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:: SPECIALE BOLIVIA ::

Nove morti e venti feriti dopo gli scontri tra civili e militari a Warisata, nell’altopiano paceño. Il governo afferma di essere a caccia di una organizzazione terroristica che aveva il suo quartier generale all’interno dell’università cittadina. Ma le troppe contraddizioni tra le dichiarazioni “a caldo” e quelle rese dopo gli scontri fanno pensare a scenari ben più preoccupanti.

Bolivia, di tragedia in farsa
Di Giovanna Vitrano



Soldati intenti a liberare dalle pietre le strade dell'altopiano paceño - Foto di Juan Karita- AP


SOMMARIO



:: Fonti Energetiche ::
Petrolio e gas in Bolivia: "condanna a morte per troppa ricchezza"

Ci sono almeno 80 trilioni di piedi cubici di gas e ben 1.400 milioni di barili di petrolio nascosti nel sottosuolo boliviano. Sono questi i dati trapelati dal Ministero per le Risorse Idrocarburifere, dati che possono essere letti solo per difetto. E la nazionalizzazione delle fonti energetiche non è prevista nel "Plan Bolivia" voluto dagli Stati Uniti.
(22/03/2003)
http://www.selvas.org/dossenerg15.html
Il Jacha Omasuyos si espande
(22 settembre 2003, due giorni dopo l'inizio della sollevazione aymara)
Da La Paz Jorge Viaña

(versione italiana di Stefania M. Ciminelli
per i Traduttori per la Pace)



DOSSIER SPECIALE:
L'esercito dello Zio Sam
Di Giovanna Vitrano.



Bolivia
- 24/09/2003

La scorsa settimana, la federazione sindacale che riunisce i campesinos boliviani aveva comunicato al governo che per il week-end avrebbe organizzato un blocco stradale. Perché il governo, con una delle sue ultime leggi approvate ed entrate in vigore a tempo record, aveva dichiarato fuori legge la partecipazione ai blocchi stradali, comminando per questo reato la stessa pena (da due a otto anni di carcere) prevista per chi traffica in cocaina.
:: SPECIALE BOLIVIA::
Parola ai testimoni
> Yola Quispe, rimasta vedova sabato scorso subito dopo aver messo alla luce il suo ottavo figlio:
“Eravamo felici, i miei otto figli e mio marito. Lui era tranquillo e lavorava al villaggio come muratore… era conosciuto da molte persone perché era veloce e preciso, e quello che guadagnava bastava a mantenere tutta la famiglia. Ora che me lo hanno ucciso, come darò da mangiare ai miei figli, come potrò farli studiare? Sono tutti ancora piccoli e adesso perderemo anche la casa…”

> Mario Chura,
abitante di Warisata:
“Il giorno in cui sono arrivate le truppe al villaggio eravamo in pochi, sono arrivati sparando da un lato, un aereo volava quasi rasoterra e un elicottero andava e veniva… è stato questo che ci ha fatto infuriare, ci ha provocato finchè alcuni fratelli hanno cominciato a tirare pietre contro le camionette dell’esercito. E’ stato allora che i proiettili hanno cominciato a uccidere la nostra gente mentre stava cercando un nascondiglio.”

> Marco Apaza,
studente:
“Ero a casa tranquillo quando ho sentito i primi spari e le grida della gente. Mi è venuto spontaneo cercare di uscire in strada, per vedere che succedeva, ma mia madre ha cominciato a pregare e piangere. Sentivamo come nelle altre case i soldati gridavano ai nostri fratelli di uscire e mostrare le loro armi, e dalla finistra li vedevo tirar via la gente che scalciava. Volevo uscire, ma mia madre mi ha afferrato e mi ha chiuso dentro… E’ durato moltissimo, credo almeno quattro ore.”

Da tre anni i campesinos chiedono pressappoco le stesse cose: riconoscere un’indennità alle vittime degli scontri con la polizia; potere accedere ai mille trattori promessi nel 2000 dall’allora presidente della repubblica Jorge Quiroga; l’abrogazione della legge INRA sullo sfruttamento delle risorse agrarie (una legge che avvantaggia le multinazionali a discapito dei piccoli produttori, ndr); il riconoscimento delle terre non coltivate ai Sin Tierra; l’assistenza sanitaria alle popolazioni indigene; la creazione di una università accessibile ai campesinos e la creazione di un mercato che dia agli stessi campesinos la possibilità di vendere i propri prodotti. A questo elenco di richieste, nei primi giorni della scorsa settimana si erano aggiunte la modifica della legge sulla sicurezza urbana (che, appunto, condanna i partecipanti ai blocchi stradali) e il totale rifiuto alla costruzione di un metanodotto che trasporti il gas naturale boliviano fino alle coste del Cile per vendere questa preziosissima risorsa naturale alla multinazionale Pacific Lng quasi al di sotto del prezzo di costo.

Tutte queste cose erano state rimesse sul tavolo per una pianificazione di scioperi a tempo indeterminato da Felipe Quispe, il leader sindacale della Confederación Sindacal Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB).
Solita storia. Qualche sasso tirato sull’asfalto di qualche arteria principale del paese. Un paio di riunioni con qualche ministro, qualche militare ai margini della strada a fare paura a qualche donna armata di cappellino e scialle colorato.
Questo era lo scenario che si sarebbe dovuto vedere sabato 20 ottobre.

Lo “stato di polizia” di Sánchez Berzaín
E quello che si stava osservando nel piccolo villaggio di Warisata non era nemmeno la metà di quanto appena descritto. C’era, a Sorata, a pochi chilometri di distanza, una festa religiosa. C’erano i turisti, un gruppetto di 40 persone, che si stavano divertendo. Inglesi, olandesi e statunitensi interessati più alle collanine sulle bancarelle che a quei quattro sassi lasciati sulla strada, all’ingresso del paese, per testimoniare solidarietà a quanti, da qualche altra parte nell’altipiano, stavano davvero cercando di bloccare le comunicazioni via terra.
Quaranta persone, un pullman.
Quaranta persone considerate, non si sa perché, in grave pericolo. Tanto che il ministro della Difesa, Sánchez Berzaín, si è sentito nell’obbligo di mandare nottetempo una squadra di militari armati di tutto punto, con tanto di copertura aerea, per “metterli in salvo”.
I quaranta turisti sono stati riportati nella capitale sani e salvi.
Sulla strada di Warisata sono rimasti nove cadaveri, sette civili e due militari. Tra questi sette civili anche una ragazzina di otto anni.


Foto di Dado Galdieri - Forze di polizia a La Paz

:: SPECIALE BOLIVIA::
Le vittime in 1 anno
Con questo elenco è possibile ricordare soltanto le vittime degli scontri “ufficiali”.
In Bolivia, purtroppo, i morti singoli a causa della violenza delle forze dell’ordine vanno solo a ingrossare le fila dei criminali uccisi “nell’adempimento del dovere”

Settembre 2003
WARISATA:
1 Carlos Rivas, 19 anni (soldato di leva)
2 Sergio Vargas, 20 anni (soldato di leva)
3 Primitivo Curaca
4 Eugenia Condori
5 Juan Cosme Apaza
6 Ismael Marcos Quispe Quispe, 20 anni
7 Marilin Rojas, 8 anni.

Luglio 2003
SANTA ROSA:
8 Luis Zelaya Márquez

Giugno 2003
CHAPARE:
9 Marco Alborta (soldato)
10 Francisco Mamani (soldato).
CARACOLLO:
11 Severino Macías.

Febbraio 2003
LA PAZ:
12 Valeriano Altamirano (poliziotto)
13 Irineo Apaza Bautista (poliziotto),
14 Ovidio Canaviri Canaviri (poliziotto)
15 Macario Justiniano (poliziotto
16 Edgar Condori Palma (poliziotto),
17 Juan Carlos Humérez (poliziotto),
18 Omer Nemer Tattón (poliziotto
19 Orlando Ramos (poliziotto),
20 Antonio Coca Castro (poliziotto),
21 Miguel Vega Lucero (poliziotto),
22 Claudio Alaín Saavedra,
23 Elvis Saravia (soldato),
24 Jesús Mamani (soldato),
25 Edwin Huanca (soldato),
26 José Luis Mendizábal (capitano dell’esercito),
27 Julián Huáscar Calcina,
28 Juan Carlos Onofre,
29 Julián Sánchez,
30 Jorge Mauro Franco Miranda,
31 Willy Zurcí,
32 Ana Lourdes Colque
33 Willmer Callanque Paye
34 Óscar Romero Chambi
35 Daniel Mallea
36 Ángel Fidel López
37 Gonzalo Mendoza Mamani
38 Ramón Mita
39 Juan José Mújica Ticona
40 Rubén Seiza Mamani
41 Tito Intipampa
42 Elías Yana Mamani.
COCHABAMBA:
43 Juan Carlos Castro
44 Juan Santos.

Gennaio 2003
CHAPARE:
45 Rómulo González
46 Félix Zegarra
47 Willy Hinojosa
48 Mario Copa Catacora
49 Víctor Hinojosa
50 Exaltación Orellana
51 Adrián Martínez
SUCRE:
52 Armando Medrano
53 Roberto Quispe
54 Félix Coaquira (poliziotto)
LA PAZ- Marcia di pensionati:
55 Liborio Ticona
56 Edmundo Galarza
57 Félix Martínez
57 Gerardo Ponce
59 Roberto Clavijo
60 Zacarías Ramos
Il racconto dei testimoni
Cosa è successo? Difficile da capire. Due, ovviamente le versioni. La prima, quella dei campesinos, racconta di un gruppo di militari che si aggiravano, fin dal pomeriggio, nei pressi dei tralicci per la corrente elettrica, nella attesa dell’arrivo di un contingente sulle camionette. L’ingresso di questi altri militari è stato accolto da qualche campesinos con il lancio di un paio di pietre. Un gesto che ha provocato la dura risposta dei militari cui Berzaín aveva ordinato di raggiungere Warisata e Sorata in assetto da guerra per “salvare” i turisti.
Raccontano testimoni di elicotteri a volo radente e di militari che entravano nelle case sparando e arrestando chiunque incontrassero. I due militari uccisi pare siano state vittime di “fuoco amico”.
Tutte e nove i morti sono stati uccisi da proiettili di fucili Mauser, e tutti i testimoni confermano che i campesinos coinvolti negli scontri erano armati soltanto di pietre.
Di fuoco, ovviamente, le parole di Felipe Quispe “El Mallku”, il leader sindacale che aveva indetto il blocco sulle strade boliviane: “ La Csutcb ha dichiarato 30 giorni di lutto nazionale, i capi tribù resteranno vestiti di nero per tutto questo tempo. Chiediamo alle federazioni dipartimentali e regionali di unirsi al blocco stradale e economico, di mantenere i blocchi a tempo indeterminato i tutto il paese e di stare attenti per non farsi massacrare. Allo stesso tempo decretiamo lo stato d’assedio in tutto l’altipiano, e i soldati e la polizia non avranno riconosciuta alcuna garanzia perché non permetteremo a nessuna uniforme di pattugliare le nostre strade”.
L’Assemblea Permanente per i Diritti Umani in Bolivia, esattamente come Evo Morales, leader del sindacato che riunisce sotto la sua insegna i cocaleros, e tutte le sigle della società civile, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta. Morales, in quanto leader dell’opposizione politica, ha chiesto le dimissioni di Berzaín, ricordando che lo scorso febbraio, in qualità di Ministro alla Presidenza, aveva fatto scendere in piazza l’esercito contro i poliziotti e i dalmatas della Ges (Gruppo Speciale di Sicurezza), in sciopero per evitare la mannaia di una nuova tassa, provocando circa trenta morti in meno di 24 ore. Berzaín era stato sollevato dall’incarico per ordine del Presidente Gonzalo Sanchez de Lozada. Ma, sempre per ordine di Goni Sanchez, al nuovo rimpasto di governo Berzaín si è ritrovato promosso al dicastero della Difesa.

La democrazia boliviana contro i terroristi campesinos
La versione ufficiale, quella fornita fino ad ora dal governo, è molto diversa. Ma è anche agghiacciante. Le prime verifiche fatte da polizia e esercito sull’origine di questi scontri parlano della “presenza di gruppi armati nella comunità di Warisata – nell’altopiano Paceño – e di attività di questa organizzazione da tempo osservate dall’intelligence della polizia, dell’esercito e dai rappresentanti della Fiscalìa (l’ufficio della procura, ndr)”. Secondo le dichiarazioni del viceministro degli interni, José Luis Harb, “questi gruppi hanno il loro quartier generale all’università Normale di Warisata”.
Domenica scorsa, poi, lo stesso presidente della Repubblica Gonzalo Sanchez de Lozada ha affermato che gli scontri del sabato “sono stati organizzati dai docenti e dagli studenti di questo centro”, arrivando a dichiarare che “pare che studino qualche altra cosa anziché le materie per diventare professori”.
Harb ha assicurato che si tratta “di irregolari, sovversivi e radicali, appoggiati da persone fanatiche e razziste nei confronti degli indios presenti nel Paese”. Ha spiegato poi che si può tranquillamente affermare che queste persone “non hanno niente a che fare con la Confederazione Sindacale Unica dei lavoratori contadini di Bolivia”.
Mentre c’è chi sostiene che quanto è successo altro non sia che il primo passo di una rivoluzione aymara, le indagini che si stanno facendo, per il Governo, determineranno “se i membri di questa organizzazione appartengono a qualche gruppo sovversivo che ha già operato nel paese in passato e che adesso ha ricominciato ad armarsi, o se si tratta di una nuova organizzazione nata durante gli ultimi conflitti”.

Contraddizioni e predizioni
Salta immediatamente agli occhi una forte contraddizione. I militari giunti a Warisata dovevano portare a termine l’operazione “rescate” (riscatto) voluta dal ministro Berzaín per salvare i quaranta turisti che, incoscienti, volevano assistere alla festa di Sorata e che si erano fermati a Warisata nonostante il pericolo rappresentato dai blocchi stradali; oppure sono affluiti nella cittadina “quartier generale” di una organizzazione terroristica con sede nell’università per sgominare i sovversivi?
Poco importa a questo punto. Perché le affermazioni del governo circa le indagini per capire se si tratta di “una nuova organizzazione nata durante gli ultimi conflitti” fa gelare il sangue nelle vene. Gli ultimi conflitti, infatti, si sono registrati tra esercito -fedele al governo di Sanchez de Lozada e Berzaín- e corpi di polizia che, con le squadre dei Ges, hanno fatto pesare il proprio dissenzo di fronte a certe decisioni dello Stato.
La Storia insegna che quando le Forze dell’Ordine perdono di vista il loro comune compito, diventando vittime di beghe interne e di lotte per il potere, si arriva –sempre- alla medesima conclusione. La Bolivia ha già al suo attivo un numero incredibile di colpi di stato, tutti terrificanti e sanguinosi. In nove mesi di effettivo governo Sanchez si sono registrate sessanta morti, un numero incredibile di feriti e un numero imprecisato di arresti.

Lo spettro del Condor torna a far sentire il suo alito freddo. E i documenti che piano piano sfuggono al controllo delle grandi agenzie di “sicurezza” non rassicurano.
La Storia si ripete, è vero, ma mai in modo uguale. Si dice che ciò che è stata tragedia, tornerà come farsa. E sembra proprio una farsa quella che si sta allestendo sul grande – e ricco – palcoscenico di Bolivia.

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Foto tratta da Bolivia.comli
Il Jacha Omasuyos si espande
(22 settembre 2003, due giorni dopo l'inizio della sollevazione aymara)

Da La Paz Jorge Viaña - Intellettuale boliviano

(Versione italiana di Stefania M. Ciminelli per i Traduttori per la Pace)


Intorno all'Illampu, la cima più alta della Bolivia, e al Titicaca, il lago navigabile più alto del mondo, è in piena ricostruzione il Jacha Omasuyos
(1). Da tre anni, in questo vasto territorio (2), che presenta il clima più mite della zona lacustre e una delle densità più alte dell'altipiano, si stanno scrivendo le pagine più drammatiche del progetto di autodeterminazione aymará degli ultimi tempi.

Il proposito di ricostruire l'unità di questa vasta zona come nucleo del progetto di autodeterminazione aymara è sorto nell'ambito della CSUTCB
(3) dopo le mobilitazioni di aprile e settembre del 2000. All'inizio, l'idea non ha riscosso grande attenzione da parte dell'opinione pubblica, ma oggi si sta materializzando sotto gli occhi di tutti, proponendo nei fatti la ricostruzione di un grande Omasuyos unificato. Il progetto sembrerebbe prospettare inizialmente l'unificazione delle 20 province de La Paz intorno a questo nucleo di unificazione, per poi perseguire l'unificazione di tutta la nazione aymará in Bolivia. Dalle grandi mobilitazioni di aprile e settembre del 2000, nessun organo e nessuna istituzione dello Stato è più presente nei territori intorno a Achacachi e a Warisata; i loro edifici sono stati occupati e bruciati, come pure le stazioni di polizia, le sottoprefetture, i posti di controllo stradale e ogni tipo di istituzione statale.

Nel momento in cui la debolezza della costruzione di questo progetto sembrava più evidente, l'iniziativa ha preso vigore grazie alla lentezza dell'agire dello Stato. Vediamo di seguito come si è verificata questa svolta radicale.

:: SPECIALE BOLIVIA::
Note
(1) Jacha Omasuyos in lingua Aymara vuol dire "Grande Omasuyos"

(2) Sin dall'epoca pre-inca, la zona nordorientale del lago Titicaca era stata una sola e vasta unità ecologica e demografica. Dati archeologici ed etnostorici mostrano la presenza di un regno e di una cultura particolari, noti con il nome di Umasuyu, termine che significa "Il territorio dell'acqua". Ancora oggi la provincia centrale, con Warisata e Achacachi, si chiama Omasuyos, l'antico Umasuyu che resistette all'impatto della colonia. Nel corso della storia della repubblica, questa provincia fu smembrata in 4 parti per favorire gli interessi della casta creola, profondamente razzista (Rigoberto Paredes, "La provincia Omasuyos", ED Isla, La Paz 1955 e Javier Albo "Achacachi, medio siglo de luchas campesinas", ED Cipca, La Paz 1979).

(3) N.d.T:Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia”; Sindacato dei lavoratori contadini boliviani.

(4) N.d.T: Appartenenti alle comunità. Gli abitanti della campagna boliviana sono organizzati in comunità, nelle quali in gran parte sono sopravvissute le tradizioni andine all’interno delle diverse forme imposte dall’invasore. Ci sono più di 12.000 comunità, ed in parte del territorio boliviano queste comunità coincidono ancora con i tradizionali ayllus e conservano le modalità indigene di coltivazione e lo stile di vita andino, là dove invece la produzione agricola di forma capitalista si è più estesa (la “hacienda”), la comunità assume il territorio prima occupato dalla “hacienda”.

(5) K’alachaca è una pampa nei dintorni di Achacachi. È stata dichiarata quartier generale degli insorti Aymara dopo le mobilitazioni del 2000, quando una persona è morta nella zona. I dirigenti hanno trasferito adesso il loro quartier generale nella zona chiamata Rojo Rojones.
La sollevazione in atto e le prospettive dopo due giorni di lotta
Dopo più di dieci giorni di sciopero di oltre 400 persone a El Alto, in risposta al rifiuto del governo di un dialogo e una negoziazione sulle richieste della CSUTCB, ha avuto inizio nella provincia Omasuyos un'azione di blocco stradale relativamente debole. A queste mobilitazioni il governo e l'opinione pubblica hanno dato pochissima importanza. All'alba di venerdì 19 settembre, ad Achacachi e a Warisata, l'esercito e la polizia hanno effettuato violenti e illegali perquisizioni, arresti di dirigenti e abusi di altro genere prima di mettere in atto, il 20 settembre, l'operazione di riscatto di centinaia di turisti nella valle di Sorata. Questi fatti hanno rappresentato il preludio all'inizio della sollevazione aymara, che ha avuto luogo nel pomeriggio di sabato 20. Nel mezzo dell'operazione militare, tornando nella zona di Warisata e Achacachi, procedendo in una colonna di decine di unità, le forze di repressione dello Stato hanno ucciso 5 persone, tra cui una bambina di 8 anni che osservava gli scontri dalla finestra quando una pallottola le ha attraversato lo stomaco causandole la morte. Delle 5 persone assassinate, nessuna aveva niente a che vedere con gli scontri, secondo quanto riferito anche dal gesuita Eduardo Pérez, curatore di programmi alla radio cattolica FIDES di La Paz. Hanno perso la vita anche 2 soldati dell'esercito e ci sono state decine di feriti per colpi di arma da fuoco.

A Sorata, i comunarios
(4) hanno occupato e bruciato la sottoprefettura – l'organo di rappresentanza del governo –, il comune, la stazione di polizia e alcune istituzioni private che identificano come nemiche, tra cui una società finanziaria e un hotel di lusso. Attualmente il paese è ancora sotto il controllo dei comunarios.

Se la situazione non cambia e si consolida, significherebbe l'espansione del territorio da cui lo Stato è stato espulso, un'espansione verso l'altro versante della Cordillera Real, nelle valli interandine, nella prospettiva della costruzione di una struttura politica a base territoriale comunitaria. È importante segnalare che queste valli (Larecaja e le yungas), sin dai tempi pre-inca, sono legate in profonda simbiosi alla zona dell'altipiano interessata dal progetto, simbiosi tuttora esistente.

Non dimentichiamo che, nonostante i 5 morti, tutti i villaggi e le comunità, tra cui Sorata, Warisata e Achacachi, sono sotto il controllo dei comunarios, seppure a K´alachaca
(5) e in altre zone sia presente l'esercito in attesa di nuovi ordini.

È chiaro che ci troviamo in mezzo a una sollevazione indigena, ma è un processo che si presenta ancora molto confuso. Ci sono tentativi di blocchi nelle zone di Mallasa e di Río Abajo, entrambe situate nella parte sud di La Paz, ed è in atto il blocco di alimenti verso la città, misura che ancora non sappiamo se potrà provocare una carenza di approvvigionamenti. Nella zona della penisola di Copacabana gli abitanti hanno dichiarato che parteciperanno ai blocchi contro l'esportazione del gas attraverso il Cile. Nella provincia Aroma, dove passa la strada per Oruro, ci sono tentativi di blocchi stradali. Nelle zone subtropicali dall'altra parte della Cordillera Real, come ad esempio nella zona di Amarete, si stanno convocando diverse mobilitazioni. Dalle zone dell'altopiano più vicine alle cime della cordigliera, la popolazione di questa fascia di oltre 100 chilometri della cosiddetta Rinconada, i comunarios stanno scendendo a Achacachi, Warisata, Batallas e Huarina.


Foto tratta da Bolivia.comli

Evoluzioni sociali imprevedibili
Nella città di El Alto, intorno ai locali della radio aymará San Gabriel, decine di persone hanno dimostrato il loro appoggio agli aymara in sciopero. Questa città, di oltre 600.000 abitanti, presenta la caratteristica di essere completamente aymará. Sabato 20, giorno del massacro a Warisata e Ilabaya, i suoi abitanti hanno accompagnato lo sciopero per tutta la notte con veglie e fuochi, allo scopo di impedire che fosse evacuata dagli organi di repressione. Lo sciopero è ancora in corso. Se il progetto di ricostituzione aymara si estende fino alla città di El Alto, assisteremo a un grande cambiamento nella situazione politica del paese e del processo di ricostituzione del Jacha Omasuyos.

Se la lotta in atto continua e nei prossimi giorni riesce ad assediare e a isolare la sede del governo, assisteremo all'unificazione di tutte le zone aymara della provincia di La Paz intorno al Jacha Omasuyos. Questa prospettiva implicherebbe l'estendersi di una sollevazione aymará di grandi dimensioni. Nel cuore del Jacha Omasuyos è stata dichiarata la guerra civile allo Stato e decine di giovani, uomini e donne a volto coperto hanno tirato fuori i loro vecchi fucili Mauser, prospettando la creazione di uno stato maggiore di autodifesa e di un esercito formato da riservisti dell'esercito
(5), ex poliziotti e giovani della zona. Gli insorti chiedono anche l'espulsione del reggimento Ayacucho, caserma dell'esercito situata alla fine della strada che va da Achacachi a Warisata. Questa caserma è attualmente l'unico enclave dello Stato nella zona. Un neo in mezzo a un mare di strutture politiche completamente comunitarie.

Un altro fattore fondamentale è l'atteggiamento che adotteranno gli altri due principali movimenti sociali degli ultimi tempi: il Coordinamento di difesa dell'acqua e della vita, che nelle ultime settimane ha dato vita al Coordinamento di difesa del gas, e il movimento cocalero nel Chapare. Entrambi i movimenti hanno dichiarato di essere disposti ad appoggiare materialmente la sollevazione indigena, dichiarandosi pronti a intervenire. Questo è un elemento decisivo per vedere come evolverà nei prossimi giorni la situazione sull'altopiano, visto che secondo la stampa – anche quella più conservatrice –, alla mobilitazione convocata dal Coordinamento di difesa del gas a Cochabamba un giorno prima del massacro la popolazione ha aderito in massa: oltre 50.000 persone avrebbero partecipato alla marcia pacifica.

Tutto ciò sta succedendo in un momento in cui si acuiscono le tendenze autoritarie dello Stato. Solo nell'ultimo anno di governo di Sánchez de Lozada, 80 persone sono morte in diverse proteste, e il sostegno fondamentale del governo senza legittimità sociale è rappresentato dagli organi di repressione. Anch'essi devono far fronte a gravi conflitti interni: nel febbraio del 2003, infatti, si sono affrontati e ammazzati tra di loro, in piena piazza del palazzo del governo, dando inizio a una crisi di Stato senza precedenti.

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:: DOSSIER SPECIALE BOLIVIA::





Foto del battaglione speciale antinarcotici
Esercito, pensaci tu

Sfuggita al segreto di stato, l’informativa 200-102-857 del marzo 2002, relazionava dettagliatamente Colin Powel, il braccio destro di George W. Bush, sui mezzi, sugli uomini e sui fondi forniti dagli Stati Uniti alla Bolivia. L’informativa è stata redatta dall’allora responsabile del Nas statunitense presso l’ambasciata nel paese andino e suggerisce un increscioso sospetto circa la reale autonomia dell’esercito boliviano.


Di Giovanna Vitrano

(l’informativa è stata desecretata grazie al lavoro
del
giornalista statunitense Jeremy Bigwood)


Gonzalo Sanchez de Lozada, per la seconda volta presidente della repubblica di Bolivia, in questo periodo di profonda crisi e di gravi conflitti sociali ha trovato il vero “pilastro della democrazia e dell’unità nazionale”.
E checchè ci insegnino le biografie di questo bis-presidente, questo “pilastro” è l’esercito.
Un’affermazione a dir poco sorprendente, perché durante il suo primo mandato (1993-1997) Goni Sanchez non ha perso occasione per manifestare tutto il suo disprezzo -malcelato da una ironia spesso fuori posto - nei confronti delle forze armate, che, a suo dire, erano solo “capaci di svegliarsi alle cinque del mattino, anche se poi non avevano la più pallida idea di cosa fare per tutto il resto della giornata”. E tanto forte era il suo convincimento dell’inutilità delle divise, che per quei quattro anni ha fatto sedere nella poltrona del ministro della difesa due rappresentanti del più piccole e debole partito della sua maggioranza, due signori della Union Civica di Solidariedad, un partito ormai dimenticato, proprio come i nomi dei due ex ministri.
Molte cose sembrano essere cambiate da allora. Tanto per dirne una, è successo il massacro dello scorso febbraio, quel febrero negro durante il quale proprio le mimetiche dell’esercito boliviano hanno consentito al presidente di allontanarsi dalla scena degli scontri, il palazzo presidenziale.
Questa potrebbe essere davvero una buona ragione per questa sua ritrovata stima nell’esercito di Bolivia.
Ma noi pensiamo che ci sia dell’altro. Molto altro.

Lezioni di “Filosofia di Guerra”
“Le Forze Armate della Nazione sono la rappresentazione del popolo, sono il popolo stesso che con la gerarchia, la disciplina e l’organizzazione costituiscono il miglior esempio di unità nazionale”. Così ha sentenziato lo scorso 8 agosto il Ministro della Difesa Carlos Sanchez Berzaìn, ex docente -per ben 13 anni - della Ecem, la Escuela de Comando y Estado Mayor di Bolivia, quella scuola di cui abbiamo già dato notizia a proposito di certe “simulazioni” piuttosto inquietanti.
Qualche settimana fa, radio, televisioni e giornali boliviani sono stati letteralmente inondati da una stessa notizia: “Il presidente della Repubblica assiste alle celebrazioni per l’anniversario della Scuola per sergenti e dell’Ecem”. Scorrendo la velina, si viene informati che la scuola “ha il compito di formare sergenti, sottufficiali con il grado di sergente conferendo il titolo accademico di Tecnico Superiore in Scienza e Arte Militare terrestre”, oltre a rappresentare “il Centro del pensiero dell’Esercito” dato che qui trovano la specializzazione “gli ufficiali superiori per il comando, la pianificazione e per le consulenze a livello strategico”. Leggendo ancora, si impara che la Ecem progetta “l’istituzionalità educativa in ambito nazionale e internazionale, formando capi militari al servizio dello Stato maggiore e analisti in Scienza Militare e in Filosofia di Guerra”.
Tutto ciò potrebbe far pensare alla terribile School of Americas, la scuola che ha forgiato alcuni tra i più terribili dittatori del Novecento, come Noriega tanto per ricordarne uno. Ma non è così. E’ peggio. Perché tutto questo popò di esercito boliviano non esite. O meglio, c’è, ma anche il più generale tra i Generali boliviani deve sbattere i tacchi e fare il saluto. A chi? Allo zio Sam in carne e ossa.
L’impegno principale dell’esercito boliviano è la lotta al narcotraffico. E’ chiaro quindi che i corpi a questa “guerriglia” destinati siano i più importanti, le forze “scelte”, le meglio equipaggiate. E si sa che gli Stati Uniti, quando si tratta di spendere quattrini per combattere il narcotraffico, non si fanno pregare.
Ovviamente chiedono spiegazioni per ogni dollaro speso.
Ed ecco che l’informativa 200-102-857 (marzo 2002) del Nas statunitense in Bolivia, firmata dal Ministro Consigliere dell’ambasciata degli Stati Uniti in Bolivia, Patrick Duddy e inviata a Colin Powell, racconta molti fatti interessanti.


13 novembre 2002, foto tratta da www.comunica.gov.bo, dell'allora Ministro del governo Carlos Sánchez Berzaín, decorato con l'"Orden de la Gran Cruz"durante l'anniversario dell'Esercito Nazionale.

Poveri Diavoli
Tanto per mettere subito in chiaro le cose, nell’informativa si legge che “solo il direttore del Nas - oggi Stanley Schrager- può autorizzare missioni di volo, consumi di routine o consumi straordinari” delle dotazioni militari fornite dagli statunitensi ai boliviani. Più volte, poi, all’interno della nota, si legge che “il personale del Nas approva tutte le missioni aeree antinarcotici”.
Il direttore del Nas, quindi, ha la potestà su tutte le operazioni contro il narcotraffico, ma anche, come andremo scoprendo, su 22 aerei, 1.100 veicoli, 80 mezzi navali, armi di vario genere, apparecchi per le comunicazioni, ispezioni, ubicazioni e contingenti.
La nota è più che mai dettagliata, visto che Mr. Duddy ha dovuto giustificare una spesa di oltre 35 milioni di dollari per un solo anno, per 28 azioni programmate, non soltanto finanziate, ma anche dirette da funzionari statunitensi.
Gli uffici del Nas hanno sede a La Paz, e contano uno staff di 15 funzionari che, spostandosi a Santa Cruz, a Cochabamba, a Trinidad e a Chimoré, hanno la supervisione del personale, delle comunicazioni, dei trasporti e perfino del carburante usato nel Programma Antinarcotici.
A questo punto è abbligatorio addentrarsi nei dettagli tecnici. Per non commettere errori. Per riportare quei fatti così dettagliatamente descritti nell’informativa sfuggita al segreto di Stato solo grazie alla testardaggine di un giornalista scrupoloso, Jeremy Bigwood, che ha cercato ed ottenuto i documenti direttamente dal Foia, il Freedom of Information Act del Ministero della Difesa degli Stati Uniti.

> L’aviazione
Nel 2001 il Nas ha fornito all’aviazione boliviana 22 aerei, oltre a un numero imprecisato di elicotteri, e due Hercules C-130 B; un terzo bombardiere era atteso tra l’ottobre e il dicembre del 2002. Questi mezzi sono stati affidati alle squadre chiamate “Diablos Rojos”, i Diavoli Rossi boliviani, sotto la supervisione di un ufficiale statunitense, direttamente comandato da Washington, e di tre altri ufficiali distaccati dal Programma PASA (anche questo del Ministero della Difesa statunitense).
E per ribadire il comando di Washington, chiamato “supervisione” nell’informativa, la manutenzione ordinaria e straordinaria di questi mezzi e il compito di addestrare al loro utilizzo è stato affidato alla Dyncorp, la società statunitense che provvede agli stessi compiti per le attrezzature di sicurezza dello zio Sam. I “Diablos Negros” della Fuerza de Tarea Conjunta - il corpo dell’esercito che ha come compito quello di distruggere le coltivazioni di coca - hanno avuto in dotazione gli aerei, sempre sotto la supervisione di un ufficiale statunitense. Nonostante il fatto che l’aviazione militare boliviana avesse messo a disposizione 13 uomini tra piloti, copiloti e navigatori, il pass per accedere alla sezione logistica e per l’accesso all’angar destinato agli hercules è stato dato a un solo boliviano. Ai Diavoli verdi, poi, sono stati affidati anche 101 veicoli militari per i quali questi soldati vengono trasformati in semplici autisti e meccanici. Perché nell’informativa si legge a questo proposito: “Compito principale dei Diavoli Verdi è trasportare carichi, combustibile e personale. Seconda missione è quella di istruire il personale dell’Esercito alla manutenzione, immagazzinaggio e trasporto, attività faticose per il personale statunitense”. Il controllo degli autoveicoli è affidato a nove funzionari del Nas, sotto la diretta supervisione di un nordamericano. 112 i Diavoli verdi boliviani ridotti a choferes e magazzinieri sotto il comando di un tenente colonnello.

> La Fanteria
Nel 2001 gli stati Uniti hanno disposto l’affidamento ai “Diablos Verdes”, i diavoli verdi, della Fuerza Especial de Lucha contra el Narcotraffico (Felcn) di 280 fucili M4 a lunga gittata. L’informativa sottolinea come la responsabilità sull’uso e sul consumo di queste armi fosse della Felcn, ma, poche righe sotto, precisa che è della sezione militare dell’ambasciata statunitense in Bolivia, il Milgroup, il compito di provvedere periodicamente a inventari e controlli sul reale uso dei fucili e sulla capacità degli uomini di usare queste armi.

> La Marina
La Bolivia non ha alcuno sbocco al mare, però possiede il corpo della Marina militare. Per questi marinai senza porto, chiamati “Diablos Azules”, diavoli azzurri, il Milgroup ha previsto 27 motoscafi, 31 telefoni satellitari, 10 radiotrasmittenti, 10 binocoli per la visione notturna e due sistemi computerizzati. Per ognuna di queste cinque consegne sono state comandate in Bolivia equipe di istruttori prelevate dalla Guardia costiera statunitense e altro personale militare. Come istruttori.


Foto tratta da www.comunica.gov.bo

Tentazioni irresistibili
A tutto questo armamentario, bisogna aggiungere non meno di 1.100 autoveicoli consegnati dal Nas e dal Milgroup alle varie Forze boliviane (Dea, Digeco e Felcn) impegnate nei vari settori della sicurezza, dal controllo delle strade al contrabbando di liquori. Nell'informativa si legge che il controllo e la manutenzione dei mezzi è stato assicurato attraverso "ordini di lavoro, scadenze di inventario e programmi speciali computeraizzati". "Certi pezzi di ricambio sono stati dotati di speciali codici identificativi o simbili particolari per impedire che vengano scambiati". Perché lo Zio Sam ha avuto seri problemi nell'affidare i "suoi" mezzi ai militari boliviani visto che, come viene puntualmente annotato nell'informativa, "spesso gli ufficiali boliviani abusano del privilegio di usare un veicolo e lo fanno per spostamenti personali. (...) I programmi di addestramento del Nas hanno contribuito a ridurre incidenti seri attribuibili a negligenza, anche se se ne registrano ancora. Un grosso sforzo è stato necessario per razionalizzare la distrubuzione del carburante. Sforzi che ancora, a quanto pare, non hanno sortito gli effetti sperati visto che "alcune unità antinarcotici continuano a usare mezzi primitivi di misurazione, immagazzinaggio e distribuzione del combustibile".

Gli uomini in campo, uno per uno
Sempre secondo i dati del Nas, in Bolivia la Fuerza de Tarea Conjunta per la distruzione delle coltivazioni di coca conta 1.563 persone tra militari, poliziotti e impiegati civili, così distribuite: “metà impegnata a distruggere le piantagioni illegali, metà per garantire la sicurezza nei campi”. Quindi solo 781,5 soldati sono ufficialmente impegnati a distruggere materialmente la “foglia sacra”. Eppure, all’interno di uno dei tanti programmi di sostegno americani, lo Zio Sam pare che provveda a tutti i 1.563 uomini della FTC, non lesinando alimenti, carburante, attrezzature, autoricambi, mezzi di trasporto e assistenza medica.
Nell’informativa, però, si apprende che, seppur ridotta di personale, la FTC è stata in grado di aumentare il numero di operazioni per la distruzione di piantagioni. E’ comparsa la Fuerza de Tarea Expedicionaria per coadiuvare e pattugliare le aree distrutte. Per lei gli Stati Uniti ha addestrato 1.500 uomini.
Per la lotta al narcotraffico condotta lungo i corsi dei fiumi, sono stati addestrati 160 “diavoli azzurri”, stanziati a Trinidad, Riberalta, Guayaramerín, La Horquilla e Puerto Villarroel, con un proprio quartier generale a Trinidad, un campo di addestramento e 80 mezzi fluviali

I mezzi in campo, uno per uno
All’interno di una lotta senza quartiere come questa, risulta chiaro come l’informativa del governo americano dovesse essere più che precisa soprattutto al riguardo dei mezzi di comunicazione.
Il Nas, si legge, ha fornito 616 equipaggiamenti completi tra ripetitori, stazioni fisse, radiomobili, ricetrasmittenti e altro così distribuite: “170 a La Paz, 125 a Santa Cruz, 59 a Trinidad, 165 a Chimoré, 92 a Cochabamba e 5 a Oruro”.
Ma La Paz, che può vantare secondo questo inventario il maggior numero di apparecchiature, non è certo un villaggio disperso tra gli altopiani boliviani. Al contrario, è la seconda città boliviana, una piccola “metropoli” che comincia a soffocare nel cemento, proprio come una qualunque città occidentale. Altro dato inquietante rivelato sempre dalla nota, è che nessuna zona dell’altopiano paceño viene segnalata come zona di allarme rosso.

Il Nas secondo il Nas
“Ridurre i crimini internazionali che hanno relazione con la droga o con altro che rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti mediante le migliori professionalità delle forze dell’ordine e delle autorità giudiziarie boliviane per identificare, dissuadere e processare i delitti commessi in realizione a droga o altro per mezzo dello strumento della cooperazione multilaterale contro il crimine”. Questa la dichiarazione d’intenti del Nas che opera in Bolivia con otto uffici ubicati tre a La Paz, due a Santa Cruz e uno per ogni regione restante: Cochabamba, Trinidad, Chimoré.

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Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano. È tra i fondatori dell'Osservatorio Informativo sulla Regione Andina - Selvas.org
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