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13-05-2004
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Ogni ora che passa diventa sempre più preoccupante la già instabile situazione in Bolivia. La nazione andina è a un passo dal caos generale che sarebbe funzionale alla teoria della "mano forte" militare che garantisca la sicurezza nazionale. Il presidente Carlos Mesa è oramai oggetto di critiche, oltre che dai sindacati e dai leader indigeni, anche dai vertici delle Forze Armate. Le enormi riserve di gas sono ancora la miccia che rischia di far esplodere la Bolivia.
Ma a differenza della rivolta popolare dello scorso ottobre che dimostrò la compattezza della protesta, ora in Bolivia si aprono scenari di guerra civile e scontri etnici.

Soffiare Gas sul fuoco del caos

Di Giovanna Vitrano




Le prime tre foto di questo servizio sono di Dado Galdieri - AP; la quarta foto è di David Mercado - Reuters


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:: Appello Associazione Ingegneri Petroliferi e Geologi di Bolivia ::
Pronunciamiento de ingenieros y geólogos
sobre el gas

:: APPELLO da Barcelona (Spagna) ::
Manifiesto por Bolivia

Bolivia - 10 maggio 2004

Ci risiamo. La Bolivia sembra essere tornata a ribollire come le acque dello Stige.
Quello che sentiamo, prima che con le orecchie, con le budella contorte del nostro stomaco, è una gran puzza di bruciato. Gli scenari che si stanno aprendo sono molti. E tutti non sembrano indicare alcun lieto fine. E’ per questo che, al contrario di quanto è nostra abitudine, stiamo riportando ciò che accade adesso, parleremo dei giochi che ancora non si sono conclusi, nella speranza che qualcosa, magari qualcuno, riesca a sentire, riesca ad intervenire, affinchè ciò che si delinea all’orizzonte non accada.
Chi segue le nostre cronache conosce la situazione della Bolivia, uno dei paesi più poveri al mondo e il più povero dell’America Andina. Sa che in Bolivia la schiavitù non è che un modo diverso per non morire e che il mercatod ei bambini è soltanto un suo sinonimo. Chi ha un minimo di familiarità con queste faccende sa anche che la Bolivia è un paese ricchissimo di risorse naturali, il gas primo fra tutti, risorse che fanno gola alle grandi multinazionali quali la Repsol, la Enron e la British LG, vere e propie maestà incontestate in tutto il subcontinente.
E ancora, chi ha seguito solo di sfuggita i fatti di sangue dello scorso ottobre sa che per i boliviani l’esportazione del gas è soprattutto una questione d’onore: lo si può vendere a tutti, ma non ai cileni, colpevoli di aver vinto una guerra fratricida all’inizio dello scorso secolo e di aver privato la Bolivia dello sbocco a mare.
Questo un brevissimo riassunto della situazione. Cosa sta succedendo?

Primo
La Bolivia ha firmato un accordo per l’esportazione di gas in Argentina con il preciso patto che questa non lo rivendesse al Cile. L’Argentina ha chiesto con forza questo accordo perché ha dichiarato, da tre mesi a venire qua, di trovarsi al centro di una pericolosissima crisi idrocarburifera. Praticamente ha giurato e spergiurato di non avere più una goccia di gas naturale e che, stando ai consumi, presto sarebbero rimasti tutti al buio. Ebbene, la Bolivia si impegna a vendere gas naturale all’Argentina a un prezzo strabiliante, addirittura un prezzo più alto rispetto a quello previsto dal mercato internazionale. Proprio in queste ore si scopre che la Bolivia vende ad una multinazionale al solito prezzo bassissimo, questa lo rivenderà solo all’Argentina che, avendo scoperto che la sua crisi si è inaspettatamente rivelata falsa, sarà padrona di vendere il “suo” gas naturale al Cile. Diciamo “suo” perché in effetti, come in Bolivia, il gas argentino è sempre della Repsol.



Secondo
Non si capisce bene perché si stiano organizzando i campesinos boliviani in modo tali da dividere longitudinalmente il Paese in due pezzi. Questo è il problema detto della "media luna" (mezza luna), una operazione politica definita da molti osservatori come tesa a creare divisioni di natura etnica e addirittura razziale tra le componenti sociali boliviane. Lo scenario si mostra complicato visto che da una parte si stanno schierando i campesinos delle montagne, i più poveri, contro i campesinos delle pianure, che sono di meno ma servono tutti "sotto padrone", ossia quei latifondisti che non hanno mai fatto tramontare il sole sulla parola schiavitù. Ebbene, tra questi due eserciti, uno inesistente, l’altro fin troppo ben armato, resiste soltanto la volontà di alcunisingoli uomini che stanno cercando di evitare lo scontro fisico. Causa del contendere: il gas, naturalmente. I primi vorrebbero che lo stato privatizzasse i giacimenti, i secondi, accusando i primi di essere rossi terroristi, cercano invece di spingere la classe politica a (s)vendere il gas al primo acquirente. La situazione è davvero calda.



Terzo
Con un verdetto a sorpresa, la Corte Costituzionale ha deciso che i quattro militari accusati di omicidio per i fatti brutali dello scorso ottobre devono essere giudicati dal tribunale civile e non, come di consuetudine, da quello militare, cosa che avrebbe voluto dire, come nel 99% dei casi, una piena assoluzione in quattro e quattr’otto. Non appena di è saputa la notizia, l’esercito è entrato in fibrillazione e proprio mentre scriviamo il presidente della Repubblica Carlos Mesa è in riunione con i vertici delle forze armate. I generali hanno già dichiarato di riconoscere ancora il Presidente e il suo governo Stato vero e proprio, ma quell’ “ancora” turba non poco.

Quarto
Una spaccatura longitudinale si sta aprendo anche al centro del fronte sindacale, dividendo da un lato la Cob, la Central Obrera Boliviana insieme con la Federazione dei Campesinos, lasciando dall’altro le Coordinadoras con la Federazione dei Cocaleros. Praticamente si stanno dividendo, e con un bel po’ di fracasso, le due forze più grandi del paese, le prime appoggiate a Solanas della Cob e a Felipe Quispe, leader sindacale dei campesinos e leader del partito dell’opposizione del Mip; le seconde rappresentate dal leader della federazione cocalera e al vertice del più grande partito di opposizione, Evo Morales Ayma (MAS) e dai vertici delle due più grosse sigle sociali. Quello che non riusciamo è comprendere, visto che ci sono chiari i movimenti sia di Quispe che di Morales, entrambi occupati ad inseguire strade nuove in vista delle campagne elettorali, è l’evoluzione della Cob, il più grande, il più serio, il più stimato sindacato boliviano, capace di grandi lotte vittoriose in nome della democrazia, ma da un anno a questa parte vittima di una crisi di identità che ne ha stravolto ogni gesto, ogni iniziativa. Non capiamo, infatti, come mai la Cob, con la confederazione campesina, sta gridando quando c’è da cercare accordi, ed ha taciuto quando c’era da gridare, impedendo, per curiosa coincidenza, che si raggiungesse una pax sociale in questi ultimi mesi sempre sfiorata ma mai agguantata.


Fin qui abbiamo disegnato scenari interni. Perché all’esterno non dobbiamo dimenticare che Washington preme per stringere accordi bilaterali, al posto dell’Alca, con la Bolivia, così come pretende che la Bolivia sottoscriva il trattato contro la volontà del Tribunale Internazionale Penale dell’Aia che impedisce a chiunque di commettere atti contrari alla carta di Ginevra. Poi c’è il Fondo Monetario Internazionale che detta le sue regole (o minacce?) prima di monetizzare la promessa di un prestito: tra queste ultime, l’accordo con l’Argentina e la benedetta firma con gli Usa per scambi commerciali decisamente strabici (Mesa, fino ad oggi, ha svicolato ogni aut-aut). E poi c’è il Cile che si arma ai confini meridionali della Bolivia, mentre, in Bolivia, l’intelligence statunitense segnala sempre più numerosi avvistamenti di terroristi islamici. Questa la situazione generale. Attendiamo con preoccupazione i risvolti.


:: Appello Associazione Ingegneri Petroliferi e Geologi di Bolivia ::
Bolivia 10/05/2004 11:01
Pronunciamiento de ingenieros y geólogos
sobre el gas
Al Pueblo boliviano, en especial a los hermanos de los departamentos de Tarija y Santa Cruz.
(Asociación de Ingenieros Petroleros y Geólogos de Bolivia, AIP)



Ante la malintencionada campaña propagandística que vienen realizando las empresas petroleras a través de organizaciones cívicas, Cámara Boliviana de Hidrocarburos - CBH, comités cívicos, y personas advenedizas, no entendidas en la materia como Jaime Barrenechea (MIR, Presidente de YPFB), Herbert Muller (ex - gerente Maxus, ex – Min. de Hidrocarburos), Carlos Alberto López (ADN, ex – Viceministro de Hidrocarburos, representante de empresas petroleras desde CBH), Roberto Ruiz (defensor de empresas extranjeras petroleras y de la exportación, presidente del Comité Cívico de Tarija, desconocido por la población tarijeña y por los dirigentes de la Provincia Gran Chaco), Fernando Illanes ( MNR, ex Ministro de Hidrocarburos), Mario Requena ( MIR, chileno, ex Ministro de Hidrocarburos), Juan Careaga (ex - Min. MNR y coautor de la Capitalización), Hugo del Granado (MIR, asesor del Ministerio de Hidrocarburos), Antonio Araníbar (MBL, ex-Canciller, coautor de la Capitalización, implicado en caso ENRON, Ley de Hidrocarburos 1689, firmante de varios decretos lesivos al Estado, ex – Ministro de Hidrocarburos), Xavier Nogales (ADN, MNR, ex Ministro de Gonzalo Sánchez de Lozada, ex Ministro de Desarrollo Económico, Ministro de Minería e Hidrocarburos), Francesco Zarrati (Físico italiano, ex – asesor en Hidrocarburos del Ministerio de Hidrocarburos, Delegado Presidencial de la Capitalización) y otros que siendo del ramo y autoridades en aquél entonces encubrieron, ayudaron y colaboraron en la enajenación de nuestros Hidrocarburos, y no hicieron nada para su recuperación hasta la fecha de hoy, como son: Ing. Químico Carlos Miranda (MNR, ex - Secretario Nacional de Energía, Superintendente de Hidrocarburos, coautor de la Capitalización y mala fiscalización respectivamente), Arturo Castaños (MNR, ex presidente de YPFB, a quién se lo acusa de haber entregado todo el bagaje de información privilegiada sobre Hidrocarburos a empresas petroleras extranjeras durante la capitalización, socio y representante de PETROBRAS), Mauricio Gonzáles (MNR, implicado en caso ENRON, ex-presidente YPFB durante Capitalización, ex –Secretario de Energía), Freddy Escóbar (MNR, ex Vicepresidente de YPFB, actual Viceministro de Minería e Hidrocarburos), Jorge Berindoague (MNR, ex Secretario de Energía e Hidrocarburos, y coautor de la Capitalización), Delfín Pozo (MNR, ex Superintendente de Hidrocarburos, coautor de la Ley de Hidrocarburos 1689), Hugo Peredo (MIR, ex Presidente de YPFB, se lo acusa de no fiscalizar a empresas petroleras, hoy funcionario de Petrobrás), Carlos Salinas (ADN, ex Presidente de YPFB, ex Secretario de Energía, ex representante de Repsol en Argentina), y autoridades actuales del gobierno (Superintendente de Hidrocarburos, Presidente de YPFB, Ministerio de Hidrocarburos), que de todas las formas posibles pretenden exportar el Gas Natural, en desmedro del interés nacional, y favor de empresas petroleras extranjeras, da a conocer lo siguiente:

Las reservas de Gas descubiertas por YPFB antes de la Capitalización, fueron robados al Estado en complicidad de corruptos, algunos de ellos aún en el gobierno.

Estas reservas pueden ser recuperadas en el marco de la Ley, previa Auditoria Técnico-legal, ya que existen informes de Ingenieros de YPFB que certificaron la existencia de las mismas en su momento (antes de la Capitalización 1997).

El Sr. Carlos Mesa nada está haciendo por la RECUPERACIÓN DE NUESTROS HIDROCARBUROS. Es más, incumplió con la promesa hecha al Pueblo en Octubre de 2003, exportando Gas a Chile por Argentina, y argumentando que es imposible la Nacionalización de los Hidrocarburos junto a su Ministro de Hidrocarburos.

La exportación sea por donde sea, sólo favorece a empresas petroleras extranjeras. Sólo quieren vaciar nuestras reservas en este lapso de 40 años, les quedan 34 años más si no recuperamos nuestros hidrocarburos inmediatamente. Bajo esta Ley 1689, Bolivia sólo gana el 18% y las extranjeras 82% de la producción total. Por eso no es conveniente. Antes de la Capitalización, Bolivia era propietaria de los hidrocarburos, es decir, YPFB dirigía todas las actividades hidrocarburíferas: exploración, explotación, comercialización, transporte, refinación e industrialización y distribución de Gas Natural por redes, y recibía por regalías y participación incluso el 65% - caso Vuelta Grande.

Con la exportación, toda Bolivia se perjudica, sobre todo el departamento de Tarija, en especial la Provincia Gran Chaco (Yacuiba, Villamontes, Caraparí) donde se encuentran las mayores reservas (aproximaadmente el 90% ) de los campos San Alberto, Margarita, Itaú, San Antonio, Sábalo y Madrejones.

Nos alarma de gran manera que el Sr. Carlos Mesa no haya abrogado para estos 84 contratos, los nefastos D.S. 24.419 (Reclasificación de Campos Existentes y Nuevos), que revisándolo, se recupera las reservas de gas, inclusive las de San Alberto; D.S. 24.806 (Contratos de Riesgo Compartido), y D.S. 26366 (Parcelación de Campos de Explotación) viola la misma Ley de Hidrocarburos 1689 en su Artículo 30–emitido por Don Jorge Quiroga y firmado por el Ministro de Hidrocarburos Xavier Nogales. El D.S. 26.366, establece que las empresas petroleras deben perforar obligatoriamente un pozo por parcela en el transcurso de los cinco años después de la Capitalización. Esta disposición ha sido violada, por lo tanto eliminando el 26.366 se puede recuperar los campos Margarita, Itaú y Sábalo.

La Desregulación del precio de los Hidrocarburos significa un incremento de precios. Castiga doblemente a los bolivianos, primero con la subida del dólar, segundo con la subida internacional del Petróleo de Texas, lo que representa un impuesto indirecto que llega a todas las clases con efecto multiplicador. Esta medida es aplicada por el Superintendente de Hidrocarburos, Guillermo Torrez (MNR, ex gerente de YPFB, ex Director General de Hidrocarburos y familiar de Sánchez de Lozada.

El Proyecto de Ley de Hidrocarburos, presentado por Carlos Mesa, no es más que una consolidación de la Ley de Hidrocarburos 1689, cuya vigencia entraría a partir del año 2036. En resumen, es una gran falacia, no habla sobre la recuperación la propiedad de nuestros hidrocarburos, tampoco sobre la industrialización. Habla de un Impuesto Complementario a los Hidrocarburos ICH, que es otro engaño, pues es un sinónimo del SURTAX que jamás se cumplió. De complementario, no tiene nada. El ICH- consiste en cobrar a las petroleras, cada mes, un cierto monto de dinero como un adelanto al impuesto a las utilidades que estas deben pagar cada 31 de marzo. Es decir, supóngase que recaudemos 4 millones de dólares por concepto de ICH y 5 millones de dólares por concepto de utilidades IUE; la diferencia es de un millón. Entonces las empresas sólo pagarían este millón, puesto que ya lo hicieron los 4 millones. En resumen, sólo es una forma que obliga a las empresas cumplir con los impuestos a las utilidades, ya que siempre argumentaron que no tenían utilidades.

Por otro lado, si declaran que no tiene utilidades como siempre lo han hecho, entonces el Estado tendría que devolverles lo anticipado como ICH. Además el ICH, condiciona un incremento al volumen de producción de Hidrocarburos, promoviendo engañosamente la exportación. Es decir, las empresas pagarían estos impuestos ICH en un 32%, sólo a partir del año 2012 (dentro de 8 años), siempre y cuando produzcamos y exportemos 10 veces más de lo que actualmente lo hacemos. En ese lapso de tiempo nos habrán vaciado todas las reservas, y eso debe evitarse por todos los medios posibles. Es un recurso NO RENOVABLE.

En conclusión, desde Oct-03 a la fecha nada cambió, más aún, los autores del robo de nuestros HC, se han reforzado gracias a nuestros muertos, con el aval del presidente, bajo las mismas premisas de los anteriores gobernantes. Asimismo, se observa la falta de voluntad política de parte del Gobierno central, tendientes a la revisión de contratos, recuperación de los Hidrocarburos, correcta fiscalización técnica a las empresas petroleras. Estos aspectos, fueron de conocimiento pleno del Sr. Presidente Carlos Mesa en el momento oportuno, antes de su propuesta de Ley de Hidrocarburos.
En representación: AIPGB
ASOCIACION DE INGENIEROS PETROLEROS Y GEOLOGOS DE BOLIVIA




:: Appello da Barcelona (Spagna) ::
Bolivia 22 aprile 2004
Manifiesto por Bolivia
Carta abierta al Gobierno boliviano

Barcelona, mayo de 2004

Se han cumplido seis meses desde aquellos terribles hechos, demasiado tiempo en un mundo sometido a constantes y vertiginosos cambios… Pero en Bolivia seis meses atrás se vivió uno de aquellos episodios que quedan marcados con letras de fuego en la historia de un país… la Guerra del Gas… ¿o habría que hablar de la Masacre del Gas? Hoy, todo apunta a que la memoria de las víctimas de aquellos hechos quedará en el olvido… Ahora mismo, el hombre que ordenó al ejército disparar sobre población indefensa vive rodeado del lujo en Miami, Estados Unidos. Su nombre es Gonzalo Sánchez de Lozada. Pero eso no es lo peor, la herida que más duele es la de las familias de las 84 personas que murieron bajo las balas de un ejército enloquecido. Niños, mujeres, hombres, ancianos… miembros de un pueblo que pagó un precio demasiado alto para conseguir que el proyecto de venta del gas natural se congelase.

La caída de Gonzalo Sánchez de Lozada, alias Goni, s
upuso el ascenso del vicepresidente, Carlos Mesa Gisbert, multimillonario y amigo personal del primero. A pesar de que se ha mostrado más partidario del diálogo que de la fuerza bruta, Mesa es un ferviente defensor de las políticas económicas implantadas en su día por Goni. La adopción de las “recetas” del Banco Mundial y del Fondo Monetario Internacional sólo se ha traducido en Bolivia en más miseria y desolación para su pueblo, que asiste atónito al constante expolio de sus recursos naturales. La reciente decisión presidencial de vender reservas de gas a Argentina durante un periodo de seis meses –lo que beneficia directamente a transnacionales como Repsol, Total o Petrobras- supone una burla para los bolivianos que perdieron sus vidas por defender la soberanía de este recurso natural. Ante las quejas de los movimientos sociales bolivianos, Carlos Mesa se ha visto empujado a anunciar la fecha del referéndum sobre la exportación del gas -18 de julio-. El Gobierno se ha volcado en el “sí”, utilizando para ello dinero público y silenciando las opiniones de quienes mantienen otros puntos de vista sobre cómo y cuándo debe realizarse la exportación del gas.

Por todo lo expuesto, las entidades abajo firmantes, preocupadas por la falta de respuestas efectivas por parte del Estado boliviano a las demandas de sus ciudadanos, SOLICITAMOS:

1.- Que el Gobierno boliviano dé un impulso definitivo a las indemnizaciones de las víctimas de la Guerra del Gas, tanto a los familiares de las personas asesinadas, como a los heridos. Es necesario, asimismo, que el Gobierno asegure la atención médica a todas las personas que, aún hoy, la requieren.

2.- Que el Gobierno boliviano inicie y apoye todos los procesos judiciales que se encuentren abiertos para extraditar y juzgar al ex presidente Gonzalo Sánchez de Lozada, por su responsabilidad en los trágicos sucesos del pasado mes de octubre. En este proceso, evidentemente, Sánchez de Lozada debería estar acompañado por el antiguo ministro de Defensa, Carlos Sánchez Berzaín, que también abandonó el país junto a él.

3.- Que el Gobierno boliviano asegure las mínimas condiciones democráticas para que el pueblo pueda expresarse libremente en un referéndum sobre la venta del gas. Rechazamos el chantaje emocional al que se está sometiendo desde los medios gubernamentales a la ciudadanía boliviana, en el sentido de que no habría ninguna alternativa a la venta unilateral del gas en las condiciones fijadas por las transnacionales. Solicitamos que desde el Estado boliviano se dé cobertura a las posiciones de las distintas organizaciones sociales que, como la Coordinadora del Gas, tienen puntos de vista diferentes sobre las condiciones de venta. El Estado boliviano debe garantizar el ejercicio de la libre elección a sus ciudadanos.

Adhesiones en
indigenes@mixmail.com

ACAPI – Associació Catalana d’Amistat amb els Pobles Indígenes

ACAPI – Associació Catalana d’Amistat amb els Pobles Indígenes
Cololectiu Can Masdeu
LOT
Ali Supay
Fundació Pau i Solidaritat de CCOO (Comisiones Obreras)
Entrepobles
Cololectiu de Solidaritat amb la Rebelolió Zapatista
Ecuador Llaktakaru
CGT (Confederación General del Trabajo)
Khuskan Atiyku – Castellví Solidari
Amazonia Assemblea de Solidaritat
Comitè de Suport a l'MST
Observatori del Deute en la Globalització
Consell Casal Loiola
Juristas Sin Fronteras
Grup Aqueni, sccl
Cololectiu Ronda, sccl
Associació Tarija de Premià de Mar
Alternativa Solidària – Plenty
Federació Catalana d’ONGD
ComCom, sccl
Cololectiu Punxa l’Orella de Ripollet
Can Vitrines de Ripollet
IC-V (Iniciativa per Catalunya-Verds)


Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano; analista specializzata per l'applicazione dei diritti umani in Bolivia. autrice del libro "Il gioco dell'assenza - Vivere dentro la cultura mafiosa" edito da Editrice Zona, è tra i fondatori dell'Osservatorio Selvas.org.
E-mail: giovitrano@libero.it


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