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24-09-2004
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L’anatema del “populismo radicale” lanciato dal Pentagono contro la fronda sudamericana, contiene significanze negative che evocano fenomenologie politiche del passato, senza offrire nessun riferimento fondato a quel che ora sta avvenendo.
Che cosa hanno in comune Chavez, Lula, Kirchner, Tabarè Vàzquez in Uruguay, i boliviani Evo Morales e Felipe Quispe, la CONAIE dell’Ecuador, il sub-comandante Marcos e Lopez Obrador? E che hanno a che vedere tutti costoro con il “populismo”?

“POPULISMO”: etichetta ingannevole

Dal Venezuela per Selvas.org le analisi di Tito Pulsinelli


Le foto di questo servizio sono di Alcides Hurtado per selvas.org, e si riferiscono ai grandi raduni "pro e contro Chavez" a Caracas di questa estate.


SOMMARIO:
Il "populismo" utile
Il "populismo" ritrovato
Il "populismo" funzionale
Il "populismo" strategico



20/09/2004



“...Una minaccia emergente meglio caratterizzata come populismo radicale, in cui è minacciato il processo democratico, quando si riducono –invece di aumentarli- i diritti individuali” (generale James Hill - Comandante US Southern Command)
.
L’anatema del “populismo radicale” lanciato dal Pentagono contro la fronda sudamericana, contiene significanze negative che evocano fenomenologie politiche del passato, senza offrire nessun riferimento fondato a quel che ora sta avvenendo. Nulla di concreto che aiuti ad inquadrare correttamente gli accadimenti inVenezuela, Brasile ed Argentina degli ultimi tre anni.
Mettiamo da parte, quindi, queste stigmatizzazioni indispensabili alle campagne di propaganda con alto contenuto di manicheismo, direttamente ispirate dai manuali della guerra psicologica.

Che cosa hanno in comune Chavez, Lula, Kirchner, Tabarè Vàzquez in Uruguay, i boliviani Evo Morales e Felipe Quispe, la CONAIE dell’Ecuador, il sub-comandante Marcos e Lopez Obrador? E che hanno a che vedere tutti costoro con il “populismo”?

Secondo Laclau il populismo è un fenomeno ideologico che fa appello direttamente al popolo –e non a una classe specifica- in un contesto di profonda crisi delle istituzioni e dei valori, di scetticismo o rifiuto radicato dello status quo, partiti privi di credibilità o in caduta libera. Acuta spoliticizzazione, soprattutto tra i giovani, gruppi dirigenti delegittimati o apertamente ripudiati, difficoltà per identificare chiare differenze apprezzabili tra opposizione e governo.

In questo contesto, sorsero leaders di tipo carismatico che –muovendo l’anti-politica e l’anti-partitismo- fecero uso del termine “popolo” in contrapposizione al blocco egemonico detentore del potere che -in questa latitudine- sono le oligarchie con cui Washington ha un “feeling” di tipo telepatico.
Non si tratta di vuote esercitazioni di retorica demagogica –che non richiamerebbero l’attenzione del Comando sud degli Stati Uniti- ma della “...interpellazione popolar-democratica come formula sintetica antagonista rispetto all’ideologia dominante” (Laclau).

Il “populismo” latino-americano reale, concretamente furono quei movimenti popolari e nazionalisti posteriori alla seconda guerra mondiale: Peròn in Argentina, l’MNR in Bolivia, la Guatemala di Arbenz, forse il governo di Goulart in Brasile
(1). Nessuna di queste esperienze perì di morte naturale, ma grazie ad invasioni e a colpi di Stato che si ripeterono e perdurarono fino agli anni 80.
Indistintamente, la comune ragione ideologica del post-“populismo”era il libero mercato. Liquidarono le proprietà statali nel settore dei minerali, energetici, agro-alimentari, comunicazioni, così come ogni vestigio di previdenza sociale.

Dopo la lunga notte, il ritorno alla “democrazia” fu la continuazione della stessa terapia senza dittatori, e coincise con la culminazione dell’impatto distruttivo del neoliberismo: narco-economia, 70% dei salariati lavorano in nero, precari, espulsione di massa dalla scolarità, lavoro infantile, senza tetto, senza terra, profughi, emigranti, ambulanti, raccogli-cartone e lattine ecc.
Sorprende che in un sondaggio oltre il 65% dei latinoamericani dicano che non stravedono per la democrazia?



Il “populismo” utile
Nello schema interpretativo di Laclau rientrano anche gli episodi di Menem in Argentina e di Fujimori in Perù. Nel primo caso, il caricaturale personaggio non ebbe nessuno scrupolo a mettere da parte il Parlamento e trasferire il processo decisionale a una direzione tecnocratica nell’ombra.
Menem governò e privatizzò a colpi di decreti di urgenza, “..ben 309 volte in 4 anni; mise la museruola alla giustizia, si scagliò contro giudici, pubblici ministeri ed altri funzionari che non gli erano congeniali, e relegò il potere legislativo a un livello secondario, utilizzò persino il potere di veto dei bilanci ..”(M. Novaro).

A Washington nessuno si scandalizzò, venne coniato l’eufemismo caritatevole di “democrazia delegata”, giustificando in tal modo la sconfinata concentrazione di potere in una sola persona, che asseriva di incarnare la sovranità. E’ ovvio che ai loro occhi Menem, campione mondiale della privatizzazione integrale, suscitava grandi entusiasmi. Il resto erano peccatucci veniali.
Sarà che esiste un “populismo” buono, liberista e tecnocratico ed un altro che è negativo e radicale?


Nel 1995, Fujimori si assicura la Presidenza peruviana, impegnandosi a sconfiggere la guerriglia di “Sendero luminoso” e risolvere la crisi economica che esplose a causa del blocco finanziario, sanzionato dopo la moratoria del debito estero di Alan Garcia. Fujimori governo’ con mano dura, contraddicendo le promesse elettorali, ignorando le altre istituzioni a lui scomode (parlamento, magistratura, mezzi di comunicazione), e violò i diritti umani con il pretesto di garantire la “governabilità”. In questo modo riuscì ad offrire su di un vassoio d’argento il Perù al FMI, che fu il vero governo di quel paese, mentre Fujimori si dedicava alla repressione, ad arricchirsi e al nepotismo.

Anche questa fu tollerata come una “democrazia delegata” ( o “protetta”), fino a quando l’incauto governante ebbe l’ardire di trafficare una partita di armi per la guerriglia colombiana. Gli costò il posto e l’esilio, liberando lo spazio per un ex funzionario della Banca Mondiale.
A costui è servito ben poco il dottorato a Stradford: privatizzazione dell’elettricità rinviata ad altra data, a causa delle estese proteste popolari.
Forse esiste un “populismo” di destra e uno di sinistra? Uno che è immorale perchè propizia l’intervento dello Stato nell’economia per far fronte alla domanda sociale. E un “populismo” etico, nobile, che applaude il protagonismo statale quando lancia salvagente ai banchieri dopo le bancarotte, quando sovvenziona l’industria privata o quella bellica.




Il “populismo” ritrovato
La “minaccia emergente meglio caratterizzata come populismo radicale” (generale Hill), evidentemente non è imputabile a un manipolo di leader irresponsabili, ma è il risultato dell’effetto cumulativo delle ferite inferte dal neoliberismo a quelle società cui è stato imposto integralmente.

Nessuno ha dimenticato che l’Argentina, fino agli anni 60 del secolo scorso, era la sesta economia del mondo e per tutti era il “granaio del mondo”. Che strano, coincide con l’epoca dorata del “populismo”. Ancora in piena dittatura militare esportarono grano all’Unione Sovietica in cambio di oro.

L’Argentina del 2002, quando la collera popolare scacciò in rapida successione vari Presidenti, è la stessa alunna prediletta che il FMI indicava come modello da imitare su scala continentale. La fantascienza della parità con il dollaro e una privatizzazione che risparmiò solo la Patagonia, lasciò un paese in cui i bisogni sociali primari (pane, mattoni, scuole) furono soddisfatti con l’azione diretta e l’autorganizzazione dal basso, riportando alla superficie pratiche mutualiste degli albori del movimento socialista.

Il disastro incombente diede luogo all’occupazione di fabbriche e a forme di autogestione coperativa tuttora vigenti, come pure ad estese reti del baratto e scambi regolati da monete alternative. Si trovarono risposte pratiche alle necessità primarie quando lo Stato e le industrie avevano collassato.
In un contesto simile, dove non esiste la piena occupazione, la disoccupazione è dilagante, è evidente che il territorio passa ad essere il terreno di lotta principale. Questa è l’esperienza dei piqueteros: con i blocchi stradali riescono ad essere incisivi quanto o più degli impossibili scioperi.

Il teatro di operazione della popolazione rurale brasiliana del Movimento dei Senza Terra è il territorio, e la lotta verte sull’uso produttivo da assegnare al suolo: latifondi per le monocolture transgeniche delle multinazionali o piccola e media proprietà coperativa destinata alla produzione per il mercato interno. Dipendenza o sovranità alimentare, continuare –o annullare- le importazioni dalla sovvenzionata tecno-agricoltura del nord.

Per soddisfare bisogni sociali che sono maggioritari, l’interlocutore fondamentale diventa lo Stato, e lo strumento organizzativo sono movimenti specifici e reti orizzontali che stanno rimpiazzando definitivamente gli screditati partiti fondati sulla delega e la rappresentatività totale.
Non si sottovaluta la questione del potere politico e legislativo, ma optano per organizzazioni comunitarie, territoriali, specifiche, non totali.
In Ecuador, le organizzazioni indigeno-contadine e gli alleati dei movimenti popolari urbani, si sono ritirati dalla coalizione governativa, dopo aver visto che era semplice prosecuzione della politica fondomonetarista dei governi anteriori.

In Brasile, nonostante la lentezza quasi statica del governo nel metter mano ad una politica nuova, i senza-terra hanno aumentato la pressione della base. La riforma agraria non è all’orizzonte, ma il MST preme per ottenere una quantità crecente di assegnazioni e legalizzazioni di terre. Per ora non vanno oltre, nè rompono con Lula, perchè sono consapevoli della differenza che esiste tra essere governo (peraltro senza maggioranza parlamentare) e detenere il potere economico. Lula ha le mani legate dagli impegni firmati dal suo predecessore con l’FMI, una settimana prima del suo addio: una bazzeccola di 30 miliardi di dollari.

Non si tratta di un patto tattico ma confluenza attorno a pochi obiettivi strategici, che determina un peculiare intreccio tra i movimenti sociali e i governi del “populismo radicale”. Soprattutto quando c’è da ridurre lo spazio di intromisione alla pirateria dell’autorità economica internazionale (FMI e OMC).
Ciò è stato lampante a Cancun, dove dal seno dell’ OMC è scaturito uno schieramento significativo di paesi (G22) che ha bloccato tutto, sine die, fino a quando l’Unione Europea e Stati Uniti smetteranno di sovvenzionare le loro industrie agricole.

Secondo alcuni, si tratta di ottenere quanti più cambiamenti radicali possibili con il minimo dei costi, cioè evitando la violenza fascista della restaurazione, ma senza indietreggiare.
La globalizzazione ha delegittimato i partiti –(il PT di Lula in che misura riesce a rappresentare anche il 60% di manodopera informale?)- ha spazzato via molte forme che assumeva l’antagonismo sociale (le guerriglie, salvo nel non-Stato colombiano), ma non è riuscito a disarticolarlo e annichilirlo, tant’è che si è riproposto con vigore contro le residuali istituzionalità nazionali.




Il “populismo” funzionale
Quel che è in gioco sono questioni fondamentali come l’uso che si deve fare del petrolio, del gas, dell’acqua e della terra. In Bolivia c’è stata la “guerra dell’acqua” e del gas, dove sono stati rimessi in discussione contratti già firmati con le multinazionali e lo status giuridico dei giacimenti. Si sono messe in moto forze che fanno traballare l’assetto del potere interno e influiscono sulla dinamica geo-politica regionale.

Questi conflitti sociali perseguono obiettivi tesi ad accrescere i diritti individuali –altro che diminuirli!- con elementi di gran novità rispetto al passato. Sono una mistura di rivendicazioni etniche, nazionaliste, anti-liberiste, anti-imperialiste ed ecologiste. E non manca affatto la componente della lotta di classe: le elites interne sono acerrime nemiche e strette alleate del nuovo egemonsimo imperiale
(2).
I diritti sociali dei boliviani potranno raffozzarsi solo quando le risorse naturali beneficeranno la maggioranza, cioè quando ci saranno i mezzi per soddisfarli. In altre parole, quando avranno la precedenza sugli interessi delle multinazionali. Altrimenti sarà impossibile persino sradicare l’analfabetismo.

Nella neo-lingua giornalistica, il termine “populismo” viene usato come una formula che sintetizza paternalismo, demagogia ed autoritarismo. In realtà, diventa “populismo radicale” quello che intacca –o rimette in discussione- lo schema di redistribuzione del reddito nazionale, o quando tenta di ribellarsi al “consenso di Washington”.
Non vi è dubbio che le condizioni di vita non potranno migliorare fino a quando qualsiasi governo latino-americano è condannato a sborsare –mediamente- la metà della ricchezza prodotta al G7, via FMI. I “sottosviluppati” sono in realtà esportatori netti di capitali, escono più soldi di quelli che si ricevono: i denutriti alimentano gli obesi.

Il debito estero è il nodo nevralgico in cui i movimenti sociali confluiscono con i governi del “populismo radicale” e, nello stesso tempo, è anche un punto critico di deflagrazione. Tradurre in politica di Stato il no al fondomonetarimo, significa impedire che interferisca in temi cruciali come i tassi di interessi, il sistema fiscale, pensionistico, sanitario ed educativo.

Brasile ed Argentina posseggono l’arma di 500 miliardi di dollari del debito estero, sono grandi agro-esportatori, produttori di manufatti tecnologici di media complessità e –nel caso brasiliano- anche armamenti, tra cui aerei militari. Non sono facilmente vulnerabili a embarghi o blocchi commerciali.
L’integrità del sistema finanziario internazionale è nelle loro mani. Il debito è tale che nessun tipo di crescita dell’economia comporta un riflesso positivo sul livello di vita, garantendo solo il pagamento puntuale al FMI. In altre parole, è impagabile, e devono esserci negoziati, il punto critico è vicino.

“Quando una certa quantità di uranio arricchito, si congiunge con un’altra massa equivalente di uranio arricchito della stessa qualità, si produce la massa critica. Il punto in cui scatta la reazione a catena. Se due nazioni si comportano alla stesso modo, è la fine dell’FMI. Altri si comporteranno allo stesso modo” (Fidel Castro).

E’ in Venezuela dove sono maturate le condizioni ottimali, in cui è più visibile l’ordito e la trama della coalizione tra estese e diversificate reti sociali, tra queste e un governo che può agire basandosi su regole del gioco nuove. Tale è la Costituzione bolivariana approvata con un referendum.
Nessun altro paese dell’area può contare con il flusso finanziario comparabile a quello generato dal suo petrolio e materie prime, che ha consentito da 5 anni al Venezuela di tenere alla porta il FMI. Quindi di elaborare con autonomia la politica economica, fiscale, monetaria e agricola. Cionondimeno destina il 25% del bilancio al servizio del debito estero.

“Qui prendono a pretesto cose come il patriottismo e la sovranità. E’ ora di finirla, basta! Bisogna adeguarsi alla realtà del mondo d’oggi”, diceva sdegnato Luis Giusti, boss del petrolio venezuelano. Era il 1998, poi lui e tutti quelli che pensano a quel modo, soffrirono una cocente sconfitta. I più non si “adeguarono”, loro dovettero uscire di scena, segnando il tramonto di una classe dirigente e di un modello economico neocoloniale.

Oggi, L. Giusti è consiliere strategico di Bush per le politiche energetiche. Grazie ad arcaismi come il “patriottismo e la sovranità”, si è affermato un nuovo blocco sociale egemonico che –non solo finanzia con il petrolio l’estensione del diritto all’istruzione, salute e previdenza sociale- ma imposta anche un nuovo schema di sviluppo endogeno, rivolto all’interno, e lo protegge. Il protezionismo non è più un monopolio del nord industrializzato.

Due milioni di ettari di terre incolte sono state assegnate a piccoli proprietari e coperative, riuscendo in meno di due anni a non dover più importare riso e mais. Questo è possibile solo perchè si frenano i monopoli, con il controllo cambiario e un sistema di autorizzazione delle importazioni.
Mentre il Messico, per esempio, arrivato alla “modernità” di un trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, è l’unico paese petrolifero in cui le maggiori entrate in divisa pregiata sono quelle generate dagli emigrati (14 miliardi di dollari), ed ha cominciato ad importare mais.




Il “populismo” strategico
Washington è passato –senza successo- alle vie di fatto contro il Venezuela, con un golpe e una serrata-sabotaggio dell’industria petrolifera. Non digeriscono il nuovo protagonismo dell’OPEC, nè lo slancio preso dal Mercosur dopo l’ingresso di Caracas.
Ripugna la vendita di petrolio all’Argentina a cambio di alimenti e beni tecnologici. Non garba questo modello di scambio (nè la diversificazione dei patners) che potrebbe estendersi a tutti gli alleati strategici, perchè riduce la quantità di circolante in dollari.
Non vedono certo di buon occhio che la rivoluzione bolivariana non è disarmata: conta con forze armate fedeli alla Costituzione, incorparate nel nuovo progetto di paese, e con un ruolo promotore che va oltre la sfera militare. Non è una casta chiusa e ostile verso la società, bensì una sua espressione rappresentativa che ne riflette gli aneliti.

Sono queste cose concrete, tangibili, e la somma di fenomeni sociali convergenti che si ripetono nella geografia continentale, ad avere provocato l’inabissarsi dell’ALCA. Questa è la ragione dell’ostilità del Pentagono che, per contrastare l’insidiosa complessità di una forza multidimensionale, cerca ora di fabbricare uno scudo ideologico: la dottrina del “populismo radicale”.

Questa, in effetti, ha il respiro corto e non va oltre l’equivalenza all’alibi dei “diritti umani” utilizzato per fare la guerra contro la Yugoslavia.
A ben guardare, però, nell’ultimatum di Ramboullet che precedette i bombardamenti su Belgrado, si parla solo del diritto alla libertà di transito in tutto il territorio yugoslavo per le truppe della NATO, e che il Kosovo doveva trasformarsi in una economia di mercato.

Nel momento storico in cui gli Stati Uniti tentano di estendere l’applicazione della “dottrina Monroe”
(3) dal continente americano a tutto il pianeta, in America latina si stanno percorrendo sentieri che allontanano dal dogma liberista e sono una critica pratica del nuovo egemonismo unipolare.


Note.
1 - A differenza del nazionalismo europeo che fu espansionista e colonialista, questo ha come denominatore comune l’opposizione unificante alla interminabile catena di invasioni e colpi di Stato programmati a Washington.

2 - “In America Latina, la resistenza al neo-liberismo coniuga la componente culturale, con il livello sociale e nazionale... Questa costellazione (zapatisti, piqueteros, cocaleros, bolivariani, sintierra ecc. NdR) dà al fronte della resistenza un repertorio di tattiche, azioni ed un potenziale strategico superiore a quello di altre parti del mondo”,
Perry Anderson “Nueva hegemonìa mundial”, CLACSO Libros.

3 - Priorità assoluta degli interessi nazionali USA nello spazio continentale, concepito come “cortile” della propria dimora.


Tito Pulsinelli, collaboratore di Radio Onda d'URTO di Brescia.
E-mail alla redazione: info@selvas.org


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