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Marce e scioperi si abbattono sul paese andino come una valanga quando mancano pochi giorni alle elezioni generali. E mentre i politici tengono i loro comizi, i boliviani lottano per non essere strangolati dalle corde che serrano loro la gola
Tutti i nodi del cappio
Di Giovanna Vitrano

Le foto di questo servizio sono tratte dai bellissimi reportages di www.danheller.com
Bolivia - 12/06/2002
Salute, vitto, alloggio, lavoro. Sono questi i quattro diritti che ogni governo farebbe bene a garantire ai suoi cittadini per evitare il caos. Il diritto supremo, la libertà, non è incluso in questo brevissimo elenco. Perché alla libertà non ci rinuncia solo chi la conosce. E se la fame la riconoscono (e la temono) in moltissimi, della libertà non si può dire altrettento. Men che meno quando si parla di una piccola nazione dell'America Latina, la Bolivia, neanche dieci milioni di abitanti nel cuore del continente andino uniti nel nome di un grande eroe. Ma di eroi i boliviani non sanno che farsene: a loro serve urgentemente un sistema sanitario che funzioni, almeno un pasto al giorno garantito, una casa in cui sopportare i rigori di un inverno più freddo del solito, e un lavoro che consenta loro, oltre che mantenere la dignità, di provvedere alle necessità della famiglia.
Questi quattro pilastri fondamentali alla vita dell'uomo, in Bolivia si stanno sgretolando. Oppure, prendendo in prestito l'immagine tirata in ballo da un sindacalista boliviano, si può dire che questi quattro fiocchi di neve, rotolando sulle teste degli indios e dei poveri, si sono trasformati in una valanga che inizia a minacciare il palazzo del Governo.
Riferire cosa sta succedendo da un paio di settimane a questa parte in uno degli angoli più taciuti del mondo non è cosa semplice. Per fornire un quadro completo della situazione si può iniziare procedendo per argomenti:
1) E' partita lo scorso 13 maggio da Santa Cruz una marcia indetta dalle popolazioni indigene che reclamano la loro partecipazione alla prossima Assemblea Costituente, soprattutto per impedire che diventino articoli della Costituzione boliviana alcune riforme estremamente pericolose.
2) I titolari di piccoli prestiti del BancoSol hanno cercato di occupare la Soprintendenza delle Banche dopo che l'istituto di credito -costretto dalla difficile situazione economica in cui versa il Paese - ha presentato ai suoi debitori dei piani di rientro inaccettabili.
3) L'epidemia diffusa tra il bestiame ha causato il blocco della vendita di carni rosse, innescando inevitabilmente una forte speculazione sul prezzo del pollame.
4) E' stato aumentato il prezzo del pane a Cochabamba. Presto si adegueranno anche le altre città.
5) I minatori di Huanuni hanno bloccato le strade della regione per protestare contro il ritorno delle miniere nelle mani dello Stato. Dopo un paio di giorni, sono addivenuti ad un accordo: una miniera resterà privata, una tornerà statale.
6) Lo scorso 3 giugno i lavoratori del settore sanitario hanno dato inizio ad un pacchetto di scioperi che prevede, a partire dal prossimo 13 giugno, lo sciopero generale a tempo indeterminato.
7) Dopo aver risolto i problemi più urgenti, gli abitanti della valle cruceña restano sul piede di guerra nel tentativo di far fronte a nuovi probabili aumenti dell'energia elettrica.
8) Il corpo insegnante del paese è in sciopero da oltre due mesi.
9) Nell'università di San Simón (Cohabamba), di San Francisco Xavier (Sucre), di Santa Cruz e La Paz alcuni studenti -una ventina - sono stati tratti in arresto perché protestavano contro il sistema nepotistico e corrotto che regola le assunzioni del personale docente.
10) Negli ultimi dieci giorni, nella sola città di Cochabamba, sono morti 5 uomini a causa del freddo. Erano indios, giunti in città in cerca di lavoro, costretti a dormire all'aperto.
11) Si aggrava giorno dopo giorno la situazione idrica del paese. Le poche piogge e il troppo freddo fanno prevedere una siccità senza precedenti. Le coltivazioni e gli animali hanno già iniziato a pagarne le conseguenze.
Le elezioni, previste per il prossimo 30 giugno, le beghe petrolifere e la difficilissima situazione economica del paese, argomenti che rappresentano il vero fil rouge della attualità boliviana, sono stati la miccia per l'esplosione di questo caos che minaccia seriamente l'intero Paese.
La marcia degli ultimi
Non sono tantissimi, circa duemila. E perché stanno marciando compatti dallo scorso 13 maggio alla volta del palazzo del governo forse non sanno nemmeno dirlo. Sanno, però, che le loro terre -quelle che coltivano con fatica e che a stento li sfamano- sono in pericolo, che qualcuno potrebbe tentare di portargliele via. Così come sanno che corrono il rischio di venire defraudati della loro storia, della loro cultura, della loro millenaria civiltà. Gli indios boliviani non sanno leggere né scrivere, e per questo non hanno potuto studiare le modifiche alla Costituzione che il governo di Quiroga vuole approvare. Ma quando hanno sentito quali argomenti verranno trattati dall'Assemblea Costituente si sono messi in marcia per parteciparvi personalmente. Prima, ovviamente, hanno fatto tutta la trafila burocratica affinchè un loro delegato venisse ammesso al tavolo di discussione. Non hanno ricevuto alcuna risposta. Così come adesso, a meno di 400 chilometri dalla meta, nessuno ha dato loro un segnale, nessuno ha detto loro una sola parola. Quasi non esistessero. Gli indios, però, non si sono arresi a questo muro di silenzio. E alle loro fila si vanno unendo anche altri boliviani con un carico di recriminazioni, di richieste, di rabbia che nemmeno la stanchezza e la malaria sono riuscite a fermare.
Per rendere più chiari i motivi di questa lotta, si possono prendere ad esempio alcune modifiche alla Costituzione che stanno per essere approvate dall'Assemblea. Rispetto al problema delle terre, nel progetto di riforma viene totalmente omesso l'articolo che tutelava la sovranità del territorio nazionale: "All'interno di un perimetro largo 50 chilometri -si leggeva nella Costituzione - lungo la frontiera, gli stranieri non possono acquistare né entrare in possesso, a nessun titolo, del suolo né del sottosuolo, direttamente o indirettamente, individualmente o in forma societaria, pena la perdita, a beneficio dello Stato, della proprietà acquisita, eccezion fatta per il caso di necessità nazionale dichiarata espressamente per legge". Se a questo si aggiunge, modifica dopo modifica, tutto il pacchetto di agevolazioni alla grande privatizzazione, il timore dei contadini e degli indios è chiaramente spiegato.
Ancora. Tutti i beni nazionali -incluse le risorse naturali- considerati tali dalla Costituzione precedente nelle proposte di riforma non saranno più proprietà inalienabile del paese. E' chiaro come questa riforma cerchi di garantire la proprietà privata, soprattutto quella delle grandi multinazionali. La proposta di riforma, quindi, modifica l'art. 22 della Costituzione ("Si garantisce la proprietà privata") eliminando il capoverso che recitava "sempre che l'uso di cui se ne voglia fare non sia pregiudiziale all'interesse collettivo".
Privatizzare la Costituzione
Altro esempio. Si lascerà senza chiara attribuzione al potere legislativo la possibilità di chiudere contratti relativamente allo sfruttamento delle ricchezze nazionali. Tutto ciò presumibilmente ha molto a che vedere con lo sfruttamento delle risorse naturali come il petrolio e il gas naturale, lasciando che siano gli enti che di petrolio e gas si occupano a gestire i contratti, e non più -quindi - il parlamento. L'art. 59 della Costituzione, secondo le modifiche pensate, reciterà: "Sono competenze del Potere Legislativo: (
) 5- Autorizzare e approvare le contrattazioni di prestiti che compromettono le vendite generali dello Stato", omettendo quella parte che diceva: "così come i contratti relativi allo sfruttamento delle ricchezze naturali". Nello stesso tempo, nella proposta di riforma verrebbe eliminato l'art. 137 che affermava: "I beni di proprietà della nazione sono proprietà pubblica, inviolabile, ed è compito di ogni abitante del territorio nazionale rispettarli e proteggerli". Essendo le risorse naturale un bene di proprietà della nazione, risulta ovvio come questo articolo -nel momento in cui si vuole favorire la privatizzazione e le multinazionali - sia risultato essere più che inutile addirittura dannoso. Ma in materia di petrolio e gas naturale, l'articolo della costituzione più importante era il 139, eliminato per fugare anche il minimo sospetto di una qualunque partecipazione statale nello sfruttamento di queste vitali risorse. Nell'art. 139, infatti, si sarebbe letto: "I giacimenti di idrocarburi, qualunque sia la regione in cui sorgono, o in qualunque forma si presentino, sono di dominio diretto, inalienabile e impescrivibile dello Stato. La ricerca, lo sfruttamento, la commercializzazione e il trasporto degli idrocarburi e dei loro derivati sono di competenza dello Stato". Adesso, chiaramente, chiunque può ricercare, sfruttare, vendere o trasportare petrolio e gas naturale boliviani, con buona pace della sovranità e orpelli simili. Se poi a tutto questo si aggiunge il progetto, ormai quasi definito, per l'esportazione di gas naturale dalla Bolivia agli Stati Uniti (via Cile o Perù fino alla California), il cerchio si chiude e diventa lapalissiana la necessità di queste modifiche alla Costituzione.

Il progetto neoliberista
Di tutto questo, quanta coscienza abbiano gli indios non è dato sapersi, e nemmeno se sappiano o no in che misura queste modifiche mettano a repentaglio la loro stessa sopravvivenza. Quello che è certo è che i duemila in marcia hanno chiesto al governo di Quiroga di archiviare l'intero progetto di Riforma Costituzionale eccezion fatta per l'art. 230, affinchè venga data loro la possibilità di convocare una Assemblea Costituente alla quale possano partecipare senza la mediazione dei partiti politici; di procedere all'archiviazione definitiva del progetto di legge per "l'Appoggio allo Sviluppo Sostenibile e sulla Riforma della legge Forestale" che favorisce senza scrupolo alcuno i grandi commercianti di legname; e di ottenere un compromesso scritto dal Potere Esecutivo di non approvare il "Pacchetto Agrario" che in pratica limita le possibilità degli indios di acquistare le terre favorendo, invece, i commercianti di legname, i latifondisti e gli allevatori.
All'occhio esperto degli economisti tutto questo non può non condurre al progetto di un'economia neoliberale che presto finirebbe con lo strangolare l'intero Paese. Le modifiche che si vogliono apportare alla Costituzione, infatti, aprirebbero immediatamente le porte della Bolivia all'Alca, l'Accordo di Libero Commercio delle Americhe, un accordo che, in pratica, condurrebbe le grandi multinazionali all'appropriazione dell'intero territorio statale. Accordo che, proprio recentemente, è stato ancora una volta promosso con l'annullamento dell'Atpa, una sorta di sconto alle tasse per l'esportazione dalla Bolivia agli Stati Uniti.
Di tutto questo, come detto, gli indios e i contadini in marcia non si rendono neppure conto. Sanno che il cibo scarseggia, che l'acqua è troppo cara, che le loro terre "loro" non sono più, che la foglia di coca -unico sostentamento per la maggior parte di essi- equivale ad uno dei reati più gravi previsti dal codice boliviano (la legge 1008 prevede infatti la confisca di ogni bene, oltre all'arresto immediato, di quanti vengono trovati in possesso di piante di coca; il Decreto supremo 26415 approvato lo scorso novembre ne condanna anche il solo trasporto (il decreto è stato sospeso a seguito degli scontri di Sachaba ma presto verrà applicato).
Gli indios e i contadini in marcia, compresi numerosi bambini e molte donne, sanno soltanto che la malaria -si sono registrati già un paio di casi tra i manifestanti- rappresenta oggi solo il male minore. Gli indios e i contadini in marcia - che hanno chiesto il sostegno anche della Chiesa Cattolica - hanno rifiutato di ospitare rappresentati dei vari partiti politici, e non si spiegano perché il Ministro del Governo Lupo li descriva come "una minaccia per lo svolgimento democratico delle prossime elezioni". Alcuni rappresentanti del Governo addirittura indicano come "responsabile" di questo movimento popolare spontaneo il Coordinamento per la Difesa dell'Acqua.
Di tutto questo, la gente in marcia non sa nulla. L'unica cosa che è loro chiara è la fame, la stanchezza, la disperazione. Non hanno neppure casseruole su cui battere, ma il rumore della loro marcia silenziosa sta giungendo fino al lontano Occidente che, convenientemente, finge di non sentire.
L'assalto al Bancosol
Come è possibile restituire oltre 3.000 dollari, a fronte di un prestito di 500 dollari, in una manciata di giorni quando si guadagna mediamente 62 dollari al mese?
Di fronte all'impossibilità di rispondere a questa domanda, 140 piccoli debitori del BancoSol boliviano hanno deciso di ricorrere alle maniere forti. Pur di riuscire a trattare un nuovo piano di rientro per i propri debiti, hanno preso in ostaggio alcuni funzionari dell'istituto di credito e, senza aver ottenuto l'incontro sperato con il direttore, sono stati a loro volta arrestati dalle forze di polizia. L'istituto bancario dice di essere "in ginocchio" e che ha bisogno di riscuotere i crediti, soprattutto quelli piccoli (che sono circa 600). I debitori, dal canto loro, non hanno proprio la possibilità di far fronte ai loro obblighi, tanto più che agli interessi maturati (partendo da una base del 10-11%) sono stati applicati interessi del 18-21%. Dopo una giornata di scontri - e dopo l'arresto di tutti e 140 manifestanti - il direttore del BancoSol ha dichiarato alla stampa locale che provvederà alla discussione di piani di rientro individuali, studiando caso per caso.
Quello che preoccupa è la dichiarazione della Banca. Se il più grande istituto di credito boliviano è "in ginocchio", la situazione delle altre banche deve essere fallimentare. Quando verranno chiusi gli sportelli? Quando le strade boliviane si riempiranno di donne e uomini che non possono più prelevare i loro stessi soldi? Si arriverà a tanto, oppure riuscirà a giungere prima il prestito -puntuale - del Fondo Monetario Internazionale, capace di garantire le briciole oggi al prezzo della miseria totale di domani? Oppure arriveranno prima i dollari statunitensi del mega-investimento per il gasdotto di cui si parla dal 1977, e che al momento giace al bivio tra i porti peruviani (sbocco al mare preferito dalle popolazioni boliviane) e quelli cileni (segnalati come i migliori dagli Stati Uniti al governo di Quiroga)?
Carne proibita
Nei mercati di La Paz e dell'Alto non si vende più carne rossa. La siccità che colpisce la Bolivia da quasi due anni sta provocando una serie di epidemie tra il bestiame per cui il Governo è stato costretto ad emettere un decreto con cui viene vietata la vendita delle carni di manzo, a meno che non si sia in possesso di una "patente", un certificato governativo che attesti il buono stato di salute dell'animale. Il problema sta nel fatto che nessun piccolo allevatore sia stato messo nelle condizioni di sapere cosa fare per ottenere questa "patente". Quello che invece è semplicissimo è capire come mai il prezzo delle carni bianche sia arrivato alle stelle (conoscendo benissimo il meccanismo delle più becere speculazioni). L'associazione dei macellai si è unita alla marcia degli indigeni.
Uno sciopero al giorno, leva il medico di torno
Un giorno di sciopero lo scorso 6 giugno. E poi altri due giorni (il 10 e l'11 giugno) a braccia conserte prima di iniziare, il 13, uno sciopero a tempo indeterminato. Quasi cento i pazienti che lo scorso 6 giugno hanno trovato le porte degli ospedali chiuse (tranne, ovviamente, quelle del pronto soccorso), molti di più quelli che in questi giorni sono rimasti praticamente senza alcuna assistenza sanitaria.
Ma cosa reclamano i medici? Cosa è successo di tanto grave da costringere tutta la categoria a proclamare uno sciopero generale a tempo indeterminato?
Si può dire che è sempre la stessa vecchia storia: le inadempienze del governo.
L'anno scorso si era giunti ad un accordo che prevedeva, entro il 2002, un aumento salariale di 10 punti per tutti i livelli, aumento di cui non se ne discute neppure. Riguardo ai medici di base, non si è provveduto all'assegnazione neppure del 10% previsto per il 2001, figurarsi per quanto previsto per il 2002.
I medici residenti non ricevono la borsa di studio, l'unico stipendio per quanti lavorano negli spedali (1.200 bolivianos,) dal dicembre 2001. Al Collegio dei Medici non sono mai pervenute le liste delle incompatibilità che concedono ai medici di ritirarsi. E' stata revocata l'istituzionalizzazione di una Casa della Salute, e in un nulla di fatto si è concluso quell'accordo per cui i medici che accedevano al terzo livello avrebbero ricevuto un aumento corrispondente a partire dal 2002. Solo i medici specilisti privati hanno avuto accesso all'aumento dello stipendio base, mentre nessun segnale è giunto agli specialisti degli ospedali, ai medici di base e a quelli di ruolo. E, per concludere, non è mai divenuto effettivo l'accordo raggiunto sul Fondo Complementario Medico. Insomma, per farla breve, tutti gli accordi stipulati nel 2001 per far funzionare il sistema sanitario pubblico sono saltati. A tutt'oggi, chi sta male e vuole davvero essere curato può rivolgersi alle strutture private. Oppure iniziare a pregare, anche perché -secondo le informazioni - negli ospedali boliviani risultano lavorare non più di 150-160 medici in tutto.

Freddo assassino
Chi non riesce più a sopravvivere nelle campagne cerca rifugio in città. Ma le piazze e le strade cittadine non offrono alcun riparo dai rigori di un inverno eccezionalmente freddo e, solo negli ultimi giorni, sono ben 5 le vittime delle notti gelate di Cochabamba. Ma deve esserci qualcosa di più -oltre al freddo- se il direttore del cimitero comunale denuncia un aumento incredibile delle tumulazioni, passate da un massimo di 15 al giorno durante i mesi caldi a una media di 30 -sempre al giorno- in questi ultimi mesi. Richard Morris, amministratore del cimitero, ha però segnalato che questo numero può essere solo indicativo, visto che la maggior parte dei morti vengono sepolti in cimiteri clandestini.
Non si sa, quindi, quanti sono i "nessuno" che dalle campagne vengono a morire di stenti nelle città. Quanti sono - e chi sono - gli indios che non riescono ad aver riconosciuto, oltre che i loro diritti in quanto esseri umani, il semplice e fondamentale diritto alla vita.
Dopo la fame, ecco la sete
Sono mesi, quasi anni, che il Coordinamento per la Difesa dell'Acqua parla di siccità, di gravi problemi relativamente alle risorse idriche. E sono mesi, quasi anni, che il Coordinamento si scontra con quel muro di gomma rappresentato dal Semapa, l'Ente che di acqua si dovrebbe occupare. Il fatto è che, nonostante i fondi stanziati - fino ad oggi solo a parole - per la manutenzione e il miglioramento della rete idrica boliviana, neppure un bolivianos è stato speso per turare le falle, per costruire nuove condotte, per aiutare, insomma, la gente a dissetarsi.
Per "fortuna" in Bolivia non piove più. Così il colpevole della moria di bestiame, del diffondersi delle epidemie, dell'aumento (prossimo) delle tariffe dell'acqua altri non è che il clima.
E intanto i contadini fanno i conti con la "più grave siccità registrata negli ultimi dieci anni", in un momento in cui il comparto idrico è al centro della polemica dopo che il governo Boliviano è stato costretto a pagare una multa di 25 milioni di dollari come indennità per la rescissione del contratto con la nordamericana Bechtel. La multinazionale, infatti, nonostante sia chiaramente colpevole di inadempienza, si è vista espellere la filiale cochabambina dell'Aguas del Tunari (per chiederne l'allontanamento, nel 2000 gli abitanti del tropico cochabambino diedero fuoco alle polveri in quella che è passata alla storia come "la guerra dell'acqua", ndr) nonostante avesse il diritto di gestire quelle risorse idriche per almeno un altro anno e mezzo. Ma i contratti sono contratti, e a nulla è servito il tentativo di dimostrare che la filiale si era trasformata in una macchina mangiasoldi a fronte di nessun miglioramento nel servizio di approvvigionamento idrico, avendo fatto registrare soltanto un aumento folle delle tariffe a carico degli utenti.
Tornando al clima, se in Bolivia non tornerà presto a piovere (nella dovuta misura e non, come accade, con violenti nubifragi che portano soltanto altra morte e distruzione), le poche risorse idriche si asciugheranno e con loro anche le prospettive di vita dei contadini e dei piccoli allevatori, circa il 60% dell'intera popolazione boliviana.
Tanto gas, debiti alle stelle e un candidato di troppo
Le prossime elezioni generali del 30 giugno, una marea di gas naturale che, in qualche modo, deve giungere fino in California, e un debito estero insostenibile. Argomenti, tutti e tre, che andrebbero approfonditi separatamente, tanto è complicata la situazione all'interno di ciascuno di essi.
Per darne qui un rapido resoconto, però, si può iniziare con il bel gesto dell'Italia che, nel corso della visita romana del presidente Quiroga avvenuta un paio di settimane fa, ha condonato alla Bolivia il debito accumulato, ben 65 milioni di dollari. A Quiroga, adesso, non resta che trovare altri 2.000 milioni (due miliardi) di dollari per saldare almeno la metà del debito per ottenere il prestito dell'FMI.
Una strada più veloce per accedere anche ai soldi del Banco Mondiale sarebbe quella dell'avvio dei lavori per l'esportazione del gas naturale boliviano negli Stati Uniti. L'ambasciatore statunitense non perde occasione per sottolineare come il porto cileno di Merijllones (il cui sindaco è ormai in guerra aperta con i colleghi dei porti vicini) sia il più adatto allo scopo, mentre oltre 60.000 firme boliviane -più tutta l'opinione pubblica, come segnalano i quotidiani- attestano come siano preferibili i porti dei "fratelli" peruviani. Dal canto suo, Jorge Quiroga, dopo aver sostenuto che la pratica "porti" sarebbe stata di competenza del nuovo presidente, ha dichiarato proprio nei giorni scorsi che il problema sarebbe stato risolto dal suo governo, entro il prossimo agosto quindi, e non sono pochi quanti sostengono che Quiroga, mentre riusciva ufficialmente a restare in perfetto equilibrio tra le due possibilità, abbia già chiuso un pre-accordo con il governo cileno. Con buona pace di tutta la popolazione e dell'intera opposizione politica.
Risolto definitivamente, invece, il problema delle schede elettorali. Dopo l'incriminazione di un candidato alle presidenziali, il leader dell'Ucs Johnny Fernandez (accusato di aver evaso le tasse relative alle sue attività commerciali multimiliardarie), si era posto il problema se inserire o no il suo nome nelle schede elettorali. Nonostante il processo non si sia concluso, alle tipografie è giunto l'ordine di procedere con la stampa senza l'opzione Fernandez. Le schede sono andate in stampa solo alla fine della scorsa settimana. Riusciranno mai a venire distribuite per tempo?
Note di "colore"
Ma dalla Bolivia giungono anche notizie che, nonostante la loro drammaticità, riescono a strappare amarissimi sorrisi. Nel comune di Yurimata, ad esempio, non sarà possibile votare per mancanza di scrutinatori e addetti ai seggi. A Yurimata, nella provincia Chayanta di Potosì, nessuno sa leggere e scrivere, e, per legge, ad occuparsi dello scrutinio devono essere persone residenti all'interno del comune. Da Potosì si sta provvedendo ad uno speciale "permesso" affinchè si possa inviare un delegato straordinario per effettuare le operazioni di voto nella cittadina.
E strappa un sorriso ironico anche la dichiarazione del ministro del Governo Josè Luis Lupo in merito al rapporto annuale di Amnesty International, rapporto che mette in evidenza le innumerevoli violazioni dei diritti umani registrate nel corso dell'ultimo anno nel Paese. "La posizione del governo è molto chiara -ha dichiarato Lupo ad un quotidiano locale-, ed è di rispetto totale e assoluto ai diritti umani e costituzionali delle persone e, per tanto, consideriamo che nel caso in cui esistano denunce concrete per tali violazioni, che le facciano, in modo tale da poter indagare fino al giusto chiarimento, in qualunque regione e per qualsiasi motivo". Sacha Llorenti, vicepresidente dell'Assemblea Permanente dei Diritti Umani in Bolivia, ha ricordato al quotidiano -a questo proposito- il caso di Casimiro Huanca, sindacalista campesino, ucciso nel dicembre dell'anno scorso. Le indagini sulla sua morte si sono concluse con un verdetto di "morte accidentale" mentre, così è stato dichiarato, l'uomo stava fuggendo dalle forze di polizia. C'era stato un primo tentativo di far passare la morte di Huanca come suicidio, tesi non sorretta dalle cinque pallottole (due alle gambe, una al basso ventre, una allo stomaco e una alla nuca) che hanno ucciso il sindacalista. Per la sua morte, a tutt'oggi, non risulta essere stato condannato nessun militare.
Dall'agenzia EFE
Il Perù offre alla Bolivia
1.000 ettari di terreno
per stabilimenti di gas
(Titolo orig. Perú ofrece a Bolivia 1.000 hectáreas para planta de gas)
Lima, 11 jun (EFECOM).- Perú ofreció a Bolivia 1.000 hectáreas de terreno para que el Gobierno de La Paz escoja un puerto peruano para exportar sus reservas de gas a Estados Unidos y México, informó el ministro peruano de Relaciones Exteriores, Diego García Sayán.
El canciller de Perú explicó que durante las conversaciones entre ambos países de mayo pasado Bolivia solicitó a Perú la concesión de un millar de hectáreas para construir el complejo industrial desde donde saldría al Océano Pacífico el gas boliviano.
García Sayán afirmó a EFE que las condiciones básicas del proyecto presentado por las autoridades bolivianas a Perú incluían una superficie de "400 hectáreas para construir una planta de licuefacción del gas y otras 200 para la construcción de un complejo petroquímico".
Según el canciller peruano, "en el transcurso de las negociaciones" mantenidas entre las delegaciones de ambos países, "esa cifra aumentó hasta 1.000 hectáreas".
Perú ofreció también un conjunto integral de facilidades para el establecimiento de una zona económica especial en la costa peruana, con un nuevo ámbito a discutir en el terreno jurídico, administrativo y tributario.
El canciller peruano afirmó que durante la reunión de cancilleres andinos que se celebrará la próxima semana en Lima se reunirá con su homólogo boliviano, Gustavo Fernández, para proseguir las conversaciones.
El Gobierno boliviano, por su parte, negó hoy que haya solicitado a Chile, el otro país por donde estudia situarse el puerto por el que se exportaría su gas, un enclave de 600 hectáreas sobre el litoral con renuncia de su soberanía.
Según el ministro de Información Gubernamental de Bolivia, Hernán Terrazas, las conversaciones de Bolivia con Chile y Perú para elegir un puerto sobre el Océano Pacífico aún prosiguen y no se ha tomado una decisión final.
El consorcio Pacific LNG, liderado por la petrolera Repsol YPF, está diseñando la venta inicial de 30 millones de metros cúbicos diarios de gas natural a México y Estados Unidos, con una inversión estimada en 5.000 millones de dólares.
De ese importe, la mitad se destinará a la construcción del gasoducto desde los campos del sureste boliviano y de la planta de licuefacción y enfriamiento en la costa del Pacífico donde el hidrocarburo sería embarcado.
Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail: giovitrano@libero.it
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