Guerra civile in Bolivia? Non esattamente. Questa è la conseguenza delle politiche economiche del Fondo Monetario Internazionale. Polizia e Squadre Speciali scendono in piazza contro l'ennesimo taglio salariale imposto dal governo di Sanchez de Lozada. Con loro si schiera tutta la società civile boliviana. Il governo manda l'esercito e i carri armati. Una ventina i morti ufficiali nelle prime 24 ore di scontri in tutto il paese. Oltre cento i feriti.
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Di Giovanna Vitrano

Tutte le foto di questo servizio sono tratte da http://bolivia.indymedia.org e http://argentina.indymedia.org di sebastian hacher / pablo indio ((i))
Bolivia - 14/02/2003
Diciotto di morti ufficiali e oltre un centinaio di feriti. Questo il risultato delle prime 24 ore di manifestazioni contro l'impustazo, la "manovraccia", l'ennesima tassa voluta dal governo boliviano per ridurre l'inflazione dal 9 al 6% come richiesto, per dare corso all'ultimo dei prestiti accordati, dal Fondo monetario internazionale.
L'esistenza dell'impustazo, cioè un taglio agli stipendi pubblici fino al tetto del 10,3%, è stata resa nota dal governo boliviano l'11 mattina quando è stato reso noto il Presupposto Generale per la Nazione (PGN) 2003, una sorta di manovra economica ideata proprio per rispondere alle richieste dell'FMI, richieste che contemplano, appunto, una forte riduzione dell'inflazione. La stessa richiesta fatta, un paio di anni orsono, al governo argentino, causando il tracollo dell'economia del paese sudamericano.

LA GOCCIA E IL VASO RICOLMO
Dopo un mese di gennaio listato a lutto per la decina di morti causate dai blocchi stradali e dagli scioperi organizzati da quasi tutta la società civile boliviana, questo febbraio - con il suo impustazo - ha dato fuoco alle polveri. A scendere in piazza per primi i poliziotti con le loro famiglie che, già dal mese scorso, chiedevano al governo un aumento salariale di almeno il 40% (uno stipendio medio boliviano è di circa 880 bolivianos, circa 130 dollari al mese), aumento giustificato anche dal maggior pericolo corso dalle forze dell'ordine in questo periodo di forti tensioni sociali.
La manifestazione dei poliziotti ha colto il governo di sorpresa, così come una sorpresa è stata la partecipazione alle manifestazioni delle forze speciali di sicurezza, i GES, più conosciuti come dalmatas, ovvero le truppe meglio armate e meglio addestrate del paese.
Poche ore dopo l'inizio della manifestazione in Plaza Murillo, la piazza di La Paz sulla quale si affaccia il Palazzo del Governo, accanto ai poliziotti si sono schierati i dalmatas con le loro armi, pronti a rispondere alla repressione operata dall'esercito.
In meno di dieci ore, si contavano già 15 morti e più di ottanta feriti.
I distretti di polizia 2 e 4 di La Paz si dichiaravano ammutinati, così come, nel frattempo, i poliziotti in servizio al carcere di Palmasola nella città di Santa Cruz. I dalmatas chiamati ad intervenire nelle città del paese, da Cochabamba a El Alto fino a Potosì, si sono schierati con i manifestanti, così come hanno fatto, in pochissimo tempo, gli insegnanti, gli studenti universitari, gli operai, fino al coinvolgimento dei cocaleros e dei campesinos.
Perché tra le strade della Bolivia non si sta cercando di difendere lo stipendio di pochi, ma i diritti di ognuno.
L'impostazo è la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso della sopportazione, un vaso che era già colmo per la crudeltà delle distruzioni coatte delle coltivazioni di coca, per la rabbia germogliata dalle terre tolte ai contadini indios e regalate a pochi, ricchissimi, latifondisti, per l'insolenza di un governo che, in barba ad ogni legge universale, ha deciso -modificando la costituzione- di non proteggere per sovranità tutte le ricchezze naturali del sottosuolo, ricco di stagno, gas naturale e petrolio. A tutto questo bisogna aggiungere il forte movimento popolare contro l'Alca, il trattato di libero commercio voluto soltanto dagli Stati Uniti e avversato da tutta l'America Latina, ricattata dall'indebitamento con l'FMI e con la Banca Mondiale.

L'ALCA E I CARRI ARMATI
Sono trascorse quasi 72 ore da quando il presidente Sanchez de Lozada ha reso noto il successo ottenuto dal suo governo nei confronti di Washington: la Bolivia, grazie ai suoi sforzi in merito alla lotta al narcotraffico, aveva ottenuto -insieme con altri 13 paesi in tutto il mondo - il "permesso" di far parte dell'Alca, quell'Area di Libero Commercio Americano dai boliviani ribatezzata come "area di libera colonizzazione americana". L'Alca, infatti, consentirà alle multinazionali di presenti in tutto il continente americano (nord-centro-sud) di commerciare senza frontiere, dazi e imposte ad essi collegati. Peccato però che le multinazionali presenti nel centro e nel sud America siano quasi tutte statunitensi, causando -senza tema di smentita- il tracollo dell'economia rurale sulla quale si regge tutto il subcontinente.
Solo 72 ore hanno diviso i proclami trionfali di Goni Sanchez dall'ingresso a Cochabamba e a La Paz dei carri armati, chiamati dal governo per sedare le sommosse popolari di questo San Valentino boliviano.
Carri armati che stanno precedendo (o forse seguendo?) l'arrivo di un nutrito numero di marines statunitensi chiamati a rimettere ordine tra le strade del tropico cochabambino, regione boliviana in cui non si riesce a mettere un freno agli scioperi e alle recriminazioni dei campesinos e ai sin tierra - contadini e indios che rivogliono le loro terre affidate, in modo illegale, a ricchi latifondisti - e dei cocalers che, pur non essendo narcotrafficanti, si trovano costretti a difendere le loro coltivazioni dalle truppe governative e dai soldati americani chiamati a distruggere ogni pianta di coca che incontrano, oltre che dalla ghigliottina della legge 1008, legge che prevede le sanzioni più dure nei confronti di chiunque abbia a che fare con la "foglia sacra".
COCA COLA E MILITARI DI LEVA
Solo le piantagioni di coca degli Yungas si salvano, in parte, dall'opera di distruzione voluta dal governo, forse perchè proprio nell'altipiano sorge uno degli più antichi stabilimenti della Coca Cola.
Un ragionamento che devono aver fatto anche i giovani boliviani che la mattina del 13 febbraio hanno preso d'assalto gli stabilimenti per l'imbottigliamento delle bibite, pagando questa iniziativa, ancora, con la morte di un diciannovenne, ucciso dal proiettile di uno dei soldati mandati a guardia delle proprietà statunitensi.
Forse a sparare, magari perché troppo spaventato, è stato un miliatre di leva, uno di quei ragazzi che si sono visti annullare il congedo lo scorso 31 gennaio, data in cui sarebbero dovuti tornare a casa e in cui invece hanno ricevuto la notizia che il congedo sarebbe arrivato con qualche giorno di ritardo. Quel congedo non è ancora arrivato, nonostante le manifestazioni e le petizioni delle loro famiglie che, dopo aver chiesto quasi "pietà" al governo, si sono accontentati della promessa che avrebbero ricevuto presto notizie dei propri figli.

"EL GRINGO" SANCHEZ DE LOZADA
Il presidente, dopo aver capito che l'impustazo non era stata una mossa azzeccata, ha provato a fare marcia indietro. Il Fondo Monetario ha fatto sentire la sua voce e il popolo boliviano non ha creduto più alle sue parole.
Goni Sanchez, infatti, ha dichiarato che la manovraccia sarebbe stata annullata, nonostante le insistenze dell'FMI. Ha trasmesso un messaggio ai suoi concittadini, ma le sue parole non sono state ascoltate, forse perchè coperte dal suono dei cingolati che si disponevano in Plaza Murillo e a Cochabamba.
E chissà se l'esortazione di Papa Giovanni Paolo II, che ha chiesto ai boliviani di ritrovare la pace, è riuscita a levarsi sulle grida dei campesinos, degli indigeni, dei sin tierra, dei cocaleros e di tutte le migliai di manifestanti che, proprio dalla Plaza Murillo, chiedono le dimissioni del "gringo" Sanchez de Lozada e del suo vicepresidente Carlos Mesa, colpevoli, a detta dei manifestanti, di aver provocato 33 morti nei primi 50 giorni del 2003.
NIENTE CHIACCHIERE
Per cercare di riportare un po' d'ordinme tra le strade boliviane, l'Assemblea Permanente per i Diritti Umani ha cercato di mediare tra i manifestanti e il governo. Un tentativo tanto breve quanto inutile, proprio come quello fatto da Evo Morale Ayma, il leader dell'opposizione ed ex rappresentante sindacale dei cocaleros, fino a qualche giorno fa elemento di riferimento per tutti gli scioperi e le manifestazioni. Anche la Chiesa ha provato a sedare gli animi, anche l'ufficio centrale della Defensorìa del Pueblo. Nessuno di questi tentativi ha avuto un qualche successo. Nessuno. Forse il popolo boliviano si è stancato delle chiacchiere, da qualunque parte esse provengano. E questo non è affatto un buon segno.

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Messaggio del Presidente della Repubblica
Gonzalo Sánchez de Lozada
Bolivianas y bolivianos:
Hoy día es un día lleno de pena y de dolor para todos los bolivianos. Yo estoy muy entristecido de haber visto como se han enfrentado hermanos bolivianos, miembros de dos instituciones fundamentales de nuestra historia y de nuestra República.
Esto no puede ser, tiene que parar, por eso he tomado la decisión de retirar el proyecto de presupuesto que mandé al Congreso para que lo consideren.
El proyecto que yo esperaba que sea estudiado y consultado con los diferentes organismos del país y las diferentes regiones de la Nación, lo retiro hoy día, para que podamos comenzar un nuevo diálogo, un diálogo sincero y fraterno entre todos los bolivianos. Necesitamos un presupuesto que asegure y proteja a los más pobres y a la vez que nos dé obras e inversión para tener empleos sin perder la estabilidad de nuestra economía.
Por eso convoco a todos los bolivianos que dejen a un lado la violencia, que nos unamos todos, hablemos y veamos de concertar nuestras necesidades y diferencias para sacar adelante a nuestro país, para hacer un proyecto económico que solucione nuestros problemas, no enfrentando a nuestros hermanos bolivianos.
Convoco a todos que pare la violencia, que vayamos al diálogo y pido una sola cosa al Señor: Dios salve a Bolivia.
Da Bolpress.com
12-02-2003 a horas 17:25
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Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail: giovitrano@libero.it
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