:: Osservatorio sulle Ande: panorama continentale ::
Il sindaco di Città del Messico, Andrés Manuel López Obrador, polarizza le attenzioni internazionali sulla grande Repubblica Federale a sud del Rio Grande. Attraverso il caso messicano, palese cronaca di una inabilitazione annunciata, l'elemento dirompente è l'impatto dei movimenti sociali nelle sorti politiche nazionali. Ecco l'analisi di una tendenza continentale che non può più essere considerata marginale.
Il potere di veto dei movimenti
Per Selvas.org le analisi di Claudio Albertani

Le immagini di questo servizio sono tratte dal sito Wikimedia Mexico (http://wikimedia.espora.org/) sono di "nacxt" e si riferiscono alla "marcha del silencio" convocata por Andrés Manuel López Obrador il 24 aprile 2005.
Le poche speranze che gli elettori messicani ancora depositavano nel presidente Fox sono crollate miseramente. Questo ex direttore della Coca-Cola, che ama definirsi imprenditore prima che politico, era stato eletto nel 2000, solo perché era il candidato con più possibilità di mettere fine a 70 anni di dittatura del PRI. Oggi, il suo governo è assediato da una nuova ondata di movimenti sociali, mentre il paese attraversa una crisi politica, sociale ed economica, senza precedenti. Vediamo.
1. I partiti sono screditati. Quello di governo, il PAN, è corroso dal cancro della corruzione e del narcotraffico, forse ancor più del vecchio PRI, la cui disonestà è leggendaria. In un paese dove il salario minimo non supera i 100 euro al mese, alcuni funzionari ne guadagnano fino a 50 mila, più emolumenti. I figli della prima dama, Marta Sahagún, viaggiano in un jet principesco, mentre Jorge Serrano Limón, il fanatico ed ultracattolico presidente del Comité Nacional Provida, acquista tanga con i finanziamenti ricevuti per assistere donne bisognose! Inoltre si è scoperto che dietro il PAN si nasconde El yunque Lincudine-, una struttura parallela che, alla maniera della P2 nellItalia degli anni 70, esercita funzioni di potere occulto. Oggi sono questi settori retrogradi -i difensori, per intenderci, dei sempiterni valori di patria, famiglia e religione- che controllano il governo del presidente Fox. Non è tutto. Il prestigio dei tre poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario è al suolo. Per averne unidea, basta accendere la radio. Lascoltatore è letteralmente bombardato da annunci che, a spese del contribuente, promuovono -come se fosse Coca-cola- lattendibilità, non solo del governo, ma anche quella, molto compromessa, del parlamento, dei giudici e perfino della corte costituzionale.
2. Leconomia stagna. Sebbene i ricchi come Carlos Slim (telecomunicazioni) e Lorenzo Zambrano (cemento) figurano ormai nelle statistiche fra gli uomini più ricchi del mondo, i poveri aumentano in progressione geometrica. Ve ne sono almeno 50 milioni in Messico, dei quali la metà vegeta nellindigenza. Il settore del petrolio è in crisi, mentre il modello maquiladora lindustria per conto terzi che paga salari di fame- non funziona più o funziona male. Per quanto i lavoratori messicani siano spremuti e certamente lo sono- le forche caudine del mercato mondiale offrono soluzioni sempre nuove: Cina, Vietnam, Filippine
Così gli investimenti provenienti dallestero scendono per la prima volta in molti anni: nel 2004 sono stati appena il doppio delle esportazioni di capitale: circa 8.000 milioni di dollari contro 4.000. Se consideriamo che le rimesse degli emigranti negli Usa ammontano a 16.000 milioni di dollari, (55% delle entrate petrolifere) possiamo apprezzare il fallimento del modello neoliberale in tutta la sua dimensione.

3. Ciò dimostra che, oltre a mantenere le proprie famiglie a sud del rio Bravo, i mojados -ovvero i clandestini- contribuiscono a sostenere leconomia messicana nel suo complesso. Questa è tenuta a galla anche dal traffico di stupefacenti, unattività difficile da quantificare, salvo dire che è in costante aumento, soprattutto nel nord. Chi, ad esempio, si rechi a Ciudad Juárez -la città di frontiera tristemente famosa per gli omicidi in serie di giovani operaie (circa 500 in una decina danni)- a fianco delle solite baraccopoli, scopre immensi ipermercati che offrono ogni varietà possibile di merci di lusso. Nei quartieri bene -numerosi e sempre difesi da vigilantes armati fino ai denti- si costruiscono immense ville e grandiosi palazzi in uno stile particolare, battezzato art narcó
Sono le residenze dei boss della droga che tutti conoscono e nessuno osa toccare.
4. La crisi politica gira intorno alla figura del sindaco di Città del Messico, Andrés Manuel López Obrador, altrimenti conosciuto come AMLO, il politico di centro sinistra che da più di un anno è in testa ai sondaggi delle elezioni presidenziali del luglio 2006. 2006? Siamo appena nel 2005! Non importa. È la reazione biliosa del presidente Fox contro AMLO che ha falsato i tempi.
Daltra parte, né il PRI né il PAN possono accettare che il paese si sposti anche solo un millimetro a sinistra per colpa di un pericoloso populista. Come ripete da tempo Tito Pulsinelli, in America Latina sono detti populisti tutti quelli che non aderiscono al modello sociale in voga. Certamente López Obrador non è un pericoloso rivoluzionario. A dir suo, nemmeno è contro il neoliberismo. Vuole solo smorzare il più possibile gli eccessi del neoliberalismo selvaggio. Come? In una maniera niente affatto sovversiva e neppure particolarmente nuova: stimolando la produzione, applicando politiche neokeynesiane dinvestimento pubblico e distribuzione dei redditi, riesumando un po di nazionalismo difensivo.

5. Questo è certamente poco per le maggioranze impoverite, ma è sicuramente troppo per il fondamentalismo neoliberista.
Salvo onorevoli eccezioni, lo stato, i partiti, la magistratura, i grandi mezzi di comunicazione di massa -in breve quello che un tempo si chiamava il sistema- si sono lanciati tutti insieme contro López Obrador. È dunque cominciato il balletto degli scandali, delle accuse e delle calunnie che dura da ormai più di un anno. Lultimo della serie è stato quello della costruzione di una strada che doveva portare ad un ospedale, espropriando delitto imperdonabile- un terreno appartenente ad una compagnia di costruzioni.
6. Mai una faccenda tanto sporca è apparsa così trasparente. Non importa che López Obrador non centri nulla, visto che, come tutti sanno, lespropriazione, è stata realizzata dallamministrazione precedente. Non importa che abbia perfino obbedito lordine giudiziario di interrompere i lavori. Un magistrato zelante scopre che lo ha fatto con una settimana di ritardo. E così, nel paese della corruzione, della narcoeconomia e degli omicidi impuni, il sindaco più popolare del Messico, stava per essere destituito perché la legge non si discute. Il senso della manovra è fin troppo chiaro. Fox, il PAN ed il PRI volevano sbarrare unaltra strada: quella che conduce alla poltrona presidenziale.
Fin qui sarebbe la cronaca di una inabilitazione annunciata. Alla fine, però, le cose sono andate in maniera molto diversa. Giovedì 7 aprile, il parlamento -dominato dal PRI e dal PAN- ha deciso il desafuero, ovvero la perdita dellimmunità di cui López Obrador gode in quanto sindaco: 360 voti a favore, 127 contro (quelli del suo partito, il PRD ed una manciata di altri). Era lultimo passo per consumare la canagliata; da quel momento qualsiasi giudice avrebbe potuto incriminarlo e mandarlo in galera. A quel punto però, irruppe sulla scena un nuovo protagonista: la protesta popolare. Bisogna dire che poche ore prima del desafuero, AMLO aveva convocato una manifestazione nel zocalo, la piazza principale di Città del Messico. Arrivarono in 300.000, operai, studenti, anziani, abitanti dei quartieri popolari. Nessuno se lo aspettava.
7. López Obrador incitò alla resistenza pacifica; chiese moderazione e allo stesso tempo fermezza. Disse che per respingere la canagliata era necessario agire, organizzarsi. Propose la creazione di un comitato civico composto non solo da militanti del PRD, ma da personalità della società civile, tra le quali figurava Elena Poniatowska, la combattiva scrittrice, nota anche in Italia. Infine, indisse una manifestazione per il giorno 24 che, in ricordo di una simile avvenuta nel 68, battezzò marcia del silenzio.
8. Nelle due settimane che seguirono, il paese entrò in ebollizione. Il momento era difficile. La decisione del parlamento creava lo scenario di una frode elettorale anticipata, una specie di golpe preventivo, che sbarrava ogni minima possibilità di cambiamento pacifico. Come funghi, spuntarono ovunque migliaia di comitati contro la canagliata. Non solo a Città del Messico, ma anche in provincia e, perfino nel nord, dove López Obrador era quasi sconosciuto. E domenica 24, più di un milione di persone sfilarono per le strade di Città del Messico. È, fino adesso, la manifestazione più grande della storia del paese, ancora più numerosa di quella che nel 2001 aveva accolto i comandanti zapatisti.

9. Una tale, inaspettata, reazione popolare e le severe critiche espresse dalla stampa internazionale (fra cui risaltano alcuni articoli di fondo del New York Times e del Washington Post) hanno fatto vacillare il blocco dominante. Il movimento poteva crescere fino a diventare incontrollabile e minacciare gli interessi globali del sistema. Inoltre, una pericolosa impennata verso il basso della borsa innervosì il settore finanziario. In questa situazione, mercoledì 27 aprile, il presidente Fox faceva improvvisamente marcia indietro. Annunciò una accurato ripasso del caso López Obrador accettando le dimissioni dellodiato Procuratore della Repubblica, Macedo de la Concha, il suo principale accusatore. Una settimana dopo, il 4 maggio, il nuovo Procuratore, Daniel Cabeza de Vaca, ritirava le accuse contro AMLO, con largomento -poco credibile- che per il delitto in questione non vi sono pene chiaramente stabilite. Il giorno 6, Fox e López Obrador si incontravano nella casa presidenziale come a simbolizzare la tregua. Il movimento aveva vinto.
10. Quale è la conclusione? Risalta, in primo luogo, il disonore della classe politica messicana, sottomessa ai capricci di un presidente che appare al tempo stesso autoritario ed inetto. Adesso il parlamento dovrà inventare una formula giuridica per restituire a López Obrador quelle stesse facoltà legali di cui lo ha spogliato. Inoltre, si è rotta la nefasta alleanza tra PRI e il PAN che attualemente si accusano reciprocamente di aver fatto il gioco di López Obrador. Infine, molto più importante, è ciò che Raúl Zibechi, definisce il potere di veto dei movimenti sociali. Nessun potere costituito i governi, le multinazionali, o i media- può permettersi di andare oltre una certo limite, senza mettere in pericolo la governabilità. Negli ultimi tempi è successo molte volte in America Latina: Bolivia (2000, 2001 e 2003), Argentina (2001), Ecuador (2000, 2003, 2005), Venezuela (2004). Adesso succede in Messico. Indipendentemente, dalla valutazione che possiamo dare di López Obrador e del suo progetto che per il momento lasciamo in sospeso- le mobilitazioni di massa delle ultime settimane hanno bloccato un golpe. Non è poco.
(scritto il 05/05/2005)
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