Se sei un paese povero ma ricco di risorse naturali puoi partecipare al nuovo gioco degli Stati Uniti. In palio 5 miliardi di dollari. Ma per vincere devi convertirti ai principi economici del libero mercato. E continua a mancare un accordo tra il governo boliviano e i cocaleros. Il governo di Sanchez de Lozada chiede una commissione estera di esperti per valutare l'uso popolare della foglia di coca. Evo Morales Ayma proclama il blocco di tutte le strade il prossimo 6 gennaio. E gli Stati Uniti, per la prima volta, ammettono l'impossibilità di sradicare tutta la coca del Chapare.
Un Premio per l'ALCA
Di Giovanna Vitrano

Bolivia - 8/12/2002
Un altro premio Nobel trova da ridire sulla politica statunitense in materia di America Latina. Largentino Adolfo Pérez Esquivel, nobel per la pace el 1980, chiamato a intervenire lo scorso 25 novembre al II Incontro Emisferico sulla lotta contro lArea di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), ha chiamato tutti a raccolta, a chiesto a tutti i popoli dellAmerica latina di unirsi per combattere la politica annessionista statunitense. Guarda caso, tra le strade boliviane, la gente e gli indios hanno soprannominato lALCA come area di libera colonizzazione americana.
IL MILLENNIUM CHALLENGE ACCOUNT
Una cosa è certa: allALCA e a tutti i futuri trattati di "libero" scambio, George W. Bush ci tiene davvero tanto. Tanto da avere avuto unidea: bandire una gara tra i paesi più poveri del mondo allo scopo di far vincere loro una somma pari a 5 miliardi di dollari.
Non è uno scherzo. Il fondo è stato ideato lo scorso marzo, ma solo il 25 novembre si è tenuta la conferenza stampa con la quale si annunciavano i requisiti necessari per partecipare alla gara. Recitiamo testualmente: (...) Per vincere, i paesi devono dimostrare di stare combattendo la corruzione, di stare spendendo di più nelleducazione e di seguire i principi economici del libero mercato. Questi soldi, ha sottolineato Bush, saranno dati in aggiunta agli aiuti economici già previsti da istituti come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale.
Ovviamente cè già una graduatoria. I finalisti della gara, cioè quei paesi che sono sì poverissimi ma che stanno dimostrando di avere i requisiti richiesti, sono Senegal, Ghana, Bolivia e Honduras. Possono essere ripescati, forse, India e Giordania.
Questi 50 miliardi di dollari sarebbero versati in tre anni.

Foto tratte da http://www.comunica.gov.bo/
Il NUMERO PERFETTO
Tre è proprio il numero perfetto. Perché sempre in tre anni il Fondo monetario Internazionale potrebbe riconoscere alla Bolivia un fondo speciale per un nuovo Programma di riduzione della povertà e dello Sviluppo. Che brutto nome
sembra che ad essere ridotto sia pure lo sviluppo economico di uno dei paesi che ad economia è messo proprio male
Ma si tratta sicuramente di una gaffe, un errore che presto verrà corretto.
Non hanno tre anni, invece, i campesinos boliviani che, stanchi di attendere i loro 1000 trattori, hanno deciso di passare alle vie di fatto. Nel corso di una conferenza stampa, Alejo Véliz dirigente della Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos di Bolivia (CSUTCB)- e Ángel Durán del Movimiento Sin Tierra (MST), insieme con la Confederación Nacional de Naciones Indígenas y Originarias di Bolivia (CONNIOB) e con il Consejo Nacional de Ayllus y Marcas del Qollasuyu (Conamaq), hanno dichiarato guerra al governo del paese per aver distratto e ingannato tutti i settori sociali del paese, non soltanto non mantenendo fede alle promesse fatte, ma anche corrompendo dirigenti traditori e corrotti allo scopo di dividere chiaramente le organizzazioni nazionali e in particolare il movimento campesino.
Le organizzazioni sindacali chiedono, oltre ai trattori, limmediata cessazione della repressione che ha causato molte vittime, almeno tre nellultima settimana di novembre, dei Sin Tierra; la riattivazione del Piano di Emergenza Rurale gestito dai sindacati; gli aiuti per le emergenze causate dalla grandine e dal freddo ai campi coltivati e agli allevamenti; lintegrazione di 3.800.000 ettari di terra al totale disponibile per la politica degli insediamenti umani (dovrebbero essere ettari di terreno coltivabile da dare in più ai "sin tierra" e da togliere alle aree destinate alle multinazionali o alle aree interessate da futuribili gasdotti, ndr); la fine della depauperazione dei fondi pensione per i lavoratori con salari al di sotto di un certo livello, quelli che poi infoltiscono le fila della "generazione sandwich".

BLOCCHI ARMATI
A soffiar fumo dal naso ci sono anche i cocaleros. Stanchi del gioco del governo, che ha rimandato la riunione con i loro rappresentati sindacali e con il leader dellopposizione Evo Morales, hanno minacciato di ricorrere ai blocchi armati pur di impedire la continuazione del piano di distruzione delle piantagioni di coca.
Il governo è immediatamente intervenuto facendo pubblicare da tutti i giornali boliviani la lettera inviata a don Evo Morales (oggi chiamato con un rispettoso don da chi, soltanto lo scorso mese di gennaio, lo ha defenestrato dal parlamento), con cui gli si chiede di accettare la proposta di posticipare la riunione al 2 dicembre. I rinvii delle trattative tra governo e cocaleros non hanno facilitato comunque una soluzione. Se non che il governo boliviano sarebbe pronto a chiedere la collaborazione di Unione Europea e Stati Uniti per tentare di risolvere il conflitto in richiedendo l'inervento di supporto di esperti stranieri per valutare quanta coca circola e si consuma nel Paese andino. Una volta effettuato uno studio in materia, hanno fatto sapere le autorità, si potrà decidere se accogliere o meno la richiesta delle 30mila famiglie di "campesinos" del Chapare di ampliare lestensione delle coltivazioni legali di foglia di coca. Al momento, tuttavia, il dialogo tra lesecutivo e i "cocaleros" resta congelato dopo la riunione di lunedì scorso, durante la quale il governo ha presentato alla controparte anche un progetto definito "Nuova politica della coca". La proposta, articolata in dieci punti, mira tra laltro a promuovere più concretamente le cosiddette "colture alternative" e a combattere con maggiore efficacia il narcotraffico. I "cocaleros", guidati da Evo Morales Ayma, si sono riservati di valutarla e di pronunciarsi sul suo contenuto e la questione centrale per i produttori resta quella di ottenere una sospensione delle operazioni di sradicamento delle piantagioni illegali.
...PERLAGE
Insomma, il solito ribollire di animi che tiene impegnati i boliviani, distraendoli così dai morsi della fame e dai brividi di freddo. Come il perlage dello champagne che sale frizzante fino al bordo del bicchiere, dove si smorza e scompare.
Ma i boliviani, la gente, quel 95% di popolazione che vive nella miseria, lo champagne non ce lhanno e non sanno cosa sia il perlage. Loro conoscono lalcool più grezzo che ci sia sul mercato, quellalcool che li intontisce fin dal mattino e che sopperisce alla mancanza di cultura facendo loro ritrovare il coraggio della disperazione. Quellalcool che li aiuta a sperare ancora negli aiuti del Fondo Monetario internazionale ma che, nonostante tutto, non è riuscito a far credere alla favola dellALCA.

Foto tratte da http://www.comunica.gov.bo/
Gli USA ammettono l'impossibilità di eliminare tutta la coca del Chapare
Titolo originale
E.U. admite imposibilidad de eliminar toda la coca del Chapare
(in spagnolo) da ELTIEMPO.COM di Bogotà - Colombia
Il direttore dell'Agenzia antinarcotici dell'Ambasciata statunitense a La Paz, Stanley Schrager, ha ammesso l'impossibilità di sradicare la coc fino all'ultima pianta, nella zona del Chapare. Il diplomatico statunitense ha appoggiato l'idea di costituire una commissione per verificare l'uso tradizionale della pianta di coca, al fine di decidere se mantenerla o accellerarne la distruzione. Evo Morales Ayma annuncia il blocco generale delle strade il prossimo 6 gennaio come protesta per l'ennesimo mancato accordo con i cocaleros.
Diciembre 7 de 2002
El principal cooperante de la lucha antidrogas de Bolivia, reveló este sábado que su objetivo supremo en el Chapare, antiguo emporio de la droga donde aún se cultiva coca excedentaria, ha dejado de ser la erradicación de todas las plantaciones ilegales destinadas al narcotráfico.
El director de la Agencia Antinarcóticos de la embajada estadounidense en La Paz, Stanley Schrager, admitió a la agencia privada Fides la imposibilidad de erradicar hasta el último de los almácigos de coca ilegal en el Chapare.
Es decir, admitió las limitaciones de la aplicación de la política "coca cero" instrumentada con éxito mudable desde 1988 en el Chapare y otros puntos tropicales del país.
En el último lustro, la fuerza antidroga, conformada por unos 3.000 policías y militares, ha destruido por la fuerza casi 60.000 hectáreas de coca en el Chapare, cantidad suficiente para producir 250 toneladas anuales de droga.
En medio de posiciones encontradas sobre la erradicación de coca en la zona, Schrager alentó un entendimiento entre el presidente boliviano Gonzalo Sánchez de Lozada -empeñado en erradicar del Chapare hasta el último vestigio de la hoja andina- y el líder de los indios cultivadores de coca, Evo Morales -que exige autorización para su cultivo en la zona pese a que una ley lo proscribe-.
Resultado
La posición de Washington se conoció en momentos en que la fuerza antidroga boliviana publicó el resultado de su desempeño este año: la eliminación de 11.000 hectáreas de plantaciones de coca ilegal en el Chapare (centro del país).
No se conoce a ciencia cierta el número de héctareas dispersas y residuales que aún se cultivan en la zona.
Estados Unidos "espera" que Sánchez de Lozada y Morales, que el lunes último cerraron sin acuerdo la quinta reunión de una saga de entrevistas para reformar la inflexible política antidrogas, "reanuden" el diálogo, declaró Schrager al periódico La Prensa.
El funcionario diplomático también respaldó la propuesta oficial de formular un estudio sobre el mercado real de consumo tradicional de coca en Bolivia, como paso previo a la decisión de cesar o acelerar la destrucción de cocales en el país, tercer mayor productor mundial de cocaína después de Colombia y Perú.
Morales, también principal dirigente de la oposición congresal, anunció el corte de la principal carretera del país el próximo 6 de enero, después de negociar sin resultados con Sánchez de Lozada.
Tras presidir una asamblea cocalera de carácter extraordinario en la localidad de Lauka Ñ, en el Chapare, Morales aseguró que "la decisión del bloqueo de caminos es una determinación unánime de las seis centrales (sindicales de cocaleros) porque ya no se aguanta más las postergaciones a las soluciones que el Gobierno debe dar al movimiento cocalero".
Como único insumo para la reanudación de la negociación, descartada por analistas locales, Morales dijo que volverá a negociar sólo si el Gobierno admite el cultivo de media hectárea de coca para cada una de las 30.000 familias de cultivadores del Chapare.
(AFP)

Foto tratta da http://www.comunica.gov.bo
Dalla coca al parlamento
Intervista a Evo Morales
Di Benjamin Blackwell
Traduzione di Sergio De Simone
per ZMAG.org
Documento originale: From Coca To Congress
11 Novembre 2002 The Ecologist
Non è facile per Evo Morales essere al centro dell'attenzione. Il giorno prima della nostra intervista a Buenos Aires, sorrideva goffamente di fronte a centinaia di poveri immigrati boliviani che si affollavano attorno a lui per un autografo. La mattina del nostro incontro era assediato da giornalisti, documentaristi, politici locali ed attivisti. Tutti, pareva, volevano incontrare il contadino che nel corso dell'anno era stato quasi eletto presidente della Bolivia.
Con indosso dei jeans, un maglione con scollo a V ed una giacca a vento, un Evo Morales dall'aspetto stanco cercava di resistere alle pressioni per trascinarlo in un altro meeting al World Social Forum. Invece si mise a sedere con me nella hall dell'albergo al centro di Buenos Aires dove alloggiava. Ancora una volta un elegante portiere gli porse il telefono: ancora una richiesta di appuntamento. Alcuni uomini d'affari vestiti di tutto punto guardavano con curiosità mentre bevevano un caffè. A Buenos Aires i boliviani con tratti somatici indios, indicati con sprezzo come "bolitas", non si incontrano normalmente nelle halls degli alberghi, per non parlare di attenzioni di questo tipo.
Guerre dell'acqua
Combattente instancabile per i diritti dei popoli indigeni della Bolivia, Evo Morales è in prima linea nel movimento dei cocaleros nella regione amazzonica del Chapare. Il movimento ha incitato i contadini contro i tentativi appoggiati dagli USA di sradicare le coltivazioni di foglie di coca. Queste ultime sono usate non solo per produrre cocaina. Morales è stato impegnato nelle lotte per la terra e le risorse naturali da quando si è spostato nel Chapare da adolescente.
Due anni fa la popolazione della città chaparegna di Cochabamba combattè una battaglia epica contro la svendita della sua acqua. Prima la Banca Mondiale si rifiutò di rinnovare un prestito di 25 milioni di dollari a meno che i servizi idrici non fossero privatizzati. Poi il gigante USAx Bechtel entrò in scena e prese il controllo di tutto. Aumentò le tariffe dell'acqua di un 35% in media, e con ciò un boliviano con un reddito mensile di 100 dollari avrebbe dovuto pagarne ben 20 per l'acqua. Le persone dovevano addirittura ottenere un'autorizzazione per raccogliere l'acqua piovana che cadeva dai loro tetti.
Decine di migliaia di abitanti della città si riversarono in strada per protestare contro l'impennata del prezzo dell'acqua ed i conseguenti tagli. La cosiddetta guerra dell'acqua sfociò in mesi di confronto, nell'uccisione di dimostranti da parte della polizia e nello stato di assedio nella regione. Alla fine, le proteste crescenti produssero uno sciopero generale che atterrò l'economia della città. All'apice della protesta, Bechtel abbandonò la Bolivia e citò per danni il governo chiedendo un rimborso di 40 milioni di dollari, a titolo di profitti persi rispetto ad un accordo bilaterale.
Molti dei partecipanti nelle organizzazioni dei cocaleros e dei contadini, tra cui Morales, fecero scuola in questo conflitto. Il forte focus anti-globalizzazione delle loro campagne stimolò l'attenzione in larghi settori della popolazione che passarono mesi a fronteggiare una violenta repressione con arresti di massa, esili interni ed assassini. In maniera degna di nota, questi attivisti locali cominciarono a tessere relazioni e contatti con gruppi anti-globalizzazione ed ecologisti di tutti il mondo.
In maniera non sorprendente, Morales è anche diventato una specie di nemico pubblico per gli USA. È stato deriso dalla stampa americana come un leader Aymara dedito a masticare coca che avrebbe nazionalizzato le industrie della Bolivia, sospeso i pagamenti del debito estero ed ostacolato i tentativi USA di mettere fine alla coltivazione della coca (New York Times, 6 Luglio 2002). Ma ciò non ha potuto arrestare la crescita della sua popolarità in Bolivia. Quest'anno, dopo che tre funzionari di polizia erano stati uccisi in uno scontro legato al tentativo di chiusura del mercato della coca, i contatti di Morales con i conltivatori di coca avevano portato alla sua espulsione dal parlamento e alla minaccia di imprigionamento. Nessuna prova è stata portata del suo coinvolgimento.
La settimana prima delle elezioni, l'ambasciatore USA a La Paz, Manuel Rocha, dichiarò: come rappresentante degli USA voglio ricordare all'elettorato boliviano che l'elezione di coloro che vogliono che la Bolivia torni ad essere uno dei maggiori esportatori di cocaina metterà in forse gli aiuti futuri da parte USA alla Bolivia.
Se la minaccia dell'ambasciatore ha avuto un effetto è stato quello di dare una spinta alla campagna di Morales, consentendogli di presentarsi come l'unico candidato non ligio agli ordini degli USA. Morales ha potuto attingere ad una profonda corrente sotterranea di nazionalismo e risentimento nei confronti del fatto che le decisioni venissero prese, con il consenso di una malleabile elite della capitale, nella lontana Washington. E quando lo incontrai, Evo Morales mi è sembrato un uomo felice, nonostante le borse sotto gli occhi.
Quali sono le origini del tuo movimento?
Il Movimento verso il Socialismo (MAS) ha circa sette anni. Dopo una lunga esperienza di promesse non mantenute nelle campagne siamo arrivati alla conclusione che ciò di cui avevamo bisogno era una maniera di cambiare l'intero sistema politico. Fintanto che votavamo per i partiti istituzionali, sapevamo che avremmo continuato a vedere massacri, militarizzazione e cattive politiche economiche.
Così nel 1995 abbiamo cercato di formare un partito, lo Strumento Politico per la Sovranità Popolare. Avevamo continui problemi legali perché la Corte Suprema si rifiutava di riconoscerci. Alla fine, un partito preesistente accettò di trasferirci il nome con cui era registrato elettoralmente, nome al quale stiamo cercando di aggiungere "comunitario" o "pachakuti", che significa "il nuovo mondo" nel linguaggio indigeno.
Nel 1999 abbiamo preso parte alle elezioni locali e abbiamo conquistato seggi in sette delle nove province che formano il paese. Nelle elezioni del 2002 siamo diventati il secondo partito in parlamento, e abbiamo sfiorato la presidenza.
Per quale ragione credi che il movimento sia cresciuto tanto rapidamente?
Credo soprattutto perché rappresentiamo l'onestà e non la corruzione.
Io non ho formazione accademica, e non ho potuto neppure finire la scuola superiore per mancanza di denaro. Fui costretto a spostarmi nel Chapare ancora ragazzo per cercare di sopravvivere, subito dopo il servizio militare.
Nessuno può dire che ci siamo venduti, che abbiamo ricevuto denaro, anche se ho avuto tantissime offerte. L'ex-presidente, Jaime Paz Zamora, mi offrì la vicepresidenza della repubblica. Altri partiti volevano eleggermi senatore. Ma io ho cercato sempre di rimanere al servizio dei movimenti sociali.
Nella campagna elettorale del 2002, tanta gente della classe media e finanche di quella alta mi dicevano: "Evo, non sei pronto per andare al governo, ma almeno sei onesto". E molti di essi hanno votato per me. C'erano anche tantissimi poveri che dicevano: "Voterò per te, ma poi non negoziare con il mio voto". Questa è la ragione per cui non abbiamo fatto un patto con gli altri partiti affinché fossi eletto presidente dal parlamento. Ciò avrebbe portato alla compra-vendita di tutti i posti al governo, e saremmo finiti con ogni tipo di gente corrotta.
È tipico che i partiti in Bolivia partano dall'opposizione per finire poi cooptati dalle riforme neoliberali. Che garanzie avete del fatto che ciò non accada con il vostro movimento?
Il MAS non ha strutture proprie separate, ma possiede le stesse strutture dei movimenti sociali, e sono queste ultime che ne hanno il controllo. Non gestiamo le cose verticalmente, imponendole dall'alto. Questa è la garanzia migliore che la base controlli i deputati, i senatori e la dirigenza del sindacato. Se fossi stato eletto sarei presidente, ma il potere apparterrebbe alle organizzazioni, non ad Evo Morales. Niente a che vedere con i presidenti tradizionali che riempiono il governo dei loro figli e amici. Noi davvero vogliamo che il nepotismo e la corruzione finiscano.
Perché tutto ciò sta accadendo ora in Bolivia?
Credo che ogni millennio porti un cambiamento e che questo sia il millennio delle nazioni unite dei popoli indigeni. Perché ora? Sin da quando ero bambino vi sono stati diversi movimenti indigeni in Bolivia, ma sono sempre finiti con l'essere divisi o cooptati dal governo. Questo movimento è differente, sia perché è di massa e capace di integrare un'ampia diversità di figure e di organizzazioni sociali, sia perché ci teniamo con i piedi ben piantati in terra. In realtà ci sono voluti anni prima che gli altri nel movimento mi convincessero a candidarmi per il parlamento, per non parlare della presidenza.
Gli altri deputati ti hanno espulso dal parlamento.
Ero il deputato con la percentuale maggiore di voti nella sua regione e, "in obbedienza ad un ordine degli USA", hanno votato la mia espulsione dal congresso. Solo di recente la corte costituzionale ha dichiarato l'intera farsa illegale, ed ora devono pagare un risarcimento per quello che hanno fatto.
Quali sono i principali punti del programma politico del MAS?
Più di ogni altra cosa la lotta per la dignità e la sovranità. E non solo in termini di territorio, ma sovranità in termini di produzione alimentare, e di decisioni prese dal popolo. Crediamo che la popolazione indigena, i Quechua e gli Aymara, detengano un diritto assoluto sulla terra.

Che cosa vogliono gli USA dalla Bolivia?
Gli USA stanno cercando un'egemonia su scala mondiale ed hanno sempre cercato di dominare l'America Latina. La "guerra contro la droga" è solo un pretesto per il controllo USA sui nostri paesi.
La guerra contro la droga è falsa. L'origine del traffico dei narcotici sono gli stessi USA, che costituiscono il principale mercato per l'eroina. Perché non sradicano la domanda? Se non fosse per il denaro spostato dal commercio di droga statunitense, nemmeno una foglia di coca verrebbe deviata al mercato delle droghe. E non si tratta solo di consumo. Secondo le Nazioni Unite, il 50% dei proventi dal commercio di droga è "ripulito" negli USA. Ci si può sbarazzare di questo soltanto abolendo il segreto bancario.
Credo che l'interesse principale dietro la guerra contro le droghe sia la penalizzazione della protesta sociale. Negli anni 60 si accusavano i minatori boliviani di essere comunisti per perseguirli. Poi si accusarono i poveri di essere "narcos" negli anni 80 e 90 ed ora dopo l'11 settembre ci stanno chiamando terroristi. Questi sono modi di criminalizzare la protesta.
Qual è la relazione tra la coca prodotta per il consumo locale (per il tè, per masticarla e per scopi medicinali) e la coca prodotta per l'esportazione e per il commercio di droga?
C'è una certa difficoltà a produrre i prodotti tradizionali della coca a causa della competizione di prodotti d'importazione meno costosi. Ciò significa che molto dell'eccesso di produzione di coca finisce nel mercato illegale, cui noi ci opponiamo. C'è anche un'esportazione di foglie di coca per scopi legali, come quelli farmaceutici, per i tè alle erbe, per gli alcolici ed altre bevande. Vi sono anche alcune aziende statunitensi di certo nome che comprano foglie nel Chapare, benché non sia chiaro a che scopo.
Credi che si apriranno altri mercati per la coca?
C'è un grande interesse in questo momento. Il Portogallo sta comprando legalmente dalla Bolivia e così fanno pure l'Olanda e l'Italia, dove fanno un vino speciale.
Com'è la vita di una famiglia tipica nel Chapare?
Dipende dal mercato, e dalle campagne di sradicamento. Di solito di sradicano le piantagioni, poi si ripiantano, si sradicano di nuovo e così via. Ciò permette una qualche sopravvivenza. A causa della totale assenza di mercati per prodotti agricoli diversi dalla coca, però, è difficile dire ad un contadino di non produrre coca.
Per il movimento indigeno, possedere la terra significa avere lavoro, ma il problema è che non c'è mercato. Il poveri nelle città non possono comprare, e noi non riusciamo a vendere. La maggior parte dei contadini possiedono polli e piantano grano, patate, manioca e frutta per il loro consumo proprio. Ma non c'è un surplus che consenta di comprare attrezzi o di pagare per l'istruzione. È a questo punto che entra in gioco la coca. Un po' se ne può vendere nel mercato locale, un po' illegalmente. Paradossalmente, con le campagne di sradicamento il prezzo nel mercato legale è salito, rendendone così l'acquisto ancora più difficile. Ma il prezzo è cresciuto anche nel mercato illegale, rendendo più attrattiva la coltivazione. Un chilo di coca costa attualmente circa 6 dollari, cioè molto di più che prima.

Come funzionano le campagne di sradicamento?
Succede da un giorno all'altro. Le squadre di sradicatori arrivano accompagnate da elicotteri, piccoli aeroplani e aratri che sradicano le piante. Di solito in passato le tagliavano al livello del terreno, ma questo produceva solo una crescita migliore. Ora le tirano fuori fino alle radici. Comunque, quando si viene a sapere che l'esercito sta per arrivare molti tirano fuori le piante e le nascondono in montagna. Poi le ripiantano nel corso della stessa giornata. A volte questa cosa si ripete diverse volte al giorno.
Stiamo combattendo contro le campagne di sradicamento in parlamento, ed invitando i ministri ai dibattiti. Molto di quello che si fa è illegale. Ciò che vogliamo fare è trovare delle soluzioni non violente per i produttori di coca. Dobbiamo creare un programma volontario e concordato per la sostituzione delle piantagioni che permetta ai contadini di coltivare altro e viverne.
Un'altra questione concerne l'americana DEA (Drug Enforcement Agency) guidata da Francisco Alvarez, ex-colonnello della guerra del Vietnam. La sua partecipazione attiva alla vita boliviana è incostituzionale, giacché la nostra costituzione non permette a stranieri armati di operare qui o comandare le nostre forze armate o la polizia.
Cosa farete ora che avete forza in parlamento?
Il neoliberismo è un tipo di capitalismo selvaggio e disumano che consente la concentrazione del capitale in un numero sempre più ristretto di mani. Stiamo avviando cooperative ed aziende guidate collettivamente da coloro che vi lavorano, e stiamo guardando all'esperienza del mercato di scambio in Argentina.
Il capitalismo di stato è finito, e ora è il turno dei popoli. Vogliamo aziende autogestite invece di aziende di stato o multinazionali. Naturalmente, lo stato dovrà promuovere le aziende collettive e autogestite e rafforzare la lotta per l'auto-determinazione. Questo è essenzialmente il centro del nostro programma.
Come vi riuscirete?
A livello politico si tratta di rifondare la Bolivia su una nuova base. A livello economico si tratta di bloccare ed invertire le privatizzazioni. Rivogliamo indietro le nostre aziende e le nostre risorse naturali perché non possiamo permettere che siano concentrate nelle mani di poche multinazionali. A livello sociale dobbiamo, per esempio, mettere fine alla corruzione ed alla repressione, ai finanziamenti statali ai mercenari. Quel denaro deve essere usato per scopi sociali, come l'istruzione e la sanità. A livello della giustizia è importante rimpiazzare il sistema attuale di ingiustizia in uno di giustizia.
Oggi si chiama giustizia ciò che si può comprare. I diritti sono legati al denaro. Questo deve finire.
Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail: giovitrano@libero.it
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