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5-07-2004
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Domenica 18 luglio, in Bolivia, si voterà per il Referendum sul Gas indetto dal governo? Diverse forze sociali chiamano al boicottagio della consulta, mentre anche il MAS di Evo Morales si dichiara favorevole all'espressione plebiscitaria ma solo se si modificano i contratti con le multinazionali. E mentre il presidente Carlos Mesa chiama al voto la popolazione, si susseguono le analisi sulla reale nazionalizzazione delle risorse energetiche. Selvas.org riceve e pubblica l'analisi dell'autore del libro "La guerra del Gas' sull'esperienza boliviana.

E’ possibile la nazionalizzazione del gas?

Di Mirko Orgáz García

Traduzione di Giovanna Vitrano per Selvas.org


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Bolivia - Giugno 2004

L’insurrezione dell’ottobre 2003 ha dimostrato essenzialmente quanto sia reale l’emergenza di un nuovo nazionalismo all’interno delle popolazioni originarie, operai e classi impoverite che hanno lo scopo di impedire l’esportazione del gas attraverso un porto cileno, la sua industrializzazione e, soprattutto, il recupero e/o la nazionalizzazione delle risorse energetiche, oggi di proprietà delle compagnie petrolifere grazie alla Capitalizzazione e alla Legge sugli Idrocarburi.
Sette mesi dopo la nazionalizzazione del gas, attualmente bandiera dei movimenti sociali, si cerca la sua realizzazione come progetto politico in opposizione agli interessi delle compagnie petrolifere e del governo di Carlos Mesa, che cerca la legittimazione dello schema della capitalizzazione attraverso il Referendum.
Ma è realmente possibile che la Bolivia riacquisti il controllo delle sue fonti energetiche?
Cioè, è possibile la nazionalizzazione del gas e del petrolio?
Secondo le parole dei funzionari governativi e del sistema mediatico, la nazionalizzazione è una meta “utopica”, “irrealizzabile”, significherebbe per il paese “un salto nel buio” nel contesto attuale della globalizzazione dell’economia e dell’industria petrolifera mondiale.
La storia degli idrocarburi è stata tutta una lotta per il controllo delle fonti energetiche. Tanto i paesi esportatori quanto gli importatori, così come le compagnie che estraggono il petrolio, lo trasportano, lo raffinano e lo vendono, hanno sempre cercato di controllare le fonti energetiche e di appropriarsi della relativa rendita.
I processi di nazionalizzazione nel mondo hanno reso possibile il fatto che le compagnie petrolifere amministrino oggi circa i tre quarti del petrolio crudo prodotto, mentre alle industrie petrolifere multinazionali è stata affidata l’esplorazione e l’estrazione degli idrocarburi fin dagli anni ’60, ’70 e ’80. Per esempio, l’Aramco in Arabia Saudita, la KPC in Kuwait, la NIOC in Iran, la Petrobras del Brasile e la PdVSA del Venezuela sono le grandi compagnie nazionali che permettono agli stati un totale controllo della rendita petrolifera. Contrariamente a tutto ciò, la Bolivia negli anni ’90 ha vissuto un processo di desnazionalizzazione dei suoi idrocarburi. A causa della Capitalizzazione – una privatizzazione alla boliviana – e della Legge sugli Idrocarburi varata dal governo di Gonzalo Sánchez de Lozada (1993-1997) lo stato ha perso la sovranità sulle sue fonti idrocarburifere, passate nelle mani delle multinazionali.

Il contesto mondiale
Il primo paese del Medio Oriente che ha nazionalizzato il suo petrolio è stato l’Iran, nel 1951, quando il governo di Mosshadegh ha preso i poteri dello Sha che governava sotto influenze esterne. Un golpe organizzato dagli Stati Uniti nel 1953 ha cercato di restituire i poteri allo Sha perché, secondo quanto sostengono diversi esperti, le riserve di petrolio e la posizione strategica dell’Iran hanno convinto gli Stati Uniti a rimettere lo Sha sul trono. La caduta di questo regime si è vista nel 1979, con la rivoluzione irachena che è riuscita a “rinazionalizzare” il petrolio.
Il 14 settembre del 1960 a Bagdad si è ufficializzata l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEP). A partire da questo momento, molti paesi ricchi di questa materia prima come gli Emirati Arabi, Algeria, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Venezuela hanno nazionalizzato in tutto o in parte la loro industria petrolifera.
Nel continente sudamericano, il Venezuela ha nazionalizzato il proprio petrolio nel 1975. Secondo il presidente venezuelano Carlos Andrés Pérez “la nazionalizzazione disegnerà il destino della Repubblica” e, rispondendo alle accusa mosse da alcune industrie che lo accusavano di stare commettendo un grave errore -visto che la loro presenza era imprescindibile-, rispondeva con i dati sull’estrazione irrazionale, sulla perdita dell’attività esplorativa degli ultimi anni, sull’enorme dispersione di gas prodotta, sull’estrazione preferenziale dei crudi leggeri, sul basso rendimento della raffinazione, sulla limitata partecipazione dei venezuelani nelle decisioni dell’industria petrolifera, e sugli scarsi investimenti tecnologici che avrebbero invece dovuto apportare benefici al paese.
Si può affermare che, per i paesi esportatori o ricchi di risorse, la nazionalizzazione del petrolio ha propiziato l’indipendenza economica e politica, contrastando la dominazione esterna e l’intento di trasformare questi paesi in colonie produttive solo di materia prima.
Oystein Noreng sostiene che non appena iniziarono gli anni Settanta le compagnie nazionali recentemente costituite avevano poco peso nel mercato internazionale. Senza dubbio, dal 2001 amministrano i tre quarti del petrolio crudo. In questo senso, le compagnie petrolifere nazionali sono state considerate fondamentali per assicurare il potere di mercato dei principali paesi dell’OPEP.



Tre fattori sono intervenuti per rendere fattibile la nazionalizzazione tra gli anni ’50 e ’80:
1- L’assicurazione a una partecipazione diretta dello Stato nell’industria petrolifera per garantire gli interessi nazionali più importanti, decisamente in modo più efficace di quanto avrebbero potuto le forze di mercato e le iniziative private;
2- Il controllo politico diretto sull’estrazione e l’esportazione del petrolio per un progetto di indipendenza politica e
3- il desiderio di trasformare l’industria del petrolio per stabilizzare una compagnia petrolifera nazionale.
Dice Oystein Noreng che per questa ragione “una privatizzazione totale dell’industria petrolifera dei principali esportatori richiede nuovi strumenti per la concertazione delle politiche petrolifere nella realtà del mercato, o che i governi esportatori rinuncino alle proprie ambizioni di controllo del mercato, con effetti probabilmente negativi sull’appropriazione della rendita economica”.
In sintesi, nella maggior parte dei paesi dell’OPEP, e nei principali paesi esportatori di petrolio del Medio Oriente, l’industria del petrolio è dominata da grandi compagnie nazionali. Questo ha causato una divisione internazionale: nell’upstream – esplorazione e estrazione – le grandi compagnie petrolifere sono state rimpiazzate dalle compagnie nazionali; e nel dowstream – raffinazione e commercializzazione – la competenza è più forte in un maggior numero di compagnie molto diverse tra loro.

La nazionalizzazione in Bolivia: la Standard e la Gulf Oil

La questione della nazionalizzazione degli idrocarburi in Bolivia è vincolata ai grandi avvenimenti della sua storia. Nelle decadi degli anni ’20 e ’30 fu la tesi programmatica di un movimento politico il cui obiettivo primario era il nazionalismo che prese corpo nel 1952, generando importanti trasformazioni economiche e politiche nel paese.
Tra queste, l’impoverimento – grazie a tasse esorbitanti e tramite il contrabbando di crudo verso altri paesi – della Standard Oil fu la base della nazionalizzazione del petrolio nel 1937 e la creazione della YPFB nel 1936, primo atto di un autentico progetto nazionale, di quell’avanzata della nazione che si sarebbe cristallizzata nel 1952. Il governo di Tejada Sorzano iniziò nel 1935 un processo amministrativo contro la Standard, come conseguenza logica della sua opposizione davanti al reiterato disconoscimento della legge imposta. Questo fatto ha rotto il potere simbolico dell’impresa. Era la prima volta che iniziava un giudizio di questa natura. La nazionalizzazione dell’industria rimase un caso unico, in più era la prima espropriazione che danneggiò la Trust Standard Oil, la prima industria petrolifera del mondo.
I gerarchi della Trust scatenarono negli Stati Uniti e nel mondo una campagna diffamatoria contro lo Stato boliviano. Vista la pressione che riuscì ad esercitare sul Dipartimento di Stato del suo Paese, per intimidire la Bolivia affinché questa annullasse la decisione, il presidente F. Delano Roosvelt calmò le acque e promise di negoziare un indennizzo. La somma pattuita fu di 1.700.000 dollari americani per gli investimenti realizzati dalla Standard. Insomma, come sostiene Juan Perelmán, la nazionalizzazione e la creazione della YPFB “è stata il parto doloroso della Guerra del Chaco. Da questa tormentata creatura è nata la Bolivia. YPFB non è nata perché era un buon affare, YPFB è nata come primo atto dell’affermazione della sovranità nazionale, era soprattutto il simbolo della giovane nazione emergente, del suo progetto di sovranità e d’indipendenza economica”.
A posteriori, la tesi della nazionalizzazione, come dice Sergio Almaraz, basò la sua continuità storica nei governi di Toro, Busch e Villaroel, continuità che si interruppe nel 1950 e che si ruppe definitivamente nel 1955 con l’applicazione del Codice Devenport – elaborato secondo le esigenze delle industrie nordamericane - che va a creare un nuovo schieramento di forze intorno agli idrocarburi.
Il Codice Devenport rese possibile l’ingresso di un’altra industria nordamericana nella decade degli anni ’50: la Gulf Oil Company. Nel 1961-62 questa compagnia scopre i giacimenti petroliferi di Caranda, Colpa e Rio Grande. Per questo la Gulf esige dal governo del MNR e di Barrientos il diritto di proprietà del gas e degli oleodotti. Il golpe di Stato pro Nordamerica del generale René Barrientos assicurò la proprietà alla concessionaria, iniziando l’applicazione del “Sistema Maggio”, quel piano che contemplava la consegna totale delle risorse naturali del paese.
Questo processo “desnazionalizzatore” della politica e dell’economia terminò il 17 ottobre del 1969, quando il governo del generale Ovando decretò la fine delle concessioni alla Gulf e nazionalizzò tutti i suoi beni.
Questa determinazione sovrana del governo Ovando restituì al paese il 90% delle risorse del gas finito nelle mani della Gulf. Considerando i 78 milioni di dollari pagati per l’indennizzo e per i conseguenti blocchi finanziari all’economia nazionale, il paese finì con il guadagnare 3.600 milioni di dollari in risorse idrocarburifere.
In sintesi, la nazionalizzazione della Standard e della Gulf Oil fu l’espressione degli scontri della nazione boliviana con l’imperialismo per il valore aggiunto degli idrocarburi, e la dimostrazione tangibile che è possibile ottenere il controllo petrolifero come atto di affermazione della sovranità nazionale.

La Capitalizzazione e la Legge sugli Idrocarburi
Contrariamente a questo processo, la Bolivia ha vissuto la “desnazionalizzazione” dei suoi idrocarburi negli anni ’90. Grazie alla Capitalizzazione e alla Legge sugli Idrocarburi voluta dal governo di Sánchez de Lozada negli anni 1993/1997, la Bolivia ha perso la sovranità e la proprietà delle sue risorse a favore delle multinazionali.
L’obiettivo di queste due leggi fu la “tupakamarizzazione” (lo smembramento) della principale industria petrolifera del paese – la YPFB – che ha causato la maggiore debolezza dello stato senza un’autonomia finanziaria, come il paese coloniale di un secolo e mezzo fa, incapace di assicurarsi le eccedenze economiche della favolosa ricchezza del gas, il cui equivalente in soldi sorpassa i 200.000 milioni di dollari. Una ricchezza favolosa trasferita nelle mani delle compagnie petrolifere.
Si potrebbe dire che con l’emergere della ricchezza del gas, la Bolivia ha scoperto la sua provvisorietà per gli interessi economici e politici che sono in gioco: un dilemma tra tra sparire come colona o lottare per la propria indipendenza.
Sotto questo schema giuridico-economico favorevole alle multinazionali e altamente sfavorevole agli interessi dello stato boliviano, le compagnie si sono opposte alla revisione dei contratti mediante i quali si è giunti alla proprietà degli idrocarburi, sottolineando la “non retroattività della legge” e invocando diritti acquisiti derivati dalle leggi approvate da Gonzalo Sanchez de Lozada. L’unico cammino che si può percorrere, chiarita l’impossibilità di modificare legalmente questo schema, è l’espropriazione. Che vuol dire nazionalizzare gli idrocarburi come misura politica per frenare questo processo di alienazione della economia dello stato, proprio come successe tre il 1936 e il 1969, quando si nazionalizzarono i beni della multinazionale Standard e Gulf Oil.




La lotta per le eccedenze
Il primo argomento a favore della terza nazionalizzazione degli idrocarburi in Bolivia è la lotta per l’eccedente petrolifero dei paesi produttori che ha fatto sì che nella maggior parte dei paesi dell’OPEP e nei principali paesi esportatori di petrolio del Medio Oriente l’industria del petrolio è dominata da grandi compagnie nazionali. Le multinazionali hanno imparato a convivere e negoziare con le compagnie nazionali nell’industria mondiale degli idrocarburi, in più la nazionalizzazione del proprio petrolio ha fatto valere l’indipendenza economica e politica dei paesi produttori come Messico, Arabia Saudita, Venezuela o Iran, rispetto al potere esterno. La Bolivia deve seguire queste norme dell’industria mondiale – rifondando la YPFB – in modo che le imprese nazionali abbiano un ruolo importante nell’offerta di petrolio e gas.
Il secondo argomento è di carattere legale. L’art. 137 della Costituzione Politica dello stato dice che gli idrocarburi sono di proprietà inalienabile della nazione boliviana. Per questo giuridicamente la Capitalizzazione, la Legge sugli Idrocarburi e il Decreto Supremo 24806 – che trasferisce la proprietà dei giacimenti alle compagnie petrolifere- sono illegali e incostituzionali davanti a qualsiasi tribunale, nazionale o internazionale.
Il terzo argomento è economico. Le riserve attuali di gas in mano delle multinazionali ammontano all’equivalente di 208mila milioni di dollari, una ricchezza sufficiente per iniziare un processo di indennizzo alle compagnie per i loro investimenti nel paese -– se ce ne sono dimostrabili. Da un altro lato, la Bolivia non ha mai risolto il suo grave problema di povertà. La nazionalizzazione del gas può eliminare questo problema strutturale che ci pregiudica dall’inizio della Repubblica. E’un enorme eccedente economico e dipenderà dalla unità della nazione boliviana riconquistarlo e collocarlo come condizione per il suo sviluppo.
Il quarto argomento è politico. Dopo la capitalizzazione si è formata in Bolivia una nuova struttura di potere agganciata alla ricchezza del gas. Un potere petrolifero che, per le dimensioni del suo negozio, non si priverà di smembrare il paese per difendere i suoi interessi. Nazione Camba, Nazione Aymara o la Mezza Luna sono alcune espressioni di questa strategia coloniale. In questo senso, la nazionalizzazione è un progetto politico che ha per base la nazionalizzazione delle risorse naturali e la nazionalizzazione di uno stato oggi oligarchico e “trasnazionalizzato”, perché senza sovranità nazionale e popolare non esiste nessuna prospettiva di sviluppo per le condizioni di vita sociale, per la giustizia, uguaglianza e libertà politica. Questo fu il sentimento fondamentale per la nazionalizzazione del petrolio tra il 1937 e il 1969.
All’interno delle lotte di liberazione nazionale per il controllo delle fonti energetiche nel mondo e nella disputa per l’appropriazione della rendita petrolifera, la nazione boliviana deve essere guidata dal dovere di recuperare quello che le appartiene legittimamente e che le è stato rubato dolosamente. Insomma, la Bolivia ha il diritto all’accesso e al controllo delle fonti energetiche –come la maggior parte dei paesi produttori di idrocarburi nel mondo – che equivale a un futuro dignitoso.



Si propone la "nazionalizzazione responsabile" in Bolivia



La Paz - 4 Luglio 2004 (diverse agenzie)


Il presidente boliviano Carlos Mesa questa domenica ha difeso la partecipazione al referendum convocato per la domenica 18 luglio, nel quale si propone una "nazionalizzazione responsabile" degli idrocarburi.

In questo modo il Capo di Stato boliviano, in un discorso alla popolazione diffuso da numerosi mezzi di comunicazione, ha risposto ai settori più radicali che hanno chiamato al boicottaggio della consulta popolare. Mesa ha lamentato che molti dei dirigenti che boicottano il referendum, che hanno lottato in passato per i diritti umani, oggi hanno un atteggiamento "poco democratico".

"Andate e votate", ha dichiarato Mesa invitando la popolazione a esercitare un loro diritto, e a differenza di quanto dicono i suoi detrattori, questo referendum non sarà a beneficio delle multinazionali ma la sua proposta "è una forma di nazionalizzazione responsabile". E per essere più chiaro afferma che "attualmente le multinazionali sono proprietarie degli idrocarburi alla bocca di pozzo, ma con il voto si riacquisterà la sovranità dello Stato sul petrolio e sul gas".
Mesa ha auspicato che tutti i proventi del guadagno dello Stato sulla vendita delle risorse saranno destinati a migliorare le condizioni di vita dei boliviani.

Appoggio del MAS al referendum.

Il Movimento al Socialismo (MAS), il maggior partito dell'opposizione, ha deciso di appoggiare il referendum sul tema del gas boliviano indetto dal governo, anche se ha condizionato il suo appoggio alla "revisione dei contratti con le aziende petrolifere straniere", ha dichiarato questa domenica il suo leader Evo Morales. "La nostra posizione è di non perdere questa opportunità di ampliare la democrazia tramite meccanismi di partecipazione diretta della popolazione e perché è una conquista delle giornate di ottobre", ha affermato il capo politico del MAS da Cochabamba.

Mirko Orgáz García, Giornalista e docente universitario è l’autore del libro "La guerra del gas. Si ringrazia “Tribuna Boliviana” per l’autorizzazione alla pubblicazione e il Prof. Terrazas per averci inviato l’articolo
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