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Cambiare tutto per non cambiare nulla. E’ questo il risultato di due giorni di fuoco, di una veloce rivolta popolare che ha allungato l’elenco delle vittime per la democrazia in Bolivia senza riuscire ad ottenere nulla di più.
Se la matematica non è un’opinione…

Il gattopardo d'oltreoceano
Di Giovanna Vitrano



Tutte le foto di questo servizio sono tratte da http://bolivia.indymedia.org e http://argentina.indymedia.org di sebastian hacher / pablo indio ((i))

:: STAMPA in BOLIVIA ::
Los Tiempos
El Diario
La Razòn


Bolivia - 17/02/2003

“… En Bolivia no es lo mismo que en argentina pero es la insatisfaccion de todas las personas que ven que el pais es de unos cuantos no es de todos los bolivianos... tu entiendes, es de la clase politica, no hay trabajo y si hay es poco pagan `poco hay muchos campesinos que ganan poco dinero viven mal, no tienen acceso a la eduacion, es la impotencia del pueblo, que sabe que sus gobernantes son corruptos, y el gobierno solo piensa en quedan bien con los Estados Unidos el FMI y solo ve eso, que el gobierno no `piensa en la gente pobre en la gente que no tiene dinero ni oportunidades, tu entiendes, yo no estoy de acuerdo con la violencia , pero si cuando alguien no esta deacuerdo con algo es normal que manifieste que no esta deacuerdo… un saludo para ti, espero escribirte pronto noticias mas bonitas pero la realidad es la realidad”.

Non c’è bisogno di tradurre questo brano tratto da una e-mail girata a Selvas. L’autore non è certo un giornalista, o un analista economico. E’ Nancy, una studentessa universitaria di Santa Cruz a riassumere –con tutta la crudele ingenuità di cui può essere capace una ragazza più interessata alla musica pop-melodica che ai problemi politici del suo paese. Pero la realidad es la realidad, scrive, mettendo nero su bianco la sua rinuncia all’ottimismo. Così come l’hanno messa da parte i grandi, i suoi concittadini che, tra il 12 e il 13 febbraio scorso, hanno dato fuoco alle polveri da tempo accumulate sotto il Palazzo del Governo in Plaza Murillo, a La Paz.
Nancy accenna alla impotencia del pueblo causata dalla mancanza di istruzione. Una impotenza che esplode con i saccheggi dei giorni scorsi, con il non voler stare più ad ascoltare le parole che giungono dai piani alti, siano essi del governo che dell’opposizione di Evo Morales, siano essi della Chiesa o dell’Assemblea per i Diritti Umani. I boliviani si sono accorti di essere in riserva di dignità. E i 40 morti negli ultimi due mesi riforniscono di rabbia chi non può lottare con altro.


SEGNALI DALL’ETERE
“Dal 13 gennaio, da quando sono iniziati i blocchi dei cocaleros, il clima di tensione sociale è cresciuto come se fosse una palla di neve. La divisione dei diversi settori sociali è finita, dando corpo ad uno strumento di pressione che ha visto marce di protesta nelle strade, code lunghissime di persone dirette alla sede del governo, crocifissioni, blocchi stradali e l’ammutinamento delle forze dell’ordine. Produttori di coca del Chapare e degli Yungas, possidenti e pensionati, contadini e colonizzatori, insegnanti di città e di campagna, universitari, minatori e in ultimo poliziotti sono stati i protagonisti delle azioni che in alcuni casi sono riuscite ad ottenere delle risposte dal Potere Esecutivo, costretto a firmare degli accordi come nel caso dei pensionati che hanno ottenuto il mantenimento delle loro pensioni, con tanto di interessi dovuti”. Così un articolo pubblicato su un quotidiano, un articolo che sorprende per la chiarezza, per i termini netti, per l’insolita determinazione nel chiamare le cose con il loro nome. Il vero segnale di un possibile cambiamento in un paese dove i morti, purtroppo, non hanno mai avuto alcuna risposta tangibile.
Un segno come quello della notizia dei franchi tiratori sui tetti delle case e delle chiese che si affacciano sulla Plaza Murillo a La Paz e sulla piazza di Cochabamba, franchi tiratori portati e prelevati da elicotteri la cui opera è rimasta impressa nelle pellicole di cineoperatori per un girno liberi dalla censura imposta dalle regole di Otto Reich, il mago dell’informazione spedito in Bolivia da Washington.
Regole che non hanno impedito ai giornalisti di scrivere che i massacri in due mesi di lotte sociali sono stati “determinadas por organismos extranjeros que son causantes del desastre económico mundial”. E’ ancora presto per pretendere che si attacchi l’FMI chiaramente, ma già questa frase è un successo. Così come lo è l’attacco ai politici al governo che “respondieron al movimiento reivindicativo del 12 de febrero "permitiendo" un despliegue militar tan asesino y cobarde que incluye francotiradores invadiendo tejados y terrazas de iglesias y edificios públicos”.



LE VERITA’ NELL’OMBRA
Di più, dalle fonti ufficiali, non si può chiedere. Allora, per capire, per cercare di vedere quale sarà la strada che questa lotta imboccherà, non resta che seguire i sentieri fino ad ora percorsi, sentieri nascosti sui quali si incontra chi, ogni giorno, cerca di far valicare le Ande alle notizie che possono essere oggetto di censura, di manipolazione. Su questi sentieri si vocifera che è stato l’annuncio di Felipe Quispe, ex leader del movimento sindacale dei campesinos e oggi esponente di uno dei partiti dell’opposizione, di volersi unire alla mobilitazione della società civile a costringere il Governo a negoziare con il nuovo Stato Maggiore del Popolo. Così, lo scorso 28 gennaio, è stato firmato un Atto di Intendimento tra il Gabinetto Ministeriale e i rappresentati di questo Stato Maggiore e i loro sostenitori (Assemblea Permanente per i Diritti Umani in Bolivia, Chiesa e Defensor del Pueblo), un Atto che include tutta una serie di lavori per la soluzione dei grandi problemi: Gas e Idrocarburi, Capitalizzazione, Alca, Terra e Territorio, Coca, Presupposti regionali e settoriali, Stabilità dell’impiego, Fondi vitalizi e altro.
In due settimane di lavoro, però, non si è prodotto altro risultato se non l’ennesimo cumulo di chiacchiere sotto la costante minaccia della mobilitazione.

LE VERSIONI UFFICIALI
Parlando di chiacchiere, non sono da sottovalutare quelle del governo di Goni Sanchez, che aveva annunciato la necessità di forti aggiustamenti nel Presupuesto General della Nazione per il 2003 al fine di ridurre il deficit fiscale che nel 2002 aveva raggiunto l’8%. E’ noto che il Fondo Monetario pressava il governo per ridurre il deficit al 3,5%, tasso che in nessun caso dovrebbe superare –per accedere ai prestiti mondiali – il 5,5%. Per raggiungere questo risultato il Fondo ha indicato a La Paz due possibilità: o aumentare il prezzo degli idrocarburi (venduti per pochi centesimi a multinazionali statunitensi, ndr) o aumentare le tasse. Il governo, ovviamente, ha scartato la prima ipotesi, parlando solo di un possibile aumento dell’Imposta Speciale sugli Idrocarburi e dei suoi derivati (in questo modo il costo, molto basso a dire il vero, del congelamento dei prezzi relativi a gas naturale e petrolio avrebbe dovuto essere a carico delle imprese petrolifere, ndr), aumento che, sommato al ricavo dell’impuestazo, avrebbe dovuto portare nelle casse dello stato 39mila milioni di bolivianos, una cifra che avrebbe permesso l’attuazione di alcuni pezzi del Plan Bolivia, quelli denominati “Obra con Empleos”, opera e impieghi.



LE ANALISI E UN PO’ DI CONTI
Tutti gli analisti economici, però, hanno sottolineato, sempre lungo quel sentiero in cui si discute ufficiosamente, come, dando corso alle regole del FMI, si sarebbe ottenuto come unico risultato recessione e disoccupazione, perché riducendo la capacità di consumo dei cittadini si produce una riduzione delle transazioni e la crescita della mora bancaria, con il risultato finale di un peggioramento dell’economia e un aggravamento della crisi.
E dopo l’insulto, la beffa. Il governo ha giustificato l’impuestazo parlando di una suddivisione del peso della manovra economica. Peccato che nessuna tassa risulti essere a carico del Presidente e dei parlamentari della maggioranza che guadagnano 30mila bolivianos al mese, dei ministri che ne guadagnano 29mila, dei viceministri che ne guadagnano 22mila, e dei tanti sovrintendenti che guadagnano anche più del Presidente, senza contare i vari bonus e altre prebende cui questi signori hanno diritto.
E c’è di più. Per mettere insieme i circa 40mila milioni di bolivianos, circa sei milioni di dollari, il governo ha deciso di non fare affidamento alcuno sulla caccia agli evasori fiscali. Al momento in Bolivia sono in corso 1.068 procedimenti penali per una cifra complessiva pari a 523 milioni di dollari, molto ma molto di più di quanto occorre per annullare il debito del Paese. Da segnalare che il maggior evasore boliviano è tale Johnny Fernandez, candidato presidenziale alle ultime elezioni.
Il governo ha anche scartato la proposta dello Stato Maggiore del Popolo che proponeva di raddoppiare le regalìe petrolifere, passando così dal 18 al 37%, recuperando così le azioni del Fondo di Capitalizzazione Collettiva.
C’è stato anche chi ha suggerito di mettere le mani sui fondi neri, fondi che dovrebbero raggiungere la bella cifra, calcolata per difetto, di quasi 1.200 milioni di dollari all’anno. Ma, ovviamente, questi soldi non esitono.

I PROSSIMI PASSI
“Nel quadro di una politica alla ricerca del necessario appoggio economico per l’implementazione del Plan Bolivia – Obras con Empleos per cercare di portare avanti il processo di recupero economico, il ministro delle Relazioni Esterne Carlos Saavedra Bruno, quello dello Sviluppo Sostenibile José Guillermo Justiniano, e il viceministro della Inversione Pubblica Roberto Camacho, si sono recati a Washington la notte del 14 febbraio, come era previsto dall’agenda del Governo”. Così una notizia in breve pubblicata dal quotidiano di Cochabamba Los Tiempos. Una notizia che la dice lunga, però, sull’impatto che le manifestazioni dei giorni scorsi hanno avuto sulla politica interna boliviana: è stato cambiato tutto per non cambiare nulla.



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AMNISTÍA INTERNACIONAL
COMUNICADO DE PRENSA
Índice de AI: AMR 18/002/2003 (Público)
Numero del Servicio de Noticias: 033


14 de febrero de 2003

Bolivia: El Estado de Derecho no debe debilitarse frente al conflicto social

Las autoridades bolivianas deben tomar medidas inmediatas para restaurar el orden dentro del estado de derecho y garantizar el respeto a los derechos humanos, declaró Amnistía Internacional.

La protestas públicas del 12 y 13 de febrero han producido enfrentamientos con el ejército que han dejado un saldo de más de 20 muertos en la ciudad de La Paz y aproximadamente 100 héridos en varias ciudades del país. Las protestas originalmente fueron iniciadas por cuerpos de la Policía Nacional Boliviana, a las que se han unido varios sectores de la sociedad boliviana, a raíz de recientes políticas económicas del gobierno.

"Los acontecimientos deben ser investigados sin demora y quienes resulten responsables deben ser llevados ante la justicia. El accionar del ejército -- que parecería indicar el uso excesivo de la fuerza -- y la denunciada presencia de francotiradores durante los luctuosos hechos de estos días, ameritan una investigación inmediata e independiente," dijó Amnistía Internacional.

"La acción inmediata de las autoridades frente a la convulsión social que agita el país será decisiva para garantizar el pleno respeto de los derechos humanos."

La organización de derechos humanos instó a las autoridades bolivianas para que aseguren que los agentes encargados de hacer cumplir la ley en el contexto de manifestaciones y disturbios se apeguen estrictamente a las normas internacionales sobre el uso de la fuerza y de las armas de fuego.

"Es la responsabilidad del gobierno evitar que la convulsión social que se registra en Bolivia adquiera proporciones mayores -- pero también es tarea de todos los demás sectores políticos y de la sociedad civil contribuir a este logro."

Amnistía Internacional hizó un llamamiento a las autoridades y a la sociedad boliviana en general, para que se recuperen vías de diálogo que ofrezcan soluciones a corto y largo plazo asi como el fortalecimiento del estado de derecho.

"El debilitamiento del estado de derecho puede degenerar en violaciones de derechos humanos aún mas graves," advirtió Amnistía Internacional.

"El principio conductor de las soluciones al conflicto actual debe ser el pleno respeto por los derechos humanos."


Si desean más información, pónganse en contacto con la oficina de prensa de
Amnistía Internacional en Londres, UK, on +44 20 7413 5562
Amnesty International, 1 Easton St., London WC1X 0DW. web: http://www.amnesty.org

For latest human rights news view http://news.amnesty.org


Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail:
giovitrano@libero.it




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