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Nonostante sembra che non succeda niente, tra le strade boliviane la gente avverte una strana elettricità nell’aria. E non è certo odore di tempesta: è puzza di guerra.

La guerra del gas non è finita

Di Giovanna Vitrano





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SOMMARIO
I primi segnali

Uno strano 25 marzo

Truppe al confine

Arriva la cavalleria

:: ULTIM'ORA ::
La Coordinadora del gas chiama alla resistenza civile

Bolivia - 21 Aprile 2004

“La situazione peggiora ogni giorno di più… E quello che si vede in giro, quello che si sente, quello di cui si racconta lascia prevedere che il futuro del mio paese, adesso, non va al di là di qualche settimana… Perché c’è troppa confusione, troppa carne al fuoco e quando qui le cose diventano meno chiare del solito, ho preso la buona abitudine di mandare mia moglie e i miei figli in campagna, dai miei suoceri. Sono là già da un paio di giorni. Di più, non posso dire… né per telefono né per e-mail.”
Chi ci scrive queste parole, ovviamente, non vuole che si faccia il suo nome. Non è un politico o un sindacalista. E’ solo un impiegato, incontrato per strada su internet, una di quelle persone con cui si finisce per scambiarsi informazioni, saluti, ricette e barzellette, senza mai essersi incontrati, così, per e-mail. Lui a fare i conti con l’autunno, noi in attesa di una primavera troppo in ritardo.
Vive a La Paz ed ha la fortuna di lavorare tra chi fa cultura e, in qualche modo, la storia di questo paese. Legge i giornali, ascolta le persone,va alle assemblee ma non alle manifestazioni. “Perché là c’è sempre il rischio che qualcuno spari”, dice.
Adesso è preoccupato. Di più, è spaventato. Ha mandato la famiglia in campagna. E quello che ci racconta, i documenti che ci spedisce ci fanno capire perché.

I primi segnali
Per meglio seguire l’evoluzione dei fatti in Bolivia, è necessario riassumere adesso alcuni passi importanti.
Bisogna ricordare che ad ottobre il nuovo presidente Carlos Mesa ha promesso, per pacificare la mobilitazione popolare e la sua “guerra del gas”, di indire un referendum sul tema di una possibile esportazione di gas in Cile e verso altri mercati, precisamente quello messicano e quello statunitense. Andato a monte il progetto con la Pacific Lng, Mesa non ha certo nascosto di voler mantenere in vita il piano di vendita del tesoro boliviano, il gas appunto, unica speranza di riassestare le casse dello stato. Dello stesso suo avviso le multinazionali Enron, Repsol (in tutta l’America latina non esiste altra possibilità di muovere gas o petrolio se non facendo riferimento alla Repsol e ai suoi gasdotti, ndr) e BG, la vecchia British Gas. Queste controllano saldamente il mercato del gas, dalla ricerca al trasporto, in Bolivia, Argentina, Cile e Uruguay.
Poi sappiamo che molti politici boliviani, legati all’ex presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, non hanno mancato mai di far pressione al nuovo governo Mesa per mettergli il classico bastone tra le ruote, in pieno accordo, pare casualmente, con le direttive chiaramente espresse dall’ambasciatore statunitense in Bolivia, David Greenlee. Un esempio di questa affinità elettiva lo si può leggere in quanto è successo proprio nelle ultime settimane negli Yungas, dove i cocaleros si sono dovuti barricare nelle strade per impedire la costruzione di un nuovo fortino antidroga, La Rinconada, pagato con fondi statunitensi proprio mentre Mesa discuteva di approvare la coltivazione del Kato di coca (un’area pari a 1600 metri quadrati) e il blocco della distruzione forzata delle coltivazioni mentre si apriva un tavolo di trattativa tra i cocaleros e il ministro per il Governo (una sorta di ministro degli Interni) Alfonso Ferrufino.
E le ingerenze di Greenlee e del suo governo sono diventate chiare proprio nel corso di una riunione con Ministro degli Esteri per ratificare il trattato contro il ricorso alla Corte Penale Internazionale per eventuali abusi di militari statunitensi, trattato non ancora ratificato da Mesa e dal suo governo.
“Uno di questi giorni, la ratifica la otterremo, perché è nostra intenzione collaborare con la Bolivia”, ha dichiarato Greenlee, proprio mentre il Fondo Monetario Internazionale bloccava l’ennesimo prestito accordato a La Paz senza uno straccio di motivazione.



Ma ci sono chiacchiere che aggiungono pepe. Si dice, si dice, che l’intelligence statunitense stia lavorando in accordo con quella cilena e israeliana per destabilizzare il governo di Carlos Mesa allo scopo di impedire il referendum, l’attivazione della Assemblea Costituente (anche questa promessa dagli ultimi tre governi ma mai messa in pratica) e, soprattutto, il varo di una nuova legge sugli Idrocarburi, legge già presentata da Mesa ma non approvata da quasi l’intero Parlamento, che permetta l’esportazione del gas al Cile. Si dice, si dice, che ci siano allo studio per tre piani concreti, tre modi diversi per giungere a qualcosa che, sotto qualunque forma si presenti, si può chiamare soltanto con un nome: golpe.

Uno strano 25 marzo
Secondo quanto sarebbe stato scritto in documenti arrivati nelle mani delle forze dell’ordine boliviane, l’obiettivo di questi piani sarebbe “provocare la reazione delle forze sociali per creare caos e scontri interni” atti a giustificare l’ingresso di truppe cilene in territorio boliviano che, con l’appoggio dei marines statunitensi già presenti in Bolivia, avrebbero il compito di “riportare l’ordine nel paese”. Un movimento che ci sta con i fatti di cui siamo a conoscenza, tra questi le pressioni statunitensi al governo uruguayano affinché mandi le truppe in Irak, la corsa al riarmo del governo Lagos e le manovre militari proprio al confine tra Cile e Bolivia. Mettiamoci poi pure gli strani scioperi dei cileni di Arica, indignati dal fatto che quel pezzetto di costa –forse- dovrebbe essere restituito ai boliviani… Peccato che non ci risulta (e abbiamo cercato, oh sì se lo abbiamo fatto!) che il popolo cileno abbia qualcosa in contrario alla convivenza con i boliviani ad Arica. Anzi, diciamo che sembrano molto più interessati al clima che all’argomento mare.
Tornando alle manovre occulte, si dice, si dice, che quello di Haiti non sia stato altro che una opportuna prova generale di quanto potrebbe accadere in Bolivia, visto che le operazioni sarebbero comandate da “militari, capi di polizia e dall’ambasciata americana”. Sempre secondo questi bene informati, la situazione si è complicata, e postergata, a causa di “alcune reazioni patriottiche di militari che non hanno obbedito agli ordini ricevuti per il 25 marzo scorso”. Nella lista di questi capi ci sarebbero alcuni generali dell’esercito come Miguel Vidaurre, Luis Vargas e Orlando Paniagua, oltre a una decina di colonnelli di polizia, tutti legati all’ex ministro della difesa Carlos Sánchez Berzaín, accusato di genocidio per i fatti di febbraio e ottobre 2003, esiliato negli Stati Uniti, forse anche lui a Miami. E come dicevamo prima, ci sono quei movimenti strani di truppe nel Cile del nord, almeno 500 effettivi con relativi blindati. Gli abitanti della zona di Uyuni, a due passi dal deserto salato, hanno già denunciato le incursioni cilene, arrivando a “scontrarsi con la popolazione perché si comportano come fossero loro i padroni di casa”.



:: Carta abierta al Sr. Carlos D. Mesa presidente de la República ::
Tratto da EL DIARIO - 4 Marzo 2004
Lettera denuncia sul Gas
Firmata da:
Jaime Solares: CENTRAL OBRERA BOLIVIANA
Juan Melendres: Roberto de la Cruz: CENTRAL OBRERA REGIONAL DE EL ALTO
Jorge Alvarado: DIPUTADO DEL MAS
Oscar Olivera: COORDINADORA DEL GAS
Enrique Mariaca: CODEPANAL NACIONAL
Dr. Remo Di Natali: COMITÉ PATRIA Y SOBERANIA
Danilo Montenegro: FEDERACION DE TRABAJADORES EN RADIO Y TELEVISION
PRESIDENTE DE LA BRIGADA PARLAMENRARIA DE COCHABAMBA
Francisco Guzmán: FEDERACION DEPARTAMENTAL DE JUNTAS VECINALES DE COCHABAMBA
Federico Pinaya: FEDERACION DEPARTAMENTAL DE MAESTROS
Omar Fernández: ASOCIACIÓN NACIONAL DE REGANTES
Ramiro Bolañas CONALTAVIS

CEDIB, OTBs, Grupo GAMS, Tinku Juvenil, organizaciones estudiantiles; Colegios de profesionales, UNIBAMBA, Federación de Mujeres Campesinas Bartolina Sisa, FOBOMADE y otras y personalidades.
Truppe al confine
Cosa sappiamo di certo? Conosciamo i movimenti delle truppe cilene.
Dal 24 al 30 ottobre 2003 più di 500 veicoli militari si sono radunati a Iquique (Huara) a circa 100 chilometri da Pisiga. Normali esercitazioni.
Dal 1° al 10 novembre 2003 più di 100 veicoli blindati e carri di assalto si sono spostati da Huara a Colchane (a 7 km. Da Pisiga) con 3000 uomini, un primo spostamento visto che da questo momento in poi a Colchane sono giunti tutti i battaglioni di artiglieria che si erano fermati a Huara.
A fine febbraio 2004 si erano spostati almeno 20.000 uomini per “controllare la frontiera” da Colchane.
La prima settimana di Marzo a Colchane sono giunti circa 100 camion pieni di “equipaggiamento”.
Tra il 12 e il 14 marzo dal nord di Santiago del Cile sono partiti 400 blindati tipo “Alacran” alla volta di Huara. Gli Alacran possono colpire fino a 3500 metri.
Il 22 e il 23 marzo all’aeroporto di Iquique sono atterrati Hercules e aerei da combattimento oltre ad altri 3000 uomini delle forze scelte, di cui 500 sono stati fatti proseguire per Colchane. Ad oggi si stima che a Colchane siano stanziati almeno 31000 uomini dell’esercito cileno.
Lunedì 29 marzo sono partiti da Huara per Colchane due colonne di veicoli, 25 cisterne e 28 camion coperti, pieni forse di equipaggiamenti e vettovaglie.

A, B e C
Si dice, si dice, che questo sia il piano A. Il piano B parla di pressioni per giungere ad elezioni anticipate, proprio come candidamente ammesso dall’ex presidente ad interim Jorge Quiroga che non si vergogna di dichiarare che sta lavorando “per portare le elezioni a maggio o giugno 2005… per impedire che si faccia , con queste premesse, l’Assemblea costituente, che non si modifichi la legge sugli Idrocarburi presentata da Mesa e che si neghi il gas al Cile”.
E c’è un piano C. Protagonista il presidente Leopoldo Fernández, dell’ADN, lo stesso partito di Quiroga, il partito fondato da Banzer, che chiede la chiusura del Congresso Nazionale o il suo scioglimento. Questo, quando ci sarà il cambio di direttive all’interno del Potere Legislativo, significherebbe lasciare il paese senza Presidente né vicepresidente in carica, lasciando le funzioni di presidente della repubblica al presidente del senato, cioè a lui.
Tutto questo, però, non è soltanto un “si dice”. Lo scorso 26 marzo il generale Luis Aranda Granados, comandante in capo delle Forze Armate, ha rilasciato un’intervista ad una televisione locale nel corso della quale ha dichiarato che “generali, colonnelli e militari di rango inferiore anche in servizio passivo cercano di destabilizzare il governo del presidente Carlos Mesa, in accordo con alcuni partiti politici e movimenti sindacali”. Da qui la denuncia di Evo Morales e la richiesta del segretario del Mir Marco Antonio Oviedo che il ministro della Difesa Gustavo Arredondo spiegasse in parlamento il significato di quella dichiarazione. L’intervento di Arredondo non è mai stato registrato nel calendario del parlamento boliviano, quindi non c’è ancora stato.

Arriva la cavalleria
E poi c’è l’immancabile partecipazione degli Stati Uniti. Recentemente, l’Agenzia di Cooperazione USAID ha dato il via al progetto di “sviluppo sociale e democratico” nella città di El Alto, città da cui ha preso il via la guerra del gas dello scorso ottobre. In cosa consista precisamente questo progetto non è molto importante. E’ importante quello che ne pensa la gente. La “gente” dice “si tratta in realtà di un modo di comprare la gente, di cambiare le loro posizione in altre meno radicali e più favorevoli alla politica statunitense, come per la vendita del gas…”. A dar man forte a ciò che dice la gente è arrivata la denuncia di Oscar Olivera, dirigente sindacale, da Leonilda Zurita, dirigente cocalera del Chapare e dal difensore dei diritti umani Luis Sánchez. Nel testo di questa denuncia si parla di un'intromissione del National Democratic Institute for International Affaires e dall’International Republican Institute. Entrambi, si legge, hanno lavorato attivamente all’interno di azioni destabilizzanti contro il governo Chavez in Venezuela. E visto ciò che è successo, Olivera, Zurita e Sánchez affermano che “non c’è il minimo dubbio che l’IRI sta realizzando in Bolivia attività simili a quelle fatte in Venezuela per quanto riguarda gli Idrocarburi, finanziando gruppi che sembrano non avere niente a che fare con le multinazionali del petrolio ma che fomentano gli animi diventando i migliori amici dei nemici della Bolivia”.
Come rintuzzare, a questo punto, i sospetti avanzati dai rappresentati della società civile boliviana che parla di “gruppi stranieri legati alle banche delle compagnie petrolifere che stanno armando tutta una strategia per disegnare un nuovo scenario per asservire il popolo boliviano”?
Magari tutto questo si risolverà in una serie di notizie velenose artatamente messe in giro da fondamentalisti antiamericani. Il problema sta nel fatto che, se lo abbiamo scritto, vuol dire che i conti, fatti in questo modo, tornano tutti.


:: ULTIM'ORA ::
Bolivia 22 aprile 2004
La Coordinadora del gas chiama alla resistenza civile



Dopo aver appreso la notizia che Carlos Mesa, presidente della repubblica di Bolivia, e Néstor Kirchner, presidente dell’Argentina, hanno firmato il 22 aprile l’accordo per la compravendita del gas naturale boliviano, Oscar Olivera, dirigente sindacale della Coordinadora de Defensa del Gas, ha chiamato a raccolta le organizzazioni sociali e la popolazione intera a una “resistenza civile”. I dirigenti sindacali e una folta rappresentanza della Coordinadora, pubblicamente e come inequivocabile segno di rifiuto, hanno bruciato la proposta resa pubblica dal governo in merito ad una possibile modifica della legge sugli Idrocarburi. “Il governo sta bruciando il futuro dei nostri figli e dei figli dei nostri figli avendoci negato il gas che adesso risolverà la crisi energetica cilena mediante la complicità dell’Argentina”: queste le parole riportate da alcune agenzie che dovrebbero essere state espresse direttamente da rappresentati della Coordinadora.

“Noi dirigenti siamo pronti alla resistenza civile, non possiamo sopportare una scelta simile, di questa portata, resisteremo tutti insieme con il popolo, e se sarà necessario metteremo in gioco anche le nostre vite”, ha detto Olivera che ha aggiunto: “Ci stiamo accorgendo che l’ambasciata statunitense e le forze armate cilene sembrano molto interessate alla possibilità di occupare il paese, proprio come è successo ad Haiti; ma noi siamo pronti alla resistenza civile per difendere la democrazia”.
Olivera ha anche affermato di non sentirsi solo, visto che può contare sull’appoggio di un movimento sociale molto numeroso, sindacati compresi oltre a un intero popolo che già nello scorso ottobre ha dimostrato quanto sia in grado di difendere il proprio paese.
G.V.

Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano, è tra i fondatori di selvas.org.
E-mail: giovitrano@libero.it


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