:: Selvas.org::
:: Occhi aperti sulle Ande :: Ojos abiertos en los Andes ::
SELVAS.org


23-04-2008
Home
Portada

Chi siamo
Quien somos

Contattaci
Contacto


:: Osservatorio Continentale ::

La militarizzazione delle periferie urbane

Di Raúl Zibechi - per Programa de las Américas - www.ircamericas.org


Traduzione di Arianna Ghetti, revisione di Liliana Piastra, coordinamento di Daniela Cabrera per www.traduttoriperlapace.org.


O Complexo do Alemão recebeu uma visita inédita no dia 7 de março com a inauguração do Programa de Aceleração e Crescimento. A presença do presidente Lula é um “marco histórico” para os 12 morros da zona norte do Rio de Janeiro, mas a repressão policial é uma realidade constante. - Foto di Ratão Diniz©. http://www.flickr.com/photos/rataodiniz



Le periferie urbane dei paesi del terzo mondo si sono trasformate in veri e propri scenari di guerra, dove gli Stati cercano di mantenere un ordine basato sulla creazione di una sorta di “cordone sanitario” che arrivi a isolare i poveri della società “normale”.

“Fonti dell’Esercito hanno confermato che le tecniche adottate nell’occupazione della favela Morro da Providéncia sono le stesse utilizzate dalle truppe brasiliane nella missione di pace delle Nazioni Unite ad Haiti"1.

 

Questo riconoscimento delle forze armate del Brasile spiega in gran parte l’interesse nutrito dal governo di Lula da Silva a fare in modo che le truppe del proprio paese rimangano nell’isola caraibica: si tratta di mettere alla prova strategie di contenimento nei quartieri poveri di Port au Prince (capitale di Haiti), strategie che sono state progettate per essere adottate nelle favelas di Rio de Janeiro, São Paulo e altre metropoli.

 

Tuttavia la notizia pubblicata dal quotidiano O Estado de São Paulo va oltre e rivela il modus operandi dei militari. Il generale a capo dell’occupazione della favela Morro da Providéncia da parte di 200 soldati, William Soares, è lo stesso che comandò la IX Brigata di Fanteria Motorizzata ad Haiti. I soldati collocarono mitragliatrici nell’“unica piazza della comunità, trasformata in base militare”, ritirate poi per facilitare il dialogo con la popolazione. Nel corso della riunione con l’Asociación de Pobladores, il generale Soares “promise lavori pubblici, Natale con distribuzione di doni per i bambini, campiscuola, proiezione di film, assistenza medico-sanitaria”.

 

Secondo quanto riportato dal quotidiano, “l’Esercito, dall’altra parte, sta raccogliendo informazioni sulla favela e i suoi abitanti. I militari hanno ripreso e fotografato la riunione e ogni movimento delle truppe”. Il generale Soares fece tutte quelle promesse per “placare la rivolta dei leader comunitari contro il progetto sociale previsto per la favela”.

 

 

I poveri urbani come minaccia

L’urbanista statunitense Mike Davis analizza le periferie urbane dalla prospettiva del loro impegno con il cambiamento sociale. Il suo studio è sintetizzato in una sola frase: “I sobborghi delle città del terzo mondo sono il nuovo scenario geopolitico decisivo"(2). Davis rivela che gli strateghi del Pentagono stanno attribuendo molta importanza all’urbanismo e all’architettura poiché queste periferie rappresentano “una delle grandi sfide che in futuro le tecnologie belliche e i progetti imperiali dovranno affrontare”.




Uno studio delle Nazioni Unite, infatti, stima che 1 miliardo di persone vive nei quartieri di periferia delle città del terzo mondo e che i poveri delle grandi metropoli del mondo arrivano a due miliardi, un terzo dell’intera umanità. Nei prossimi 15-20 anni, queste cifre raddoppieranno poiché la crescita della popolazione mondiale avverrà interamente nelle città e circa il 95% di questo aumento si registrerà nei sobborghi cittadini del sud del mondo(3).

:: LINK ::
:: (5/10/2005) SPECIALE PAZ ::

Referendum in Brasile il 23 ottobre 2005
_ Contro le armi? Si!
Se ne parla pochissimo in Europa, ma la partita che si consumerà in Brasile il prossimo 23 ottobre avrà un effetto concreto su tutta l'America Latina e il mondo intero. E' una partita che vale molto di più delle qualificazioni ai mondiali, perché il tema che fa da sfondo a quella partita politica, giuridica, sociale mette il dito sulla grande piaga brasiliana: la violenza.
Di Francesco Comina

Mosaico di Pace

Meno vittime per armi da fuoco
Di Ermanno Allegri

Di’ No alle armi e Sì alla vita
Di Frei Betto

Intervista con Antonio Rangel Bandeira

Observatorio de favelas

Imagens do povo

La situazione è persino più grave di quanto mostrano i numeri: l’urbanizzazione, come fa notare Mike Davis, è diventata indipendente dall’industrializzazione e addirittura dalla crescita economica, e ciò implica una “sconnessione strutturale e permanente di molti abitanti della città rispetto all’economia formale”. Dall’altra parte, lo studioso osserva che “nell’ultimo decennio i poveri, e non mi riferisco solo a quelli dei quartieri tradizionali che mostravano già elevati livelli di organizzazione, ma anche ai nuovi poveri delle periferie, si stanno organizzando su vasta scala, ossia in una città irachena come Sadr City o a Buenos Aires”.

 

In America Latina le sfide maggiori al dominio delle élite sono nate dal cuore delle baraccopoli povere: dal Caracazo del 1989 fino alla comune di Oaxaca nel 2006. Prova di ciò sono le sollevazioni popolari di Asunción nel marzo del 1999, Quito nel febbraio del 1997 e gennaio del 2000, Lima e Cochabamba nell’aprile del 2000, Buenos Aires nel dicembre 2001, Arequipa a giugno 2002, Caracas nell’aprile del 2002, La Paz a febbraio 2003 ed El Alto nell’ottobre del 2003, solo per citare i casi più rilevanti.

Inoltre, le periferie urbane si sono trasformate negli spazi da cui i gruppi subalterni hanno lanciato le più incredibili sfide al sistema, fino a diventare qualcosa di simile a contropoteri popolari. Mike Davis ha ragione: il controllo dei poveri urbani è l’obiettivo più importante che si siano posti sia i governi sia gli enti finanziari globali e le forze armate dei paesi più importanti.

 

Numerose metropoli latinoamericane sembrano essere da un momento all’altro sull’orlo dell’esplosione sociale e diverse di esse sono scoppiate nei due decenni scorsi per i motivi più diversi. Il timore dei potenti sembra orientarsi verso una doppia direzione: rimandare o rendere inattuabile lo scoppio o l’insurrezione e, dall’altra parte, evitare il consolidarsi di questi “buchi neri” dove nascono le sfide principali alle élite, fuori dal controllo statale.

 

Le nuove strategie militari

Le pubblicazioni dedicate al pensiero militare, così come le analisi degli enti finanziari, negli ultimi anni trattano ampiamente le sfide lanciate dalle bande, e discutono dei nuovi problemi che scaturiscono dalla guerra urbana. I concetti di “guerra asimmetrica” e di “guerra di quarta generazione” sono risposte a problemi identici a quelli che pongono le periferie urbane del terzo mondo: la nascita di un tipo di guerra contro nemici non statali, dove la superiorità militare non gioca un ruolo decisivo.

William Lind, direttore del Centro para el Conservadurismo Cultural della Fundación del Congreso Libre, assicura che lo Stato ha perso il monopolio della guerra e le élite avvertono il moltiplicarsi dei “pericoli”. “In quasi tutti i luoghi, lo Stato sta perdendo”(4). Nonostante Lind sostenga la necessità di abbandonare l’Iraq il prima possibile, egli difende la “guerra totale” che prevede di affrontare i nemici su tutti i campi: economico, culturale, sociale, politico, delle comunicazioni nonché su quello militare.

 

Un buon esempio di questa guerra ad ampio raggio è la convinzione di Lind che i pericoli per l’egemonia statunitense si nascondano in tutti gli aspetti della vita quotidiana o, se si preferisce, semplicemente nella vita. A titolo esemplificativo, dichiara che “nella guerra di quarta generazione, l’invasione mediante l’immigrazione può essere tanto pericolosa quanto quella che impiega un esercito di stato”. I nuovi problemi che nascono a causa della “crisi universale di legittimità dello Stato” pongono al centro i “nemici non statali”. Ciò lo porta a concludere con un doppio avvertimento ai comandi militari: nessuna forza armata ha avuto successo di fronte a un nemico non statale.

 

Questo problema si trova al centro della nuova concezione militare, che deve essere completamente riformulata per farsi carico di sfide che prima corrispondevano alle aree “civili” dell’apparato statale. La militarizzazione della società per il recupero del controllo delle periferie urbane non è sufficiente, come lo dimostra la recente esperienza militare nel terzo mondo.

 

I comandi militari che vengono mandati in Iraq sembrano avere una chiara coscienza dei problemi che devono affrontare. Il generale di divisione Peter W. Chiarelli, in base alla sua recente esperienza a Baghdad nel sobborgo di Sadr City, sostiene che la sicurezza è l’obiettivo a lungo termine, che però non si raggiunge con azioni militari. “Le operazioni di combattimento potrebbero produrre eventuali vittorie a breve termine (...) ma col tempo sarebbe l’inizio della fine. Nella migliore delle ipotesi, cagioneremmo l’espandersi dell’insurrezione”(5).

 

Ciò implica che le due linee di azione tradizionali delle forze armate, le operazioni di lotta e l’addestramento di forze di sicurezza locali, sono insufficienti. Pertanto si propone di adottare tre linee di azione “non tradizionali”, vale a dire quelle che prima corrispondevano al governo e alla società civile: fornire alla popolazione i servizi essenziali, creare una forma di governo legittimo e potenziare il “pluralismo economico”, ovvero l’economia di mercato.

 

Con le opere di infrastruttura cercano di migliorare la situazione della popolazione più povera e al contempo creare fonti di impiego che servano per inviare loro segnali visibili di progresso. In secondo luogo, creare un regime “democratico” è considerato un aspetto fondamentale per legittimare l’intero processo. Per i comandi statunitensi in Iraq, il “punto di penetrazione” delle proprie truppe sono state le elezioni del 30 gennaio 2005. Nel pensiero strategico, la democrazia rimane ridotta all’espressione del voto.

Infine, attraverso la diffusione della logica del mercato, che cerca di “imborghesire i centri delle città e di creare concentrazioni di imprese” che si trasformino in un settore dinamico che coinvolga il resto della società, si cerca di ridurre la capacità di reclutamento degli insorti(6). Col tempo, la popolazione povera delle periferie urbane diventerà, in gergo militare, “il centro di gravità strategico e operativo”.

Questa combinazione di meccanismi è ciò che oggi le forze armate della principale potenza globale considerano come modo di ottenere “reale sicurezza a lungo termine”. In questo modo, la “democrazia”, l’espansione dei servizi e l’economia di mercato smettono di essere diritti cittadini o beni oggettivi moralmente desiderabili e si trasformano in ingranaggi di una strategia di controllo militare della popolazione o di una regione del mondo e, naturalmente, delle sue risorse.

 

Sicurezza e cooperazione: i due volti di una strategia

Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) “ha rivestito un ruolo sempre più importante nell’ambito della Guerra Contro il Terrorismo”(7). I programmi statunitensi per lo sviluppo non sono indirizzati alla popolazione che maggiormente ne ha bisogno ma alle “popolazioni e alle regioni considerate ad alto rischio”, secondo la strategia del Pentagono.

 

Per gli strateghi militari, i programmi dell’USAID giocano un ruolo di spicco “nel negare asilo e finanziamenti ai terroristi mentre si indeboliscono le condizioni sottostanti che fanno sì che le popolazioni locali siano vulnerabili al reclutamento da parte dei terroristi”. Allo stesso modo, “i programmi dell’USAID destinati a rafforzare una governabilità reale e legittima sono riconosciuti come strumenti chiave per affrontare la controinsurrezione”.

 


La strategia del Pentagono consiste nel garantire la sicurezza per gli Stati Uniti e perciò utilizza la “democrazia” e gli “aiuti allo sviluppo” come mezzi complementari dell’azione militare. Il colonnello Baltazar ritiene che “lo sviluppo rafforza la diplomazia e la difesa, riducendo così le minacce a lungo termine alla nostra sicurezza nazionale nell’aiutare il processo di consolidamento delle società stabili, prospere e pacifiche”.

 

Sembra doveroso sottolineare che la cooperazione internazionale, gli aiuti allo sviluppo e la lotta alla povertà, alcuni degli slogan preferiti dalla Banca Mondiale e da altre agenzie finanziarie, altro non sono che strategie di controllo e subordinazione della popolazione “potenzialmente” ribelle o resistente agli obiettivi delle multinazionali statunitensi. Secondo il colonnello Baltazar, l’analisi del Pentagono della realtà africana identificò “le cause dell’estremismo”, sottolineando tra queste l’esistenza di “grandi popolazioni emarginate o private del diritto di voto ed escluse dal processo politico come le cause principali di instabilità nella regione”.

 

La democrazia elettorale e lo sviluppo sono necessari come forma di prevenzione contro il terrorismo, ma non sono di per sé degli obiettivi. Nei casi di paesi con stati deboli ed elevate concentrazioni di povertà urbana, le forze armate sono quelle che per un certo periodo prendono il posto del sovrano, ricostruiscono lo Stato e attuano, in maniera assolutamente verticale e autoritaria, i meccanismi che assicurano la continuità del dominio.

 

In Iraq, queste politiche si traducono nell’innalzamento di grandi muri che separano decine di quartieri di Baghdad. Secondo lo scrittore e arabista Santiago Alba Rico, la costruzione di muri in dieci quartieri della capitale irachena ha lo scopo di trasformare ciascuna popolazione in “un armadio corazzato i cui abitanti sono classificati o abbandonati in cassetti chiusi e recinti separati tra loro”(8).

 

La logica è molto semplice: “I quartieri che non hanno potuto essere piegati militarmente, sono stati murati, barricati e abbandonati al proprio destino. Intere zone della città sono state delimitate e segregate con i cittadini confinati al loro interno, sottomessi a controlli così severi, di ingresso e uscita, che si può parlare senza esitazione di una politica di ghetto”.

 

In altre parti del mondo, non sono necessari muri di cemento a isolare e separare i quartieri periferici. Si ergono muri simbolici strutturati sulla base delle differenze di colore, modo di vestire e modo di abitare lo spazio. Ma i risultati e gli obiettivi sono identici. I meccanismi di controllo - si tratti di comandi militari, ONG per lo sviluppo o enti che promuovono l’economia di mercato e la democrazia elettorale - appaiono correlati tra loro e, in casi estremi come i quartieri di Baghdad, le favelas di Rio de Janeiro o le baraccopoli di Port au Prince ad Haiti, appaiono subordinati ai piani militari.

 

In Brasile, per citare un esempio, si applicano diverse forme di controllo simultaneo: il programma Hambre Cero (lett. ‘Fame zero’) è compatibile con la militarizzazione delle favelas.

Nella sua riflessione sul nazismo nel suo testo Tesi sul concetto di storia, lo scrittore tedesco Walter Benjamin afferma che “la tradizione degli oppressi ci insegna che lo stato di eccezione in cui viviamo è la regola”. La politica degli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 si adatta al concetto di “stato di eccezione permanente”. Lo “stato di eccezione”, che sospende i diritti dei cittadini e militarizza zone e interi paesi, si applica indistintamente in situazioni e per ragioni molto diverse, da problemi politici fino a minacce esterne, da un’emergenza economica a un disastro naturale.

In effetti, lo stato di eccezione è stato applicato in situazioni come la crisi economico-finanziaria argentina che scoppiò nel dicembre 2001 in un ampio movimento sociale; per affrontare gli effetti dell’uragano Katrina a New Orleans; per contenere la ribellione degli immigranti poveri delle banlieue francesi nel 2005. L’aspetto comune, oltre le circostanze e i paesi, è che in tutti i casi viene applicato per reprimere i poveri delle città.


Fonti

Mike Davis, “La pobreza urbana y la lucha contra el capitalismo” (La povertà urbana e la lotta contro il capitalismo), intervista, 30 luglio 2006 in www.sinpermiso.info.

 

Mike Davis, “Los suburbios de las ciudades del tercer mundo son el nuevo escenario estratégico decisivo” (Le periferie delle città del terzo mondo sono il nuovo scenario strategico decisivo), 2 marzo 2007 in www.rebelion.org.

 

Santiago Alba Rico, “Emparedar a la resistencia” (Murare la resistenza), Diagonal, Madrid, 10 maggio 2007.

 

Thomas Baltazar (colonnello), “El rol de la Agencia de Estados Unidos para el Desarrollo Internacional y la ayuda para combatir el terrorismo” (Il ruolo dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale e gli aiuti per combattere il terrorismo), in Military Review, settembre-ottobre 2007.

 

William S. Lind, “Comprendiendo la guerra de Cuarta Generación” (Comprendere la guerra di Quarta Generazione), Military Review, gennaio-febbraio 2005.



Note

 1. O Estado de São Paulo, “Exército admite uso de tática do Haití em favela do Rio” (L’esercito

       ammette l’utilizzo della tattica di Haiti nella favela di Rio), 15 dicembre 2007.

2. Mike Davis in www.rebelion.org

3. Mike Davis in www.sinpermiso.info

4. William Lind, op. cit.

5. Military Review, novembre-dicembre 2005, p. 15.

6. Idem, p. 12.

7. Thomas Baltazar, citato in Military Review, op. cit.

8. Santiago Alba Rico, op. cit.


Raúl Zibechi è analista internazionale del settimanale Brecha di Montevideo, docente e ricercatore sui movimenti sociali presso la Multiversidad Franciscana de América Latina, e collaboratore di vari gruppi sociali. Collabora mensilmente con il Programa de las Américas (www.ircamericas.org)

E-mail : redazione@selvas.org


SELVAS.org - Disclaimer - Copyleft
In ottemperanza con la nuova legge sull'editoria italiana, si segnala che selvas.org non è' un periodico. Qualunque testo vi appaia non ha alcun tipo di cadenza predeterminata nè predeterminabile. Non essendo una testata giornalistica, non esiste editore. Tutti i contenuti sono a responsabilità e copyright dei siti linkati o di chi li ha scritti. I dati sensibili relativi alla legge sulla privacy sono tutelati in ottemperanza alla legge 675/96 e dal dpr 318/99. Il contenuto del sito può essere liberamente citato, linkato ed anche copiato (a patto si citi selvas.org come fonte). Per qualunque altra informazione scrivere alla redazione.