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25-02-2006
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:: SPECIALE BOLIVIA 2006::

Con queste elezioni, con questa investitura, si è scritta una importante pagina di storia del paese andino, e per noi che lo seguiamo da anni, sono stati giorni molto emozionanti. Giorni convulsi, frenetici, pieni zeppi di dubbi, perplessità, domande. Giorni in cui la responsabilità di usare le parole per descrivere questi fatti è stata più forte, più dura, più pesante...
Questo "Speciale Bolivia 2006" - che inauguriamo con il discorso di insediamento a Presidente di "Don Evo" - sarà un punto d'osservazione privilegiato sul cammino che la nazione andina intraprende, proprio a partire dalla vittoria elettorale.


Bolivia: e se fosse la volte buona?

Di Giovanna Vitrano




Un fotomontaggio simbolico dell'investitura di Evo Morales a Tiwanaku il 21 gennaio 2006


Il discorso d'insediamento a Presidente di Evo Morales Ayma
(italiano e spagnolo)
Il discorso del Ministro per gli idrocarburi Andres Soliz Rada
(italiano e spagnolo)


Adesso siamo pronti. Abbiamo approfondito, abbiamo studiato, siamo andati a rileggerci la storia dell'America Latina. Adesso possiamo (almeno ci proviamo) raccontare cosa è successo lo scorso 22 gennaio in Bolivia, cosa ha significato, e non solo per la Bolivia, l'elezione di un nativo originario a Presidente della Repubblica.
Con queste elezioni, con questa investitura, si è scritta una importante pagina di storia del paese andino, e per noi che lo seguiamo da anni, sono stati giorni molto emozionanti. Giorni convulsi, frenetici, pieni zeppi di dubbi, perplessità, domande. Giorni in cui la responsabilità di usare le parole per descrivere questi fatti è stata più forte, più dura, più pesante. Non vogliamo scrivere la storia dei vincitori. Non vogliamo falsare neppure una parola, neppure un gesto. Per rispettare questo nostro compito, abbiamo dovuto prendere le distanze, per quanto è possibile, dalle nostre personali convinzioni, dalle nostre idee, dal nostro essere “occidentali”. Perchè se no non avremmo capito.

Nel settembre del 1957, solo 49 anni fa, la Suprema Corte di Giustizia del Paraguay ha emesso una circolare indirizzata a tutti i giudici del paese in cui veniva certificato che «gli indios sono esseri umani, proprio come gli altri abitanti della repubblica...». Quarantanove anni fa. Perchè un'indagine condotta dal Centro di Studi Antropologici dell'Università cattolica di Assuncion aveva riscontrato che l'80% dei paraguayani intervistati sull'argomento credeva che gli indios fossero «molto simili agli animali».
Quarantanove anni fa. Quanto pensate possa essere cambiata la percentuale in soli 49 anni? Anche se si fosse dimezzata, ci resta un buon 40% di superstizione, di razzismo cieco, di odio. Di egoismo. Di sfruttamento. Un indio, un Aymara, un uomo glabro, con il naso aquilino e con la pelle scura, un uomo che parla con un forte accento dialettale, un uomo che ha le mani callose e che non indossa il doppiopetto oggi è il Presidente della Repubblica dello stato più povero dell'America Latina, del paese più corrotto, del paese più devastato da una natura a volte addirittura perfida. Di uno dei paesi latinoamericani più ricchi di risorse naturali non rinnovabili come petrolio, gas, minerali preziosi come il tungsteno o il rame. Di uno dei paesi più ricchi d'acqua del mondo. È un indio fortunato, perchè ha avuto la possibilità di imparare a leggere e scrivere e perchè ha avuto la possibilità da avere un documento di identità. È un indio che non ha dimenticato, nel corso delle sue prime azioni da Presidente, le sue origini.

Abbiamo ascoltato il suo discorso di insediamento, ascoltando le sue parole a volte sconnesse mentre pensavamo, come sempre, ecco, le solite belle cose, le solite promesse...
La prima, però, l'ha già mantenuta.
«Come è possibile - ha detto - che un parlamentare guadagni al mese più di 20.000 bolivianos (circa 2.500 dollari), come è possibile che un presidente guadagni al mese quasi 28.000 bolivianos (circa 3.400 dollari) oltre alle “spese riservate” mentre lo stipendio medio del suo popolo è di 450 bolivianos (circa 50 dollari)?». Il primo atto del governo Morales, approvato con larga maggioranza, ha decurtato del 50% gli stipendi dei parlamentari. E non solo: il Presidente ha rinunciato alle “spese riservate” e alla diaria, rinuncia che non è stata condivisa e quindi non approvata dal Parlamento. Non importa. Il Presidente della Repubblica, questo è certo, oggi guadagna 15.000 bolivianos al mese (circa 1.900 dollari), diaria e “spese riservate” incluse.
Poi sembra intenzionato a mantenerne un'altra di promessa: recuperare la sovranità sulle risorse naturali.

Il suo ministro per gli Idrocarburi, una vecchia conoscenza di Selvas.org, l'ex nostro collaboratore e ora ministro Andres Soliz Rada, come primo atto del suo mandato ha denunciato per falso in bilancio la Repsol alla Borsa di New York perchè la multinazionale aveva dichiarato come un poprio attivo il valore delle risorse idrocarburifere boliviane. La denuncia non ha avuto corso perchè la Repsol ha immediatamente dichiarato di aver commesso un errore ed ha stornato la cifra dai bilanci prima di depositarli in Borsa.
Adesso il ministro sta lavorando ad un altro piccolo problema: sono scaduti i termini per la firma dei contratti con le multinazionali (quei settanta contratti viziati che il Tribunale Costituzionale aveva dichiarato illegali), contratti che il Ministero degli Idrocarburi di Bolivia non ha alcuna intenzione di riproporre secondo quelle stesse regole incostituzionali.
Incredibile, le compagnie petrolifere in questione non si stanno opponendo. Il perchè lo scopriremo nei prossimi giorni.

Quello che oggi sappiamo è che il Governo Morales è un governo di “novizi”, la maggior parte nativi originari, ma tutti con tanta voglia di cambiare le cose. E le interviste e gli interventi che vi proporremo sono dei veri proclami, sono dei piani programmatici che seguiremo e che verificheremo.
Perchè, nonostante il nostro scetticismo, da qualche giorno a questa parte sempre più spesso ci troviamo a pensare: e se fosse davvero la volta buona?



Il discorso d'insediamento a Presidente
di Evo Morales Ayma



Il parlamento boliviano il 22 gennaio 2006



Questa che segue è la traduzione in italiano del discorso di insediamento di Evo Morales. Un discorso fatto a braccia, che spesso si perde, divaga, che si ripete e che -certamente- non rispetta il protocollo. Abbiamo scelto di non fare alcun lavoro di “edizione”. Abbiamo scelto di riprodurre, il più fedelmente possibile, la spontaneità, la genuinità delle parole di questo presidente indigeno, di questo presidente che non si vergogna di dire “aiutatemi”, che ammette i propri limiti ma che -e tutta l'emozione nella voce ne è prova irrefutabile- sinceramente chiede solo di “governare la Bolivia obbedendo al popolo boliviano”.

Traduzione di
Giovanna Vitrano



Todo el discurso en Español >> en nueva ventana


Grazie.
Per ricordare i nostri antenati, con il suo permesso, signor Presidente del Congresso Nazionale, chiedo un minuto di silenzio per Manco Inca, Tupaj Katari, Tupac Amaru, Bartolina Sisa, Zárate Villca, Atihuaiqui Tumpa, Andrés Ibañez, Ché Guevara, Marcelo Quiroga Santa Cruz, Luis Espinal, e molti altri miei fratelli caduti, cocaleros della zona del tropico di Cochabamba, per i fratelli caduti nella difesa della dignità del paese alteño, dei minatori, di migliaia, di milioni di esseri umani che sono caduti in tutta l'America e per loro, Presidente, chiedo un minuto di silenzio.
Gloria ai martiri per la liberazione!

Signor Presidente del Congresso, Signor Álvaro García Linera; presidenti Capi di Stato presenti, molte grazie per la vostra presenza; organismi internazionali; ex presidenti; al Congresso Nazionale, alla Corte Suprema di Giustizia, ai fratelli e alle sorelle dei popoli nativi dell'America, molte grazie per la vostra presenza.

Voglio salutare da qui tutto il popolo boliviano, ringraziare la vita per la vita che mi ha dato, ringraziare i miei genitori - che riposino in pace -, convinto che mi stanno vicini per aiutarmi; ringraziare Dio, la Pachamama, per avermi dato questa opportunità di condurre il paese. A tutti molte grazie. Grazie a loro sono dove sono, e grazie al movimento popolare, al movimento indigeno della Bolivia e dell'America.
Sicuramente abbiamo l'obbligo di ricordare il movimento indigeno, la situazione nell'epoca coloniale, nell'epoca repubblicana e nell'epoca del neoliberalismo.
I popoli nativi sono la maggioranza della popolazione boliviana, e devo sottolinearlo per la stampa internazionale, affinché gli invitati sappiano: l'ultimo censimento del 2001, il 62.2% dei boliviani sono aymaras, quechua, mojeños, chipayas, muratos, guaranì.

Noi nativi, come racconta la storia, siamo stati emarginati, vilipesi, odiati, disprezzati, condannati all'estinzione. Quella è la nostra storia; questi popoli non sono stati riconosciuti nemmeno come esseri umani, anche perché questi popoli sono i padroni assoluti di questa nobile terra, delle sue risorse naturali. Questa mattina, questa alba, con molto piacere ho visto alcuni fratelli e sorelle cantare nella piazza storica di Murillo, la Piazza Murillo, là dove, come in Piazza San Francisco, 40 - 50 anni fa non avevamo il diritto di mettere piede. 40, 50 anni fa i nostri antenati non avevano il diritto di camminare sui marciapiedi. Quella è la nostra storia, questo il nostro vissuto.

La Bolivia sembra il Sudafrica. Minacciati, condannati allo sterminio, eppure siamo qua, presenti. Voglio dirvi che ci sono ancora presenze di gente nemica dei popoli originari, ma noi vogliamo solo vivere in uguaglianza con essi, e per questo motivo siamo qua per cambiare la nostra storia, questo movimento indigeno originario non è concessione di nessuno; nessuno ce lo ha regalato, è la coscienza del mio paese, del nostro paese. Voglio dirvi, affinché lo sappia la stampa internazionale, che ai primi aymaras e quechua che impararono a leggere e scrivere furono cavati gli occhi, vennero loro tagliate le mani affinché non imparassero mai più a leggere e scrivere. Siamo stati sottommessi, ora stiamo cercando di risolvere questo problema storico, ma non con la vendetta perché non sappiamo portare rancore. E voglio dire soprattutto ai fratelli originari dell'America giunti qui in Bolivia: la campagna di 500 anni della resistenza indigeno- negro-popolare non è stata portata avanti invano; la campagna di 500 anni di resistenza indigeno-popolare cominciata nel 1988… 1989, non è stata fatta invano.

........

Tutto il discorso in Italiano >> Apri la finestra




Discorso del Ministro degli idrocarburi,
Andres Soliz Rada, alla nomina dei suoi viceministri



Il neo Ministro per gli idrocarburi della Bolivia Andres Soliz Rada, nostro ex collaboratore



Riceviamo dall'Autore e pubblichiamo il discorso del Ministro degli
Idrocarburi di Bolivia, Andres Soliz Rada, all'investitura dei suoi
viceministri (2 febbraio 2006)..

Traduzione di
Giovanna Vitrano



Todo el discurso en Español >> en nueva ventana


Autorità chiamate a lavorare al Ministero degli Idrocarburi,
amiche e amici della stampa,

non c'è dubbio che la Bolivia vive momenti rivoluzionari. Lo scorso 18 dicembre ha preso il via una rivoluzione democratica grazie al 54% del suffragio popolare ottenuto da Evo Morales.
La Bolivia, come sostengono i movimenti sociali, ha cominciato a “decolonizzare” la democrazia. I processi democratici non saranno più strumenti delle forze legate alle volontà coloniali con i quali sottomettere la nostra gente, sfruttare le risorse umane e succhiar via le nostre risorse naturali. Adesso la democrazia, grazie ad Evo Morales, grazie al Mas e ai movimenti sociali, sarà la vera forza liberatrice.

Stiamo vivendo, come dice il vicepresidente Alvaro Garcia Linera, giorni simili a quelli del 1952, ma all'interno di un processo democratico che conferisce loro una legittimità incontestabile. Questa rivoluzione non ha inizio con il recupero degli idrocarburi, né con quello dei giacimenti minerari. Questa rivoluzione è iniziata, innanzitutto, con il riscatto del nostro “ajayu” (l'alito vitale degli Aymara, ndt), della nostra anima, della nostra dignità perduta e schiacciata dalle politiche neoliberali.
Senza dubbio, quello che è successo lo scorso 18 dicembre è solo l'inizio. Non voglio dire adesso una sola parola in più, ma neppure una parola in meno di quelle che dirà l'attuale presidente costituzionale della Repubblica, il compagno Evo.

Non vogliamo più padroni. Ma se ci sono industrie che vogliono lavorare in Bolivia come socie, riconoscendo che lo Stato Nazionale è il conduttore strategico della nostra economia, queste hanno il diritto di partecipare alla catena produttiva del settore cui appartengono.
Questa scelta di dignità e di sana ribellione si troverà a far fronte alle reazioni di quanti pensavano che il folle sfruttamento delle nostre risorse poteva durare per sempre, fino al loro esaurimento come è successo per l'argento, lo stagno e il caucciù.
Sappiamo che verranno giorni difficili, ma il paese ha un'arma molto potente, che si chiama Unità Nazionale, e la saprà utilizzare.
Il lavoro da fare è tanto gigantesco che non ci possiamo perdere in cose sì importanti ma che non hanno un simile scopo trascendentale.

Conosciamo le necessità dei precari, degli insegnanti, degli impiegati nella sanità o dei piloti delle Linee Aeree Boliviane. Ma, oggi come oggi, sopra tutte queste rivendicazioni legittime c'è l'urgenza di non indebolire il governo in modo tale da poter resistere alle pressioni esterne. Abbiamo bisogno di una tregua sociale per uscire vittoriosi dalla battaglia che si avvicina. In tutta sincerità dico al prefetto di Santa Cruz, don Ruben Costas, che deve star certo che la politica sugli idrocarburi non si sta facendo a Caracas, ma nemmeno negli uffici delle multinazionali del petrolio. In tutta sincerità dico al prefetto di Tarija, don Mario Cossio, che non è il momento di tirar fuori le nostre differenze. E' un momento simile a quello della battaglia di Villamomentes, quando Chapacos, Cambas, Collas, Aymaras, Quechuas, Guaranies e meticci abbiamo fermato l'esercito di un paese vicino ai confini della Serra di Aguarague, dove si trovano le maggiori risorse della nostra ricchezza di gas.
Il gas è il vero risolutore della nostra economia. Felicemente, la Repsol ha riconosciuto che non può dichiarare alla Borsa di New York come suo il valore del nostro gas. Queste riserve ammontano a circa 200mila milioni di dollari e sono la grande occasione che abbiamo per trasformare la Bolivia da mendicante a paese degno, sovrano e con la capacità di dare ai suoi abitanti un lavoro degno, salute, educazione e benessere.
Il gas deve essere l'input per lo sfruttamento del Mutun, visto che questi giacimenti di ferro non possono essere sfruttati a costo della deforestazione dei nostri boschi.
Il gas deve essere raffinato, il più possibile, in aree separate, in metanolo, termoelettricità, diesel ecologico.

Nei miei primi incontri con gli ambasciatori di importanti paesi e con i rappresentanti delle imprese straniere ho notato segnali di disponibilità ad accettare queste nuove regole del gioco che entreranno in vigore nel paese, i cui regolamenti, date e dettagli saranno esposti dal Presidente della Repubblica.

In questo lavoro di trasformazione, il Ministero degli Idrocarburi è chiamato a giocare un ruolo fondamentale, ragion per cui abbiamo raccolto una equipe capace, onesta e omogenea. Il presidente Evo Morales ha destinato a compiere questo lavoro due diversi professionisti che, ne sono sicuro, saranno all'altezza dell'enorme sforzo storico che ci è toccato vivere.



Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano; analista specializzata per l'applicazione dei diritti umani in Bolivia. autrice del libro "Il gioco dell'assenza - Vivere dentro la cultura mafiosa" edito da Editrice Zona, è tra i fondatori dell'Osservatorio Selvas.org.
E-mail: gioviselvas@interfree.it


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