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La gente chiede terra, acqua e lavoro. Il governo risponde con l’invio di 7000 militari. La società civile si mobilita, cinque contadini vengono uccisi da armi da guerra e oltre 400 arrestati. Amnesty International richiama il presidente al rispetto delle leggi che difendono i diritti umani. L'Assemblea Permanente per i Diritti Umani in Bolivia, in due comunicati chiede l'appertura del dialogo tra governo e socità civile, ma fermando prima la militarizzazione e la violenta repressione accertata lungo le strade in rivolta del Paese.

Reclamano diritti, rispondono pallottole
Di Giovanna Vitrano



Armi da guerra puntate contro le manifestazioni dei cocaleros lungo le strade di Cochabamba - Foto di Pablo Aneli- AP

:: STAMPA in BOLIVIA ::
Los Tiempos
El Diario
La Razòn

Fermate la militarizzazione
Comunicato Stampa - APDH di Bolivia.


Le denuncie dell'Assemblea Permanente Diritti Umani in Bolivia
Comunicato Stampa - APDH di Bolivia.

Bolivia : coca o morte
Da Econoticiasbolivia.com - Agencia Independiente de Prensa

Bolivia - 18/01/2003
:: BOLIVIA::
Le rivendicazioni
La Piattaforma delle rivendicazioni dei movimenti sociali boliviani sono le seguenti:

- Pausa nella distruzione forzata della foglia di coca e demilitarizzazione del Chapare oltre alla non distruzione della coca a Yungas de La Paz

- Difesa della Sovranità Nazionale e rifiuto dell'ingresso delle truppe nordamericane.

- Distribuzione delle terre ai contadini senza terra o con poca terra.

- Approvazione della Legge dei lavoratori domestici

- Recupero delle imprese capitalizzate

- Rifiuto totale alla vendita del gas

- Rifiuto alla approvazione ed applicazione dell'ALCA

- Derogazione del Decreto Supremo 21060 (il decreto neoliberista)

- Restituzione del 33 % della ricchezza prodotta per la salute e l'educazione.

Iniziano gli scontri tra società civile ed esercito
Nel corso degli ultimi quattro giorni, e cioè a partire dallo scorso 13 gennaio,in Bolivia sono morte cinque persone a causa degli scontri tra manifestanti e militari nel tropico cochabambino. Le vittime sono: Rómulo González, 18 anni; Willy Hinojosa, Víctor Hinojosa, Escaldación Orellana Rivera e Nicolasa Condori. Tutte e cinque le vittime sono state colpite da proiettili per armi da guerra.
Appena qualche ora prima che esplodessero così violentemente le tensioni tra i militari inviati ultimamente in Chapare e la società civile, lo stesso rappresentante del popolo Godofredo Reinicke, accogliendo le istanze del sindacalista e deputato Luis Cutipa aveva suonato l’allarme, segnalando come la presenza massiccia di truppe armate nella zona stava facendo aumentare lo scontento tra la popolazione del luogo.
E quello che poteva sembrare l’ennesimo “al lupo al lupo” si è purtroppo confermato vero. I campesinos coltivatori di coca hanno iniziato, appunto lo scorso 13 gennaio, i loro blocchi stradali per manifestare contro la distruzione delle piantagioni di coca, contro la vendita del gas naturale boliviano, contro la mancanza di risposte ai pensionati (che chiedono di avere aumentate le pensioni per evitare l’inflazione), e contro il progetto dell’ALCA, l’Area di Libero Commercio Americana, dai boliviani rinominata “Area di Libera Colonizzazione Americana”.
Nel tentativo di aprire il varco sulla strada Cochabamba-Santa Cruz, la strada bloccata dai campesinos, la polizia e i militari, inviati in massa (circa 7000 persone secondo alcune informazioni), hanno fatto ricorso alle armi automatiche e ai gas lacrimogeni, provocando le cinque morti, decine di feriti in ambo le parti, e l’arresto di quasi 400 manifestanti, inclusa la rappresentante dell’Assemblea dei Diritti Umani a Cochabamba, Judith Camargo, il giornalista Marco Caballero e lo stesso deputato Luis Cutipa.

L’INTERVENTO DI AMNESTY INTERNATIONAL
Tra tutti i segnali di allarme questo è sicuramente il più chiaro. Si tratta dell’intervento di Amnesty International che, in un documento inviato pubblicamente al Presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Lozada, ha invitato il governo a promuovere tutta una serie di iniziative allo scopo di proseguire il confronto ai tavoli di trattativa e non sulle barricate, rispettando in questo modo i principi fondamentali dei diritti umani.
“Le autorità boliviane hanno il dovere di assicurarsi che l’uso della forza non finisca con l’aumentare la tensione generata dalle proteste pubbliche come il ricorso ai blocchi stradali nel Chapare, proteste che hanno prodotto il tragico risultato di cinque campesinos morti, decine di feriti e centinaia di detenuti che non hanno potuto nemmeno chiamare i loro avvocati”, si legge nel documento.
Amnesty ricorda al Presidente, inoltre, che la polizia e i militari devono essere richiamati al rispetto delle normative vigenti, “norme che stabiliscono che l’uso della forza deve limitarsi solo in quei casi in cui è strettamente necessaria e proporzionale all’obiettivo o alla minaccia che si presenta; il ricorso alle armi deve aversi solo per proteggersi in caso di pericolo di vita”.
Amnesty International ha sottolineato che se le autorità di governo intendono davvero promuovere il rispetto dei diritti umani, così come hanno più volte dichiarato, devono sentire come imperativo ciò che è promulgato dalle loro stesse leggi, cioè il rispetto dei diritti fondamentali dei manifestanti come il diritto alla vita e all’integrità fisica. “Tutto ciò corrisponde esattamente a quanto firmato dallo Stato Boliviano in materia di diritti umani, diritti che includono i diritti sociali, economici e culturali del popolo”. Secondo l’organizzazione umanitaria, le manifestazioni che si registrano nel Chapare non sono altro che la risposta al deterioramento di questi diritti nella zona. In questo contesto, Amnesty richiama all’osservanza delle norme internazionali per il rispetto dei diritti umani soprattutto in momenti di grande tensione sociale, proprio come prevede il Patto Internazionale per i Diritti Economici, Sociali e culturali.


Foto di Pablo Aneli- AP


LE CAUSE DEL CONFLITTO
L’immobilismo del Governo
In questi ultimi mesi i boliviani sono stati bombardati con una campagna massmediatica inneggiante alla risoluzione dei problemi attraverso il dialogo, una campagna che ha argomentato come i conflitti non abbiano mai risolto nulla a parte la produzione di perdite economiche. In tutte le esortazioni al dialogo, il governo ha sempre minimizzato l’importanza del problema coca e della sua distruzione. In molti si sono accorti come queste parole non abbiano mai trovato riscontro nei fatti, dato che i tavoli per le trattative, convocati a più riprese, non sono mai stati aperti.
E’ ovvio che nessuno arriva a far ricorso a un conflitto tanto aspro come questo esploso nel tropico cochabambino senza aver una buona ragione o senza essere, nella maggior parte dei casi, giunto alla disperazione. Gli scontri sulla Cochabamba-Santa Cruz, infatti, non sono altro che il risultato di una somma di problemi cui non è stata trovata soluzione, situazione che si accompagna, oggi, dalla convinzione che il tempo per i negoziati sia scaduto. E’ altrettanto ovvio che le soluzioni devono essere trovate dal Governo –che trova in questo la sua ragion d’essere- e che il conflitto non sia altro che la richiesta –forte, disperata- affinché il governo assolva alle sue funzioni. E’ chiaro, a questo punto, che le accuse del governo nei confronti dei manifestanti, della società civile trasformata nelle parole del vicepresidente quasi in esercito di terroristi, altro non sia che l’ennesima manovra demagogica oltre che un vero insulto.

La coca e la legge 1008
Vediamo quali sono i problemi per i quali la gente di Bolivia chiede soluzioni.
Primo, la distruzione delle piantagioni di coca, cui si affianca quello della difesa del gas e delle altre risorse naturali (risorse che il governo intende svendere agli Stati Uniti); secondo, la difesa della terra, dell’acqua e il rifiuto dell’Alca. L’innesco, tra tutti questi problemi, è rappresentato dall’impossibilità per i coltivatori di foglia di coca di proseguire nelle loro attività senza dover subire le durissime conseguenza previste dalla Legge 1008, da sempre ritenuta anticostituzionale ma mai oggetto di discussione in parlamento. E sebbene più volte il governo abbia promesso di voler trovare una soluzione al problema dei cocaleros (che sono davvero tanti), nei fatti ha soltanto autorizzato sempre più numerose azioni di distruzione coatta delle coltivazioni.
Le autorità boliviane hanno utilizzato molto abilmente lo strumento del dialogo negli ultimi quattro mesi, convocando per i negoziati il leader dell’opposizione ed ex leader sindacale dei cocaleros, Evo Morale Ayma, senza mai riuscire a giungere a una conclusione, quando non annullando l’agenda degli appuntamenti. E’ chiaro che i cocaleros hanno letto queste manovre come un modo per prendere tempo, continuando in tutte quelle pratiche che ben si sposano con le richieste fatte da Washington a Gonzalo Sanchez de Lozada.
La mobilitazione generale, chiesta ed ottenuta proprio da Morales, è esplosa quanto il Governo ha chiesto alle Federazioni del tropico di attendere lo studio sul vero mercato della coca affidato all’Onu, alla Oea e all’Oms, organizzazioni che non sono, per i boliviani, una garanzia di imparzialità. A questa proposta la società civile ha risposto compatta che non avrebbe creduto a nessun negoziato che non fosse partito dall’immediato stop alla distruzione delle piantagioni.



Foto di Pablo Aneli- AP

Risorse naturali e povertà
Tutti i problemi cui si è accennato possono essere ricondotti ad un unico tema di fondo che è la povertà, la povertà crescente e insopportabile che ha contagiato la maggior parte dei settori sociali del paese. Questi, pur non potendo contare su una grande capacità di analisi sulle cause di queste dinamiche, sanno che la situazione si sta aggravando in modo drammatico proprio mentre il governo discute di regalare le sue ricchezze naturali alle multinazionali: si parla soprattutto dei contratti ridicoli stipulati per la vendita del gas naturale agli Stati Uniti al prezzo di 70 centesimi di boliviano a gallone, quando una famiglia deve pagare, per la stessa quantità di gas, l’equivalente di 7 dollari. E’ per questo che la gente comune di Bolivia crede che un libero commercio con gli Stati Uniti –ossia il progetto ALCA – porterebbe alla distruzione della capacità produttive del Paese. A tutto questo bisogna aggiungere le nuove offensive dei latifondisti che non intendono assolvere a nessuna delle richieste dei Sin Tierra, aggravando ancora di più il malumore che serpeggia tra campesinos.

La debolezza del governo
Mentre tutti questi nodi venivano al pettine, i boliviani hanno dovuto fare i conti con l’estrema debolezza della nuova gestione governativa, dove il partito del presidente ha ottenuto solo il 17% dei voti e si è avvalso di una alleanza prettamente interessata e per niente politica, che deve fare i conti con i tanti compromessi stretti con il governo statunitense e con le multinazionali che operano in Bolivia. E’ chiaro come quattro mesi di questo governo non solo non abbiano portato ad alcun risultato utile, ma abbiano soltanto aggravato una situazione già pericolante, una situazione che si è infiammata grazie alla manovra, davvero pazzesca, di rimilitarizzare la polveriera boliviana, il Chapare.
La debolezza della società civile
Nonostante il trionfo del Mas, il partito dell’ex leader cocalero Evo Morales, non necessitano analisi approfondite per comprendere quanto sia disarticolata, divisa, poco organizzata la società civile. Innanzi tutto ogni settore pensa alle proprie rivendicazioni senza vedere –o senza voler vedere – come ogni problema riguardi l’intera popolazione boliviana. Molti, poi, hanno ancora paura di essere identificati come cocaleros e di incorrere nelle maglie della legge 1008 (che prevede, tanto per intenderci, l’immediata confisca di ogni bene, casa compresa). E’ per questo che fino a qualche giorno fa i grossi movimenti sindacali come quello dei lavoratori della terra, i campesinos, o gli stessi Sin Tierra si sono limitati a lanciare minacce, ma solo verbali.
Ed è per questo, per il fatto straordinario che in queste ore si sia mobilitata l’intera società civile boliviana, che il rischio dello scivolamento in una guerra civile appare sempre più dietro l’angolo.

LE ARMI IN CAMPO
Il 13 gennaio, dunque, sono iniziate le manifestazioni organizzate da Evo Morales, le cui risorse sono semplicemente le pietre con cui approntare dei blocchi stradali. Ma la forte presenza di militari ha impedito, all’inizio, che i blocchi fossero permanenti. A poco a poco, però, sono scesi in campo altri settori della società civile che hanno portato i blocchi nelle strade Cochabamba-Oruro-La Paz, La Paz-Yungas, Santa Cruz-Cochabamba e Santa Cruz-Trinidad, ovvero su tutte le grandi arterie di comunicazione del paese, oltre alla manifestazione, immensa, dei 15000 pensionati .che ha letteralmente tenuto sotto assedio, il 17 gennaio, il palazzo di Governo. All’alba del 18 sono risultate completamente paralizzate le città di Aguirre, Colomi, El cañadón, El Sillar, Avispas, Cristal Mayu, Chimoré, Cesarsama, Shinaota, Parotani, Calamarca oltre a tutte le vie d'accesso al Chapare ed a La Paz.
Nelle ultime ore, ai cocaleros, ai campesinos, ai Sin Tierra, agli operai e ai pensionati, sembrano essersi aggiunti i commercianti e gli insegnanti.
Di fronte a tutto questo, il Governo ha ordinato la repressione violenta dei manifestanti, approvando il ricorso alle armi e causando, appunto, cinque morti e i 400 arresti, di cui 317 scarcerati oggi. Secondo quanto dichiarato dai rappresentanti della Assemblea Permanente per i Diritti Umani di Bolivia, “questa repressione ricorda i tempi delle dittature militari visto che si tratta di un vero e proprio stato d’assedio che ha finito con l’incendiare ancora di più gli animi”.





Foto di Pablo Aneli
Fermate la militarizzazione

Questo è il primo comunicato stampa dell'Assemblea Permanente dei Diritti Umani della Bolivia che chiede, oltre l'allontanamento delle forze armate dal tropico cochabambino, anche la ripresa dei tavoli di dialogo tra la società civile e il governo. In particolare sui temi di diritto alla salute, educazione e alimentazione che sono le cause principali della nuova ondata di mobilitazioni sociali.
(in spagnolo)

- COMUNICADO DE PRENSA - 1

Da Asamblea Permanente de Derechos Humanos de Bolivia


Cochabamba, 11 de enero de 2003

En reunión ampliada de la Asamblea Permanente de Derechos Humanos de Bolivia, llevada a cabo en la ciudad de Cochabamba, los miembros del Comité Ejecutivo Nacional y los representantes de los Comités Ejecutivos Departamentales, han emitido el siguiente comunicado público dirigido al Gobierno.

La situación boliviana actual se caracteriza por un clima de movilizaciones sociales ya iniciadas por los jubilados y rentistas del país, así como las movilizaciones que otros sectores iniciarán a partir del día 13 de enero del presente año en demanda de reivindicaciones económicas y sociales entre las cuales están: la suspensión de la erradicación forzosa de la hoja de coca y la modificación de la Ley 1008; la redistribución equitativa de la tierra y el fin de la impunidad y parcialización de la Administración de Justicia que protege a los autores de los asesinatos de campesinos sin tierra en Pananti; el replanteamiento de la Reforma Educativa en función de los requerimientos de la sociedad boliviana; el reconocimiento legal de la autonomía plena para la Universidad Pública de El Alto; la promulgación de una ley especial en beneficio de los pequeños prestatarios; la no aprobación del ALCA por sus efectos negativos para la economía nacional; la necesidad de generar una política nacional del gas en beneficio de los bolivianos por encima de la satisfacción de los intereses de personas y empresas que procuran la acelerada venta y exportación de este recurso natural; evitar el ingreso de tropas militares estadounidenses al país, lo cual atenta la soberanía del Estado.

Estas y otras demandas de la sociedad civil son el resultado de un largo proceso de conculcación de los derechos y garantías económicas y sociales por la aplicación del modelo neoliberal que favorece a las empresas transnacionales y a los organismos internacionales que imponen dicho modelo.

En esta coyuntura de conflicto, la Asamblea Permanente de Derechos Humanos exige al Gobierno
la pronta atención de las demandas nacionales y regionales de la sociedad civil con la finalidad de evitar que el permanente escenario de violación de los derechos humanos se constituya, además, en un escenario de violencia social y de agresión por parte de las fuerzas represivas del Estado hacia la población movilizada.

Como medida inmediata para la existencia de un clima favorable a la solución de conflictos, la Asamblea Permanente de Derechos Humanos se pronuncia por la aprobación de la pausa en la erradicación forzosa de la hoja de coca, así como la pausa en los nuevos cultivos; llevar adelante el estudio completo e imparcial del consumo lícito de la hoja de coca en el mercado nacional y en el mercado internacional; y, la desmilitarización del trópico cochabambino.

Asimismo, la Asamblea Permanente de Derechos Humanos exige al Gobierno el inicio de un diálogo serio y efectivo con los sectores sociales movilizados, que permita encontrar soluciones verdaderas a los problemas planteados en la coyuntura, así como a las estructurales violaciones del derecho a la salud, a la educación y a la alimentación de las mayorías nacionales.

Fdo:
Waldo Albarracín Presidente
Sacha Llorenti Vicepresidente
Guillermo Vilela Secretario General
Jorge Ortiz Secretario de Comunicación




Foto di Pablo Aneli
Le denuncie dell'Assemblea Permanente Diritti Umani in Bolivia

In questo secondo comunicato stampa dell'APDH del 13 gennaio la commissione sui diritti umani nella regione accusa il governo boliviano per la brutale repressione, gli arresti massivi e senza garanzie costituzionali, l'uso dell'esercito con compiti illegali di polizia, i maltrattamenti sui detenuti e altri sopprusi. "L'unica strada possibile e accettabile" - commenta la commissione - " è quella del dialogo con le parti sociali.
(in spagnolo)

- COMUNICADO DE PRENSA - 2
APDH DENUNCIA VIOLACIÓN DE DERECHOS
Y GARANTIAS CONSTITUCIONALES


Cochabamba, 13 de enero de 2003


La Asamblea Permanente de Derechos Humanos comunica a la Opinión Pública lo siguiente:

1. Denunciamos la brutal represión en la zona del Trópico de Cochabamba suscitada durante el día de hoy en proximidades de la localidad Chimoré, con el resultado de que el ciudadano Esteban García resultó herido producto del impacto de proyectil de arma de fuego que le destrozó el maxilar inferior y que debido a su grave estado de salud fue evacuado a la ciudad de Santa Cruz.

2. En el marco de una visita institucional a dependencias de la Base Aérea de Cochabamba pudo constatarse la detención de 165 personas: 20 mujeres y 145 varones.

3. De acuerdo con testimonios de las personas detenidas, se trata de detenciones arbitrarias, ilegales e indiscriminadas. Del mismo modo, la APDHB denuncia la violencia con la que estas personas fueron detenidas, evidenciándose que varias de ellas sufren lesiones de distinta índole producto del uso ilegal de las atribuciones de la Policía.

4. También denunciamos que el traslado de estas personas a dependencias militares es completamente ilegal y no responde a la vigencia de un Estado de Derecho.

5. Las condiciones de detención que sufren estas personas son infrahumanas, los detenidos se encuentran en un galpón de la citada dependencia militar, con techos de calamina y sin ventilación. Asimismo, después de varias horas, los detenidos se encontraban sin alimentación, sin atención médica y sin tener acceso a servicios higiénicos.

6. De la misma manera, denunciamos la sañuda y prolongada represión en contra de estudiantes de la Universidad Mayor de San Simón, deteniendo a por lo menos cinco universitarios, violando la autonomía universitaria y provocando daños materiales no sólo en la Universidad sino en propiedad de los vecinos de ésta.

7. Consideramos que el uso de este tipo de métodos de represión perjudican la posibilidad de encontrar una salida concertada a este conflicto. En tal sentido, recordamos a la Policía Nacional y al Ministerio Público que su misión constitucional se basa en el cumplimiento de la ley y el respeto de los derechos humanos, y no en la persecución, maltrato y detención indiscriminada de ciudadanos y ciudadanas.

Insistimos en que el único camino que nos permita superar los momentos difíciles que atraviesa nuestro país es el del diálogo. Por tal motivo, insistimos y convocamos a las partes a iniciar, a la brevedad posible, un diálogo multisectorial que inicie de una vez por todas el proceso de atención a las justas y legítimas demandas de las distintas organizaciones sociales de nuestro pueblo.

Sacha Llorenti Soliz - Vicepresidente APDH B
Ana Laura Durán - Vicepresidente APDH C
Edwin Claros - Resp. Estrategia política APDH





Foto di PaolAneli- AP

Bolivia : coca o morte

Dall'agenzia boliviana Econoticias.com le dichiarazioni di Evo Morales Ayma che paragona questa repressione come quella di una dittatura con l'esercito contro i manifestanti e proiettili sparati da mercenari o francotiratori. L'ondata di violenza rischia ora di ingrossare le file delle proteste.

(En español)

Econoticiasbolivia.com (Cochabamba, Enero 2003).

La consigna campesina de "coca o muerte" se está haciendo realidad en el trópico de Cochabamba, en el corazón de Bolivia. Este martes 14 de enero, el cocalero Rómulo Gonzales Terán y otro campesino no identificado fueron acribillados por las fuerzas militares y policiales que intentan quebrar el bloqueo carretero que intermitentemente realizan los cocaleros vallunos en defensa de sus cultivos.

El lider cocalero Evo Morales denunció que Gonzales, un estudiante cocalero de 18 años, murió asesinado por el impacto de una bala de guerra disparada por "francotiradores" y "mercenarios" que, según dijo, estarían comandando las fuerzas de represión gubernamental.

Voceros del gobierno rechazaron la versión de Morales, aunque confirmaron el deceso de Gonzales, ocurrido en la localidad cocalera de Cayarani (en Coloni) a 60 kilómetros de la ciudad de Cochabamba, que también fue escenario de violentos enfrentamientos entre la población civil, especialmente estudiantes universitarios, y fuerzas policiales.

El cadáver del segundo campesino muerto fue encontrado en la tarde de este martes en la localidad de Aguirre, confirmó el ministro de Gobierno, Alberto Gasser.

Desde el lunes 13, cerca de un centenar de campesinos cocaleros y estudiantes universitarios fueron detenidos y apaleados en el inicio de una virulenta protesta social que clama por la suspensión de la erradicación forzosa de los cultivos de coca en el Chapare y la atención a demandas económicas y sociales de otros sectores de trabajadores.

Pese a la masiva concentración de tropas militares y policiales en los caminos y principales centros urbanos, los cocaleros y campesinos han logrado interrumpir parcialmente el flujo carretero de la principal ruta que une el oriente con el occidente del país. Los bloqueos son intermitentes, pero efectivos: los cocaleros irrumpen en las vías y siembran piedras en el asfalto, las fuerzas militares y policiales intervienen con gases y balas, dispersan a los cocaleros y levantan los bloqueos. Luego, los militares y policías se retiran a levantar otros bloqueos en localidades cercanas, lo que es aprovechado por los campesinos para volver al bloqueo. Esta rutina es permanente, así como el saldo de heridos, detenidos y apaleados.

Cochabamba, la tercera ciudad en importancia de Bolivia, está militarizada y la violencia amenaza con desbordarse. Según el representante de la Asamblea de Derechos Humanos, Sacha Llorenti, la muerte de Gonzales y el clima beligerante en ascenso frenan las posibilidades de una pronta pacificación y cierran las puertas al diálogo.

Las denuncias de las organizaciones campesinas sobre otros heridos de bala, gases y balines son crecientes y se teme que se imponga un "estado de sitio" en la región, extremo que sin embargo fue descartado por el momento por las autoridades.

La violencia es ley en la región y el propio prefecto de Cochabamba, Gustavo Vargas, informó sobre fuertes enfrentamientos en las localidades vallunas de Sayari y Vila Vila, donde un soldado habría sido herido con esquirlas de dinamita y un campesino con impacto de balín. La autoridad también confirmó la liberación del diputado cocalero Luis Cutipa, parlamentario del Movimiento Al Socialismo (MAS), que fue detenido ilegalmente por las fuerzas policiales.

"Estamos viviendo como en una dictadura", denunció el diputado cocalero Evo Morales, quien intenta liderar un amplio movimiento de protesta, que también alcanzó contornos dramáticos en la sede de gobierno, en La Paz. Allí, varias decenas de jubilados y rentistas fueron gasificados y golpeados por fuerzas policiales. Las autoridades temen mayores conflictos con este sector, ya que miles de ancianos protagonizan una penosa marcha por los caminos del altiplano rumbo a La Paz en busca de la derogatoria de un decreto gubernamental que desdolariza y reduce sus reducidas rentas.

La violencia y represión desatada en los caminos y en los centros urbanos ha generado la protesta de organizaciones sociales y laborales que se aprestan a engrosar las filas de los descontentos. Bolivia comienza a marcar con sangre el calendario del nuevo año.

Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail:
giovitrano@libero.it


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