:: Selvas.org::
:: Occhi aperti sulle Ande :: Ojos abiertos en los Andes ::
SELVAS.org


6-03-2008
Home
Portada

Chi siamo
Quien somos

Contattaci
Contacto


:: Bolivia ::

Mentre si discute di “chi ha spiato chi”, mentre torna in auge il progetto di balcanizzazione della Bolivia, proseguono “con passo lento e precisione fatale” i progetti che mirano allo sfruttamento delle risorse del subcontinente.
Dalle lotte intestine boliviane al progetto di Costituzione nazionale, passando per indigenismo e separatismo, ecco le nuove sfide nel cuore della america del sud.



Bolivia, tra spy-stories e balcanizzazione

Di Giovanna Vitrano Selvas.org



Los ministros de Relaciones Exteriores, David Choquehuanca, de Gobierno, Alfredo Rada y el embajador de Estados Unidos en Bolivia, Philip Goldberg, durante su reunión en la cancilleria de la República. (Fotos: Gonzalo Jallasi /ABI).

> Bolivia sulla strada della Yugoslavia:
Indigenismo e separatismo

di Padre Gregorio Iriarte

:: La Costituzione boliviana ::

Nueva propuesta de la Constitucion Politica del Estado de Bolivia que se hizo entrega el 15 de diciembre 2007, por parte de los Asambleistas de Bolivia al Presidente de la Republica Evo Morales Ayma.



>>Download



Spie che raccontano allo Zio Sam i dettagli delle attività di cittadini venezuelani e cubani in terra di Bolivia; iraniani, anzi, «l’iraniano» Mahmoud Ahmadinejad (presidente dello stato mediorientale più “canaglia” di tutti) che investe milioni di dollari in una televisione privata in Bolivia; referendum sulla autonomia dei dipartimenti più ricchi del paese latinoamericano che ora si fanno, ora non si fanno e poi ancora si-fanno-forse... La Bolivia, insomma, torna ad avere il ruolo di polveriera (e questa volta non più solo in relazione al continente), ruolo che, prima ancora di essere analizzato e “corretto”, la esclude dai fondi già stanziati dal Millennium Challenge Corporation (Cuenta Reto del Milenio nel suo nome latino), ben 600 milioni di dollari per la costruzione di infrastrutture, previsti nel bilancio per il biennio 2007-2008. Senza contare che la notizia del nuovo canale televisivo pagato dagli iraniani ha bloccato ogni discorso sul possibile rinnovo delle agevolazioni nelle esportazioni per gli Stati Uniti. In soldoni, per l’Occidente i boliviani sono tornati ad essere brutti, sporchi e cattivi.

La tv di Mahmoud cancella gli aiuti economici
Sono circa 680 i milioni di euro che l’Iran intende investire in terra boliviana. Ovviamente, si tratta di investimenti che hanno come oggetto l’industria boliviana del gas e del petrolio, “per migliorarne le infrastrutture” dicono i comunicati, gli stessi report che plaudono all’iniziativa di aprire una nuova emittente televisiva (anche questa pagata in parte in rial iraniani) che dia voce “a tutta l’America Latina”. Insomma, una sorta di emulazione della TeleSur venezuelana, canale televisivo che non ci sembra affatto diverso dalle occidentali enormi potenze mediatiche. Ah, sì: c’è meno pubblicità. L’informazione, invece, soffre degli stessi mali di ogni buon canale d’informazione, che si tratti della BBC, dell’ABC, della CNN o dei nostrani Canale5 e RaiUno. Visto che preferiamo discutere di ciò che sappiamo, possiamo garantire che l’informazione di TeleSur è molto più attendibile di quella di Rete4, per la quale nessuno grida allo scandalo. Ad ogni modo, proprio in Bolivia esiste una rete di radio private da far invidia all’Italia degli anni Settanta, per cui il diritto all’informazione, con o senza Ahmadinejad, ci sembra al sicuro. Ci sembra incredibile, invece, che proprio gli investimenti iraniani abbiano causato una feroce inversione a U nei rapporti tra Bolivia e Stati Uniti: cancellati i 600 milioni di dollari già stanziati per il biennio 2007-2007 all’interno del Millennium Challenge Corporation; zittito il dialogo per il rinnovo delle agevolazioni per le esportazioni di oggetti di artigianato dalla Bolivia agli Stati Uniti. Il tutto in pochissime ore. Le motivazioni fino ad ora sentite per giustificare questi ricatti hanno a che vedere con la lotta inefficace contro il narcotraffico e con la mancanza di libertà di stampa (!).

Breve digressione personale. In questi casi, pur non approvando per niente il comportamento politico del presidente iraniano, mi trovo costretta a difenderne le gesta: è mai possibile che Ahmadinejad non possa fare investimenti esterni senza essere tacciato di terrorismo, mentre l’Italia può investire in progetti di neocolonialismo come l’IIRSA riscuotendo, al contrario, il plauso generale?

I soldi di Ahmadinejad, anche se si chiamano rial, sono buoni proprio come i dollari o l’euro, e ogni paese sovrano è libero di intrattenere rapporti economici e commerciali con altri paesi sovrani. Assistiamo in silenzio ogni giorno alla vendita di armi a terroristi ed eserciti mercenari della peggior specie: perché mai dovremmo colpevolizzare l’Iran di voler costruire strade in Bolivia, o anche di voler comprare idrocarburi boliviani? Possono farlo gli spagnoli, gli olandesi, gli inglesi, gli americani e gli italiani, perché non possono farlo gli iraniani?


El embajador de Estados Unidos en Bolivia, Philip Goldberg, junto a los congresistas norteamericanos que se reunieron con el presidente Evo Morales, en rueda de prensa que ofrecieron en Palacio Quemado.(Fotos: Gonzalo Jallasi /ABI).

Storie di spie...
Tra l’attualità, quasi surreale, che si vive in questi giorni in Bolivia, si registra la spy-story che coinvolge l’ambasciatore statunitense Goldberg. Pare che (il condizionale è d’obbligo) che un addetto alla sicurezza dell’ambasciata statunitense, tale Vincent Cooper, abbia chiesto ad alcuni volontari – anch’essi statunitensi, in Bolivia insieme con organizzazioni non governative - di annotare e riportare, ovvero di spiare, le attività di cittadini venezuelani e cubani, nel corso degli ultimi due anni impegnati ad assolvere ruoli importanti all’interno di piani governativi boliviani. Si tratta, per i venezuelani, della missione per risolvere l’analfabetismo in Bolivia; per i cubani, della missione medica di lotta contro le malattie che colpiscono gli occhi delle popolazioni boliviane più disagiate. Il governo boliviano, scoperto l’inghippo, ha denunciato Vincent Cooper per spionaggio, un atto che costituisce la prima storica accusa penale contro un diplomatico statunitense; e, per la prima volta nella storia boliviana, è stato accusato anche l’ambasciatore Philip Goldberg, a cui è stato chiesto di rispondere di violazione della Convenzione di Vienna. La notizia, dunque, sta nel fatto che i diplomatici sono stati denunciati, non certo nelle loro “curiose” attività: tanto per fare un solo esempio, solo nel 2003 Carlos Mesa ha accettato l’incarico alla presidenza della Bolivia (poltrona rimasta vacante a causa della fuga del presidente eletto Gonzalo Sanchez de Lozada) dopo un lungo colloquio proprio all’ambasciata statunitense, con l’allora ambasciatore David Greenlee (www.selvas.org/newsBO0103.html; www.selvas.org/newsBO0603.html; www.selvas.org/newsBO1503.html; e altro).

...e la "spia dei due mondi"
Decisamente “curiosa” la coincidenza che proprio Philip Goldberg sia stato, prima che in Bolivia, in Kosovo, regione dei Balcani che oggi accende la cronaca estera occidentale, già divisa in favorevoli e contrari della sua richiesta di autonomia rispetto alla Serbia. È lecito, quindi, il sospetto che Goldeberg possa in qualche modo – anche con il solo ricorso a questa coincidenza – appoggiare la richiesta separatista di Santa Cruz & Soci. Altra coincidenza, Branko Marinkovic, leader del Comitato Civico di Santa Cruz, è di origini croate, ancora un incrocio tra Boliviani e Balcani. Ed è questo duplice incrocio che ci consente di passare, con tutti i collegamenti al posto giusto, alla seconda parte di questo report, in cui ospitiamo l’analisi di Gregorio Iriarte inviataci dall’ex ministro degli idrocarburi di Bolivia, Andres Soliz Rada.


Si torna a parlare di “balcanizzazione”

Il rischio della balcanizzazione della Bolivia è stato oggetto di molti nostri articoli (www.selvas.org/newsBO0207.html; www.selvas.org/newsBO0307.html; www.selvas.org/newsBO1007.html e altro), pubblicati fin da quattro anni fa. Oggi questa parola, “balcanizzazione”, assume un significato più forte, più urgente. Con il Kosovo ad incendiare la cronaca estera dei media occidentali, ecco che torna in auge anche il problema della frammentazione della Bolivia, frammentazione che nel paese latinoamericano viene chiamata “autonomia” ma che, in effetti, nasconde gli intenti più pericolosi (per l’identità nazionale) messi in atto da forti poteri economici, non solo boliviani, ma anche dei paesi confinanti.

Dilaniata dalla pretesa richiesta di autonomia dei dipartimenti più ricchi (Santa Cruz e Tarija su tutti), la Bolivia si trova costretta ad affrontare, in questo periodo così convulso, anche il “muro contro muro” tra i potenti di Santa Cruz e il Governo, questo accusato di “indigenismo”.

Una situazione molto complessa che possiamo spiegare al meglio grazie all’intervento inviatoci da Andres Soliz Rada (ex Ministro per gli Idrocarburi del governo Morales), un’analisi di padre Gregorio Iriarte che proprio in queste ore sta accendendo un gran dibattito, in Bolivia e non solo.



Bolivia sulla strada della Yugoslavia:
Indigenismo e separatismo

di Padre Gregorio Iriarte*


Políticos, prefectos, cívicos y otros dirigentes regionales de la denominada "media luna ampliada", aglutinados en el Conalde, determinaron hoy adelantar los referéndums departamentales sobre sus estatutos autonómicos y desacataron el referendo constitucional del 4 de mayo.(Fotos: ABI).


*Gregorio Iriarte, sacerdote teologo laureato in filosofia,  è una delle persone più belle e rispettate dai settori nazionali e popolari della società boliviana, garzie al suo interessamento, da oltre 40 anni, nei confronti dei diritti umani e per la sua lotta contro l’esclusione sociale, il debito estero e l’imposizione affatto imparziale del “Consenso di Washington” (una ricerca su internet spiegherà velocemente di cosa si tratta, ovvero una serie di regole politiche ed economiche stilate negli anni Novanta come il miglior programma economico che i paesi latinoamericani avrebbero dovuto applicare per dare il via alla crescita economica dopo i lunghi anni di crisi economica, ndr).
Per questo, la sua parola assume enorme importanza nel momento in cui gli interessi del separatismo e dell’indigenismo fondamentalista minaccia la sopravvivenza della Bolivia.

prefazione di Andres Soliz Rada



Credo che in queste due parole, indigenismo e separatismo, si possano riassumere tutte le più forti tensioni che vive oggi il nostro paese. Da un lato abbiamo i tanti articoli della nuova Costituzione politica, approvata a Oruro, chiaramente indigenista; e, dall’altro, alcuni Statuti Economici, come quello di Santa Cruz, con chiare connotazioni federaliste e separatiste.

 

Il fondamentalismo indigenista e il fondamentalismo autonomista 

 

La parola “fondamentalismo” fa riferimento ad attitudini e proposte impositive e settarie di certi gruppi che siano politici, religiosi, culturali o regionali.

Se analizziamo serenamente la Nuova Costituzione, vediamo che, in effetti, non solo favorisce gli indigeni, storicamente molto gravemente sfruttati, emarginati ed esclusi (e quindi il favorirli sarebbe giusto, legittimo e necessario), ma ha anche le caratteristiche  di un “fondamentalismo indigenista”, ovvero separatista ed esclusivista.

Fraziona il paese, dando origine a una specie di “feudi” senza organicità nazionale. Se analizziamo lo Statuto Autonomista di Santa Cruz giungiamo alla stessa conclusione. Lo Stato cesserà di essere padrone delle risorse naturali visto che sarà privilegiato l’indigeno sul nazionale, il particolare sul generale e il regionale sul collettivo.

Tanto i Popoli Indigeni quanto i promotori dello Statuto Autonomista Dipartimentale chiedono la proprietà esclusiva delle loro risorse naturali, disconoscendo o annullando i diritti dello Stato.

In fondo questo è il problema e la grande sfida nazionale. . È evidente che dietro (o davanti) tutto questo ci sono le ambizioni di piccoli gruppi con tanto potere, sia economico che politico.

Le 36 Autonomie Indigene avranno lo stello livello e le stesse prerogative delle altre autonomie, ovvero dell’autonomia Dipartimentale, Regionale, Provinciale o Comunale. Le Autonomie Indigene saranno totalmente indipendenti dalle altre autonomie.

Il progetto della Nuova Costituzione approvata a Oruro assegna alle popolazioni indigene quello che lo Statuto Autonomista di Santa Cruz e di altri Dipartimenti desiderano per loro stessi: appropriarsi e sfruttare come bene proprio ed esclusivo le risorse naturali rinnovabili e non rinnovabili del proprio territorio.

Si guarda allo Stato come ad un semplice collaboratore. Ciò significa disconoscere  e annullare il concetto e la natura stessa dello Stato.

Senza dubbio, quello che serve alla Bolivia è rendere più forte lo Stato e le istituzioni fondamentali che lo garantiscono. Il fatto di mettere un dipartimento o una regione o un’autonomia indigena sopra lo Stato è avanzare pericolosamente verso la distruzione dello Stato stesso. È dare il via a una serie “repubblichette” e creare un “puzzle” al posto di un paese. 

Questa è la grande minaccia e, se non si trova una decisione ferma e decisa, tanto del Governo quanto delle autorità dipartimentali e dei dirigenti dei popoli indigeni, siamo condannati al cammino della Yugoslavia, una grande nazione che è arrivata alla disintegrazione totale davanti agli occhi stupefatti del mondo.

 


Septiembre 05 de 2007. Campesinos, juntas vecinales, cremiales y transportistas de Cobija, marcharon en contra de la Junta Democrática conformada por cívicos de la denominada media luna.(Fotos: ABI).

È fattibile l’organizzazione territoriale che ci propone la Nuova Costituzione Politica dello Stato?

L’articolo 30, nel suo paragrafo 17 dice che “le nazioni  e i popoli indigeni originari campesino (sic) godono del diritto alla gestione territoriale indigena autonoma, e all’uso e all’approvvigionamento esclusivo delle risorse naturali rinnovabili esistenti nel loro territorio”.

Che vuol dire che potranno sfruttare con gestione esclusiva i boschi e tutte le risorse forestali, così come tutte le risorse agricole.
Se si serve su un vassoio un argomento ai promotori dello Stato Autonomista più antinazionale, meno Stato c’è, meglio è.

Le autonomie fondamentaliste non solo vanno contro il centralismo, ma anche contro il vigore di uno Stato Nazionale, espressione e garanzia della Unità Nazionale. E ciò che in fondo cercano gli Statuti Autonomisti più radicali, come quello di Santa Cruz, è il fatto di essere proprietari esclusivi delle risorse naturali!

Chi ha fatto il primo passo, tanto pericoloso, in questo senso è stata proprio  la Nuova Costituzione Politica dello Stato!

Ma, oltre a quanto è stato legiferato, è da vedere se il cambiamento territoriale che ci propone la Nuova Costituzione è fattibile o no.  
Crediamo sia difficile, per non dire impossibile, poter organizzare queste cinque diverse autonomie (Dipartimentale, Regionale, Provinciale, Comunale e Indigena, ndr) in modo armonico ed equilibrato. Temiamo che si costruisca un vero e proprio rompicapo, visto che si tratta di una sovrapposizione di autonomie con doppia o tripla pertinenza.
Si potrà dividere per territorio la cultura? D’altro canto, una delle identità più forti che c’è in Bolivia, come in altri Paesi, è quella Dipartimentale: “Io sono potosino; io sono orureño; io sono cochabambino”... La gente si identifica con il proprio dipartimento di origine. Non è difficile prevedere che quando si vorrà sezionale e separare un’area di uno qualunque dei Dipartimenti, gli abitanti si opporranno, senza distinzione di razza o di colore politico. Credono, a ragione, che si stia loro togliendo qualcosa che appartiene alla propria identità. Lo stesso può dirsi a livello comunale.

Però, forse, la difficoltà più grande sta nel fatto che le etnie più importanti non sono “territorializzate”, proprio come si vede tra gli Aymaras o i Quechuas, in maggioranza presenti in diversi Dipartimenti e Comuni. Il popolo Guaraní, per esempio, è presente nel Dipartimento di Santa Cruz, però è anche in quello di Chuquisaca: si pensa che i guaraníes di Chuquisaca smettano di essere chuquisaqueños ?

È molto difficile “territorializzare” la cultura, soprattutto quando le persone e i gruppi etnici sono mescolati tra di loro. Ci sarà da vedere, da un altro lato, fino a che punto un gruppo o una perosna è indigena o meticcia. È molto probabile che la gente opti, logicamente, per quello che più conviene loro,  tanto da un punto di vista economico che sociale, lasciando da parte le ospzioni di tipo culturale.

 

Non con le urne, né con le armi

Alcune persone, tanto del Governo quanto dell’opposizione, pensano che, di fronte alle tensioni e alle minacce presenti, ciò che più conviene è mettere in moto dei referendum. Secondo il nostro parere, i referendum non risolvono assolutamente niente visto che non riescono a toccare il cuore del problema. Che sia questo o un altro prefetto, o che il latifondo aumenti fino a 5.000 o 10.000 ettari... non ha nulla a che vedere con i pericoli divisionisti che minacciano il paese. Se non ci sarà un dialogo franco, aperto e totale, non si eviterà il fatto che il Paese avanzi, ciecamente, fino ad un crescente “muro contro muro” che, purtroppo, può portare al divisionismo e alla frammentazione.

 

Dal “muro contro muro” alla complementarità

La prima e principale responsabilità di quanti rappresentano l’autorità, tanto a livello governativo quanto a livello dipartimentale o per i Popoli Indigeni, è di custodire, prima di tutto e soprattutto, l’unità nazionale. Questo è il loro primo e ineludibile obbligo.

Di fronte ai nuvoloni neri che, attualmente, si muovono sopra il paese, la sua unità presente e futura si otterrà attraverso un autentico dialogo che riesca a mettere in contatto i gruppi in conflitto, che passi attraverso le trincee del confronto verso una pacifica convivenza cittadina. Democrazia non significa uniformità, bensì accordo tra la diversità di ideologie e interessi. Il paese ha la sfida urgente di vivere unito pur essendo così diverso. Per questo è necessario armonizzare i valori autonomisti con l’unità del paese.

 

 





Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano; analista specializzata per l'applicazione dei diritti umani in Bolivia. Autrice del libro "Il gioco dell'assenza - Vivere dentro la cultura mafiosa" edito da Editrice Zona, è tra i fondatori dell'Osservatorio Selvas.org.
E-mail: gioviselvas@interfree.it


SELVAS.org - Disclaimer - Copyleft
In ottemperanza con la nuova legge sull'editoria italiana, si segnala che selvas.org non è' un periodico. Qualunque testo vi appaia non ha alcun tipo di cadenza predeterminata nè predeterminabile. Non essendo una testata giornalistica, non esiste editore. Tutti i contenuti sono a responsabilità e copyright dei siti linkati o di chi li ha scritti. I dati sensibili relativi alla legge sulla privacy sono tutelati in ottemperanza alla legge 675/96 e dal dpr 318/99. Il contenuto del sito può essere liberamente citato, linkato ed anche copiato (a patto si citi selvas.org come fonte). Per qualunque altra informazione scrivere alla redazione.




| torna indietro | volver |