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27-10-2004
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Il duopolio Nymex-Ipe sigilla il potere del capitale finanziario anglo-USA nel settore strategico del petrolio, dove contano con le 4 multinazionali maggiori, e mette in luce la vulnerabilità crescente delle economie dei blocchi concorrenti. Mentre appare evidente che ancora non è possibile adottare unilateralmente il “petroeuro” c'è chi preme per la creazione di un terzo polo energetico-finanziario per collocare sul mercato autonomamente il proprio petrolio.

Declino del petro-dollaro?

Dal Venezuela per Selvas.org le analisi di Tito Pulsinelli




27/10/2004

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Le analisi di Tito Pulsinelli su Selvas.org

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Il prezzo del barile di petrolio si avvia a superare i 65 dollari entro fine dicembre, quando i rigori invernali fanno impennare i consumi. In agosto costava 39, mentre scrivo è a 53 dollari. Al di là dei fattori congiunturali come gli uragani che bloccano l’estrazione nel golfo del Messico, lo sciopero dei lavoratori del settore petrolifero nigeriano, la grave insolvenza fiscale della russa Yukos che la espone ad una ri-nazionalizzazione, la tendenza al rialzo sostenuto dell’idrocarburo è il risultato di una scelta deliberata.

I cronisti al servizio della speculazione non si stancano di esercitare la fantasia alla ricerca di ragioni che giustifichino l’estrema volatilità: la metereologia, l’opulenza e/o la anoressia della riserva strategica USA, una inesistente scarsità delle riserve mondiali o il suo contrario, poi indugiano in acrobazie statistiche sulle riserve comprovate, potenziali, ipotetiche ecc.
Hanno persino gridato allo scandalo perchè il Venezuela ha aumentato le tasse sui giacimenti nella foce dell’Orinoco da uno scandaloso 1% al 16%.

La questione è semplice: la capacità produttiva è al suo massimo storico, per incrementarla rapidamente occorrono investimenti tecnologici considerevoli. Tanto per farsi un’idea, il Venezuela per poter accrescere l’estrazione da 3 a 5 milioni di barili al giorno, investirà 5 miliardi di dollari nei prossimi tre anni.
E’ aumentato il consumo mondiale e manca all’appello il petrolio iraqeno a causa dei sabotaggi, della guerra civile e di impianti resi vetusti dallo scellerato embargo.




Il banchiere M. Simmons, specialista in investimenti nel ramo dei combustibili, nonchè intimo di Bush e Cheney, prevede ed auspica un barile a 182 dollari. Più moderato Bin Laden che, in un manuale clandestino a lui attribuito che circola a Beirut, profetizza 144 dollari.
Nel mezzo c’è il Presidente venezuelano Chavez: “..un prezzo superiore ai 40 dollari non è imputabile all’OPEC ma all’invasione illegale dell’Iraq. Auspichiamo una fascia di oscillazione tra i 30 e i 40 dollari, la stabilità dei prezzi conviene a noi e ai consumatori”.

La sceneggiatura hollywoodiana della “guerra al terrorismo” nasconde malamente la realtà di una guerra energetica, con un fronte geopolitico ed uno finanziario.
Il rincaro smisurato del petrolio, alla lunga, assesterà colpi brutali alla Cina, Giappone, India , Corea del sud e -in minor misura- all’Unione Europea. In ogni caso, tutti questi paesi ne risentiranno in misura assai maggiore degli Stati Uniti, non foss’altro perchè diventeranno vantaggiosi i costi di estrazione dai giacimenti domestici.


Il petrolio raggiunse la sua massima valutazione quando il colonnello Muammar Ghedafi disse: “Il popolo libico ha vissuto per millenni senza petrolio, possiamo benissimo continuare a sopravvivere senza di esso”. I 50 dollari odierni, non equivalgono al valore reale raggiunto in quella circostanza, corrispondente a 78 degli attuali dollari.
Il biglietto verde si è svalutato sensibilmente come conseguenza del debito “visibile” degli Stati Uniti, che rappresenta attualmente il 300% delle sue esportazioni (1).
La quotazione del petrolio in dollari è una realtà penalizzante per i paesi produttori e per l’OPEC, soprattutto dal 1983, con la creazione del “mercato a futuro”, i titoli Nymex di New York e l’Ipe di Londra. Da quel momento in poi, l’OPEC cessa di determinare unilateralmente il prezzo: declina il suo potere geopolitico a tutto vantaggio del “petrolio finanziario”.

La parte meno redditizia del business petrolifero è diventata quella direttamente produttiva, più lucrativa solo della raffinazione (l’ultima raffineria aperta negli USA risale a 25 anni fa). La parte del leone, quindi, la fanno i “future”, ossia quei 128 milioni di barili di “carta” che incombono sul portafoglio dei consumatori, e devono sempre generare profitti, sia giocando al rialzo o al ribasso.
Tra i produttori di petrolio e il cliente della stazione di benzina c’è l’attività parassitaria e speculativa del Nymex e dell’Ipe (vale a dire BP, e le banche Morgan Stanley e Goldman Sachs), e i loro “hedge funds” (fondi di copertura dei rischi).




Tra il costo del barile all’origine e il prezzo pagato dal consumatore europeo, si frappone la mazzata del 75% di tasse applicate mediamente –e indistintamente- dai governi. Solo 30 centesimi di ogni litro venduto vanno ai produttori.
Il mondo del petrolio non è impermeabile al dogma neoliberista che impone un sistema dove accumulano di più quelli che stanno più lontani dalla produzione. Il duopolio Nymex-Ipe sigilla il potere del capitale finanziario anglo-USA in questo settore strategico –dove contano con le 4 multinazionali maggiori- e mette in luce la vulnerabilità crescente delle economie dei blocchi concorrenti.

Il governo iraniano è deciso ad opporsi a questo duopolio finanziario e sta facendo seri sforzi per collocare sul mercato autonomamente il suo petrolio. Terry Macalister, nel “The Guardian” del 16 giugno scorso, dice che “i principali paesi produttori sono determinati ad ottenere un maggior controllo del commercio dopo essere stati consigliati che i mercati esistenti -come il Nymex e l’Ipe- non funzionano a loro vantaggio”.
Mohammad Javad Asempour, consiliere personale del ministro iraniano dell’energia, ha dichiarato che la nuova borsa petrolifera dovrebbe cominciare a funzionare all’inizio del prossimo anno. Un consorzio denominato Wimpole, che riunisce imprese iraniane e straniere –tra cui un ex direttore del Nymex e PA Consulting- si è aggiudicato il contratto.

Tra parentesi, si noti come negli ultimi mesi si siano intensificate le “preoccupazioni” per il pericolo nucleare iraniano e gli attacchi contro Theran sono più feroci. I più preoccupati, naturalmente, sono quelli che già posseggono armi nucleari.
Nessuno ha dimenticato che il certificato di defunzione del regime di Saddam Hussein si firmò il giorno in cui fissò il prezzo del petrolio iraqeno in euro.

Non sappiamo quante possibilità abbia l’Iran per aprire una propria borsa petrolifera, caratterizzata da una cesta mista formata da greggio, gas naturale e prodotti petrochimici.
Non vi è dubbio che questa è la strada per affrancarsi dagli indicatori “Brent”, e poter vendere le risorse naturali non rinnovabili, senza che sia favorevole solo alla voracità neoliberista, e a tutto svantaggio dei consumatori e dei produttori.
Le esportazioni dell’Iran e dell’Arabia saudita –per esempio- sono vincolate alla miscela Brent del Mare del Nord. Perchè? Questi paesi del Golfo Persico non dispongono degli “hedge funds”, cioè della partecipazione delle banche di investimento.



La rottura del duopolio Nymex-Ipe diventa possibile se al battistrada iraniano (esporta 3 milioni di barili, seconda potenza mondiale gasifera) si uniscono Cina, India e Giappone, principali economie vulnerabili al caro-petrolio.
La chiave di volta risiede nel nuovo corso che decideranno i paesi produttori dell’OPEC nel prossimo anno, e le misure che adotteranno per delimitare lo strapotere del settore finanziario sul petrolio. L’economista del Pentagono Robert Looney segnala che “all’OPEC manca il controllo diretto della quotazione sui principali mercati del greggio”.
Visto i precedenti, appare evidente che non è in grado di adottare unilateralmente il “petroeuro”, pertanto la strada che rimane aperta è quella di unirsi all’iniziativa iraniana, e creare un altro titolo che includa una gamma più vasta di prodotti, soprattutto offrendo un pacchetto di gas naturale al petrolio.


Gli Stati Uniti consumano 20 milioni di barili al giorno, ne importa più della metà: sono i maggiori consumatori ed inquinatori del pianeta. Finora hanno pagato la fattura petrolifera grazie al privilegio imperiale del ”petrodollaro”: gli altri mettono la materia prima, loro mettono una svalutata cartamoneta.
Rubano, letteralmente, l’80% dei risparmi dell’umanità e con questi finanziano i loro colossali deficit, la corsa armamentista e uno scriteriato consumismo (3), grazie all’abolizione nixoniana dell’equivalenza monetaria con l’oro del 1971.

La collisione contro il duopolio Nymex-Ipe è un ulteriore episodio della lotta contro un sistema finanziario internazionale ormai sessantenne che, all’iniquità, ha aggiunto una manifesta instabilità.
Nell’imminenza del 2005, quando il prezzo del petrolio potrebbe cristallizzarsi in un numero composto da tre cifre, sarà a tutti evidente la crisi del dollaro-centrismo. Uscirà dai conciliabili segreti dei potenti, come Davos e i vertici G7, ed irromperà nel dibattito pubblico .

Quando il dollaro era espressione di un’altra economia, non comparabile con quella odierna fondata organicamente sul debito, quando producevano il 55% delle merci circolanti nel mondo, il barile di petrolio era quotato al di sotto dei 10 dollari.
Oggi, le banche centrali asiatiche controllano l’80% dei dollari in circolazione, e finanziano il 65% del bilancio statunitense (4).
Quanto costerebbe il petrolio se fosse quotato in euro, o in oro? Quanto se fosse scambiato con altri beni? Quanto costerebbe se le eccedenze monetarie europee non fossero sacrificate sull’altare del petro-dollaro?

La volatilità estrema del valore del barile indica che il manovratore sta perdendo il controllo del treno: si riuscirà a fermarlo prima della collisione con una “bolla energetica”? Il capotreno della Riserva Federale -veterano delle “bolle”- manovra deliberatamente in quella direzione?

L’estremismo unipolare di Bush si compiace con il cinismo del “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, ritenendo di paralizzare il mercato-mondo in una tetra paranoia. Però, in spiccioli, significa “soli contro tutti”.
Tutti gli altri sono nemici, sia a pure a diverso titolo. Nemici, concorrenti strategici, vassalli, in ogni caso mai pari: si può discutere su tutto, meno sul livello di vita del centro imperiale.
Ne deriva che i “tutti” hanno a disposizione una gamma di variabili, di mobiltà e di mosse maggiori. Risulta stimolato l’avvicinamento, coperazioni e collaborazioni finora impensabili contro l’avversario unipolare.

Il blocco europeo, senza la destra, può avvicinarsi agli arabi e alla Russia, guadagnando un mercato e la sicurezza energetica.Comincerebbe a prender forma quell’Eurasia tanto detestata e temuta dal Pentagono. Si tratta di decidere se aspira ad essere qualcosa di più di una variante subordinata che gioca a modellarsi come il concorrente maggiore.



L’Europa dall’Atlantico agli Urali era la visione geopolitica di De Gaulle, l’unica capace di collegare per via terrestre l’Europa alla Cina e prescindere –in questo modo- dagli anglosassoni e derivati, e dal loro dominio marittimo di ieri, aereo di oggi.

Messi alle strette, gli asiatici potrebbero stancarsi di collezionare dollari inflazionati e garantirsi direttamente linee di rifornimento energetico, senza passare dalla Borsa di New York e Londra. Potrebbero esserci dei movimenti a fisarmonica sia con la Russia che con il mondo petro-arabo, dove sarà la Cina ad effettuare le mosse decisive, con conseguenze telluriche sull’attuale assetto unipolare.

Nell’area sudamericana, l’iniziativa venezuelana di promuovere Petrosur significa riunire in un consorzio pubblico il 15% delle riserve mondiali comprovate. Inoltre, già ora, è il polmone energetico del Mercosur, blocco regionale antitetico all’ALCA, freno alla sua espansione.

La questione petrolifera è intimamente collegata alla salute del dollaro e dell’economia di cui è espressione. La ricetta dei falchi neoliberisti per preservare ed espandere la loro egemonia è semplice e brutale: con la superiorità bellica garantirsi l’accaparramento delle risorse energetiche. E mettere in riga la concorrenza, senza sfumature.
Ciò implica una dipendenza vigorosa dai flussi monetari esterni, come un malato che dipende da ininterrompibili trasfusioni, e preservare ad oltranza il dollaro come sostituto dell’oro.

La volatilità e il disordine crescente del mercato energetico dipende dal fatto che venga quotato con una denominazione stabile, in cui tutti abbiano fiducia, che permetta un maggiore equilibrio, dove consumatori e produttori cessino di essere la portata preferita del banchetto neoliberista e della sua spericolata “ingegneria” finanziaria.

L’oggetto del contendere si situa sul versante finanziario della “guerra al terrorismo”, dove si cerca di rompere l’asimmetria borsistica con l’apparizione di un terzo protagonista.


Note.
(1) Nouriel Roubini, Universtà di New York; Brad Setser, Università di Oxford.
(2) R. Looney, “De los petrodolares a los petroeuros: Se acercan los dias finales del dólar en el Sistema de Reservas de Divisas Internacional?”, 3/11/2003, pubblicato dal Centro Conflitti Contemporanei.
(3)Stephen Roach, “Curso de colisiòn”, Morgan Stanley, Foro Economico Global, 27/9/2003
(4) Alfredo Jalife-Rahme, “El barril de petroleo podrìa aumentare a 100 dollares en 2005”, La Jornada, 4/10/ 2004 .



Tito Pulsinelli, collaboratore di Radio Onda d'URTO di Brescia.
E-mail alla redazione: info@selvas.org


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