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Dopo i cocaleros, gli indigeni "sin tierra" e i pensionati anche la polizia protesta, con ammutinamenti, per i tagli generalizzati agli stipendi. Continuano in questo scenario di agitazioni i tavoli di trattative con il governo e si fa il bilancio di un inizio di anno drammatico. In quattordici giorni di proteste ci sono stati 11 morti: una carneficina maggiore del tristemente famoso "settembre nero di Hugo Banzer" che causò la morte di sette morti. La spirale di violenza pare solo congelata come le proteste di tutti i settori sociali, e intanto si punta il dito contro le organizzazioni non governative accusate adirittura di "distribuire armi".

La mira sopra gli spari
Di Giovanna Vitrano



Pietre sulle strade come arma di lotta sociale per i cocaleros e contadini

:: STAMPA in BOLIVIA ::
Los Tiempos
El Diario
La Razòn

Fermate la violenza e il silenzio
Comunicato Stampa - APDH di Bolivia.


La ribellione contagia la polizia
Da Econoticiasbolivia.com - Agencia Independiente de Prensa

Bolivia - 11/02/2003
:: BOLIVIA::
7 tavoli con il Governo
Stando a quanto previsto dal documento sottoscritto da Morales e dal capo di Stato boliviano, le parti dovranno impegnarsi "a creare un clima propizio al dialogo". Il leader dei 'cocaleros' ha precisato che i blocchi stradali non saranno sospesi, ma "congelati". Secondo quanto riferito dallo stesso Morales, i settori da lui rappresentati hanno fatto forti pressioni affinché nel documento non venisse inserito il termine 'sospensione', considerato una sorta di sconfitta. Di fatto Morales ha parlato di ''congelamento'' delle proteste, avvertendo però che i contadini delle piantagioni di coca smantelleranno i blocchi solo con l'avanzamento delle trattative. Al centro dei negoziati tra contadini e governo non vi sarà solo la politica di sradicamento delle piantagioni di coca, ma anche questioni di interesse nazionale. In base all'accordo sono state create 7 diverse commissioni che affronteranno temi quali la politica nazionale di vendita di gas e idrocarburi, la privatizzazione di imprese statali, la concessione di terre a contadini e indigeni ma anche l'ingresso della Bolivia nell'Accordo di libero commercio delle Americhe (Alca).
Non ha fatto altro che aumentare il malcontento tra sindacati e imprenditori l’annuncio del presidente Gonzalo Sánchez de Lozada di un nuovo pacchetto di misure anti-crisi, per risollevare la disastrata economia boliviana. Reazioni a catena, che minacciano di sfociare in un nuovo conflitto sociale, hanno accolto la proposta di ‘Goni’ (come è popolarmente chiamato il capo dello Stato) di istituire una imposta fissa sul salario fino al 12,5 per cento per frenare il deficit fiscale, stimato lo scorso anno attorno all’8,5 per cento del Prodotto interno lordo. Per la prima volta dalla stessa parte, la potente Confederazione degli imprenditori privati della Bolivia (Cepb) e la Centrale operaia boliviana (Cob) hanno annunciato che faranno fronte comune contro il governo. Il leader della Cob, Saturnino Mallcu, ha convocato per giovedì uno sciopero nazionale, contestualmente a quello indetto dai sindacati dei docenti delle zone rurali. “Se continuiamo a spendere più di quello che entra, finiremo sull’orlo del collasso economico, come l’Argentina”, aveva detto domenica il presidente in un discorso radiotelevisivo alla nazione. “Con queste misure la recessione e la disoccupazione certamente cresceranno”, ha replicato il leader della locale Confindustria, Carlos Calvo

Fonte: M.I.S.N.A.


Aspettavano di essere congedati tra il 30 gennaio e il 7 febbraio prossimi. E invece i seimila militari di leva boliviani resteranno in forze all’esercito fino al 28 febbraio.
A niente sono valse, fino ad oggi, le proteste dei genitori che, obiettando al ministro della difesa Freddy Teodovic che non potevano accettare un nuovo posticipo per il “rilascio” dei propri figli (che dovrebbero essere nelle loro case già dal 7 gennaio scorso), hanno dato –lo scorso 24 gennaio – un ultimatum al governo al quale sarebbero dovute rimanere le ultime 48 ore di tempo per “licenziarli”.
Ovviamente le cose sono andate diversamente: i seimila ragazzini sono ancora sulle strade boliviane, armi in spalla, a combattere contro i “rivoluzionari” che bloccano le strade.
Ai genitori non è rimasto altro da fare che chiedere un trattamento umanitario e un’alimentazione adeguata per i militari di leva, e, se possibile, la possibilità di comunicare con maggiore frequenza con i loro parenti”.


I pensionati, in cerca di visibilità, si crocifiggono lungo i viali: vengono arrestati.

MORTI MAI UCCISI
Chi ha sparato il proiettile che ha ucciso l’ennesimo campesino sulle strade boliviane? Un militare di carriera oppure uno di questi ragazzini spaventati e avviliti da un periodo di leva che sembra non avere fine?
Chi ha ucciso il campesino sulla strada vicino a Yamparáez, dietro ai blocchi che da giorni hanno completamente isolato la città di Sucre?
Impossibile saperlo. Così come non si saprà mai chi ha sparato contro altri tre cittadini boliviani – tra questi una ragazzine di tredici anni – finiti all’ospedale Santa Barbara proprio in seguito ai disordini di Yamparáez.
Disordini e blocchi stradali in questi giorni nascono e si spengono a gran velocità. Così come velocemente si è sparsa la notizia degli avvertimenti del leader campesino Felipe Quispe detto “il Mallku”. Nel corso di una conferenza a Cochabamba, Quispe ha invitato la gente a far scorte alimentari, consigliando generi a lunga conservazione, visto che la lotta intrapresa dai sindacati e dalla cosietà civile era solo all’inizio. Un avvertimento che ha allarmato il Governo. “Secondo quanto previsto dalla Costituzione e con le responsabilità di questa Amministrazione garantiremo la sicurezza dei cittadini rifornendo i contadini e i cittadini con ogni mezzo e chiedendo come boliviani di lavorare insieme, di non bloccare le strade e di lottare insieme per la crescita del settore agricolo e dell’allevamento”, ha detto il ministro dell’agricoltura Arturo Liebers, informando la stampa della possibilità di un ponte aereo per effettuare i rifornimenti.
Il governo si dice piuttosto sorpreso dal dietro front del Mallku, visto che pochi giorni prima, nel corso della cerimonia per la consegna di una motozappa alla Confederación Única de Trabajadores Campesino de Bolivia (motozappa donata dalla Repubblica Popolare Cinese), avrebbe assicurato il suo appoggio al lavoro comune per il riavvio del dialogo tra cocaleros e governo.




IL DIETRO LE BARRICATE
Il portavoce del governo Mauricio Antezana ha puntato l’indice contro Evo Morales e il suo partito, il Mas (il maggiore partito all’opposizione, ndr), come mandante “di azioni illegali e anticostituzionali”, che “più che cercare risposte alle domande di alcuni settori della società civile cerca il caos”. Secondo Antezana, alcuni esponenti del Mas sono stati arrestati mentre partecipavano attivamente alla costruzione di un blocco stradale, arrestati e immediatamente rilasciati solo grazie all’immunità parlamentare di cui godono. “Dobbiamo esprimere la profonda indignazione del governo per il processo di politicizzazione che comicia a svelarsi dietro i blocchi dei cocaleros, che appaiono come unici responsabili, e che invece potrebbe essere il vero intento di tutto questo”.
Alcuni ministri del governo e deputati dell’MNR sono persino giunti a indicare come sostenitori di questa lotta “anticostituzionale” alcune organizzazioni non governative (è chiara l’allusione alla Assemblea Permanente dei Diritti umani in Bolivia, ndr), accusandole, oltre che di complicità, anche di fornire armi ed esplosivi.

IL VICINATO RUMOREGGIA
Una situazione politica ed economica traballante non è prerogativa della Bolivia. Anche i suoi vicini Paraguay e Uruguay non navigano in acque sicure.

In Uruguay, ad esempio, nonostante l’embrago all’informazione, è stata pubblicata una notiza che sa di grottesco: “Los desembolsos previstos para este año, sólo se concreten aquellos que permitan a Uruguay pagar al FMI. El resto de los desembolsos, quedarían como un crédito precautorio, es decir que no se desembolsan. Lo que corresponde pagar al FMI durante 2003 por parte de Uruguay es de alrededor de U$S 250 millones. En febrero próximo hay un vencimiento de U$S 19 millones y luego otros dos en junio y diciembre por unos U$S 230 millones en conjunto”. Solo cinque righe all’iterno di un noiosissimo articolo di economia su un quotidiano nazionale. Traduciamolo: “I versamenti previsti per quest’anno saranno l’equivalente di quanto l’Uruguay dovrà pagare al Fondo Monetario Internazionale. Il resto dei versamenti, trattenuti come credito precauzionale, possibilmente non verranno effettuati. Nel corso del 2003 l’Uruguay deve pagare all’FMI circa 250 milioni di dollari. Il prossimo febbraio se ne pagheranno 19 milioni, poi ci saranno altri due pagamenti in giugno e in dicembre per una cifra complessiva di 230 milioni”.
Leggendo altri articoli di economia, si apprende che l’FMI dovrebbe versare nelle casse dell’Uruguay 3.000 milioni di dollari tra il 2003 e il 2004, semprecchè si confermino tutte le garanzie necessarie. Nel 2002, infatti, sono stati bloccati 485 milioni per la crisi economica esplosa nel paese a causa del tracollo argentino e di questi 3.000, fino ad oggi, si vedono solo gli interessi. Ma questi sono da pagare, insieme con i 2.025 milioni di dollari che l’Uruguay ha come debito estero con scadenza 2003. E dire che in molti hanno ritenuto le parole di Stiglitz il delirio di un pazzo…

In Paraguay la situazione è addirittura peggiore. Il presidente Luis Gonzalez Macchi è stato formalmente accusato di corruzione, abuso di potere e altri reati, fatti che potrebbero farne chiedere la destituzione.
Il deputato dell’opposizione Rafael Filizzola ha riportato in parlamento le quattro accuse maggiori: l’appropriazione di 16 milioni di dollari, depositati in conti bancari negli Stati Uniti; il rifiuto di reder conto al governo dei suoi affari riservati; irregolarità nel processo di privatizzazione dell’ente telefonico locale e il sequestro di due attivisti di sinistra.
Questo scandalo affonda le sue radici nel 1999 quando vennero trasferiti i fondi di due banche in liquidazione su un conto intestato a terzi negli Stati Uniti per un’operazione di alto rendimento. Questi fondi, a quanto pare, non sono più tornati in patria. Anzi, se ne sono addirittura perse le tracce.
Le prove per le altre accuse non mancano. Quello che manca, fino ad oggi, è la votazione dei due terzi del senato favorevole alla destituzione. Se ciò dovesse avvenire, le casse del Paraguay potrebbero non vedere mai i prestiti di Fondi e Banche (la stabilità del governo è uno dei titoli necessari per accedervi, ndr), rischiando quindi anche il tracollo economico.






Fermate la violenza e il silenzio

Di RAYOS DE SOL - Solidarietà con il popolo andino Onlus

Amici, Compañeros,

è quasi inutile che ricordi come negli ultimi anni, da Seattle a Firenze, le associazioni ed i movimenti abbiano dimostrato coesione nellaffrontare i temi e gli eventi che stanno affligendo il nostro tempo. La povertà, le diseguaglianze crescenti, laccesso allacqua, la globalizzazione economica, la sistematica violazione dei diritti umani, ed infine la guerra.

Le nostre voci, unite, hanno destato gran parte dell'opinione pubblica, assopita da un sistema di comunicazioni sempre più dipendente dal potere economico e politico. Le nostre campagne hanno raggiunto obbiettivi straordinari, usando mezzi pacifici e non violenti, quali la disubbidienza civile, il boicottaggio commerciale, il consumo critico, i presidi, le marce.

Con questo spirito l'Associazione Rayos de sol Onlus, oggi vi chiede sostegno e appoggio per denunciare la grave crisi in Bolivia. La politica del governo boliviano nei confronti dei cocaleros del Chapare, dei campesinos sin tierra, delle organizzazioni sindacali si sta facendo sempre più dura, la continua violazione dei diritti umani e civili e la violenza dellesercito che finora ha causato almeno 15 morti, gli arresti di contadini e di rappresentanti delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, sono il triste segnale di una gestione sorda alle reali istanze del popolo boliviano.

Le rivendicazioni dei movimenti sociali boliviani sono le seguenti:

- Pausa nella distruzione forzata della foglia di coca e demilitarizzazione del Chapare oltre alla non distruzione della coca a Yungas de La Paz
- Difesa della Sovranità Nazionale e rifiuto dell'ingresso delle truppe nordamericane.
- Distribuzione delle terre ai contadini senza terra o con poca terra.
- Approvazione della Legge dei lavoratori domestici
- Recupero delle imprese capitalizzate
- Rifiuto totale alla vendita del gas
- Rifiuto alla approvazione ed applicazione dell'ALCA
- Derogazione del Decreto Supremo 21060 (il decreto neoliberista)
- Restituzione del 33 % della ricchezza prodotta per la salute e l'educazione.

A ciò va aggiunta la grave accusa del Presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, rilanciata e sostenuta dalla stampa boliviana, nei confronti delle ONG europee, di voler destabilizzare il paese appoggiando i leader dei movimenti locali e fornendogli aiuto economico.

Questultimo gesto infamante e denigrante nei confronti di centinaia di organizzazioni umanitarie ci pare inoltre un passo preoccupante contro chi cerca di sostenere lo sviluppo della società boliviana e soprattutto dei suoi anelli deboli.

Vi chiediamo dunque di sottoscrivere la lettera in allegato che inoltreremo allambasciatore boliviano in Italia e di appoggiare il presidio che la nostra associazione intende realizzare presso lambasciata a Roma sabato 15 febbraio, in occasione della manifestazione internazionale contro la guerra in Iraq.


RAYOS DE SOL - Solidarietà con il popolo andino Onlus
Sede legale: Via Desiderio 5 20131 Milano
Telefax 02/70632787 e.mail rayosdesol@katamail.com


- Lettera aperta all'Ambasciatore di Bolivia in Italia -

Egregio ambasciatore,
La concomitanza di questa enorme manifestazione mondiale per la Pace del 15 febbraio e la recente mobilitazione di molti settori della società boliviana repressa nel sangue, ci impongono di scriverLe questa lettera. Gli eventi che si sono susseguiti nelle ultime settimane sono una ulteriore dimostrazione che in Bolivia non c'è Pace, e molti forse nemmeno la vogliono.

Siamo inorriditi di fronte alle violenze che stanno accadendo e al silenzio che vi si è creato attorno. Chiediamo di fare pressioni sul suo Governo affinchè prenda una posizione in modo tangibile e convincente contro i responsabili (civili o militari) degli omicidi. Solo così si può spezzare la catena infinita di uccisioni, coperte e istigate dall'impunità vigente, dettata da interessi economici che non riguardano il popolo boliviano.
Le chiediamo di fare pressioni sul suo governo affinchè prensa atto che lo scopo principale di un governo è quello di far sì che i Diritti Umani vengano rispettati e che non esista nessun luogo e nessun momento in cui questi Diritti possano essere sospesi (neanche in Bolivia).
Le chiediamo di fare pressioni sul Suo governo affinché prenda atto che i Diritti Umani vanno rispettati, e che non esiste nessun luogo e nessun momento in cui sia lecito sospendere questi Diritti.

Le chiediamo di fare pressioni sul Suo governo affinché non si dimentichi di rispettare gli accordi appena firmati con i rappresentanti delle basi sociali in mobilitazione. Cosa questa che invece è successa troppe volte in passato.

Siamo, oltretutto, preoccupati dalle dichiarazioni del presidente Sanchez de Lozada finalizzate a screditare le ONG presenti in Bolivia. La proposta di un veto governativo su tali organismi è illiberale e pericolosa per la democrazia boliviana: dividere il mondo in amici e nemici, buoni e cattivi è il primo passo per giustificare nuove violenze.

Per questo noi ci schieriamo a lato di chi sta pagando il prezzo più gravoso dei disegni politici ed economici che si sono avvicendati, e che in queste settimane era nelle strade di tutto il Paese.

Noi ci schieriamo con le Nazioni Originarie e le loro forme di auto organizzazione (comunità, sindacati, ayllu) perché propongono un modello di sviluppo che comprende ogni singolo elemento, e non persegue unicamente il profitto.

Noi siamo a lato delle Nazioni Originarie e della stragrande maggioranza delle donne e degli uomini di tutto il continente contro proposte economiche come l'ALCA che minano la società e la sopravvivenza stessa di tutto il popolo latinoamericano.

Chiediamo a Lei e, per Suo tramite, al governo del Suo Paese di impedire ulteriori abusi e omicidi da parte dell'esercito o delle polizie.
Chiediamo una revisione completa della politica boliviana in quella che viene definita "Guerra a las Drogas", e che invece è il tentativo di militarizzare le zone di produzione della foglia di coca.
Chiediamo nuove leggi che vadano a sostituire la normativa vigente in campo di coltivazione della foglia di coca e narcotraffico ora incomprensibilmente trattate insieme nella legge 1008.

Ma a base di tutto questo chiediamo il rispetto dei Diritti Umani e la fine dell'impunità per l'uccisione di dimostranti, cocaleros, pensionati, contadini, bambini, avvenute in questi anni.

L'impunità vive nel silenzio.
Noi con balli e canti vogliamo costruire un mondo in cui gli aguzzini non trovino più spazio.






La ribellione contagia la polizia

È solamente la seconda volta nella storia boliviana che una forza militare si ammutina per rivendicare diritti. Oltre a chiedere un aumento salariale le forze di polizia, che scioperano con le armi in mano nelle caserme occupate, contestano anche i nuovi tagli del governo che abbasserebero gli stipendi di tutti i settori.

(En español)

Econoticiasbolivia.com (La Paz, febrero 11 de 2003).

Titolo Originale:

REBELIÓN POLICIAL AGRAVA CONFLICTO SOCIAL EN BOLIVIA

Oficiales y tropas policiales se han dado la vuelta. Amotinados, con los rostros cubiertos y armas en mano, los regimientos policiales de la sede de gobierno se han declarado en emergencia y rebeldía contra las nuevas medidas tributarias, propuestas por el gobierno neoliberal de Gonzalo Sánchez de Lozada.

"Hay descontento y malestar. Encima que ganamos una miseria, el gobierno nos quiere rebajar nuestros salarios. No lo permitiremos", dijo ante las cámaras de televisión uno de los amotinados del segundo distrito policial, ubicado a media cuadra del palacio de gobierno.

Los rebeldes exigen que el Poder Ejecutivo anule su pretensión de rebajar los salarios de trabajadores y empleados del sector público y privado del país en una proporción que va desde el 4,2 por ciento al 12,5, a través de un impuesto al salario. También demandan un incremento salarial del 40 por ciento en sus salarios que, en su generalidad, no superan en promedio los 100 dólares mensuales.

El motín policial agrava el conflicto social que nuevamente ha comenzado a convulsionar Bolivia. En enero, el levantamiento de cocaleros, indígenas y campesinos, generó una espiral de violencia y muerte, que fue controlado tras la apertura de negociaciones entre estos sectores y las autoridades que hasta ahora no han dado resultados positivos.

En la primera semana de febrero, el gobierno presentó un borrador de presupuesto fiscal para el 2003, en el que consigna la confiscación parcial de salarios, a través del denominado "impuestazo", que ha generado el rechazo generalizado de la población más pobre por sus efectos negativos en la economía popular.

En las principales ciudades del país ya han comenzado las manifestaciones, marchas callejeras y huelgas en contra de las medidas tributarias, que amenazan con expandirse y masificarse. La Central Obrera Boliviana (COB) convocó para este jueves a un paro de 24 horas y llamó a todos los sectores a unirse en contra de las medidas económicas.

Ante el rechazo generalizado de la población, el gobierno anunció que no retrocederá en sus pretensiones y dijo que utilizaría la fuerza pública para mantener el orden y poner en marcha su plan de control del déficit fiscal. Sin embargo, con la deserción y el amotinamiento policial, Sánchez de Lozada queda en una virtual encrucijada: o deja en suspenso sus medidas o recurre a las fuerzas armadas y militares para detener la convulsión social.

Este el segundo amotinamiento que protagoniza un importante sector de la Policía Nacional en toda la historia boliviana. En abril del 2000, los efectivos policiales también se acuartelaron y amotinaron durante el Estado de Sitio declarado por el gobierno del general Hugo Banzer Suárez. En esa ocasión los uniformados de bajo rango obtuvieron un incremento salarial del 50 por ciento.


Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail:
giovitrano@libero.it


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