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In un clima da "coprifuoco", domenica 30 giugno, si svolgeranno in Bolivia le prime elezioni presidenziali post-Banzer. Ad alimentare la tensione sociale non ci sono soltanto dubbi sull'organizzazione elettorale. Gli appelli e le denuncie di Amnesty International, la "scoperta" del prestigioso Washington Post dell'esistenza di truppe armate USA nella guerra contro i campesinos e le minacce dell'ambasciatore Statunitense in Bolivia rischiano di minare la già fragile democrazia del Paese andino.

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ELEZIONI IN BOLIVIA ::
Si cambia per non cambiare nulla?
Di Giovanna Vitrano




Le foto di questo servizio sono di Pablo Aneli - AP / il grafico dei sondaggi preelettorali è di La Razon


:: STAMPA in BOLIVIA ::
Los Tiempos
El Diario
La Razòn
:: OCCHI APERTI ::
L'ambasciatore statunitense a La Paz minaccia di ritirare gli aiuti se i boliviani votano Evo Morales, leader dei cocaleros

Nella foto: Manuel Rocha

Titolo originale:
El embajador de EEUU en La Paz amenaza con retirar la ayuda si los bolivianos votan al dirigente cocalero

Fonte : Europa Press

LA PAZ, 27 giugno

Estados Unidos amenazó con retirar el apoyo económico que presta a Bolivia si el dirigente cocalero Evo Morales logra el apoyo del electorado en las elecciones de este domingo como para tener una representación parlamentaria que le permita tener mayor poder en la próxima gestión gubernamental, en el Legislativo o en el Ejecutivo. Las amenazas fueron lanzadas por el embajador de EEUU en La Paz, Manuel Rocha, durante la visita realizada ayer a Chimoré, donde fue inaugurado un aeropuerto civil paralelo al que utiliza la Unidad Móvil de Patrullaje Rural (Umopar).
Aunque reconoció que el futuro del país está en manos de los bolivianos, Rocha apuntó que "como representante de Estados Unidos, quiero recordarle al electorado boliviano que si eligen a los que quieren que Bolivia vuelva a ser un exportador de cocaína importante, ese resultado pondrá en peligro el futuro de la ayuda de los Estados Unidos a Bolivia".

     Rocha advirtió que los mercados de su país para las exportaciones de textiles y sobre todo el mercado del gas de California se cerrarían para Bolivia, ya que no se puede apoyar a dirigentes que quieren mantener a este país dentro del mercado ilícito del narcotráfico.
Por su parte el dirigente cocalero y candidato a la Presidencia por el Movimiento Al Socialismo, Evo Morales, "agradeció" las palabras de Rocha y agregó que continuaba siendo su mejor jefe de campaña, aunque aclaró que si el embajador quería ser respetado, primero tenía que respetar a los demás, según informó el diario local 'El Mundo'.

     Por su parte el presidente, Jorge Quiroga, intentó poner paños fríos a la situación, acotando que "nosotros elegimos a nuestros gobernantes y ellos a su vez eligen las políticas a implementar y lo que hacen los gobiernos vecinos es cooperar o no cooperar".
"Si el próximo Gobierno decide retomar el cultivo de coca, no sería extraño que EEUU y los países europeos que cooperan en el desarrollo alternativo, decidan dejar de hacerlo", sentenció.



Nella foto: Evo Morales Ayma
:: LINK ISTITUZIONALI::

Governo Boliviano
Ambasciata USA a La Paz



Bolivia - 27/06/2002

Sembrerà davvero il coprifuoco quello che scatterà questo venerdì in Bolivia. Niente spettacoli pubblici, vietata la vendita degli alcolici, vietato il transito con le auto nei centri urbani.
Già mercoledì un summit tra forze di polizia ed esercito metterà a punto il piano operativo affinchè l'intero Paese possa prepararsi alle elezioni di questa fine di giugno.
Domenica 30, infatti, la Bolivia è chiamata ad eleggere il suo nuovo presidente.

I candidati

• MANFRED REYES VILA- NFR
Visto di buon occhio dal governo statunitense, Manfred Reyes Vila -leader del NFR (Nuova Forza Repubblicana) - è il candidato presidenziale con più possibilità -secondo i sondaggi - di salire al vertice del governo boliviano.
Il partito da lui rappresentato è nato da una costola dell'ADN di Banzer e con questo condivide la "severità" nell'approccio con i problemi sociali.
Tra i suoi primi obiettivi c'è quello di concedere un considerevole aumento ai fondo destinati alle forze di polizia e all'esercito.
Nei suoi discorsi pre-elettorali ha chiarito che non condivide l'idea di una partecipazione popolare alla Costituente (cosa chiesta da migliaia di indigeni che hanno dato vita alla Marcia).

Maldicenze locali sussurrano che la sua famiglia è da sempre in contatto con i narcotrafficanti di Gracia Mesa. Ma questa complicità non è mai stata oggetto di indagine.


GONZALO SANCHEZ DE LOZADA - MNR
Il Movimento Nazionalista Rivoluzionario è il secondo nella classifica dei "papabili". Ma di Gonzalo Sanchez de Lozada - e del suo programma- ha colpito una dichiarazione resa alla stampa nella seconda settimana di giugno. "Se non riusciamo con la politica - ha detto il rappresentate del secondo partito boliviano - qui ci sono le Forze Armate. L'integrità dello Stato è nelle loro priorità e responsabilità… è meglio essere preparati. E' meglio prevenire che curare".
Di Gonzalo Sanchez de Lozada è il Comsur, ente che controlla i più ricchi giacimenti minerali del paese.

Ancora i maldicenti lo accusano di aver venduto le risorse naturali da lui gestite alle multinazionali, aumentando così la miseria e la disperazione della gente, causando la chiusura di molte ditte e quindi il licenziamento di migliaia di persone.


JAIME PAZ ZAMORA - MIR

Al suo partito (Movimento della sinistra rivoluzionaria - la sinistra in opposizione), sono in molti che non hanno perdonato alcuni accordi stretti con l'ADN di Banzer pur di giungere al governo. Nel suo programma politico è prioritario "convertire la YPFB (la sigla che rappresenta il petolio e il gas naturale di Bolivia) in socio delle petrolifere transnazionali".

Sempre maldicenti ricordano di un suo slogan di qualche tempo fa, quando andava in giro portando in tasca una foglia di coca, ripetendo che "la coca non è cocaina". Dopo che è giunto al governo -pur facendo opposizione- ha avallato la politica di Banzer contro la coltivazione della pianta.

JHONNY FERNANDEZ - UCS

E' entrato nella bagarre elettorale per il rotto della cuffia visto che era impegnato in un processo che lo vedeva accusato di frode fiscale. E' stato ritenuto colpevole e dovrebbe ripagare allo Stato una valanga di tasse mai versate. Ma la Corte elettorale non ha ritenuto sufficiente tale motivazione per dichiararlo inidoneo a guidare il Paese.

E poi ancora…

EVO MORALES -ex leader del sindacato dei coltivatori di coca- e il suo partito MAS (Movimento al socialismo), e c'è FELIPE QUISPE - ex leader del sindacato dei campesinos - e il MIP.
Entrambi impegnati a dover dirimere una serie di lotte intestine ai sindacati, non sembrano poter raggiungere il palazzo del governo. Nel caso di Morales, più di una volta il governo statunitense ha avuto, per bocca dell'ambasciatore a La Paz Manuel Rocha, pesanti affermazioni in riferimento alla sua candidatura.



Appello preoccupato di Amnesty
“Persistono in Bolivia denuncie per tortura e per maltrattamenti a detenuti; per sanzioni disciplinarie che sono torture inflitte a reclute del servizio militare obbligatorio”. Questa la dichiarazione agghiacciante di Amnesty International che, a pochi giorni dalle elezioni, si è rivolta direttamente al governo boliviano chiedendo al futuro presidente della repubblica di porre fine ai motivi di denuncie come queste accennate. Amnesty ovviamente non ha mancato di criticare l’uso dei tribunali militari in casi di violazione di diritti umani in cui gli imputati sono membri delle forze armate. “Siamo molto preoccupati –prosegue la denuncia di Amnesty- anche per le numerose denuncie sull’uso eccessivo della forza da parte di membri dell’esercito e della polizia nel corso di manifetsaizoni pubbliche e nel corso di operazioni congiunte per la distruzione di piantagioni di coca nel Chapare”.
A questo proposito bisogna sottolineare come proprio mercoledì 26 giugno alcuni giornali boliviani hanno ripreso la notizia pubblicata dal Washington Post in cui si mette in luce la massiccia partecipazione di paramilitari americani proprio nella guerra contro i cocaleros che sta riprendendo vigore nel tropico cochabambino.

Orecchi da mercante
In materia di diritti umani, a dire la verità, la Bolivia sembra sempre più distratta. Infatti, pur essendo stata condannata a ritrovare i resti del giovane studente universitario José Carlos Trujillo “desaparecido” in Bolivia dal 1972, ha dovuto ammettere ufficialmente di non aver neppure iniziato a prendere in considerazione i passi da compiere per adempiere a quanto imposto dalla sentenza di condanna. Il viceministro ai Diritti Umani, Luis Eduardo Serrate, ha ammesso che il Governo non ha nemmeno formato la Commissione Investigativa che dovrebbe aiutare la famiglia del giovane Trujillo a recuperare i resti del ragazzo. “Dobbiamo ancora darne notizia ufficiale sulla Gazzetta perché si tratta di un procedimento pubblico che sarà, in seguito, più veloce nel suo completamento”.
Una pubblicazione che, in vista delle lezioni, probabilmente avverà in un indeterminato “dopo”.
Distratti i politici boliviani, anche di fronte alle richieste degli indigeni che hanno marciato per quasi un mese pur di avere riconosciuto il diritto di prendere parte alle riforme della Costituzione. Ci sono le elezioni e nessuno vuol stare a sentire le richieste un po’ impacciate di indigeni troppo colorati. Dopo discussioni di ore senza risultato, l’Assemblea Permanente peri Diritti Umani di Bolivia è riuscita a strappare al governo un appuntamento da definire entro il prossimo 18 luglio.

Confini bollenti
Queste ore pre-elettorali sembrano surriscaldare gli animi dei paesi confinanti con la Bolivia.
Con il Chile, dato che è finalmente risultato chiaro che sarà da uno dei suoi porti che la Bolivia esporterà il gas in California, il governo di Quiroga sta litigando per le acque del Silala, sorgente da cui prende vita l’omonimo fiume ritenuto dal Chile “internazionale”. Non sono d’accordo i boliviani, visto che secondo i loro studiosi sia la sorgente che il letto del fiume Silala sgorgano e muoiono in territorio Boliviano.
Per derimere la questione - è stato suggerito – si potrebbe fare ricorso al Tribunale Internazionale dell’Aja. Un consiglio non accettato dai boliviani, coscenti dell’enorme influenza che il Cile esercita in materia di arbitrariato internazionale.
Altro confine bollente è quello con Perù. Il governo di Lima, infatti, non è contento della scelta, ancora non ratificata, dello sbocco a mare cileno scelto da La Paz proprio mentre la gente boliviana preferirebbe stringere rapporti economici con i “fratelli” di Toledo. Un ministro peruviano ha definito il Governo Quiroga come “un cadavere non sepolto”. Comunque al momento, il clima in Perù si è arroventato per via delle proteste alle privatizzazioni e, nonostante il licenziamento del ministro degli Interni, Fernando Rospigliosi, non c’è verso di riportare la situazione sociale ad una maggiore calma.



Non saranno direttamente confinanti, ma sono quantomeno vicini e, in queste ultime ore, si stanno affrontando a colpi di dichiarazioni. L’amministrazione di Quiroga sembra aver tentato “trucchetti” con l’amministrazione del venezuelano Chavez. Oggetto del contendere supposte irregolarità nel commercio di soya tra i due Paesi. La Bolivia ha fatto intendere che potrebbe anche chiudere gli scambi commerciali con il Venezuela se quest’ultimo non ritratta le pesanti accuse.
Bollenti nel senso di “trafficati” i confini con Uruguay e Paraguay, paesi in cui la crisi economica sta mietendo vittime. Dopo l’Argentina, come in un domino, adesso stanno per cadere queste altre tessere che si abbatteranno sulla Bolivia, causando il ritorno in patria di molti cittadini boliviani che in questi Stati limitrofi avevano cercato di intraprendere attività o più semplicemente vi avevano trovato lavoro. I primi segnali di questa tempesta sono già arrivati: la moneta di La Paz, il boliviano, si sta svalutando e nei primi sei mesi del 2002 le attività commerciali esistenti nel paese da 47.000 si sono ridotte a meno di 20.000.

...Dimenticanze
La Bolivia, però, potrà contare molto presto su investimenti multimiliardari delle transnazionali petrolifere e del governo statunitense, talemnte tanto interessato al gas naturale e al petrolio del paese andino da non prendere nemmeno in considerazione le vantaggiose offerte pervenute da Australia e Canada.
E mentre provvede a rinforzare gli apparati anti-terrorismo nell’America Latina e serra sempre di più le fila dei marines impegnati nella lotta al narcotraffico, il governo statunitense dimentica di segnalare, all’interno del sito del Dipartimento della Difesa, le prossime elezioni in Bolivia. Strano, perché di elezioni mancano solo queste, visto che sono elencate –relativamente ai Paesi bollati come “nemici della legalità”- tutte le elezioni di tutti i più minuscoli staterelli da qui al 2010.
Sicuramente non mancheranno di provvedere per tempo.



23 jun 2002
washingtonpost.com

U.S. Role in Coca War Draws Fire
Bolivian Anti-Drug Unit Paid by Washington Accused of Abuses


By Anthony Faiola


In inglese




La foto del presidente Quiroga è tratta da http://www.comunica.gov.bo/


Washington Post Foreign Service

Sunday, June 23, 2002; Page A01

CHIMORE, Bolivia -- The wary residents of this sweltering town in Bolivia's
remote Chapare jungle have a nickname for the uniformed newcomers:
"America's mercenaries."
The Expeditionary Task Force, the official name for an armed unit of 1,500
former Bolivian soldiers, is paid, fed, clothed and trained by the U.S.
Embassy in La Paz, the Bolivian capital. Since setting up camp 18 months ago
on three bases around this town of 2,000 inhabitants, the troops and their
assault rifles have become a common sight on the local highway, putting down
protests along the steamy jungle road by peasants combating a sweeping,
U.S.-backed campaign to eradicate the area's biggest cash crop -- coca.
The force, which has tripled in size since its inception, has become one of
the most contentious signs of Washington's involvement in the drug war.
U.S. and Bolivian military officials say the unit has played a vital role in
an aggressive attempt to eradicate coca from the Chapare jungle, a region
larger than Connecticut that provided the basic ingredient for almost half
the world's cocaine during the 1980s and 1990s. Although the soldiers are
directly salaried by the U.S. government, American and Bolivian officials
describe the outfit as "a group of reservists" within a regular Bolivian
army brigade and commanded by regular Bolivian officers.
But a growing number of critics are calling the force an abusive irregular
army whose existence violates Bolivian law. And the unit, described by Latin
American scholars as the first of its kind in the drug war, has been accused
of using excessive force and committing human rights abuses, including
murder and torture.
A Bolivian civil court judge issued a preventive arrest order this past week
for the unit's commander, Col. Aurelio Burgos Blacutt, pending investigation
of charges from witnesses that Burgos shot and killed an unarmed man during
a peasant protest Jan. 29. However, legal sources said the order has yet to
be carried out and the military is bringing pressure to get it annulled.
Other task force soldiers have been accused in at least four killings and
more than 50 instances of clubbings, beatings and theft over the past eight
months, according to Bolivia's human rights ombudsman's office.
The reports of abuse have been largely dismissed by the U.S. Embassy and the
State Department. "We don't believe them, the human rights allegations,"
said a U.S. counternarcotics official in La Paz, 200 miles to the northwest.
"This is not a paramilitary group, and it won't become one."
Nevertheless, the force's track record has sparked fears among Bolivian
defense experts, human rights advocates, U.S. legislators and others. Their
view is that Washington is funding a band of hired guns in an effort that
may lead to the rise in Bolivia of paramilitary groups similar to those in
Colombia, where paramilitary units have committed gross atrocities against
civilians.
"These are soldiers with no clearly defined loyalties, and a foreign power
is funding them to run around our country with guns," said Juan R. Quintana,
director of the Defense Policy Analysis Unit at the Defense Ministry. "The
existence of this force is a violation of the Bolivian constitution and our
military law, which does not permit the creation, by the government or
anyone else, of armed groups such as the expeditionary force."

Birth of the Task Force
The Expeditionary Task Force sprang to life as a byproduct of Latin
America's most ambitious campaign to eradicate coca.
After decades of looking the other way as Bolivia became one of the world's
leading producers of coca leaf and a hotbed of trafficking, the Bolivian
government, armed with millions of dollars in U.S. military aid, launched
the Dignity Plan in 1998. Unlike eradication attempts in other coca-growing
countries, the Dignity Plan gave farmers who cultivate coca no choice. The
military rolled into the Chapare region, with its base in Chimore, and
uprooted coca plants by force.
Statistically, the plan marked one of the greatest victories in the drug
war. Cultivation of illegal coca in Bolivia, once the second-largest
producer of cocaine and its by-products, dropped from 74,360 acres in 1998
to roughly 7,000 acres in 2001, according to U.S. and Bolivian officials. An
additional 24,000 acres of legal coca is grown in Bolivia's Yungas region
for traditional uses, such as chewing it to ease hunger pangs or putting it
in medicinal teas.
But Bolivian officials concede that attempts to provide alternative crop
assistance to farmers -- roughly 40,000 poor and largely indigenous families
-- did not keep pace with coca eradication. Roman Catholic Church officials
in the region say forced eradication left thousands of poverty-stricken
families without a source of income, sparking serious malnutrition.
The result was a surge in replanting of illicit coca over the past year,
along with a violent uprising among poor farmers in what has been dubbed
Bolivia's "coca wars."
Furious and desperate, farmers began staging roadblocks on the
Cochabamba-Santa Cruz highway, which handles 70 percent of Bolivia's
overland commerce and runs through Chimore. As the clashes grew more
violent, Bolivian and U.S. authorities worked together to form the
Expeditionary Task Force. The idea, officials said, was to ease the burden
on the cash-strapped Bolivian army and military police, minimize clashes
between the regular army and rebellious peasants and, sources say, provide
guarantees that the U.S. funds are well spent.
The U.S. Embassy maintains the right to vet all of the unit's members.
Salaries -- $100 a month, about 40 percent more than a regular enlisted
man's wage -- are distributed by the U.S. Embassy through a private
financial company that hands out the cash in the jungle here once a month.
U.S. officials say the payment structure was designed to maintain better
oversight on spending but does not mean the U.S. Embassy controls what the
unit does.
The U.S. Embassy's Narcotics Affairs Section also pays virtually all other
expenses, including food and uniforms, at a total expense of about $200,000
a month. The money, handed down through the State Department's Bureau for
International Narcotics and Law Enforcement Affairs, comes from anti-drug
aid allocated to Bolivia by Congress.
The unit is commanded by a few dozen U.S.-trained officers who are paid
directly by the Bolivian military and report to Bolivia's high command in La
Paz. They also consult regularly with the U.S. Embassy's narcotics section
and U.S. military officials. Their mission represents the heavy lifting in
the Dignity Plan, handling the roadside confrontations with coca farmers.
"It is better for us not to be involved in the worst of the conflicts with
the coca farmers," said Col. Jaime Cruz Vera, head of the Chimore base of
UMOPAR, Bolivia's militarized anti-drug police. "We live with the peasant
farmers. We pass by them in town. They are not our enemies. The creation of
the [task force] has meant a lot less animosity between us and the peasants,
allowing them to have more faith in us."

Swift Retaliation
Clashes between coca farmers and the task force, the regular Bolivian
military and police forces have left 10 farmers and four regular soldiers
dead since September. Only one task force member has been killed, in July.
At Chimore, the unit's main base rises under a jungle canopy, a
fortress-like military compound with a perimeter wall of wooden tripod
fences and barbed wire. At the gated checkpoint, guards wear military
jackets with the task force symbol, an outline of Bolivia colored in the
red, yellow and green of the national flag, with a superimposed profile in
black of a soldier carrying an assault rifle.
A reporter invited to the base passed the contracted men dining at the "NAS
Cafeteria," a reference to the U.S. Narcotics Affairs Section. Several could
be seen sporting black T-shirts emblazoned with a slogan that, roughly
translated from Spanish, says, "I'm an expeditionary member, and what are
you going to do about it?"
Officers refused to be quoted by name, but said they were acting in the
common interest of Bolivia and the United States.
"You have to understand, in the Chapare, we are dealing with something like
the Soviet Union in the 1930s," said one high-ranking task force official.
"These are Marxists and communists, they are dangerous for both [the United
States] and Bolivia. But there's an added problem. They are also
narco-traffickers. And you can't expect all operations to go smoothly. We
are certainly not going out there looking to be tough guys. No, that's not
our way."
On Dec. 6, a typically hot summer's day in the Chapare, one of the most
severe of the alleged excesses involving the task force took place. At the
coca growers union headquarters in Chimore, a group of protesters lined
fruit along the side of the road. In a videotaped account of the event
broadcast nationwide, it appeared to be a peaceful demonstration
highlighting one of the biggest criticisms of alternative development here:
low prices and lack of access to domestic and international markets for
legal crops such as bananas and pineapples.
Soon after the protest started, task force soldiers arrived and began
seizing fruit from demonstrators. Soldiers are seen on the videotape kicking
and punching farmers as they order them back into the marketplace. The
forces can also be seen roughing up the mayor, Epifanio Cruz, as he tried to
calm the situation. Soon, the security forces began launching tear gas.
After one soldier was apparently hit in the face by a rock, retaliation was
swift. The contract soldiers chased coca farmers into the union compound.
Four shots went off. When the soldiers emerged, the local union leader,
Casimiro Huanca, 55, was fatally wounded. A second victim, farmer Fructuoso
Herbas, 34, had to have his right leg amputated below the knee after he was
shot once in the leg.
"It is clear to us that the [task force] is using excessive force and
committing severe human rights abuses across the Chapare," said Godofredo
Reinicke, Bolivia's human rights ombudsman for the Chapare region.
A State Department account of the event, in a Jan. 29 letter to concerned
U.S. legislators, stated the irregular forces were "attempting to clear the
road while it was being blocked." It said, "The crowd became one large mass
as the [peasants] continued to advance on the [task force]." Herbas, the
farmer whose leg was partially amputated, was described as having been
"wounded slightly above the ankle."
"We investigate these cases as best we can, checking as many sources in and
out of the government as we can, and we try to follow them up and update the
information as we can, so our report at any one point in time may have some
information that may not prove to be accurate," James Dickmeyer, the U.S.
Embassy spokesman in La Paz, said in explaining the difference between the
embassy's account and that conveyed by the video.
"In the case of Bolivia, I think the war on drugs is being used as an excuse
to carry out behavior that we would never otherwise accept," said Rep.
Maurice D. Hinchey (D-N.Y.), who has raised the issue with the State
Department. "Our actions in Bolivia represent a gross complacency that
borders on complicity. There seems to be purposeful obfuscation about the
facts."
Bolivian President Jorge Quiroga said in an interview that he supported the
arrangement and did not consider the unit to violate Bolivian law or come
under undue U.S. influence.
"We have the Spanish funding hearts of palm [alternative development
projects] in the Chapare, and that doesn't mean they belong to Spain," he
said. "We have the Koreans assisting in building a main highway from Santa
Cruz, and that doesn't mean they own the road. This is simply another group
in our fight against drugs. We're dealing with people who are making a lot
of money from drugs. It's impossible to be foolproof in a situation like
this."
U.S. officials and task force leaders blame farmers for the violence and
insist most incidents described as human rights abuses were committed in
self-defense. The coca farmers, officials say, are directly linked to
narcotics traffickers and include snipers and experts in booby traps who
have wounded and killed several soldiers.
As an indication of the level of trafficking in the region, officials point
to a recent anti-drug sweep called Operation Cascabel II, in which agents in
the Chapare seized 370 pounds of partially processed cocaine and uncovered
365 cocaine base laboratories. "The [task force irregulars] have been in
difficult situations," said a U.S. Embassy source who asked not to be named.
"The coca growers are not peace-loving beatniks."

© 2002 The Washington Post Company


In spagnolo

Elezioni in Bolivia, una occasione unica
per i diritti umani


By Anthony Faiola

In spagnolo



24 de junio de 2002

Bolivia: Elecciones presidenciales, una oportunidad única para los derechos humanos
Las elecciones presidenciales en Bolivia, previstas para el 30 de junio, brindan una oportunidad única para colocar los derechos humanos firmemente al centro del programa político del nuevo Presidente, declaró hoy Amnistía Internacional.

La organización de derechos humanos escribió a los candidatos a la presidencia para expresarles sus preocupaciones en materia de derechos humanos en Bolivia, e instarlos a considerar medidas concretas y eficaces para la protección y promoción de estos derechos.

" Persisten en Bolivia las denuncias de tortura y malos tratos a personas detenidas por las fuerzas de seguridad, y de sanciones disciplinarias, que constituyen tortura, infligidas a reclutas que realizan el servicio militar obligatorio," declaró Amnistía Internacional, exhortando al candidato que resulte electo a que tome medidas urgentes y enérgicas para erradicar estas prácticas y asegurar que los responsables sean llevados ante la justicia civil.

La organización recalcó que todos los juicios en materia de violaciones de derechos humanos cometidas por militares deben llevarse a cabo en el sistema de justicia civil, en línea con los pronunciamientos de varios organismos internacionales de derechos humanos.

"La ampliación de la jurisdicción de los tribunales militares para juzgar violaciones de derechos humanos cometidas por miembros de las fuerzas armadas es causa de honda inquietud y contraviene a las obligaciones del Estado boliviano," afirmó Amnistía Internacional.

"También son motivo de preocupación las repetidas denuncias de uso excesivo de la fuerza por parte de miembros del ejército y de la policía en el contexto de manifestaciones públicas y de operaciones conjuntas para la erradicación de los cultivos de hojas de coca en El Chapare," continuó la organización, destacando que la acción de las fuerzas de seguridad ha producido varias muertes de civiles y un sinnúmero de heridos.

"Es imprescindible que se lleven a cabo investigaciones exhaustivas, imparciales e independientes en todos los casos del uso excesivo de la fuerza, y que el nuevo presidente adopte medidas enérgicas para asegurar que las fuerzas de seguridad actúe en el marco de los estándares internacionales sobre el uso de la fuerza," enfatizó Amnistía Internacional.

"Confiamos en que el nuevo Presidente de la República dé prioridad a la plena protección de los derechos humanos en su programa, y que adopte medidas concretas para dar un seguimiento claro a los compromisos expresados por Bolivia ratificando varios tratados internacionales para la protección de los derechos humanos," continuó la organización, añadiendo que con este fin es fundamental también reconocer el papel desempeñado por los defensores de los derechos humanos y facilitar su labor.

Amnistía Internacional hizo asimismo un llamamiento al candidato presidencial que sea elegido como presidente de Bolivia para que se asegure que en la elaboración de futuras políticas económicas, se tomen en cuenta los derechos económicos, sociales y culturales y se adelanten las medidas necesarias, como lo establece el Pacto Internacional de Derechos Económicos, Sociales y Culturales del cual Bolivia es parte, para reconocer estos derechos que forman parte del conjunto indivisible de los derechos humanos.

Amnistía Internacional expresó preocupación por las declaraciones hechas por algunos de los candidatos a favor de la reinstauración de la pena de muerte.

"El mundo se está alejando cada vez más de la irreversible crueldad de la pena de muerte. Sería gravísimo que Bolivia contraviniera esta tendencia," concluyó Amnistía Internacional, exhortando al candidato que sea futuro presidente de Bolivia a que adopte las medidas necesarias para consolidar la abolición de este castigo ratificando el Segundo Protocolo Facultativo del Pacto Internacional de Derechos Civiles y Políticos destinado a abolir la pena de muerte.


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Si desean más información, pónganse en contacto con la oficina de prensa de Amnistía Internacional en Londres, UK, on +44 20 7413 5562 Amnesty International, 1 Easton St., London WC1X 0DW. web: http://www.amnesty.org <http://www.amnesty.org/>





Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail:
giovitrano@libero.it


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