Il nuovo presidente boliviano ha presentato il suo piano economico, una serie di decreti che, dovessero essere accolti dal parlamento, avrebbero il proprio peso allinterno dei giochi economici dellAmerica Andina. Ma gli effetti della nuova cura sembrano essere a lungo termine.
Ora, anche in Bolivia, assisteremo invece agli effetti indesiderati del "fungo killer"
I "miracoli" di Carlos Mesa
A cura di Giovanna Vitrano

Come una specie di "Ekeko", divinità Aymara, il presidente Mesa distribuisce doni. Foto di Dado Galdieri - AP
SOMMARIO
220 milioni di dollari
Per i campesinos
Ad "alzo zero"
Un nuovo terrorismo
Il mate bistrattato
Dopo i tragici fatti dello scorso novembre, il popolo boliviano aveva concesso al nuovo presidente della repubblica, Carlos Mesa, un periodo di prova, tre mesi per dimostrare che il nuovo governo non avrebbe ripercorso le orme dei precedenti.
Carlos Mesa, colto, intelligente e molto esperto delle mosse diplomatiche (è stato capace di farsi eleggere presidente pur essendo lex vice di Sanchez de Lozada e chiaramente non ben visto almeno allinizio- dallamministrazione statunitense), ha giocato le sue carte lo scorso 1° febbraio, sera in cui ha reso pubblica la sua maxi-manovra economica capace, a suo dire, di evitare il tracollo finanziario del Paese.
Una manovra, in questi giorni, oggetto di un approfondito studio, che sembra voler dare un colpo al cerchio e uno alla botte, anche se, ad un primo sguardo, preoccupa soprattutto per la salute dello stesso governo. Perché fin quando si rischia la rivolta popolare, forse, si può parlare di rischio calcolato; ma quando si toccano gli interessi dellimprenditoria, i grossi movimenti di denaro, le grandi manovre finanziare e il loro conseguente apporto al capitolo corruzione, bè, in questo caso si rischia davvero tanto.
Mesa non è un martire, questo è certo. E quanto cè di non detto, di non scritto, dietro al piano economico da lui presentato, è ancora presto per quantificarlo. E le conseguenze di alcuni decreti presentati il 1° febbraio si vedranno solo fra qualche tempo.
Causa prima
La manovra economica è stata resa necessaria dalla situazione finanziaria della Bolivia. Soprattutto dopo la visita a vuoto fatta a Washington e dopo aver fatto un po i conti con il tempo che La Paz aveva a disposizione per sottoscrivere la richiesta statunitense in merito allimpunità dei suoi cittadini davanti al Tribunale Penale Internazionale.
Il governo boliviano non ce la farà a ratificare la sua posizione al fianco dello zio Sam e, coincidenza, Washington non potrà visti i costi della guerra irachena, dice ad elargire le somme promesse al neo presidente Mesa lo scorso novembre. In più, anche il Fondo Monetario Internazionale, dopo i deplorevoli fatti sempre dello scorso novembre, ha deciso che la Bolivia non era più meritevole del suo appoggio. Finanziario, sintende.
A meno che non riuscisse a dimostrare di poter cambiare un po le cose, di poter aumentare le entrate e diminuire le uscite. Di coca illegale, soprattutto.
Causa seconda
Dopo la rivoluzione di novembre, il governo ha capito chiaramente che i boliviani avevano toccato il fondo della disperazione. E quei novanta giorni concessi al nuovo governo più che un avvertimento erano davvero un ultimatum. Una minaccia vera, un fiato sul collo che, in primis la COB, la Central Obrera Boliviana che, dopo un passato eroico, è ora in cerca di nuova dignità, non ha mai mancato di far sentire al nuovo reggente.
Bisognava tranquillizzare gli animi, quindi. Animi che già si agitavano al rumore che stava facendo il pettegolezzo su un probabile aumento della benzina e del metano.
Mesa, da come si sta muovendo, non sembra avere intenzione di lasciare anzitempo il suo seggio in parlamento, quindi bisognava tener buono il popolo. E tra tutti i decreti presentati, il Numero 27298 di cui diremo avanti è davvero un colpo da maestro.

Continuano le proteste popolari contro il Chile. Foto di David Mercado - Reuter
220 milioni di dollari
Questa la cifra che Mesa intende racimolare grazie al suo nuovo piano economico.
Una bella sommetta, pari a circa tre volte lammontare degli incassi ottenibili con l'APTDEA, accordo economico con gli Stati Uniti di interscambio commerciale ormai fuori moda grazie allavvento dellALCA, nuovo megaprogetto che, pubblicamente rifiutato dallintera popolazione, da un po si muove per vie sotterranee, lontano dai clamori della stampa e delle conferenze ufficiali.
220 milioni di dollari che dovrebbero entrare nelle casse dello stato per le vie più disparate.
Innanzi tutto, i salari delle autorità dello stato saranno decurtati del 5% e dei bonus, ossia quei plus che gli alti funzionari ricevono per i loro fondi privati. Con questa manovra Mesa fissa a 19.900 bolivianos (2.540 dollari) lo stipendio di un ministro, stipendio che rappresenta il tetto massimo dei salari delle varie autorità. Il presidente per primo si è fatto uno sconto alla personale busta paga: il suo salario, ha dichiarato, sarà di 26.900 bolivianos (3.431 dollari).
Questa manovra non è stata accolta con molto favore dalla classe dirigente boliviana, così come poco gaudio è stato espresso allannuncio dellImposta sul patrimonio netto delle persone, imposta che costerà l1,5%, ununica volta, a quanti hanno un patrimonio personale superiore ai 50mila dollari. Una manovrina che dovrebbe permettere un incasso di circa 35 milioni di dollari. Cento milioni di dollari dovrebbero entrare grazie allImposta sulle transazioni finanziarie, ovvero grazia al versamento al fisco dello 0,3% di ogni transazione effettuata, forse la tassa meno gradita dal settore imprenditoriale.
E ancora, una nuova imposta obbligherà le società petrolifere che operano in Bolivia a pagare fino al 32% di tributi per la commercializzazione del carburante (altri 50milioni di dollari in entrata). Anche questa imposta non è piaciuta, né agli imprenditori boliviani, tantomeno agli imprenditori esteri, soprattutto a quanti una volta liquidata la Pacific Ltd- già si sfregavano le mani alla vista delle enormi quantità di gas e petrolio custoditi nel sottosuolo di un Paese vicino al fallimento.
Ma ecco, dopo il colpo alla botte, il colpo al cerchio. Il prezzo della benzina sarà liberalizzato, seguirà, cioè, il prezzo del petrolio sul mercato internazionale. Quindi la benzina aumenterà, sì, ma piano piano, a poco a poco, in modo tanto delicato (e soprattutto per colpa di un inafferrabile e poco comprensibile mercato) che laumento, in fondo, non sarà vissuto dai boliviani come lennesima tassa "strangolafamiglie".
Questa manovra, inoltre, permetterà di eliminare le sovvenzioni statali per lacquisto di gas, gasolio e diesel, una manovra che si accorda perfettamente con le richieste fatte dal Fondo Monetario Internazionale.
Non si sa quanto bene verrà accolto il progetto compro boliviano, ovvero tutta una serie di iniziative governative con le quali si dovrebbe dare priorità allacquisto di generi prodotti in Bolivia, mano dopera compresa, iniziative che dovrebbero aumentare gli acquisti governativi di produzioni locali da 200 a 600 milioni di dollari annui. Persino la petrolifera YPFB dovrebbe recuperare qualche soldo dal decreto che, se approvato, dovrebbe mettere in piedi un progetto di fortificazione della YPFB, attraverso una legge che concepisca lindustrializzazione come uno degli elementi nevralgici da qui al futuro. La proposta di Mesa vede una parte dei Fondi di Capitalizzazione collettiva di proprietà dei cittadini boliviani passare come patrimonio azionario della YPFB, in modo tale da garantire allEnte una grossa capacità di investimenti. Le azioni che dovrebbero passare di proprietà per prime dovrebbero essere quelle della Chaco, Andina e Transredes (circa 750 milioni di dollari).
Per i campesinos
E poi cè il decreto supremo n. 27298, ossia la possibilità di prestare, a condizioni realmente vantaggiose, cifre non superiori ai 30.000 dollari per i progetti elaborati dalle comunità indigene, campesinas e indigene. Progetti che devono essere presentati al governo attraverso la Confederación Sindical Unica de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB), la Confederación Sindical de Colonizadores de Bolivia (CSCB), la Confederación de Pueblos Indígenas de Bolivia (CIDOB), il Consejo Nacional del Ayllus y Markas del Qollasuyo (CONAMAQ) e la Federación Nacional de Mujeres Campesinas Bartolina Sisa (FNMC-BS). Una sorta di prestito donore alla boliviana, per intenderci.

Campesino. Foto di David Mercado - Reuter
| :: IL MARE BOLIVIANO :: |
Tratto da EL COMERCIO (Perù) e AGENCIAS
Bolivia alista nueva campaña diplomática en el tema del mar
Se analizaron las últimas declaraciones del presidente de Chile, Ricardo Lagos, quien dijo que aguarda la respuesta de La Paz a su propuesta de restablecer relaciones diplomáticas entre los dos países, interrumpidas en 1978, informaron las fuentes.
Otra reunión similar tendrá lugar el jueves, esta vez con la presencia además de expertos en el tema y directores de medios de comunicación. Paralelamente, la Cancillería envió documentación sobre la demanda marítima boliviana a sus embajadas.
El embajador en Argentina, Arturo Liebers, confirmó haber recibido el documento para explicar y difundir la demanda boliviana de una salida soberana al Pacífico a diplomáticos, políticos y académicos argentinos.
Liebers declinó dar detalles del contenido, pero dijo que se trata de un trabajo eficiente de la Cancillería.
El diario "La Razón" indicó ayer que la documentación incluye la resolución de la OEA de 1979, en la cual 25 países reunidos en La Paz resolvieron que "es de interés hemisférico permanente encontrar una solución justa y equitativa que proporcione a Bolivia acceso útil y soberano al Océano Pacífico".
La documentación incluye información sobre el impacto de la mediterraneidad en la economía boliviana que, según estimaciones del economista estadounidense Jeffery Sachs, es del 1,5% del PBI, unos 120 millones de dólares al año.
Esta campaña diplomática se conoce en momentos en que el Gobierno Chileno designó a su nuevo cónsul en La Paz, Emilio Ruiz Tagle. |
Ad "alzo zero"
Mesa, però, le ha anche sparate grosse. Come quando, ad esempio, si è infervorato parlando del Puerto Bush. Esattamente, proprio un Porto Bush, e visto che Bush non è certo un cognome comune in Bolivia, lintento è chiaro: cosa cè di meglio per ingraziarsi il presidente che intestargli il sogno boliviano?
Certo, per questa volta Bush dovrà accontentarsi solo di un porto fluviale, un porto sul fiume Paraguay, in attesa che si dirima la querelle con il Cile. E magari chissà se lidea di avere il proprio nome scritto su uno dei più grandi porti petroliferi dellAmerica Latina non convinca lo zio Sam in persona (rampollo di una famiglia di petrolieri, ricordiamolo) a mettere una buona parola con Santiago, affinché si decida a raggiungere un accordo con i vicini boliviani. Perché al momento la faccenda segna il passo. Il Cile è disponibile a concedere alla Bolivia per 99 anni luso di un porto che potrebbe sorgere proprio su quel pezzetto di terra perso dalla Bolivia durante la guerra del Pacifico in cambio di un accordo in merito allacquisto di metano e petrolio. Il Cile però non ha intenzione di lasciare ai vicini la sovranità della zona, e i boliviani non hanno alcuna intenzione di vender loro il gas. Persino gli accordi che sembrano poter essere firmati con lArgentina sono in bilico proprio perché la Bolivia ha capito che largentina vuole il gas boliviano per rivenderlo al Cile. Insomma, la faccenda è ancora molto lontana dallessere risolta.
Ah! Il Puerto Bush sarebbe un porto militare.
Un nuovo terrorismo
Bisogna dire che proprio in questi mesi lamministrazione statunitense non ha fatto altro che mettere in guardia il governo boliviano sul fatto che il traffico illegale di droga e gli atti terroristiche che si vanno denunciando a far data dalla crisi sociale boliviana aumentano pericolosamente di numero. Tanto che, ma questo il sottosegretario della Difesa americana Rogelio Pardo non lha detto, il numero dei militari statunitensi nel Chapare sempre essersi moltiplicato. Così come sono aumentati gli arresti e gli scontri con i cocaleros. Tutte notizie che appaiono e immediatamente scompaiono, storie di cui nessuno più parla volentieri, piccoli indizi, questi, che è vero, che i fatti di cui si bisbiglia sono realmente accaduti e che la tensione nel tropico cochabambino è tornata a salire.
A meno che non si tratti di piccole manovre utili a spianare la strada ad un nuovo terrorista, o ad una nuova arma di difesa, a seconda dei punti di vista, il Fusarium Oxisporum, un fungo di cui si comincia a parlare anche in Bolivia.
Questo fungo, al momento usato (sempre che sia vero) in modo illegale, appartiene al ceppo EN-4, testato e elaborato in forma granulare nei laboratori del Servizio di investigazioni per lagricoltura del Dipartimento Agricoltura degli Stati Uniti.
E comparso già in Perù, dagli indios chiamato seca-seca, nelle vicinanze di un laboratorio dellAgenzia antidroga statunitense Dea, cui ha ucciso le piantagioni di pomodoro e papaya.
Il Fusarium Oxisporum, infatti, è sì capace di distruggere le piantagioni di coca, velocemente e silenziosamente, ma anche, purtroppo, la yucca, il mais, il girasole, la palma africana, la melanzana, le conifere, il noce, il tabacco, il rovere, i ravanelli, laglio, il carciofo, gli asparagi, il sedano, il cavolo, il cetriolo, i datteri, il cotone, la cipolla, la vaniglia e un pugno di altre specie vegetali, compresi 45 tipi di orchidee tipiche delle zone amazzoniche.
E cè ancora una controindicazione: il Fusarium Oxisporum è mortale anche per luomo, almeno nel 51,6% dei casi di contagio avvenuti in paesi sviluppati. Il fungo penetra nellorganismo attraverso lapparato respiratorio, il tratto digestivo, la pelle, escoriazioni e unghie. Causa cancro, leucemia, avvelenamento e gravissime insufficienze cerebro-vascolari. Dalla sua assunzione allinizio della sua azione devastante passano meno di 24 ore.
Il fungo può vivere fino a 40 anni contaminando terre e risorse idriche. Un essere umano che entri a contatto con il Fusarium Oxisporum ha una aspettativa di sopravvivenza di gran lunga più breve.

Marines statunitensi prestano cure mediche a El Alto a indigenti. Foto di Dado Galdieri - AP
Il mate bistrattato
E dire che la Bolivia potrebbe esportare una sua, molto più sana, risorsa biologica, il mate di coca.
La Repubblica Popolare Cinese, infatti, ha ufficializzato la propria disponibilità ad acquistare il mate, una specie di tè fatto con le foglie di coca dalle apprezzate doti disintossicanti e rinfrescanti, se solo le Nazioni Unite depenalizzassero e approvassero la commercializzazione della foglia millenaria.
Lambasciatore cinese Wong Thuo ha affermato che, dopo gli studi condotti nel suo paese sulle proprietà medicinali del mate, il suo paese è disposto a contrattare la sua importazione. La faccenda, però, è davvero molto complicata. La foglia di coca è considerata una droga e persino la sua masticazione, secondo quanto previsto dalla Convenzione sugli stupefacenti del 1961, è fuori legge dal 1986. E che la Cina faccia sentire la sua voce in proposito allinterno del consiglio delle Nazioni Unite è una probabilità che non esiste.
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:: I DOCUMENTI DI SELVAS.ORG::
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Il piano economico boliviano
nel discorso alla Nazione del presidente
Carlos D. Mesa Gisbert
Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano, è tra i fondatori di selvas.org.
E-mail: giovitrano@libero.it
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