra queste imprese multinazionali e il popolo Mapuche si concentrano attorno al possesso e all’inquinamento della terra, dal momento che i territori ancestrali sono stati usurpati dalle imprese forestali, che hanno attentato anche alla cosmovisione di questo popolo, ai suoi simboli e alla sua cultura, inquinando pesantemente anche i vasti territori strappati ai legittimi proprietari. Alfredo Seguel (3), ricercatore cileno, elenca le conseguenze dello sviluppo dell’industria forestale in Cile: “La cacciata degli indigeni dal loro bosco nativo; la perdita delle risorse idriche, superficiali e sotterranee, che è stata una delle denunce costanti nelle IX e X regioni (le monocolture esotiche agiscono come vere e proprie spugne, desertificando intere zone verdi); la contaminazione degli ecosistemi dovuta a un uso indiscriminato di pesticidi; l’accerchiamento delle comunità rurali da parte delle monocolture; la distruzione delle vie di comunicazione rurali e l’inquinamento dovuto al transito di mezzi pesanti, specialmente nei periodi di raccolta; la perdita di flora e fauna (incluse piante medicinali e alimentari) a causa della cacciata degli indigeni dal loro bosco nativo e dagli ecosistemi; la trasformazione forzata di terreni per il bestiame e l’agricoltura in piantagioni forestali a uso industriale, con conseguente perdita di sovranità sui propri territori e di sicurezza alimentare; la profanazione di luoghi sacri; l’aumento dell’emigrazione (diminuzione della forza lavoro) e della povertà in luoghi ad alta concentrazione forestale; le accuse di ”autoattentati”, ossia gli incendi forestali, che hanno visto coinvolti gli stessi gruppi di sicurezza i quali, ciò nonostante, sono rimasti impuniti.
Un dato molto importante dell’analisi di Seguel è l’informazione che riguarda gli “autoattentati”, vale a dire gli incendi appiccati da imprese di sicurezza “che prestano servizio presso compagnie forestali come la CMPC Mininco (Matte) e Arauco Celco (Angelini), durante i quali è stata segnalata la partecipazione anche di ex agenti delle forze dell’ordine e dei servizi segreti. L’aumento degli incendi forestali tra il 1999 e il 2001 coincide con alcune denunce, ancora isolate, di ‘autoattentati’ all’interno delle stesse imprese, così come con l’inizio di un’operazione dei servizi segreti durante il governo di Ricardo Lagos, dal 2001 al, per l’appunto, 2004, al fine di reprimere, neutralizzare, controllare e perseguitare buona parte del movimento Mapuche, come l’organizzazione Arauko Malleko (…) L’impresa forestale coinvolta, attraverso i suoi dirigenti alla sicurezza patrimoniale, nelle denunce per “autoattentati” è la Forestal Mininco, che fa capo alla holding CMPC, gruppo economico del famiglia Matte; tuttavia, insieme alle denunce di Yumbel, il fenomeno si allarga ad altre compagnie, come la Forestal Arauco y Celco del multimilionario di origine italiana Anacleto Angelini (Holding Copec-Arauco) e la Forestal Bio Bio, sempre di Angelini.” Nella sua analisi, Seguel porta numerosi dati a sostegno di queste ipotesi, che chiudono il cerchio sulla comprensione delle motivazioni per cui, in pieno XXI secolo, un governo che ama definirsi socialista continua a tenere un popolo sotto sequestro, nei confini di un territorio che, invece, a questo popolo appartiene.

Foto di Dinkofotos
Dai primi di gennaio di quest’anno l’America Latina è percorsa da innumerevoli mobilitazioni e denunce dei crimini contro il popolo Mapuche perpetrati dal governo di Bachelet, che prosegue nella linea politica della Concertazione degli anni 90. Tuttavia, è necessario discutere più a fondo i così male/detti modelli di “sviluppo” con cui le multinazionali giustificano il saccheggio che continuano a compiere nel nostro continente, e con la connivenza, nella maggior parte dei casi, dei governi locali inclusi molti di quelli che si definiscono “progressisti”. La ricolonizzazione, le nuove guerre di conquista, la spartizione dei territori da parte delle multinazionali del primo mondo, continuano a essere le forme di accumulazione del capitalismo, e le sue conseguenze sono lo sterminio di intere popolazioni e la devastazione del pianeta. In un simile contesto, tornare con la memoria a quando Rosa Luxemburg, un secolo fa, pose il dilemma dell’umanità “socialismo o barbarie” può essere un modo di pensare, in termini più complessi, che siamo di fronte a una situazione che esige non solo che noi si elabori azioni puntuali di denuncia delle violazioni dei diritti umani, per quanto eccezionali possano sembrare, ma soprattutto che si comprenda come tali atti depredatori siano intrinseci al capitalismo e al suo sistema di dominazione.
Sarà tempo dunque di discutere quale progetto di vita desideriamo e promuoviamo, quale socialismo sogniamo e costruiamo in alternativa al capitalismo, e capire come le battaglie di resistenza che ingaggiamo contro l’avanzata delle multinazionali, dei loro gendarmi e dei loro governi possano evolversi in nuove esperienze di potere popolare. Mobilitare forze affinché, lungo questo sentiero, la morte non sia l’unica parola ad arrivare alle orecchie del popolo Mapuche, e di tutti gli altri e tutte le altre “dannati e dannate della terra”. Parli, chi ha voce. Gridi, chi ha energia. Si metta in cammino, chi ha un corpo disposto a dimostrare che il detto Mapuche “per ognuno che cade, se ne alzeranno dieci” è la pura verità.
Note
(1) Víctor Toledo Llancaqueo è storiografo presso il Centro de Políticas Públicas y Derechos Indígenas del Cile e coordinatore del Grupo de Trabajo Movimientos Indígenas en América Latina del CLACSO.
(2) Movilización mapuche y política penal. Los marcos de la política indígena en Chile - 1990 -2007. Pubblicato nella rivista semestrale OSAL (Observatorio Social de America Latina) , il testo può essere consultato su http://sala.clacso.org.ar/biblioteca
(3) Alfredo Seguel fa parte del gruppo di tecnici e professionisti di Temuko Konapewman, di gruppi di lavoro del coordinamento di organizzazioni e identità territoriali ed è portavoce del coordinamento delle comunità in conflitti ambientali. L’articolo può essere consultato su http://www.mapuche-nation.org/espanol/html/medioambiente/ma-art-04.htm
Claudia Korol è una giornalista argentina del Centro de Investigación y Formación de los Movimientos Sociales Latinoamericanos (CLACSO)
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