La Bolivia come banco di prova della corte a porte chiuse che sarà chiamata a decidere in merito alle controversie interne all'ALCA. Mentre il presidente Goni Sanchez riesce a far passare i suoi primi tre mesi di "reggenza" senza prendere neppure una sola decisione.
Gigante, pensaci tu!
Di Giovanna Vitrano

Il presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Lozada con il Segretario di Stato USA Colin Powell, durante la sua visita a WAshington il 12 novembre - Foto di Evan Vucci- AP
È tempo di aprire le corti segrete del commercio
Gigantesca manifestazione contro le misure del governo, l'ALCA, gas e coca
Evo Morales restituisce i soldi della campagna elettorale e si pronuncia contro l'ALCA
Bolivia - 18/11/2002
Non possiamo esserne certi ma, da quanto riferito da fonti attendibili, sembra essere cominciato il "processo" che vede la Multinazionale Bechtel scagliarsi contro la Bolivia in una richiesta di danni da 25 milioni di dollari.
Non possiamo esserne certi perché non si tratta di un procedimento aperto al pubblico. Anzi, per meglio dire, non si tratta di un procedimento "aperto".
Il tribunale che giudicherà questa richiesta non è un tribunale ma una speciale sessione della Banca Mondiale che ha, all'interno di una stanza nel suo quartiere generale a Washington D.C.. ha riunito un numero non precisato di consiglieri (di cui si sconosce l'identità) per decidere se la richiesta della Multinazionale Bechtel sia giusta o meno.
Perché stiamo tornando su questa questione?
Il problema è tanto semplice quanto grave: questo simil-tribunale potrebbe sostituire i tribunali veri in ogni tipo di controversia legata all'Accordo di Libero Commercio delle Americhe, ovvero la tanto avversata ALCA.
Questa informazione la si può facilmente apprendere leggendo l'articolo di Jim Shultz apparso sul Pacific News Service lo scorso 8 novembre dal titolo "Bechtel Vs. Bolivia - E' tempo di aprire le corti segrete del commercio".
Leggiamo: "Uno dei punti più controversi del trattato riguarda la costituzione di un sistema di corti segrete per il commercio, nelle quali le corporazioni multinazionali possono avere dei rappresentanti, come i governi statali e nazionali - il tutto nel più assoluto segreto - in grado di stabilire leggi o tasse riguardanti le azioni di accesso ai mercati locali. Il prototipo di questo tipo di corti a porte chiuse è quella che in questi giorni sta giudicando il caso Bechtel contro Bolivia (...)".
Appare chiaro, adesso, come questo simil-processo possa diventare una pietra miliare, il punto di partenza dei simil-tribunali globali. Senza dimenticare -per inciso - che la Banca Mondiale è legata a doppio filo con la multinazionale Bechtel.
Coca e cocaleros
Ma la società civile boliviana, cioè la gente, di tutto questo non sa nulla. Non sa nemmeno che il governo statunitense ha recentemente pubblicato il bollettino riguardante il narcotraffico e la coltivazione illegale di coca in Bolivia. Si tratta di un vero e proprio bollettino in cui si registra - come un medico farebbe con il proprio paziente- quanti ettari di coca vengono distrutti mese per mese, quanta cocaina viene bloccata, quanti narcotrafficanti vengono beccati, ecc. ecc.
Ebbene, il bollettino di ottobre è un successo dietro l'altro: la Bolivia non è più la principale coltivatrice di piante di coca - parliamo di quelle illegali - e non è nemmeno la più grande esportatrice di materia prima: al primo posto di questa strana classifica si pone la Colombia, sempre più lontana, a quanto sembra, dalle grazie dello zio Sam.
I Cocaleros, che non conoscono il bollettino, che non hanno idea di cosa succeda in Colombia e ai quali non gliene frega un fico secco dello Zio Sam, hanno altro a cui pensare. Tanto per dirne una, proprio in questi giorni hanno più volte manifestato contro gli strumenti della lotta al narcotraffico, chiedendo a gran voce di distinguere il traffico illegale di coca coltivata illegalmente dalla quotidiana compravendita di uno degli alimenti base del paese.
Loro sono -di contro - molto orgogliosi di quanto ha recentemente fatto il loro ex leader sindacale e oggi capo dell'opposizione governativa, Evo Morales Ayma. Il deputato del MAS ha restituito alle casse dello stato 690.000 dollari che non aveva speso per la sua campagna elettorale, soldi che il governo in genere anticipa chiedendo la restituzione di eventuali avanzi.
La mossa di Morales, ovviamente, non è stata gradita dai suoi stessi colleghi. Nemmeno Felipe Quispe, ex leader dei campesinos e oggi segretario del MIP, ha avuto parole di elogio, semmai qualche battuta ironica.
Trattori e cingolati
Ma non è stato molto divertente, almeno per gli stessi campesinos, lo scherzo fatto dal destino in merito a donazioni di mezzi di lavoro. I Campesinos avevano raggiunto, nella primavera scorsa, un accordo con l'allora presidente Jorge Quiroga, un accordo che prevedeva la fine dei blocchi stradali in cambio dell'arrivo di mille trattori. Questo accordo era stato siglato proprio da Quiroga e Quispe. Ebbene, questi mille trattori non solo non sono arrivati, ma mai arriveranno. Questa notizia, diventata lampante nello stesso tempo in cui si sapeva dell'arrivo di mezzi cingolati come omaggio della Repubblica Popolare Cinese, ha riacceso i malumori tra i boliviani che tornano a minacciare blocchi stradali e scioperi. Tra i tanti motivi di scontento della popolazione boliviana -oltre alla mancata modifica della legge 1008 (la legge sul narcotraffico), oltre alla mancata modifica del Piano per lo Sviluppo Alternativo, oltre alle modifiche a senso unico della Costituzione Boliviana- c'è anche quello che riguarda la scelta del porto cui indirizzare il petrolio. Ricordiamo: la Bolivia deve scegliere tra porti cileni (invisi ai boliviani ma appoggiati dagli Stati Uniti) e i porti peruviani (fratelli dei boliviani da poco simpatici ai tipi di Washington).
Da più patri la società civile, le associazioni e i sindacati , chiede al governo di La Paz di indire un referendum. Il nuovo presidente della repubblica, Gonzalo Sanchez De Lozada, invece, prende tempo: se ci sono volute bel quattro riunioni al vertice in due mesi per riuscire a non decidere niente sulla smilitarizzazione del Chapare, figurarsi quante parole e quanti incontri saranno necessari per riuscire a non effettuare una scelta così importante. Tanto, poi, basterà fare ricorso all'opinione di qualche esperto. Magari basterà attenersi a quanto deliberato da qualche corte supersegreta della Banca Mondiale.

Il presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Lozada con il rappresentante del Fondo Monetario Internazionale Enrique Iglesias - Foto tratta da http://www.comunica.gov.bo/
È tempo di aprire le corti segrete del commercio
Di Jim Shultz, Pacific News Service, Nov 08, 2002
Jim Shultz, executive director of The Democracy Center (www.democracyctr.org), lives in Cochabamba, Bolivia, and is the author of "The Democracy Owners' Manual" (Rutgers University Press)
Titolo originale
Bechtel Vs. Bolivia - Time to Open Up Secret Trade Courts
(in inglese) tratto da news.pacificnews.org
Two years ago, rioters protesting increased water rates forced a U.S. company in Bolivia to pack its bags and leave. Now, in a harbinger of the loss of local control through globalization, the corporation is striking back in secret proceedings.
COCHABAMBA, Bolivia - Sometime in the next few weeks, behind closed doors at the World Bank headquarters in Washington, D.C., panelists in a secret trade court will decide if the people of South America's poorest country will have to pay $25 million to one of the world's most wealthy corporations.
The stakes in this case -- Bechtel Corporation vs. Bolivia -- are high, and not just for the poor families who may ultimately pay the bill. The principle of local control in an era of unchecked economic globalization is at risk.
The Bechtel vs. Bolivia case is round two of a fight over something basic: water. Two years ago Bechtel took over the public water system of Bolivia's third-largest city, Cochabamba, and within weeks raised rates by as much as 200 percent, far beyond what families there could afford. When the company refused to lower rates, the public revolted. Widespread protests eventually forced Bechtel to leave.
In November 2001, Bechtel filed a demand of $25 million against Bolivia, seeking to recover the money it says it invested, as well as a portion of the profits the corporation expected to make.
"We're not looking for a windfall from Bolivia. We're looking to recover our costs," explains Michael Curtin, the head of Bechtel's Bolivian water company.
But the company didn't invest anything close to $25 million in Bolivia in the few months it operated there. Furthermore, the $25 million prize Bechtel now seeks is equal to what the corporation earns in half a day. For the people of Bolivia, that sum is the annual cost for hiring 3,000 rural doctors, or 12,000 public school teachers, or hooking up 125,000 families who don't have access to the public water system.
More importantly, Bechtel vs. Bolivia could portend future global battles. Trade officials from 34 countries are currently working to draft a "Free Trade Act of the Americas" (FTAA), a new economic constitution which would rule from Alaska to Argentina. President Bush and other supporters hope to see the pact put in place by 2006. One of the FTAA's most controversial provisions is the establishment of a system of secret trade courts, in which multinational corporations can sue local, state and national governments -- behind closed doors -- to overturn laws or extract payment for actions that block their access to local markets.
The prototype for these secret courts is the very one where Bechtel has brought its case against Bolivia: the World Bank's International Centre for the Settlement of Investment Disputes (ICSID).
Under the FTAA, secret courts like these could force the repeal of environmental laws in California, health regulations in New Hampshire and worker protections in Venezuela -- all in the name of knocking down barriers to trade. For these reasons, the Bechtel vs. Bolivia case has become an international symbol and rallying point.
Last August more than 300 citizen groups from 41 different countries -- environmentalists, peasants, labor leaders, women's groups, indigenous leaders and others -- joined to file an International Citizens Petition with the World Bank, demanding that the doors of its secret trade court be opened to public scrutiny and participation.
"The actions of Bechtel in Bolivia left a city of more than 600,000 people in turmoil for four months," the groups wrote. A young boy died, hundreds were injured, and public access to water was threatened. The international group protested that the case was about more than the calm transfer of assets from one economic institution to another. "It is a matter of deep importance to far more than the two parties who now have formal access to the process," they wrote.
Under World Bank rules the process is so secret that Bank officials won't say when the tribunal in the case will meet, won't reveal who testifies before it or what they say, and won't let any members of the media or public in the room. Bechtel has already lied on the public record about its Bolivian water rate increases. It isn't likely to be any more honest behind closed doors.
The World Bank's role is also suspect. Though it represents itself as a neutral judge, World Bank officials directly appointed the president of the tribunal hearing the case. And it was the Bank that forced Cochabamba's water into Bechtel's hands to begin with. Two years prior to the water deal, Bank officials directly threatened to withhold $600 million in international debt relief if Bolivia didn't privatize Cochabamba's public water system.
Secrecy serves privilege and lies. Public participation and public scrutiny are instruments of democracy and truth. In choosing closed doors, Bechtel and the World Bank have made clear which method they prefer. Now the public must demand that the rules of globalization be debated and implemented in the light of day. Bechtel vs. Bolivia is exactly where that battle should begin.

Foto tratta da http://www.comunica.gov.bo
Gigantesca manifestazione contro le misure del governo, l'ALCA, gas e coca
Da ANF
Titolo originale:
Masiva marcha protestó contra medidas del gobierno, ALCA, gas y coca
11 noviembre 2002
Cochabamba, (Jatha).- Migliaia di lavoratori, produttori di coca, rappresentanti di organizzazioni popolari e sociali, pensionati e delegazioni di di operai e minatori di Oruro y Huanuni, hanno protestato contro le misure del Governo in materia dell'ALCA, (Trattato di Libero Commercio nelle Americhe), l'esportazione del gas, il neo-liberismo, l'eradicazione della coca e le "agressioni" delle multinazionali.
L'evento è stato organizzato dalla Central Obrera Departamental (COD) di Cochabamba in coordinamento con il maggior sindacato dei cocaleros e altri settori.
I manifestanti si sono concentrati nella piazza principale dove gli oratori hanno esposto dure critiche contro i partiti di governo, il MNR y el MIR. I segretario esecutivo della COD, Luis Choquetijlla, sostiene che "il popolo non sopporta più" e avverte sui pericoli del'ALCA che "finirà con amazzare l'agricoltura e l'allevamento boliviani" così come le multinazionali "porteranno alla fine il Paese". Il rappresentante dei cocaleros e lider del Movimento Al Socialismo (MAS), Evo Morales Ayma ha dichiarato che il presidente Sánchez de Lozada è in viaggio per gli Stati Uniti d'America per "ipotecare quel poco che rimane della nazione" oramai "venduta alle multinazionali" e avverte che si pretende ipotecare le nuove generazioni.
A sua volta, il rappresentante degli utenti dell'acqua da irrigazione, Omar Fernández, segnala che il Governo non ha coscienza con la popolazione quando insiste su un aumento delle tariffe, visto che "toccherà ai lavoratori raccogliere i cocci dei piatti rotti durante la festa del governo di responsabilità nazionale".
Evo Morales restituisce i soldi della campagna elettorale e si pronuncia contro l'ALCA

Di Adital , Resumen Latinoamericano
e Marcelo Larrea - Director del periódico El Sucre, Ecuador
(En español)
11.noviembre/2002 - Bolivia
Evo Morales, devolvió a la Corte Nacional Electoral unos 690.000 dólares del dinero destinado para financiar su campaña presidencial.
"Para hacer política el dinero no es lo más importante, basta con propuestas claras", dijo el parlamentario, al mismo tiempo que pidió a la Corte Nacional Electoral que los fondos devueltos sean destinados "a la refacción de escuelas y albergues".
Una ley faculta a los partidos que logran más del 5 por ciento de los votos a recibir financiamiento del Estado, pero es la primera vez que una fuerza política devuelve parte del subsidio que no utilizó.
Morales y su partido, el Movimiento Al Socialismo (MAS), de raíz indígena y campesina, recibieron 8.3 millones de bolivianos, poco más de un millón de dólares para financiar su campaña que fue austera.
El líder de los campesinos logró un sorprendente segundo lugar en los comicios y encabeza hoy el partido de oposición más importante.
El líder cocalero boliviano, Evo Morales, felicita a los pueblos por las jornadas de resistencia realizadas en Quito y expresa el rechazo al colonialismo y militarismo del ALCA.
EVO MORALES: EL ALCA EMPEZÓ EN 1492.
El diputado boliviano Evo Morales, quien en las últimas elecciones disputó la presidencia de su país con una masiva votación, en una entrevista para Adital, señaló que hay consenso en el MAS (Movimiento Al Socialismo), como también dentro de las organizaciones no sólo indígenas de Bolivia, sino de los trabajadores del país, de rechazo y repudio al ALCA, y si se lo aprueba y aplica, va haber una resistencia civil.
Refiriéndose a las Jornadas contra el ALCA, realizadas en Quito, dijo: Hay que felicitar a la CONAIE y otras organizaciones del Ecuador, por juntar a todos los pueblos de América para enfrentar al ALCA.
Al definir el ALCA, Evo lo denunció como un ensamblaje de políticas de exterminio, un instrumento de dominación y de economicidio para colapsar la agricultura. El ALCA para los pueblos indígenas ya empezó en 1492 con la invasión española, la cual quieren profundizarla con el modelo económico neoliberal. Si EEUU y el banco Mundial no cambian estas políticas de exterminio de nuestras naciones, no tenemos otra alternativa que convertir a América latina en el segundo Vietnam para EEUU, advirtió.
Esta clase de agresiones y provocaciones nos obligan a crear mayor conciencia en nuestras comunidades y pueblos, subrayó, para que unidos con toda la gente que respeta la madre tierra, podamos detenerlas.
Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail: giovitrano@libero.it
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