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6-10-2004
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:: Dossier Bolivia ::

Un anno fa "la guerra del gas" incendiava le strade della Bolivia e l'allora presidente Gonzalo Sanches De Lozada abbandonava il paese lasciando una terribile scia di sangue. Ma a che punto sono le promesse del neo presidente Carlos Mesa di nazionalizzare l'enorme riserva di gas come appoggiato anche dal voto popolare di un controverso referendum? La nuova legge sugli idrocarburi, il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, lo sbocco a mare negato e la minaccia di nuove rivolte dei cocaleros sono solo alcune delle trattative sul tavolo; ma è sotto il tavolo che si allungano le mani a stringere nuovi accordi.

Bolivia: tanti accordi, ma sottobanco

Di Giovanna Vitrano




Le foto di questo servizio sono tratte dai reportage di http://bolivia.indymedia.org/


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:: Alfonso Arias Anaya - YPFB ::
Idrocarburi e mutinazionali in Bolivia
:: Alex Contreras Baspineiro - NarcoNews ::
Torna la violenza nel Chapare

- Documento in .rtf
:: Observatorio de Políticas Energéticas de Bolivia – América Latina CEDIB, con la Coordinadora del Gas y CODEPANAL ::
Cinco motivos para rechazar la ley de hidrocarburos de Mesa

- Documento in .pdf
:: Lettera di Robert B. Zoellick alla U.S. House of Representatives ::
... about the Trade Act


Bolivia - 4 ottobre 2004

Cosa sta succedendo in Bolivia? Da dove cominciare a raccontare quale indirizzo sta prendendo il Paese in questi giorni di gran confusione?
Due domande, queste, cui non è proprio facile rispondere. Perché la carne al fuoco è proprio tanta, ma spesso di questa carne non resta visibile nemmeno il fumo. Solo qualche traccia odorosa un po’ qui e un po’ lì che, con estrema fatica, rincorriamo giorno dopo giorno, notizia dopo notizia.
Per chiarire al meglio la situazione abbiamo chiesto aiuto. Perché l’informazione di Selvas.org non vuole cadere nel tranello del sensazionalismo, del “facciamoci le notizie come meglio ci piacciono”. No, non è questo quello che ci interessa. Preferiamo raccontare dei fatti, che ci piacciano o no, che si accordino o meno con le nostre ideologie, con le nostre convinzioni. E questo “esercizio di onestà” non è facile, non è semplice da mettere in atto. Perché sappiamo che quando parliamo di scontri tra militari armati e campesinos e cocaleros non sappiamo mai come parlare del fatto che questi si difendono con la dinamite: non sappiamo farlo perché sappiamo quanta disperazione c’è dietro questi esplosivi, quanta fame, quanta rabbia.
E quando diciamo che la coca viene coltivata perché unica fonte di sostentamento, non sappiamo proprio come spiegare a questa parte di mondo, che vive al sicuro nelle sue tiepide case, che buona parte di questa coca viene venduta ai narcotrafficanti, per soldi, per mangiare, per sopravvivere.

E comunque fare enormi buche nelle strade non è certo la stessa cosa che sparare gas lacrimogeni ad altezza d’uomo o sparare con i fucili su folle di civili (anche se è proprio tra queste che si nascondono i candelotti esplosivi…). E sul mercato della coca abbiamo (“ho”, è un’idea di cui mi assumo personalmente ogni eventuale conseguenza) un forte convincimento: la distruzione della coca perpetrata in Bolivia sotto l’egida della DEA statunitense serve soltanto a mantenerne il prezzo di mercato. E serve come arma di ricatto per le grandi, vere, manovre del FMI e del BM.
Seguendo da molto tempo le manovre del Primo Mondo in tutto il pianeta, risulta estremamente utile avere un metodo chiaro e abbastanza semplice: per capire il perché di ogni schifezza che mettiamo in atto nel mondo, bisogna soltanto seguire i soldi.

E proprio per evitare di dare l’informazione “sbagliata”, la notizia viziata da anni e anni di amarezze e disillusioni, è stato opportuno chiedere aiuto. Soprattutto per spiegare cosa c’è dietro la “guerra del gas” in Bolivia. Ha risposto a Selvas.org in modo chiaro e semplice, oltre che conciso, un ingenere del YPFB (Yacimentos Petroliferos Fiscales de Bolivia, la statale boliviana per le risorse idrocarburifere), Alfonso Arias Anaya (vedi allegato in spagnolo e in italiano).
E per quanto riguarda il versante coca e scontri, Alex Contreras Baspineiro, caporedattore della sezione sudamericana di “Narco News”, che ci ha autorizzato a pubblicare il suo ultimo articolo sugli scontri dello scorso 28 settembre, scontri che sono costati un morto, 19 feriti e un numero imprecisato di arresti (vedi allegato in italiano).
Adesso noi proviamo a raccontare il resto, grazie ai documenti che altri ci forniscono (il Cedib, la Defensora del Gas, la Asemblea Permanente de los Derechos Humanos, la Fundaccion Solon…) e che ci chiariscono, e che ci confermano purtroppo, ciò che vediamo, che sentiamo, che pensiamo.


La guerra del gas
Certamente non è una guerra conclusa. E se l’apporto di Alfonso Arias Anaya ci è indispensabile per chiarire i motivi, per fare i conti insomma, il Cedib ci aiuta a capire dove stanno i trabocchetti. Riassumendo il quadro esaustivo che vi proponiamo in spagnolo, possiamo riportarvi il fatto che Mesa ha messo da parte anche la sua stessa nuova legge sugli idrocarburi per farne approvare una nuova (insomma... è semplicemente più corta) mettendo bene in evidenza che con questa sì che avrebbero recuperato la sovranità del gas. Infatti, proprio per questa “nuova” legge si sono mosse tutte le multinazionali che operano nel paese. Attenzione: questo è solo fumo. Perché la nuova legge contiene mille e un trabocchetto che confonde la società civile boliviana ( e in tema di macroeconomia si confondono anche le persone molto più istruite dei campesinos boliviani).

Ad esempio, l’art. 5 dice che la proprietà di tutti gli idrocarburi in bocca di pozzo sarà di Petrobolivia, la nuova statale boliviana del gas; l’art. 16 conferma che tutti i contratti dovranno coinvolgere Petrobolivia, e l’art. 17 stabilisce un sistema di adeguamento e di mediazione nel Punto di Fiscalizzazione. Ma l’art. 64 dice che ai proprietari che sceglieranno di passare dai vecchi ai nuovi contratti Petrobolivia ammortizzerà i tributi in percentuale degli investimenti realizzati per lo sviluppo (avete letto il pezzo di Arias Anaya? Avete visto a quanto ammontano sulla carta gli investimenti delle multinazionali?). E chi non vuole cambiare contratto? Resta sempre proprietario o no? Per quanto riguarda poi il regime tributari, la “nuova legge” di fatto mantiene il regime tributario attuale, cioè quel 18% tra regalie e partecipazioni che corrisponde più o meno a una elemosina per niente dignitosa, tantomeno “sovrana”.
L’art. 5, come detto, stabilisce la nascita di Petrobolivia che, in pratica, potrà solo sottoscrivere nuovi contratti con le multinazionali e, in materia di recupero di idrocarburi alla sovranità statale... bè, diciamo che questa nuova legge è molto più compiacente verso le varie Repsol, Petrobras e co. della vecchia di Gonzalo Sancez de Lozada. E questo è quanto dire.

Ma il vero capolavoro è l’art. 10 che riportiamo integralmente: “Las disposiciones del presente capítulo solo podrán ser abrogadas o derogadas mediante el voto afirmativo de los bolivianos expresado mediante referéndum.” (le disposizioni del presente capitolo potranno essere abrogate o derogate solo mediante il voto affermativo dei boliviani espresso tramite referendum). Due le considerazioni: uno, i boliviani ci hanno messo circa 200 anni per avere il loro primo referendum. Figuriamoci quanto si dovrà aspettare per averne un altro. Due, il voto espresso da questo primo referendum, e cioè il “sì” sul recupero alla sovranità del gas non voleva sancire una cosa del genere. Se poi si guarda all’art. 45, che stabilisce di mantenere stabile, durante la validità dei contratti, il regime di patenti e regalie (quel famoso 18%), si vece chiaramente come il vero obiettivo di questa legge sia non far cambiare nulla per i prossimi 40 anni, visto che i contratti stipulati hanno per l’esattezza la durata di altri 40 anni. E fra 40 anni, quanto petrolio sarà rimasto alla Bolivia, saccheggiata da tutte le parti dalle più attrezzate, veloci e organizzate multinazionali del petrolio esistenti al mondo?

Una voce fuori dal coro in effetti si è registrata. Ma Repsol e Petrobras, non appna hanno sentito le proposte del Mas, hanno minacciato addirittura di chiedere un arbitraggio internazionale. Evo Morales ha proposto al Congresso di apportare delle modifiche, tra queste l’obbligo di modificare tutti i contratti esistenti secondo la nuova legge, la rinazionalizzazione delle compagnie Andina e Chaco (che il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva intende restituire alla sovranità boliviana in cambio di, guarda un po’, un “occhio di riguardo” per la Petrobras) così come della società Transredes, e l’aumento delle imposte fino al 50% sulla produzione degli idrocarburi. Ci sono ancora altri dettagli nella proposta, ma se il Congresso dovesse accettare le modifiche proposte dal Mas, le conseguenze minacciate sono, appunto, quelle dell’arbitraggio internazionale. E chi c’è dietro questi arbitraggi? Il Banco Mondiale, ossia le multinazionali stesse. Che altro aggiungere?




:: NEWS ALERT ::
23 settembre 2004 -
comunicato di
Selvas.org a tutti i media:

Bolivia e Cile: le frontiere che scottano

Proprio come anticipato tempo fa da questo Osservatorio*, la corsa al riarmo del Cile preoccupa l’intera regione e adesso persino il governo boliviano.
In una nota di stampa pubblicata da Prensa Latina il 22 settembre, si riporta che molti parlamentari boliviani, delle varie forze politiche al governo, hanno criticato con forza il riarmo cileno, considerandolo una minaccia all’integrazione e alla pace della regione.

Queste critiche sono giunte dopo che giornalisti locali hanno riportato la notizia dei nuovi acquisti di carri armati e altro materiale bellico da parte del governo di Santiago.
A questo allarme che finalmente è giunto tra le stanze del governo boliviano bisogna aggiungere, per avere una più chiara idea di quanto accade al confine tra Bolivia e Cile, che non si è mai spenta l’eco di scontri tra singole pattuglie, ora boliviane ora cilene, con i civili lungo le frontiere dei due Stati. Questi scontri, recentemente, hanno fatto chiedere dal dipartimento di Potosì la militarizzazione del confine dal lato boliviano per mettere fine alle incursioni di operai di multinazionali cilene che continuerebbero – così pare – a “invadere la Bolivia per rubare salnitro”.

Un altro motivo di preoccupazione, considerando che il 25 settembre inizieranno manovre militari cilene - definite di routine -, è il fatto che il presidente boliviano Carlos Mesa intende discutere dell’annosa questione dello sbocco a mare per la nazione andina direttamente con l’ONU, denunciando il governo Cileno di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite.
E che quel confine non sia solo una linea immaginaria lo testimonia l’esistenza di estesi campi minati sul lato cileno, campi che non sono ancora stati bonificati e di cui, anzi, non si parla proprio.

* (21/04/2004) La guerra del gas non è finita


(28/03/2004) Ancora armi per il Cile

Il Trattato di Libero Commercio
Di ALCA non si parla più. E a dire la verità non si parla tanto nemmeno di TLC. Avevamo già accennato che, secondo noi, questo trattato era già praticamente firmato (seguendo sempre quelle nostre intuizioni che potrebbero rivelarsi errate) quando si parlava solo di semplici presenze, udizioni. Ebbene, oggi quelle nostre intuizioni non sono più tanto teoriche visto che sembra proprio che Mesa stia operando nella penombra della politica internazionale per tornare sotto i suoi riflettori con il TLC già firmato. Ciò che ci fa vedere cosa bolle in pentola è la sostituzione del viceministro Solares, preoccupata di proteggere alcuni settori produttivi boliviani. E poi, la decisione del FMI di accordare l’ennesimo prestito multimilionario, 39 milioni di dollari per essere precisi, prestito che, secondo l’ultimo distati del FMI poteva essere accoradto solo se la Bolivia avesse accettato di entrare nell’ALCA. Di Area di Libero Commercio delle Americhe in Bolivia non si parla più: ora si parla di TLC. E se uno più uno fa due…

Ad ogni modo, una lettura alla lettera con cui Mr. Robert Zoellick, il responsabile per il commercio statunitense con il Sud America, informa il Congresso americano degli intenti del TLC non può che aiutare a capire. Basta fare attenzione a tutto ciò che non viene specificato, come, ad esempio, tutto ciò che riguarda la “proprietà intellettuale”.


Il mare negato
L’ambasciatore cileno in Bolivia è stato duramente richiamato dal suo governo dopo che si è lasciato sfuggire nel corso di un’intervista che, tutto sommato, la richiesta boliviana di uno sbocco al mare non era poi tanto fuori luogo visto che, a voler ben guardare, nessun trattato ha mai ufficialmente tolto la costa alla Bolivia in favore del Cile.
L’ambasciatore rischia di essere richiamato in patria per altro incarico.
Intanto Mesa ha messo in chiaro, davanti all’assemblea dell’Onu, come riappropriarsi del proprio pezzo di costa oceanica sia fondamentale per lo sviluppo economico del paese. E non solo, visto che la Bolivia, posta praticamente nel cuore del sub continente, potrebbe diventare un polo di smistamento per tutta l’area latina americana.
Il suo discorso non fa una piega. Nemmeno quello del governo peruviano, che obbietta come non esista solo il versante cileno per individuare un porto in grado di lavorare le tonnellate di greggio da esportare dai pozzi boliviani fino a… Fino a dove?

Sappiamo che il più grande probabile acquirente del grezzo boliviano è l’America del nord, quindi è abbastanza certo che il gas prenderà la strada che meglio si accorderà con i voleri di zio Sam. Sappiamo anche, però, che la Repsol, che ha praticamente la proprietà su tutta la rete di oleodotti e gasdotti del subcontinente, ha già stretto patti, oltre che con l’Argentina, anche con il Cile.
La Bolivia, recentemente, ha garantito all’Argentina che le fornirà molto più gas, esattamente come l’Argentina ha garantito al Cile che potrà provvedere alle forniture di gas naturale come se la sua crisi energetica non fosse mai esistita.
Allora, a chi serve tenere in caldo la questione dello sbocco a mare?



:: Alfonso Arias Anaya - Ingegnere petrolifero YPFB ::
Idrocarburi e mutinazionali in Bolivia
Traduzione italiana a cura di Giovanna Vitrano per Selvas.org

Hidrocarburos y transnacionales en bolivia
(en español)



La Bolivia è un paese molto povero di denaro contante, ma molto ricco di
risorse.
L’argento e l'oro boliviani sono giunti in Europa attraverso la Spagna
in epoca coloniale. La sua ricchezza in guano (dal quechua huanu, è un prodotto ricco di fosforo e azoto proveniente da depositi naturali di escrementi di uccelli, usato come fertilizzante, ndt) e salnitro ha fatto sì che il Cile le strappasse più di 400 chilometri di costa sul Pacifico nel 1879, senza essere mai più riusciti ad avere uno sbocco al mare.
La sua ricchezza in gomma ed in castagneti le ha fatto perdere, a favore del Brasile nel 1905, tutto il territorio di Acre e del Mato Grosso. Nel 1932, a causa delle rivalità tra la Standard Oil Co. (New Jersey), multinazionale che operava in Bolivia, e la Royal Ditch Shell che lavorava in Paraguay sempre in materia di possibilità petrolifere, si è accesa la guerra del Chaco, per la quale la Bolivia ha perso altri territori Tuttavia, non si è trovato alcungiacimento nel territorio che la Bolivia ha perso in favore del Paraguay. Con tutto questo smembramento delle sue terre, la Bolivia ha perso in totale quasi due terzi del suo territorio originale.
La Bolivia ha oggi la seconda riserva di gas più grande del continente sudamericano, giusto dopo il Venezuea. Ha la maggiore biodiversità con climi che vanno dalle nevi perenni dei 6000 metri slm, fino ai boschi e alla selva tropicale a pochi metri slm.

Le multinazionali del petrolio
Oggi in Bolivia operano le seguenti multinazionali, sotto la protezione della generosa legge di Gonzalo Sánchez

Repsol, privata spagnola
Petrobras, statale brasiliana
British Gas, inglese (appartenente al gruppo Enron)
Total, privata (?) francese
Exxon, privata americana. Questa era la vecchia ragione sociale della Enron
British Petroleum, statale (?) britannica
Pan American, statunitense con azionisti boliviani
Vintage, statunitense privata
Plus Petrol, argentina privata, associata con Repsol
Enron-Shell, del gruppo Enron

Il processo di Capitalizzazione di Gonzalo Sanchez si è materializzato con la concessione dell’amministrazione di tutti i campi, piattaforme o condotti della YPFB (Yacimentos Petroliferos Fiscales Bolivianos, l’ente petrolifero statale di Bolivia, ndt) alle seguenti aziende:

1. Chaco (Amoco, sussidiaria di Exxon -Mobil (Enron)) che investì un capitale di 306 MM$US per i campi e gli impianti di petrolio e gas
2. Andina (Repsol -YPF - Plus Petrol -Perez Companc) (Repsol è la propritaria delle altre compagnie) che investì un capitale di 264.7 MM$US per i campi e gli impianti di petrolio e gas.
3. Transredes (Enron -Shell) (La proprietaria finale è Enron), che investì un capitale di 263.5 MM$US per tutto il sistema di oleodotti e gasdotti.

Da notare che i tributi di Chaco e Andina assommano a 570,7 miliardid i dollari, quando le semplici riserve certificate di gas e petrolio dei campi dell’YPFB hanno un valore di 14.000 miliardid i dollari!
La somma che “sborsa” Transredes per impossessarsi di tutta la rete di condotti, inclusi l’oleodotto per l’esportazione fino ad Arica - Cile - e il gasdotto per l’esportazione in Argentina , è la stessa cifra che Transredes guadagna in un solo anno di lavoro.
I capitali versati da queste tre aziende, non si sa se facevano parte degli investimenti nelle loro operazioni o se effettivamente si sono tradotte in soldi per le casse dello Stato.
Le due raffinerie di santa Cruz e Cochabamba, con una capacità congiunta di lavoro di circa 60.000 barili giornalieri, sono state vendute dal governo Banzer per 180.000 dollari alle Petrobras - Perez Companc (oggi Repsol), quando il solo fatturato annuale valeva più di 200.000 dollari


Governi corrotti
Nessuno di questi furti coloniali sarebbe stato possibile senza la complicità dei governi boliviani corrotti, che da Jaime Paz (1989 - 1993), passando per Gonzalo Sachez , Hugo banzer, Jorge Quiroga, di nuovo Gonzalo Sanchez e ora Carlos Mesa, hanno gareggiato tra loro per vedere chi riusciva a fare meglio gli interessi delle multinazionali.
Il caso del campo di San Alberto, uno dei più grandi per produzione e riserve di gas, scoperto dalla YPFB nel 1989 è un buon esempio di come i governanti boliviani truffano il popolo.
Questo campo non è entrato in produzione per la YPFB solo per la caduta del mercato, passato dall’essere al 100% diretto alla Bolivia al 50% di richiesta da parte di Petrobras.
Senza dubbio, d’accordo con la legge 1689 di Gonzalo Sanchez, fino ad oggi deve tributare solo il 18% a causa della sua denominazione di “Campo Nuovo”. Con l’ultima proposta del governo (questa è la quinta di Mesa), la nuova legge permetterà all’YPFB di essere proprietaria del 24%, sempre che questa percentuale venga approvata dalle multinazionali.
Mesa è semplicemente un alunno attempato di Gonzalo Sanchez. Sa parlar bene, non soffre - fino ad ora - della repressione del suo popolo e di proporre una nazionalizzazione “intelligente”… per riappropriarsi dei nostri idrocarburi in 36 anni, quando probabilmente non resterà niente da chiedere.
Quasi tutti i ministri di Mesa, e i funzionali al più alto livello - come il presidnete della YPFB- hanno affari con le multinazionali petrolifere.


:: Alex Contreras Baspineiro -
Responsabile del settore sudamericano di “Narco News” e scrittore boliviano ::

Torna la violenza nel Chapare
Traduzione italiana a cura di Giovanna Vitrano per Selvas.org

Retorna la violencia al Chapare
Un muerto y 19 heridos por la falsa guerra antidrogas
(en español)



29 settembre 2004

Non ho alcun motivo per uccidere… né oggi né domani esisterà mai un motivo per uccidere”, ha detto alcuni mesi fa in una conferenza stampa il presidente della Bolivia , Carlos Mesa. Bisogna chiedersi se Mesa crede che tutti i morti causati dalla politica antidroga di Bolivia siano morti per un qualche motivo valido. Il 28 settembre, in uno scontro violento tra effettivi della Fuerzas de Tarea Conjunta e produttori di coca del Tropico di Cochabamba è morta una persona, 19 sono rimaste ferite - 5 di queste in modo grave -, molte sono state arrestate e altre hanno bloccato le srada della regione del Parco Nazionale Isiboro Sécure, il luogo del conflitto. Juan Coque Cruz, il cocalero assassinato, era oriundo del Potosì settentrionale e ha lasciato 5 orfani e una vedova incinta. E davanti a questo omicidio il presidente Mesa resta in ermetico silenzio. “E’ il primo morto ucciso da un proiettile nel corso del mandato presidenziale di Carlos Mesa, questa situazione non può continuare così”, ha dichiarato il deputato e dirigente cocalero Evo Morales Aima.
:: Manifesto de Levantamiento::

HACIA EL LEVANTAMIENTO INDIGENA, ORIGINARIO Y CAMPESINO POR LA DEFENSA DE NUESTROS  DERECHOS Y RECUPERACION DE NUESTROS  RECURSOS HIDROCARBURIFEROS

 

Las 12 centrales indígenas chiquitanas: CICC, CICOL, CIBAPA, ACISAR, ACISIV, CCIM, CICCH - TURUBO, CICHAR, CICHIPA, CICHGB y CIRPAS que representa a más de 500 comunidades, reunidas en Asamblea extraordinaria en las oficinas de la Organización  Indígenas Chiquitana (O.I.CH.) con la participación de representantes de la Asamblea del Pueblo Guarani (APG), Consejo Nacional de Ayllus y Markas del Qollasuyu (CONAMAQ), Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia  (CSUTCB) y del Bloque Oriente, ante el inminente tratamiento de la Nueva Ley de Hidrocarburos en el Congreso Nacional y considerando que el poder ejecutivo en complicidad de algunos parlamentarios de los partidos tradicionales, vienen siendo portavoces y defensor de los intereses de las empresas petroleras, en desmedro de los intereses de los bolivianos expresados en el referéndum vinculante, es que nos vemos obligados a dirigirnos a la opinión pública nacional e internacional para manifestar lo siguiente:

 
1. Nos declaramos en estado de emergencia y movilización permanente, ratificamos nuestra unidad entre hermanos de tierras altas y bajas de Bolivia suscrita en la ciudad de Camiri, para garantizar la recuperación total de los hidrocarburos para el Estado Boliviano, el incremento de las regalías del 50% para los bolivianos, la industrialización de gas y uso doméstico para los bolivianos, la refundación de YPFB  y la incorporación de los derechos económicos, sociales, culturales y ambientales en la Nueva Ley de Hidrocarburos.
2. Conminamos a los parlamentarios bolivianos a respaldar la incorporación plena del Titulo de los Derechos de las comunidades y pueblos indígenas y originarios en la Nueva Ley de Hidrocarburos, toda vez que esta sustentada en los derechos establecidos en el Convenio 169 de la OIT, reconocida por la Ley 1257, por lo que su aplicación es obligatoria por parte del estado boliviano.
3. El pueblo indígena chiquitano  reforzará la vigilia permanente sobre el Congreso Nacional junto a nuestros hermanos de tierras altas y bajas de Bolivia, con la finalidad de garantizar el fiel cumplimiento de nuestras demandas y la de todos lo bolivianos.
4. En este momento histórico para los bolivianos, donde está en juego el futuro de la patria y la de nuestros recursos estratégicos, es que convocamos a todos los sectores sociales  del país a sumarse a la movilización de los pueblos indígenas, originarios y campesinos de Bolivia, a fin de evitar que los intereses de las empresas petroleras respaldadas por el Gobierno y por algunos parlamentarios antipatriotas, se sobrepongan sobre los intereses de los bolivianos.
5. Advertimos al Gobierno y al parlamento Boliviano de que serán los directos responsables de las consecuencias que pudieran derivarse del Levantamiento indígena, Originario y campesino en caso de que los intereses de los bolivianos sean desconocidos durante la aprobación de la Nueva Ley de Hidrocarburos.

 
Es dado en la sede de la Organización Indígena Chiquitana del pueblo de Concepción a los 27 días del mes de septiembre del presente año.

Le cause
L’8 di settembre il governo nazionale ha approvato la “Nuova strategia Integrale Boliviana per la Lotta contro il Narcotraffico 2004-2008” che necessita di un investimento di 958 milioni di dollari dei quali solo il 10 per cento uscirà dalle casse boliviane - il resto verrà dato dalla comunità internazionale, principalmente dagli Stati Uniti. I cocaleros hanno bollato questa strategia antidroga come la “politica del ricatto”.
La strategia antidroga mira ad eliminare tutte le coltivazioni di coca nel Chapare cochabambino e a promuovere politiche per distruggere volontariamente le coltivazioni di coca negli Yungas di La Paz. Cifre ufficiali segnalano che dal 1988 sono state distrutte più del 90% delle coltivazioni boliviane; tuttavia si stima che oggi esistano più di 25mila ettari di coltivazioni di coca: 22 mila begli Yungas e 3 mila nel Chapare. Questi sono dati governativi, quelli dei cocaleros sono diversi.
La Legge 1008 in regime di Coca e di sostanze controllate stabilisce che si intendono legali solo 12mila ettari, destinati al consumo e agli usi tradizionali.
“Il governo Mesa è uguale a quello di Gonzalo Sánchez de Lozada o a quello di Jorge Quiroga perché tutti e tre sono semplici burattini dell’imperialismo statunitense. Per loro non è importante la difesa della sovranità o della dignità nazionale, ma semplicemente eseguire gli ordini dell’impero”, ha asserito la principale dirigente delle donne cocalere di Cochabamba, Leonilda Zurita.
Il rifiuto alla nuova politica antidroga è totale tra i produttori di coca.
“Il progetto antidroga di Carlos Mesa risponde alle imposizioni degli Stati Uniti che cercano di eliminare il movimento cocalero degli Yungas e tutta la coca”, ha detto al riguardo il deputato e dirigente di La Paz Dionisio Núñez. Avallato il piano antidroga dal governo degli Stati Uniti, la Fuerzas de Tarea Consunta - composta da polizia e militari agli ordini dalla Dea statunitense - ha incrementato le operazioni per distruggere le coltivazioni di coca, cosa che ha causato scontri.
Lo scorso 4 settembre, l’ambasciatore statunitense in Bolivia David Greenlee ha inviato un messaggio al governo di La Paz con il quale confermava che ilsuo paese mantiene ferma la sua cooperazione a favore della lotta contro il narcotraffico che dipende dalla nuova politica antidroga boliviana.
Negli ultimi tempi si sono registrati molti fatti che non sono casuali nella politica nazionale: la “rinuncia per motivi di salute” del ministro Alfonso Ferrufino, rimpiazzato da Saul Lara. Lara, cochabambino, è stato assessore dei produttori di coca dal 1987 al 1988, proprio mentre si redigeva la Legge 1008, e ha difeso la legalità della coca del Chapare. Adesso, ministro del Governo, non solo ha rafforzato la politica antidroga, ma mette in pratica con puntualità i dettami del governo statunitense.

I fatti
Martedì 28 settembre, tra la gente di Bustillos , nel Tropico di Cochabamba (Chapare), si è registrato uno scontro tra effettivi della Fuerzas de Tarea Conjunta e produttori di coca, con il risultato di un morto, 19 feriti e un numero non ufficializzato di arresti. Il cocalero Juan Choque Cruz, 38 anni, è stato colpito da un proiettile in fronte, un colpo sparato da un militare che gli ha causato la morte immediata.
Lo scontro si è acceso quando le brigate per la distruzione delle coltivazioni di coca si sono incontrate con un gruppo di cocaleros organizzati che vigilavano a Bustillos, nel Parco Nazionale Isiboro Sécure. Questa regione è abitata, in maggior parte, da ex minatori che nel 1985 sono stati “messi a disposizione” dalla Corporación Minera de Bolivia (Comibol) e che hanno trovato l’unica fonte per la loro sopravvivenza nell’economia generata dalla coca; nella regione vivono anche coloni e indigeni. Cercando di fermare la distruzione dei loro campi di coca che comunque si accompagna con la distruzione dei prodotti dello sviluppo alternativo, i cocaleros si sono trovati difronte a colpi di arma da fuoco, gas lacrimogeni e proiettili di gomma.
Nell’ultima assemblea dei produttori di coca, sabato 25 settembre a Lauca Ñ, a 70 chilometri da Cochabamba, si è deciso di realizzare vigilanze pacifiche per evitare la distruzione delle loro coltivazioni.

Il futuro
La politica antidroga boliviana è sorretta da quattro pilastri: la distruzione delle piantagioni di coca, l’interdizione al narcotraffico, la prevenzione del consumo di droga e lo sviluppo alternativo integrale. La distruzione della coca è. Storicamente, ciò che genera più conflitti.
Dall’entrata in vigore della Legge 1008 si stima che sono state uccise più di 115 persone, la maggioranza produttori di coca e alcuni soldati. Nessun assassinio è stato giudicato né esistono sentenze contro chi li ha commessi. C’è la totale impunità.
Di fronte all’imposizione della politica antidroga, i produttori di coca del Tropico di Cochabamba, uniti al altri settori sociali, hanno convocato una massiccia mobilitazione per l’11 ottobre.
Questa marcia partirà da Caracollo (Oruro) per giungere a La Paz. Il 18 ottobre si calcola che la marcia possa arrivare alla sede del governo per mettere in atto una serie di mobilitazioni per ottenere risposte a tre domande concrete: rifiuto della distruzione dei campi di coca, nazionalizzazione degli idrocarburi e apertura di un processo penale contro l’ex presidente Gonzalo Sánchez de Lozada.
Molti settori dei movimenti sociali boliviani hanno confermato la loro partecipazione a questa marcia di protesta. Tra questi la Federación de Regentes de Bolivia, che fa parte della Coordinadora del Gas, le federazioni dei campesinos di Cochabamba, Oruro, Potosí, Santa Cruz, Chuquisaca e varie altre regioni, organizzazioni di semplici abitanti, casalinghe, professionisti e altri.
Il deputato e leader cocalero Evo Morales ha avvertito che se il governo di Carlos Mesa non modificherà la sua politica antidroga, la situazione in questo paese potrebbe aggravarsi perché le domande della gente non vengono ascoltate, al contrario di quanto accade con quelle dell’ambasciata statunitense e delle multinazionali.
In un prossimo futuro la Bolivia dovrà passare per tre tappe fondamentali: la Nuova Legge sugli Idrocarburi, le elezioni municipali del prossimo 5 dicembre, la convocazione dell’Assemblea Costituente nei primi mesi del 2005.
Gli scontri per la Coca, le minacce del governo e l’intromissione statunitense sembrano voler evitare lo sviluppo di questo processo democratico perché contrario ai loro interessi.

A un anno dalla guerra del gas, la Bolivia, ancora una volta, si ritrova al limite di una rivolta sociale…


Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano; analista specializzata per l'applicazione dei diritti umani in Bolivia. autrice del libro "Il gioco dell'assenza - Vivere dentro la cultura mafiosa" edito da Editrice Zona, è tra i fondatori dell'Osservatorio Selvas.org.
E-mail: gioviselvas@interfree.it


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