:: DOSSIER BOLIVIA - L'ANALISI::
La Bolivia è sempre più lago della bilancia in un subcontinente scosso dagli interessi economici delle superpotenze rimaste. Ma il suo popolo ha dimostrato di saper dire basta, una reazione che potrebbe costare cara, molto cara. E la campagna massmediatica che prepari il terreno è cominciata. Da Washington.
Il germe della guerra civile
Di Giovanna Vitrano

Le immagini di questo servizio sono relative alle manifetazioni in Bolivia durante i primi giorni di ottobre 2003
Bolivia - 11/11/2003
Stratfor è unagenzia di informazione che si nutre, anche, di informative provenienti dalle intelligence. E visto che ha sede in Washington, pensare che tra le sue fonti ci sia la Cia non è un pensiero assurdo.
Come ogni grosso mass-media, Stratfor è il risultato di grandi professionisti del settore, giornalisti di provata bravura, le cui capacità sono state ripagate dalla fiducia delle rispettive segretissime- fonti.
Tutta questa premessa è stata resa indispensabile per rendere più chiara possibile la gravità delle affermazioni contenute nellarticolo diffuso da Stratfor il 29 ottobre scorso, alle 10:28 del mattino, ora di Washington.
Mesa realisticamente non può soddisfare molte delle domande (poste dai boliviani nel corso dellultima guerra per il gas, ndr) senza aggravare ancora di più lisolamento commerciale e politico della Bolivia. Come risultato, virtualmente si potrebbe prevedere una nuova rivolta popolare allinizio del 2004, rivolta che chiederebbe le sue dimissioni e getterebbe la Bolivia in un caos ingovernabile. Se Mesa sarà costretto a dimettersi nel 2004, è probabile che un leader degli indigeni radicali quale Evo Morales diventi presidente. Ad ogni modo, Morales non sopravvivrebbe a lungo, poiché la rivolta popolare che esploderebbe dalle valli boliviane lo costringerebbe a far marcia indietro sul libero commercio e sugli accordi economici con gli Stati Uniti, argomenti ai quali dice di volersi opporre (
).
Nel mondo della carta stampata cè un detto, sempre lo stesso, tradotto in tutte le lingue con cui si scrivono i giornali. In italiano questo detto recita: le parole sono pietre.
E non cè giornalista, espero o principiante, che non se lo ripeta tutte le volte che comincia a scrivere un pezzo, che non se lo reciti almeno tre volte di fila ogni qualvolta si trova ad avere a che fare con argomenti scottanti.
E in questo breve stralcio di articolo che abbiamo fedelmente tradotto di pietre ne sono state lanciate a decine. E per non perdere il filo, iniziamo a togliere dallombra ciò che in quelle poche righe non viene detto, ma viene semplicemente sottaciuto.
Mesa realisticamente non può soddisfare molte delle domande senza aggravare ancora di più lisolamento commerciale e politico della Bolivia
Se il presidente Carlos Mesa dovesse cedere alle richieste del suo popolo e opporsi alla vendita del gas o, peggio, opporsi allAlca, larea di libero commercio americano, verrebbe abbandonato totalmente non solo dagli Stati Uniti, ma anche dal Banco Mondiale e dal Fondo Monetario internazionale, questi ultimi capaci di chiedere, come ogni altro istituto bancario, il rientro dalla scopertura, tanto per usare termini più comuni. Gli Stati Uniti, poi, potrebbero smettere di importare quelle poche merci che ancora sostengono in Bolivia una parvenza di commercio estero, facendo in modo e questo sappiamo tutti che succederebbe- che anche altri paesi amici mettessero fine agli acquisti oltre oceano.
Per appoggio politico, poi, non possiamo non pensare allOnu e alle parole pronunciate da Kofi Annan in Cile proprio nel corso di questo fine settimana. Il segretario generale delle Nazioni Unite ha ufficializzato lappoggio al popolo boliviano dichiarando che la richiesta dei boliviani di uno sbocco a mare è naturale, poiché questo avrebbe una profonda ricaduta nelleconomia del Paese.

Come risultato, virtualmente si potrebbe prevedere una nuova rivolta popolare allinizio del 2004, rivolta che chiederebbe le sue dimissioni e getterebbe la Bolivia in un caos ingovernabile
I boliviani hanno dato 90 giorni di tempo al governo Mesa, tre mesi per dimostrare che tipo di governo questo vuole essere. La scorsa settimana però Mesa ha commesso un primo, gravissimo errore: ha mandato lesercito a sparare sui sin tierra che volevano occupare parte delle terre incolte di proprietà dellex ministro della difesa Berzain, fuggito in Florida con lex presidente Goni Sanchez. Berzain, ricordiamolo, è stato luomo che ha scatenato la rivolta dello scorso 12 febbraio (circa 20 i morti) ed ha appiccato il fuoco lo scorso ottobre. Da tutti i boliviani è soprannominato lassassino. Non è difficile quindi supporre che i boliviani non siano molto soddisfatti del nuovo presidente e che allo scadere di questi 90 giorni potrebbero guardare a nuovi scenari. I novanta giorni scadono a fine gennaio 2004.
Se Mesa sarà costretto a dimettersi nel 2004, è probabile che un leader degli indigeni radicali quale Evo Morales diventi presidente
Perfida oltre ogni dire questa frase. Morales è il leader del Mas, maggior partito dellopposizione, luomo tenuto lontano dagli scontri di ottobre, quasi messo in salvo dal dover scendere in campo mentre i tempi non erano ancora maturi. Morales non ha certo le simpatie di Washington, ma non ha nemmeno le simpatie di tutti i boliviani. Ad esempio, non lo hanno in grande simpatia i campesinos, visto che Morales è a capo della più grossa federazione di sindacati dei cocaleros. E gli interessi dei cocaleros non sono affatto quelli dei campesinos. Ora è necessario spiegare perché qui si parla di indigeni radicali. Perché si parla di Collas, gli indios dellaltipiano come Morales, originario della provincia di Oruro -, che credono nel sistema statale e nel suo fondamentale intervento nelle attività economiche (
) si oppongono strenuamente allAlca. I Cambas, invece, sono gli abitanti delle valli, delle terre basse, e in maggior parte discendono da immigrati europei; credono nelliniziativa privata e guardano allAlca come ad una opportunità doro per inserire la Bolivia allinterno delleconomia statunitense. I Collas predominano in alcune città delle terre alte come La Paz, Oruro e Cochabamba, mentre i Cambas risiedono in città quali Santa Cruz, Beni e Tarija, zone in cui sono dislocate i ricchi giacimenti di gas che dovrebbe essere eventualmente esportato nella West Coast statunitense. Davvero una gran bella assegnazione di ruoli, questa di Stratfor: in poche parole hanno suddiviso la Bolivia in Collas-comunisti- radicali-ignoranti e Cambas-democratici-progressisti-liberali. E non ci soffermiamo sullallusione alle diverse razze: indigenous ancestry i primi, ossia indios al 100% con tanto di pelle scura, capelli neri lisci e naso aquilino; from European immigrants i secondi, cioè bianchi o quasi.
Mettiamo da parte questi discorsi, troppo disgustosi, e torniamo a Morales. Fumo negli occhi non solo per il governo di Washington, ma anche per i politici locali, che più di una volta hanno tentato, senza successo, di estrometterlo dalla vita politica del paese. Durante il governo Banzer e quello del suo delfino Quiroga, Morales è stato accusato di omicidio, mandato via dal suo seggio in parlamento, poi riammesso dopo le ultime elezioni (dove Morales è arrivato a un passo dalla presidenza). A Morales sono state rivolte minacce ufficiali dallex ambasciatore Manuel Rocha e, ultimamente, lo si accusa non ufficialmente- di tessere trame con gruppi terroristici.

Ad ogni modo, Morales non sopravvivrebbe a lungo, poiché la rivolta popolare che esploderebbe dalle valli boliviane lo costringerebbe a far marcia indietro sul libero commercio e sugli accordi economici con gli Stati Uniti, argomenti ai quali dice di volersi opporre
Già la parola sopravvivrebbe, dopo tutto quello che gli è stato attribuito e dopo tutto quello che gli è stato detto, ha un suono davvero sinistro. Esattamente quanto lintera frase, che prevede una sorta di controrivolta dei ricchi, bianchi e liberali Cambas, disposti a tutto pur di difendere il loro gas.
E nei panni di presidente della repubblica Morales non potrebbe non ascoltare le loro richieste, finendo con il mettersi contro i suoi Collas. Davvero una situazione insostenibile, davvero la porta sullinferno.
Militari, corruzione e epidemie
E qualora non fossero state sufficienti queste poche righe a rendere esplicita la gravità di questo sostenuto dallagenzia americana, riportiamo fedelmente tradotti altri brani, la cui forza non necessita di alcun intervento da parte nostra.
Se la presidenza ad interim di Mesa diventasse insostenibile nei primi del 2004 a causa di una nuova rivolta popolare, sarebbe possibile che alcuni ufficiali militari avventurieri cercassero di conquistare il potere attraverso un colpo di stato. Di norma i militari dovrebbero poter mettere fine al conflitto, cercando di colmare il vuoto di potere creato da una Bolivia ingovernabile. Ma i capi militari sono tanto divisi quanto il resto del paese, tra i cosiddetti tradizionalisti, con i loro legami con il vecchio ordine politico, tra i populisti, ufficiali più giovani che si oppongono al libero mercato, e altri corpi di forze dellordine, che contribuiscono ad aggravare la povertà boliviana. (
) Se Mesa crolla e la Bolivia diventa assolutamente ingovernabile, è possibile che linstabilità si sparga come un contagio anche al di là dei confini con altri paesi con popolazioni indigene molto povere, come Equador e Perù (
).
Brasile e "Caschi Blu"
Pericolosa la situazione anche per il Brasile, perché, sempre secondo Stratfor, gli indios boliviani potrebbero fare da modello ai troppi indios poveri del Brasile (milioni e milioni di persone), mettendo in una posizione difficile il presidente brasiliano Lula Da Silva, in questi mesi impegnato a mantenere le sue posizioni radicali con il popolo, ma a giocare allo stesso tavolo con gli Stati Uniti, gioco che lo costringe anche ad accettare delle regole diverse da quelle decantate in campagna elettorale. Per questo, se il conflitto boliviano diventasse incontrollabile e Mesa venisse sollevato, il Brasile potrebbe chiede allOnu di assumere un ruolo attivo per il ristabilimento dellordine. Ciò significa che sia Mesa che Da Silva solleciteranno allamministrazione statunitense un più attivo coinvolgimento per raggiungere la fine della crisi boliviana prima che si infettino altri paesi del Sud America. (
)
| :: SELVAS.ORG:: |
:: (01/07/2003) ::
BOLIVIA GAMES:
lezioni di strategia
Come si studia la storia per meglio comprendere ciò che accade, allo stesso modo qualcuno ha pensato di studiare lattualità per disegnare quello che accadrà. E non si parla di fantascienza
|
La condanna di Greenlee
Pericolosa la situazione anche per il Brasile, perché, sempre secondo Stratfor, gli indios boliviani Gli Stati Uniti sospettano che il governo Mesa non abbia molte possibilità di durare più di qualche mese. Nel fine settimana, lambasciatore statunitense in Bolivia David Greenlee ha dichiarato che il paese non rappresenta adesso un buon posto per investimenti poiché i rischi legati allinstabilità politica sono aumentati dopo le dimissioni di Sanchez de Lozada.
Greenlee ha anche dichiarato che Washington potrebbe non allentare la sua politica aggressiva nella erradicazione totale della coca in Bolivia. Limplicazione è che si creerebbe più tensione tra il governo statunitense e più di 35.000 indigeni coltivatori di coca in Bolivia, con la fragile presidenza di Mesa presa in mezzo.
PS
Non è nostra abitudine farlo, ma notizie del genere ci preoccupano tanto da non farci resistere alla tentazione di scrivere un piccolo corsivo, una breve considerazione che ci viene dettata, soprattutto, dalla nostra brutta abitudine di mettere in collegamento tra loro dei fatti anche temporalmente lontani. Leggendo larticolo di Stratfor non abbiamo potuto non pensare alle fiction del NationLab, a quei giochi di guerra riprodotti con la realtà virtuale dei computer che già molti mesi fa avevano disegnato proprio lo stesso scenario che viene ora descritto dallagenzia statunitense. E se il NationLab della Escuela de Comando y Estado Mayor General del Ejército a Cochabamba non fosse affatto una esercitazione virtuale? E il nostro cruccio, è il nostro terribile dubbio
|
:: I DOCUMENTI DI SELVAS.ORG::
|
Bolivian Instability Could Force U.N. Intervention

By Stratfor - Oct 28, 2003
(in inglese)
Bolivian indigenous leaders have given new President Carlos Mesa 90 days to respond to their demands for major economic and political reforms. These include rejecting the free-market economic policies Bolivia has followed since 1985, ending the U.S.-backed program to eradicate coca in that country, rolling back recently approved tax increases and reforming the country's energy law to nearly triple the tax bite on foreign oil companies.
Mesa cannot realistically comply with any of these demands without aggravating landlocked Bolivia's commercial and political isolation. As a result, it virtually is certain that Mesa will face a popular revolt early in 2004 that could force his resignation and plunge Bolivia into ungovernable chaos.
If Mesa is forced to resign in 2004, it's possible that a radical indigenous leader like Evo Morales could become president. However, Morales would not survive long either, because popular revolt from lowland Bolivians likely would erupt if Morales tried to turn Bolivia's back on free trade and economic engagement with the United States -- which he would probably do within days.
The conflict that brought Mesa to power is rooted in deep class differences between poor highland Bolivians, the Kollas, and lowland Bolivians, the Cambas. Kollas tend to be mostly of indigenous ancestry, while the Cambas descend mainly from European immigrants. Viewed on a map, Kollas predominate in such highland cities as La Paz, Oruro and Cochabamba, while Cambas reside in lowland regions such as Santa Cruz, Beni and Tarija -- where rich gas reserves earmarked for eventual export to the U.S. West Coast are located.
The conflict between Kollas and Cambas has simmered in Bolivia since at least the 1830s. Though differences between them are rooted partially in race or ethnicity, profound ideological and philosophical divides also exist. Kollas tend to believe in big government -- state control of exportable commodities and government intervention in economic activity. In contrast, Cambas believe in private enterprise and entrepreneurship -- disdaining big government. Kollas oppose initiatives like the Free Trade Area of the Americas (FTAA), while Cambas see the FTAA as a golden opportunity to insert Bolivia into the U.S. economy.
If Mesa's interim presidency becomes unsustainable in early 2004 because of renewed popular revolt, it also is possible that some adventurous military officers could attempt to seize power through a coup. Normally the military would be the final arbiter of conflict, seeking to fill a power vacuum should Bolivia become ungovernable. However, Bolivia's military leaders are as divided as the rest of the country between so-called traditionalists with ties to the old political establishment and populist younger officers who oppose free market and other policies that are perceived to aggravate Bolivia's poverty.
Confusing matters further -- currently, no individual military leader appears to have sufficient appeal both inside and outside the armed forces to seize and hold political power. Moreover, Kolla and Camba sources in La Paz and Santa Cruz -- who are diametrically opposed to each other on virtually every issue -- agreed in separate conversations with Stratfor that if the military tries to seize power, there would be a national revolt against the new military regime.
If Mesa is toppled and Bolivia becomes increasingly ungovernable, it's possible that the instability could spread to neighboring countries with large impoverished indigenous populations, such as in Ecuador and Peru. In fact, some indigenous groups in Peru and Ecuador have taken heart from recent developments in Bolivia to ratchet up their own agendas against the governments of Peruvian President Alejandro Toledo and Ecuadorian President Lucio Gutierrez.
It's also likely that increasingly violent class warfare tactics could spread from Bolivia to neighboring Brazil, which has the largest poor population in Latin America. In effect, Brazilian President Luiz Inacio Lula da Silva has good reason to be concerned about Bolivia's growing social turmoil and political instability.
Right now Da Silva is riding a wave of personal popularity that former Bolivian President Sanchez de Lozada never enjoyed. However, da Silva is under increasing social and political pressure to boost Brazilian economic growth significantly -- over five percent annually from its present sluggish average growth of about 1.5 percent a year. If Brazil remains in the economic doldrums for another year and the Bolivian class conflict starts to spread to neighboring countries, radical groups in Brazil's impoverished western states could decide to adopt similar tactics as well.
This Brazilian concern explains why da Silva has already stepped up to the plate. Besides forgiving Bolivia's external debts to Brazil and granting Bolivia $600 million in assistance over the next three years, Da Silva likely will exert Brazil's influence in the United Nations -- where it joins the Security Council on Jan.1, 2004 -- to pressure for greater international support for Bolivia. Moreover, if the Bolivian conflict becomes uncontrollable and Mesa is ousted, Brazil may ask the U.N. to take an active role in restoring order.
It's also likely that both Mesa and da Silva will urge the U.S. administration to become more actively involved in ending Bolivia's crisis before it infects other South American countries. However, Washington denied aid requests from Sanchez de Lozada barely a year ago, and likely will reject Mesa's pleas for a substantial jump in U.S. economic assistance.
In fact, the U.S. is already undermining Mesa's chances of remaining president for more than a few months. Over the weekend, U.S. Ambassador to Bolivia David Greenlee announced that the country is not a good place to invest right now because of the heightened political risks it faces following Sanchez de Lozada's resignation.
Greenlee also declared that Washington would not give up its aggressive policies to eradicate coca completely in Bolivia. The implications are that more tensions are soon likely between the U.S. government and more than 35,000 indigenous coca growers in Bolivia -- with Mesa's fragile presidency sandwiched between them.
Regardless of Mesa's difficulties and his commitment to free- market democracy, the U.S. administration likely will not pay much attention to events in La Paz unless radical Islamist groups begin to operate in Bolivia and the Andes region.
Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano, è tra i fondatori di selvas.org.
E-mail: giovitrano@libero.it
SELVAS.org - Disclaimer - Copyleft
In ottemperanza con la nuova legge sull'editoria italiana, si segnala che selvas.org non è' un periodico. Qualunque testo vi appaia non ha alcun tipo di cadenza predeterminata nè predeterminabile. Non essendo una testata giornalistica, non esiste editore. Tutti i contenuti sono a responsabilità e copyright dei siti linkati o di chi li ha scritti. I dati sensibili relativi alla legge sulla privacy sono tutelati in ottemperanza alla legge 675/96 e dal dpr 318/99. Il contenuto del sito può essere liberamente citato, linkato ed anche copiato (a patto si citi selvas.org come fonte). Per qualunque altra informazione scrivere alla redazione.
|