:: Selvas.org::
:: Occhi aperti sulle Ande :: Ojos abiertos en los Andes ::
SELVAS.org


2-02-2005
Home
Portada

Chi siamo
Quien somos

Contattaci
Contacto

Uno sguardo
Una mirada

Campagne
Campañas


Link
Enlaces

In Bolivia si stanno vivendo giorni convulsi. Si fanno e si disfano leggi, si sciopera ogni giorno, vengono occupate le istituzioni e da più parti si organizzano blocchi e manifestazioni. Gli scontri con la polizia, come al solito, contano feriti e arresti, mentre il malcontento della gente soffia fuoco sul collo del governo.
Una situazione davvero complessa che, questa volta, racconteremo attraverso le voci di chi, in questi giorni come da sempre, vive in questo paese, cercando, con il proprio lavoro di indagine, di portare all’attenzione del mondo le vergogne che si stanno consumando nel cuore del continente sudamericano.
Andres Soliz Rada, editorialista e prezioso nostro contatto, ci racconta i retroscena politici ed economici di questa nuova convulsione, mentre il Cedib, prestigioso centro di informazione, ci racconterà i fatti, ci parlerà attraverso un bollettino, un vero diario dell’ultimo mese vissuto dalla Bolivia.


La Bolivia alla svolta

Del Centro de Documentacion e Informacion Bolivia - CEDIB - Cochabamba – Bolivia - www.cedib.org - cedib@cedib.org

Traduzioni di Giovanna Vitrano




Le immagini di questo servizio si riferiscono alle manifestazioni per l'autonomia di fine gennaio a SantaCruz e sono tratte da http://news.search.yahoo.com

:: BOLIVIA ON LINE ::
SELVAS.ORG
Archivio Bolivia


Minacce di secessione in Bolivia

Sulla "Media Luna"...
Soffiare Gas sul fuoco del caos


:: Andres Soliz Rada ::
Chi paga i suonatori
sceglie la musica


1 febbraio 2005

>> Aqui en español


Nell’ultima sessione del Foro del Sud 2004 si è giunti alla conclusione che, così come stanno le cose nel paese, per questo 2005 il tema principale che dovrà trattare il governo sarà il prezzo degli idrocarburi: mantenerlo congelato significherebbe il fallimento del Tesoro Generale della Nazione, mentre aumentarlo significherebbe far fallire l’economia popolare…
Effettivamente, dall’inizio dell’anno il Governo è sul punto di cadere perché ha preteso di trovare soluzione al problema aumentando il prezzo degli idrocarburi. Attenzione: non siamo noi quelli che affermano che il governo è sul punto di cadere, ma è il Presidente che continua a parlare del pericolo imminente di una sua possibile rinuncia.
Proseguiamo con ordine.
I fatti
L’ultimo giono del 2004, Mesa ha sorpreso il paese con il decreto supremo n. 27959 che aumentava i prezzi del gasolio (+10%) e del diesel (+23,1%), una decisione che ha provocato le critiche di tutta la società civile e di tutti i partiti politici e che, senza neanche aspettare la fine delle vacanze, è stata oggetto di molte proteste, soprattutto nell’Alto e a Santa Cruz.
Nella seconda settimana di gennaio entrambe le città erano paralizzate. El Alto bloccata dal coordinamento delle Giunte Autogestite degli indigeni, Santa Cruz a causa del Comitato Civico (la cui maggioranza è composta dai settori imprenditoriali oligarchici). In entrambi i casi si esigeva l’annullamento del decreto supremo 27959 e si ripetevano altre vecchie domande regionali, tra cui si sottolineavano, per l’Alto, la rescissione del contratto “Aguas del Illimani”, e per Santa Cruz l’approvazione del referendum regionale sull’Autonomia dipartimentale.
A queste mobilitazioni urbane si sommavano le minacce fatte dalle organizzazioni dei trasportatori, delle varie centrali operaie dipartimentali, della Confederazione dei Campesinos di Bolivia, della Federazione dei Regantes di Cochabamba, etc. Fu qui che Mesa, nel corso di un accorato messaggio alla popolazione, ha spiegato che o era giunto il momento in cui l’aggressività delle mobilitazioni giustificasse l’uso della forza pubblica e il conseguente pericolo di dover vedere versato il sangue dei boliviani, o si sarebbe visto costretto a rinunciare al mandato presidenziale.
Venerdì 14 viene annunciato pubblicamente che il Governo rescinde il contratto con “Aguas del Illimani” e la popolazione di El Alto sospende la mobilitazione, anche se avverte che si tratta solo di un “intervallo” nella speranza che il Governo soddisfi anche le altre domande (l’annullamento degli aumenti del carburante, l’approvazione di una nuova legge sugli idrocarburi, il rinvio a giudizio di Gonzalo Sanchez de Lozada e la rinuncia all’immunità per le truppe statunitensi più altre cose).
A Santa Cruz al blocco e alla paralisi della città si sostituisce, la terza settimana di gennaio, uno sciopero della fame indetto dai dirigenti civici e sociali, sciopero che viene accompagnato in breve tempo da una occupazione progressiva di istituzioni pubbliche (il Servizio delle Imposte, Immigrazione, Direzione del Lavoro, AASANA, più alcune persone alla Prefettura e il blocco all’ingresso dell’aeroporto, senza contare ciò che si è discusso in una specie di Corte su acqua e elettricità, una sorta di minaccia di quello che potrebbe succedere).
Giorno 20 il Presidente modifica il decreto 27959, quello approvato il 31 dicembre, con un nuovo decreto 27983 che ribassa il prezzo del gasolio a quello della benzina. Ma la mobilitazione di Santa Cruz non solo continua, ma si rafforza, accompagnata da marce molto partecipate che sfociano in scontri con la polizia (apparentemente provocati da alcuni settori). Intanto, un’interpellanza a quattro ministri del governo (quello della Presidenza, quello dello Sviluppo Economico, quello dell’Industria e quello per gli Idrocarburi) presentata dall’assemblea parlamentare cruceña finisce con la censura dei quattro da parte della Camera dei Deputati, ministri che per questo sono obbligati a rinunciare al mandato, anche se si suppone che in questi giorni saranno ratificati dal presidente Mesa. A Santa Cruz e nel resto del paese regna l’incertezza. Molto più forte per quanti con il proprio lavoro cercano di diradare le nebbie.





El Alto e “Aguas del Illimani”
Questo è un vecchio problema. La grossa trasnazionale francese "Suez Lyonnaise des Eaux" negli anni Novanta si è fatta carico della fornitura di acqua potabile nelle città di La Paz e del Alto, e da entrambe è stata fatta oggetto di critiche per il crescente contrasto tra i continui aumenti delle tariffe e la qualità del servizio; e adesso lascia, proprio come, per ragioni simili, ha cercato di andarsene da Manila (Filippine) e da alcune città argentine. Non solo è un successo del popolo alteño, ma anche dell’intero paese che si libera della seconda transnazionale che pretendeva di arricchirsi con l’acqua di Pachamama (Madre Natura, ndt) e con la sete della gente.
Svantaggi? Nessuno, così come non è possibile subire noie diplomatiche da parte del governo francese: forse qualche domanda di indennizzo come quella presentata dalla Bechtel (“Aguas del Tunari”), ma questa volta la faccenda non può andare molto lontano, perché in questo caso la Bolivia non ha un trattato di libero commercio con la Francia. Non appena sono stati toccati gli interessi della nazione francese, la Francia ha tagliato i ponti, un lusso questo che il governo boliviano può permettersi. E per la tensione sociale che si vive a El Alto è stata un’importante valvola di sfogo.

I prezzi del carburante
Qui la situazione è molto più delicata. Giorno dopo giorno il paese è stato legato mani e piedi ai contratti in vigore con le multinazionali petrolifere, e una delle conseguenze è che i prezzi interni del petrolio e dei suoi derivati si stabiliscono d’accordo con i prezzi internazionali e non in accordo ai costi di produzione come succedeva prima della legge sugli idrocarburi di Gonzalo Sanchez de Lozada datata aprile 1996.
Per questa legge i boliviani, che hanno petrolio proprio e capacità interna di raffinarlo, non hanno alcuna possibilità di pagarlo al reale prezzo di costo (circa 10 dollari al barile), ma al prezzo imposto dalle speculazioni mondiali (che oggi supera i 40 dollari al barile!). E nelle condizioni di adesso questa è una bomba ad orologeria per l’economia popolare e anche per l’economia impresariale (in special modo per l’agrindustria di Santa Cruz). Da qui, l’ultimo governo di Banzer era stato costretto a congelare i prezzi dei carburanti anche se questo era costato al tesoro Generale della nazione il dover accettare un compromesso: versare alle multinazionali la differenza tra il prezzo mondiale e quello congelato. Con questa trovata, la mossa tocca di nuovo al Tesoro. Che fare?
Il governo insiste che l’aumento del diesel e della benzina è l’unica soluzione possibile per riequilibrare il deficit fiscale, per poter pagare le spese del settore sanitario e dell’educazione, e per evitare il contrabbando di diesel e la sua conseguente diminuzione di scorte. Però i fatti non stanno dimostrando che questa è la soluzione (questo è già stato ampiamente dimostrato con il fatto che il costo della vita è aumentato, così come sono aumentati i passaggi di mano e, per questo, sono aumentati i costi di quasi tute le produzioni).
L’unica soluzione seria è quella che sta progettando la Comisión Económica del Congresso con la nuova legge sugli idrocarburi: con il recupero della proprietà degli idrocarburi da parte dello stato si potrà determinarne il prezzo interno sulla base del costo reale e non sulla base dei prezzi stabiliti dal mercato mondiale. E’ il vantaggio di possedere petrolio proprio: sapete quanto costa la benzina in Venezuela? 25 centesimi di boliviano! Non è un errore, tre centesimi di dollaro. Qui nessuno chiede cose simili ad un ribasso (cosa che suppone una sovvenzione statale che la Bolivia non si può permettere) solo si chiede che i prezzi smettano di aumentare. Ma il presidente Mesa, obbediente alle consegne dei poteri stranieri, nega di accettare questa possibile soluzione e preferisce una soluzione a discapito dell’economia popolare (e nazionale). E l’ultimo ribasso del prezzo del diesel equiparato a quello della benzina è servito a poco perché non fa che scaricare il problema per metà sulle spalle del Tesoro e per metà sulle spalle del popolo, ed è chiaro che nessuno dei due può sopportare una simile incombenza.



Che succede a Santa Cruz?
CPer essere il più obiettivi possibili, ci siamo spostati fino alla capitale orientale e da lì stiamo redigendo questo bollettino. La prima cosa che notiamo è che mai questa grande e produttiva città ha vissuto un simile stato di convulsione: scioperi della fame, grandi marce aggressive, blocchi, occupazione delle istituzioni, scontro aperto con il governo, prese di posizione persino dei suoi rappresentanti cruceñi (il prefetto Carlos Hugo Molina e il ministro della Participación Popular Roberto Barbery) che ci stanno rimettendo la faccia con i politici ma che comunque restano oggetto di insulti e di sberleffi da parte dei loro compaesani. La dirigenza cittadina di Santa Cruz afferma che non sta chiedendo nessun confronto, ma si comporta come chi cerca esattamente un confronto; al contrario non si spiegherebbe la sua reazione di fronte l’ultimo decreto presidenziale che ribassa il prezzo del diesel a livello di quello della benzina.
Il signor Dabdoub, della cosiddetta Nacion Camba, ha rilasciato una prima dichiarazione giudicando positivo questo gesto del governo, ma nel giro di un’ora, per istruzione di altri dirigenti, ha cambiato la propria posizione e ha rifiutato il decreto presidenziale. Che succede quindi?
Alcuni analisti cruceñi, che hanno i loro spazi sulla stampa, concordano nell’affermare che dietro quella mobilitazione, che chiaramente va molto più in là del prezzo del diesel, non appare alcun progetto alternativo per il paese e che per tanto l’unica cosa che perseguono i suoi dirigenti è una destabilizzazione che permetta di liquidare quelli che sono considerati i tre pericoli più grandi per i loro interessi: la nuova legge sugli idrocarburi, la crescente domanda di terre da parte delle genti indigene e dei campesinos Sin Tierra, e l’Assemblea Costituente (oltre, allo stesso tempo, rendere invisibile il giudizio per le responsabilità di Sanchez de Lozada); almeno questo è quello che si intuisce dalle domande formulate per la richiesta di abrogazione del decreto di fine anno.
Quali sono le forze che comandano il movimento civico?
Chiaramente la Cainco (che qui alcuni la chiamano la Caincovich) e dentro di questa niente meno che la Cámara Boliviana de Hidrocarburos (si suppone che sia lei la prima a finanziare la mobilitazione) sommata a importanti capitali cileni. La seconda grande forza (che comunque non ha un nome specifico se non quello di “trasversale”) è quella che si raggruppa attorno al Sig. Monasterios e che è disposta a difendere con le unghie e con i denti 250mila ettari di terra che sono gli stati graziosamente concessi e che pare siano in pericolo di “sanatoria” da parte della INRA (Istituto Nazionale Risorse Agricole). Si dice che nel corso di conversazioni non ufficiali con portavoce del Governo (che a sua volta rappresentano rivali oligarchici della zona andina) i temi principali non sono il diesel o gli idrocarburi, ma il condono di 200 milioni di dollari di debiti per tasse petrolifere e altri megacommerci. E questo tipo di interessi sembra essere quello che sta dietro l’impaziente domanda di autonomia dipartimentale senza sperare in una Assemblea Costituente.
Un altro elemento che richiama attenzione quando ci si arriva vicino è la composizione della "Unión Juvenil Cruceñista", che anni fa raggruppava un centinaio di ragazzi di pelle bianca appartenenti alle classi privilegiate (con una chiara tendenza verso l’ideologia fascista) e ora in cambio è costituita da migliaia di giovani di evidente sangue meticcio e in molti casi anche di appartenenza andina. La spiegazione che abbiamo trovato è che si tratta di una massiccio reclutamento di giovani più o meno disoccupati (della città e della provincia) a cui si paga un gettone di 10 bolivianos al giorno e che servono come forza bruta (sono quelli che occupano le istituzioni, e quelli che a colpi di pietra hanno forzato la polizia a intervenire contro la grande marcia del 20 gennaio). Questa violenta partecipazione a ciò che è il cosiddetto "lumpen proletariat”, insieme con le caratteristiche dei settori dirigenti, è quello che permette ad alcuni analisti di dire cha a Santa Cruz sta venendo fuori un’insorgenza fascita.

La responsabilità del governo
E’ innegabile che in questo stato di convulsione partecipano attivamente molti settori popolari, espressi dalla Central Obrera Departamental, dalla Federación de Juntas Vecinales e da altri, di cui è ovvio dire che sono meri fanalini di coda del Comité Cívico, ma che nei fatti riempiono le strade e permettono che si affermi che tutta Santa Cruz sta insorgendo per una supposta protesta contro il “dieselazo” (l’aumento del prezzo del diesel). Però, chi ha fornito all’oligarchia cruceña l’argomento per cui appare come alleata degli interessi popolari accusando il Governo di stare incrementando la fame della gente?
Niente meno che il presidente Mesa, che fin dal primo giorno del suo governo non ha chiesto di governare con i movimenti sociali né di assumere l’agenda di Ottobre, e che ora ha preferito risolvere la crisi del Tesoro a costo dell’economia popolare e non al costo delle garanzie delle trasnazionali che continuano a resistere in quella che è chiamata una legge sugli idrocarburi. Lui che confisca, che continua a chiedere al Parlamento che si approvi l’immunità per le truppe statunitensi (con il ricatto che, in caso contrario, non ci sarà denaro per installare il gas a domicilio) e che oltre al decreto di fine d’anno ha emesso un altro decreto che autorizza le Forze Armate ad intervenire con armi da guerra nel caso di convulsione sociali (lui che è disposto a rinunciare anziché uccidere, allo stesso tempo è disposto ad autorizzare che altri uccidano impunemente, siano nordamericani o boliviani). Lui che autorizza le imprese petrolifere a registrare le proprie concessionarie secondo il Diritto Reale… Non è provocare il popolo?

Conclusioni
Evidentemente chi chiede la rinuncia del presidente, senza avere un’alternativa concreta da proporre, sta danneggiando il paese. Però qui c’è un governo che non ha alternativa, che si sottomette ai poteri stranieri fino all’estremo di provocare la popolazione, e che regala argomenti e bandiere popolari ai settori più reazionari dell’oligarchia, che sta facendo tutto questo a danno al paese. Per questo abbiamo detto di essere ad una svolta. E non sembra che noi si possa venir fuori da questo pasticcio né con gli sforzi (abbastanza ridicoli e poco convincenti) di chi tenta di costituire una bancata parlamentare oficialista, né con l’accorato e sentito “messaggio alla nazione” del capo del Mas, né con l’anticipare le elezioni generali (la mancanza di proposte politiche concrete e la mancanza di unità dei movimenti sociali le rendono inutili). E una eventuale successione presidenziale da parte dell’attuale presidente del Senato (il mirista Vaca Díez, uomo rappresentativo del peggiore e vecchio sistema, e uomo di fiducia dell’oligarchia cruceña) peggiorerebbe addirittura le cose.
Le speranze tuttavia non sono perdute, lì dove i settori indigeni e campesini delle Tierras Bajas (le Terre Basse) hanno iniziato a gestire una unità sociale che prima si era chiamata “Bloque Oriente” (Blocco Orientale, l’unico settore che si è saputo tirar fuori dal Comité Cívico di Santa Cruz) e che lentamente si va unendo alle Tierras Altas con il “Patto di Unità”. E’ una piccola speranza che tuttavia si vede ancora lontana anche perché, tra le altre cose, le manca molto per coinvolgere le masse dei poveri delle città. Ma è quello che c’è.



"...Tutto indica che la Bolivia sarà il primo della regione sudamericana ad essere disintegrato. Il governo delle petrolifere nel cuore sudamericano taglierà alla radice il progetto del presidente venezuelano Chavez di uniformare Petroamérica, entità che dovrebbe raggruppare le petrolifere statali di Venezuela, Argentina, Brasile, Bolivia, Perú, Ecuador e Colombia."

Bolivia: chi paga i suonatori sceglie la musica

Di Andres Soliz Rada - Avvocato, giornalista ed ex parlamentare boliviano

>>
Aqui en español



L’ingerenza distruttiva di Sanchez de Lozada
La situazione boliviana è caotica. La possibilità di trovare soluzioni ai problemi strutturali del paese non si vede nemmeno. Il paese è ancora una volta scosso da blocchi stradali, scioperi della fame e mobilitazioni popolari e impresariali. Il governo ha fatto un passo indietro rispetto alla sua intenzione di aumentare il prezzo dei carburanti, cosa che ha causato le ire dell’FMI. I dirigenti civici di Santa Cruz sono decisi a convocare un referendum per l’autonomia come conditio sine qua non dell’unità nazionale. Se la convocazione di una Assemblea Costituente si vede come àncora di salvezza di fronte al naufragio, oggi si nutrono molti dubbi sulla sua fattibilità. L’anticipo delle elezioni presidenziali potrebbe permettere di tirare il fiato in mezzo alla disgregazione dei partiti politici, con l’eccezione del Movimento Al Socialismo (MAS) di Evo Morales che, senza dubbio, ha perso molti voti, dal 21 al 18%, nelle elezioni municipali del 2004 rispetto a quelle presidenziali del 2002. Le ultime mobilitazioni di El Alto hanno costretto Mesa a rompere il contratto con l’azienda Aguas del Illimani, della trasnazionale Suez, mentre l’ambasciata degli Stati Uniti esige che la Cámara de Diputados ratifichi il trattato di impunità a favore dei suoi “marines”, l’ingresso della Bolivia nell’Alca e l’approvazione di una nuova legge sugli idrocarburi che non tocchi i privilegi delle multinazionali.
Quando l’allora presidente Gonzalo Sánchez de Lozada giunse, nel 1996, alla direzione dell’Instituto de las Américas, il cui obiettivo è debilitare al massimo gli stati nazionali della regione per applicare ad oltranza la politica neoliberale statunitense, stava accelerando la disintegrazione della Bolivia. Gonzalo Sánchez de Lozada condivide questa sua direzione con rappresentanti della Enron, British Petroleum, Shell, Marathon Oil, Maxus e altri gioielli simili. Il presidente, nello stesso tempo, si infila anche nella direzione dell’American Council, organizzato da David Rockfeller, all’interno del quale troviamo la partecipazione di delegati per la Chase Manhatan Bank, per la ENRON, e per la City Group, oltre che membri della oligarchia cilena. Lozada, prevedendo un’accusa di responsabilità, ha trasferito le sue azioni nella Compañía Minera del Sur (COMSUR), socia del Banco Mondiale, dell’inglese Rio Tinto Zinc, della canadese Orvana Minerals Corp e dell’altra inglese Allien Deals. Lo studio giuridico del Comsur è passato nelle mani della Enron quando questa è giunta in Bolivia, e la City Bank, che presta servizi alla Comsur, guarda le azioni delle industrie statali passare progressivamente al capitale straniero.
L’ex presidente ha iniziato la sua colossale fortuna e il suo potere politico nel 1961, quando ha noleggiato dallo stato la miniera “Porco”, nel dipartimento di Potosì, per la quale avrebbe dovuto pagare un canone mensile di 700 dollari. Dopo 18 anni, aveva ottenuto guadagni per 54 milioni di dollari e ottenuto il condono del miserabile affitto fissato per contratto.
Con i guadagni di questa e di altre concessioni minerarie ha finanziato, dal 1978, le campagne presidenziali del MNR e si è trasformato nell’uomo più influente persino del leader storico del suo partito, Víctor Paz Estensoro. Ancora una volta si compiva il famoso proverbio messicano: “colui che paga i suonatori sceglie la musica”. Ha finanziato i congressi del MNR dai quali è stato eletto candidato presidenziale nel 1989, 1993 e nel 2002. Nel primo caso, sembra che insieme con lo studio legale statunitense Sorensen abbia redatto il nuovo statuto del partito. Così ha convertito l’MNR in una succursale delle sue aziende minerarie. Nel corso del suo primo mandato, 1993-1997, ha smantellato lo stato nazionale, consegnando la proprietà degli idrocarburi in bocca di pozzo nelle mani delle multinazionali del petrolio e ha distrutto l’autostima dei boliviani.
Dopo la rivolta popolare che lo ha cacciato il 17 ottobre 2003, al prezzo di circa 60 morti e oltre 500 feriti, il suo successore costituzionale ha promesso un cambiamento di rotta. Non ha mantenuto la promessa. Ha continuato con la stessa politica economica, continuando a lavorare, tranne che per pochi casi, con gli stessi collaboratori di Gonzalo Sanchez de Lozada. I problemi, è ovvio, sono rimasti gli stessi.
Il paese ha concesso una tregua a Mesa, tregua che è durata quindici mesi e che ora sta giungendo alla fine. Il problema è lo stesso di quello sorto il 17 ottobre del 2003: o il governo cambia il suo “gonismo” e i suoi “gonisti” o precipiterà fino alla sua disintegrazione e al caos, esattamente quello che cercano l’Instituto de las Américas e l’American Council.

Governo Petroliero
Pretendere di capire cosa significa designare governatori per i dipartimenti di Santa Cruz e Tarija, lì dove si trova la quasi totalità dei 53 trilioni di piedi cubici (TCFs) di gas naturale senza tenere in considerazione gli interessi delle grandi petrolifere del mondo, come Shell, Enron, Repsol, Total, British Gas e Amoco, che lavorano in Bolivia, sarebbe come studiare il sistema di respirazione degli esseri umani senza tenere in considerazione i polmoni.
Le transnazionali sono impazienti di esportare queste riserve in Cile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Messico e Stati Uniti, senza dover negoziare con uno stato nazionale che, anche se è ridotto a pelle e ossa dal neoliberismo, è tuttavia un interlocutore che le multinazionali pretendono di sostituire con governatori docili ai loro desideri.
Questo progetto, che potrebbe concretizzarsi a Santa Cruz, implicherebbe un colpo di stato e la rottura del processo democratico.
Ma a chi importa? Bush e la sua lobby non sono forse il prodotto di comizi finanziati dalla “oleocrazia” più importante e sfacciata della storia? Se si può invadere l’Afganistan e l’Irak, bombardare e commettere genocidi e vari altri massacri come quello di Falluya, senza che ne importi all’Onu, perché non mettere governatori nelle aree che interessano l’impero?
E’ di carattere pubblico il fatto che i centri del potere mondiale cercano di eliminare gli spazi sovrani ancora esistenti nei paesi sottomessi. E tutto indica che la Bolivia sarà il primo della regione sudamericana ad essere disintegrato. Il governo delle petrolifere nel cuore sudamericano taglierà alla radice il progetto del presidente venezuelano Chavez di uniformare Petroamérica, entità che dovrebbe raggruppare le petrolifere statali di Venezuela, Argentina, Brasile, Bolivia, Perú, Ecuador e Colombia. Così la Bolivia diventerà solo il centro di distribuzione di gas per tutti i paesi confinanti, senza poter industrializzare nemmeno un metro cubo di gas naturale nel suo territorio. Dovrà accettare il fatto di poter usare la sua energia come gas a domicilio o per i veicoli, senza ottenere industrie termoelettriche, petrolchimiche, "Gas To Licuid" o altre forme per ottenere valore aggiunto per la sua materia prima. L’impero avrà allora conseguito, in un solo momento, la neutralizzazione della nascente Comunidad Sudamericana de Naciones (COSUNA), sbocciata a Cuzco, in Perù, il 9 dicembre scorso. Con un governo petroliero a Santa Cruz e Tarija il dominio geopolitico dell’imperalismo nel Cono Sud del continente avrà fatto un altro passo fondamentale verso la sua dittatura planetaria.
Non sarebbe giusto, comunque, nascondere le responsabilità interne del problema. Due mesi fa, la Cámara de Diputados ha approvato nel corso di una riunione plenaria (saltata nelle riunioni dei singoli partiti) una nuova legge che riporta la proprietà degli idrocurbiri in bocca di pozzo alla Bolivia. Il presidente Carlos Mesa, disgustato da questa decisione, ha detto: “Adesso dovrò ascoltare le regioni”. E la voce dei dirigenti regionali, portavoce delle multinazionali e dei proprietari terrieri, si è fatta sentire, imponendo l’elezione di prefetti dipartimentali che parteciperanno all’Assemblea Costituente, assemblea che deve discutere la portata della misura trascendentale. Mesa li ha accontentati imponendo uno smisurato aumento del prezzo della benzina e del diesel, aumento approvato dai dirigenti civici e dalla Federación de Empresarios Privados de Santa Cruz (della quale fanno parte le compagnie petrolifere che lavorano in Bolivia) per allineare dietro delle sue consegne secessioniste settori popolari del paese. Immediatamente dopo, l’FMI ha chiesto a Mesa di annullare interamente la misura.
Responsabili della situazione attuale sono, allo stesso tempo, i mezzi di comunicazione che, salvo eccezioni, sono controllati da capitali transnazionali e oligarchici. Il gruppo spagnolo “Prisa” controlla la rete televisiva più importante del paese, così come influenti periodici di La Paz, Cochabamba e Santa Cruz. Quasi nessuna radio, nessun canale televisivo o importante periodico può fare a meno della pubblicità delle transnazionali, quelle che, per questa strada, impongono editoriali politici e notizie. Sono questi i mezzi che appoggiano gli obiettivi separatisti dell’oriente. Fa gioco a questa posizione la richiesta indigena ad oltranza, che adesso infiacchisce ancora di più il paese.
Entrambe le posizioni fino ad ora hanno chiuso la possibilità di dibattere i termini di un processo di decentralizzazione autonoma che ancora potrebbe risolversi senza che la Bolivia sparisca dalle carte, come ha predetto Mark Falcoff, assessore dell’ex vicepresidente statunitense Dick Cheney.



Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano; analista specializzata per l'applicazione dei diritti umani in Bolivia. autrice del libro "Il gioco dell'assenza - Vivere dentro la cultura mafiosa" edito da Editrice Zona, è tra i fondatori dell'Osservatorio Selvas.org.
E-mail: gioviselvas@interfree.it


SELVAS.org - Disclaimer - Copyleft
In ottemperanza con la nuova legge sull'editoria italiana, si segnala che selvas.org non è' un periodico. Qualunque testo vi appaia non ha alcun tipo di cadenza predeterminata nè predeterminabile. Non essendo una testata giornalistica, non esiste editore. Tutti i contenuti sono a responsabilità e copyright dei siti linkati o di chi li ha scritti. I dati sensibili relativi alla legge sulla privacy sono tutelati in ottemperanza alla legge 675/96 e dal dpr 318/99. Il contenuto del sito può essere liberamente citato, linkato ed anche copiato (a patto si citi selvas.org come fonte). Per qualunque altra informazione scrivere alla redazione.