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“Il libero commercio è la dottrina preferita dalle grandi potenze, timorose che altri possano seguire il loro esempio”
Bismarck

Si offuscano gli splendori del neoliberismo, tanto che ora deve reggersi sulla stampella –deja vu- dell’armamentismo e della guerra preventiva.
Il pensiero non é mai stato unico, da Spartaco in poi, la forza della negazione della dominazione é insopprimibile, sa riproporsi. Non fa eccezione questo processo che, dagli anni 80, sotto l’aura del modernismo ha imposto l’arcaica restaurazione egemonica del capitale finanziario sul resto degli attori sociali. Compresa quell’imprenditoria che non puó auto-finanziarsi con l’emissione di “bond” o quant’altro serve per capitalizzarsi. (...)


Dal Venezuela per Selvas.org le analisi di Tito Pulsinelli



18/04/2004


SOMMARIO:
Le armi del neoliberismo
Supremazia dell'unipolarismo
I nemici del grande feudo


Si offuscano gli splendori del neoliberismo, tanto che ora deve reggersi sulla stampella –deja vu- dell’armamentismo e della guerra preventiva.
Il pensiero non é mai stato unico, da Spartaco in poi, la forza della negazione della dominazione é insopprimibile, sa riproporsi. Non fa eccezione questo processo che, dagli anni 80, sotto l’aura del modernismo ha imposto l’arcaica restaurazione egemonica del capitale finanziario sul resto degli attori sociali. Compresa quell’imprenditoria che non puó auto-finanziarsi con l’emissione di “bond” o quant’altro serve per capitalizzarsi. (...)

La dittatura progressiva dei grossisti del denaro ha marciato parallelamente allo svuotamento delle funzioni della residuale democrazia formale eseguito dalle istituzioni globali (OMC, FMI, Banca Mondiale).
La conformazione di questa triade, e le inconfessabili finalitá che persegue, sono ora (da Seattle in poi) sottoposte al controllo sociale da parte dei movimenti che hanno sopperito –parzialmente- all’evanescenza e all’inoperativitá delle organizzazioni improntate alla forma-partito.
La loro caduta a picco é dovuta alla perdita di qualsiasi identitá peculiare: gli attori del cambiamento e il modello da trasformare coesistono in simbiosi. Gli uni rimandano all’immagine dell’altra. Senza infingimenti han fatto propria una ideologia che fa a pugni con il reale, con la difesa della natura, specie e biodiversitá.

Tutti fingono di ignorare che l’agricoltura, l’industria bellica e il petrolio sono le travi portanti dell’economia realmente esistente che, lungi dall’essere aperta, é un sistema blindato, dove la legge delle domanda e dell’offerta come unica regolatrice é nulla piú di uno slogan. Un grimaldello ideologico per scardinare le linee difensive altrui.

I sussidi e le barriere protezionistiche all’agricoltura USA ed europea; il settore armamentista che vive esclusivamente dell’ intervento dello Stato nell’economia, e la regolazione dell’offerta di petrolio sul mercato determinata dall’OPEC, ci dicono che il “libero mercato” é solo un modello teorico delle facoltá di economia, quando non un cascame della propaganda liberista. Si tratta di settori strategici che, inoltre, non sono certo una parte trascurabile dell’economia mondiale.

Lockheed Martin e Boeng sono i destinatari esclusivi del 27% del bilancio statale statunitense, assegnato unilateralmente per rilanciare entitá ufficialmente obsolete come gli “oligopoli nazionali”. Le loro consociate estere raccolgono le briciole e figurano quel che tanto che basta per salvare le apparenze. Tale intervenzionismo dello Stato nell’economia é applaudito da chi –allo stesso tempo- esige lo “Stato minimo” nelle politiche sociali (istruzione, salute, previdenza), o quando interviene per generare pluralitá di soggetti contro i monopoli privati.

Nell’ attuale fase di contrazione dell’economia, gli Stati Uniti hanno ripetutamente ridotto i tassi di interesse –il costo del denaro é al minimo- ed hanno tagliato le tasse delle grandi compagnie e degli imprenditori.
Tutto il contrario di quel che l’FMI impone ai paesi periferici: li costringe ad alzare i tassi di interesse, aumentare le tasse e tagliare le spese di bilancio.
In circostanze analoghe non valgono per tutti le medesime regole, sebbene gli USA siano l’azionista maggioritario dell’FMI.
L’ortodossia liberista é variabile e mutevole, secondo si sia debitore o creditore, piccolo azionista o grossisti del denaro. Questi ultimi rifilano valori cartacei di cui vogliono disfarsi, raccomandandoli come genuini ai dettaglianti di “bond”. Vi é una sostanziale analogia tra i dettaglianti e i paesi periferici indebitati. Il gioco é truccato: il grossita del denaro é contemporaneamente arbitro, controllore, poliziotto, giudice ed esattore

“L’influenza dell’FMI sui paesi in attivo é quasi inesisitente, e l’onere del ripristino della paritá nella bilancia internazionale dei pagamenti ricade quasi esclusivamente sulle spalle dei paesi debitori”. Non lo dice Vandana Shiva, Samir Amin, il subcomandante Marcos o Chavez ma George Soros (1). E se lo dice lui dobbiamo credergli.
Allo stesso modo, va aggiunto che l’onere della bancarotta dei fabbricanti di “bond” ricade esclusivamente sulle spalle dei compratori al dettaglio.




Le armi del neoliberismo
Il neoliberismo contemporaneo sta ripercorrendo i sentieri di quello classico. In solo due decenni e’ passato da una spettacolare espansione materiale –basata sulla sterilizzazione del potere e dei diritti dei produttori, cittadini e comunita’- a una crescita iperbolica dell’ espansione finanziaria. Una frenetica capacita’ di sfornare “prodotti finanziari”, con redditivitá piú elevata ed accelerata di quella che offre il ciclo produttivo tradizionale.

Se si osservano le zone periferiche del sistema economico mondiale, si nota che oggi non esistono piú imprese di quante ne esistessero prima della restaurazione post-caduta del Muro. E’ grazie alla susseguente controrivoluzione politica, che la liquidazione a prezzi stracciati delle economie pubbliche si cristallizza in “privatizzazioni” monopolistiche.
Questo cambio di mano, forní la base materiale necessaria su cui ancorare l’espansione del capitalismo finanziariario, cioé la roulette delle Borse, il gioco delle tre carte dei “bond” e l’economia basata sul debito.

Nell’area latinoamericana l’ammontare del debito estero é passato dai 350 miliardi di $ del 1990, agli oltre 750 miliardi di $ di un decennio dopo. Nell’intermezzo, grazie all’estorsione di ben 913 miliardi di $ di interessi -una cifra superiore allo stesso debito!- é facile capire come si possa indurre l’auge delle “privatizzazioni”: gli strozzini obbligano le vittime a svendere per fare cassa.
E le nuove acquisizioni passano a conformare giganteschi mostri monopolisti, cotituiti sulla stessa base materiale pre-esistente. Il liberismo non crea nuove imprese, concentra quelle esistenti, depura e decima gli organici dei produttori e saccheggia le tasche dei consumatori.
L’attuale boom cinese delle “magnifiche opportunitá di crescita” offerto dalle zone liberate dai sindacati e da qualsiasi giurisprudenza del lavoro, altro non é che l’ultima trasmigrazione di impianti e capitali da altre latitudini, giá “desertificate”. La nuova imprenditoria liberista é capace di generare maggiori profitti senza creare nuova impresa.

Si sta riproducendo il ciclo classico che, nelle tre fasi successive, alterna l’espansione materiale oggi bloccata (Giappone, USA ed UE ristagnanti o recessivi), cui segue un periodo di speculazione finanziaria internazionale –in cui aumenta debito e capitale cartaceo- che poi inevitabilmente sfocia nel riarmamento e nella guerra per accaparrarsi i beni veraci e duraturi: idrocarburi, minerali, biodiversitá e capisaldi geo-strategici.


Questa parabola é semplificata dal faro ideologico liberista. Gli Stati Uniti con i massimi storici del bilancio destinato al riarmo (aumentano di valore solo le azioni del complesso industrial-militare), immerso in due guerre simultanee (Afganistan e Iraq), alle prese con una guerra commerciale con l’Unione Europea (UE) e, nonostante il taglio dei tassi di interesse renda il costo del denaro quasi “gratis”, la disoccupazione non smette di aumentare: da quando c’é Bush sono 2 milioni i nuovi disoccupati.
E’ saltato un vecchio dogma: a piú sviluppo e investimenti non corrisponde necessariamente piú occupazione. Il feticcio della “crescita” a cui la sinistra sacrificava tutto, ha perso questo alibi.

Soprattutto quando lo Stato –vedi Bush- sceglie di intervenire nell’economia finanziando esclusivamente l’industria militare che, per sua natura, assorbe alta tecnologia e lavoro iper-specializzato. Al posto di una grandiosa riconversione industriale, Bush insiste nell’economia della morte, che diventa vantaggiosa solo -e quando- si costringe (a colpi di bombe all’uranio) il “mercato” a una corsa generale al riarmo. Il gioco é facile quando si controlla il 65% del mercato mondiale delle armi.
Tutto questo alla luce di una solare evidenza: l’Iraq venne invaso proprio perché non aveva armi di distruzione di massa. In caso contrario, non avrebbero osato farlo, come hanno dimostrato i nord-coreani che hanno apertamente rivendicato i loro ordigni nucleari e i missili per lanciarli.

Gli Stati Uniti finora hanno sempre ripianato il cronico debito stratosferico con la capacitá di captare i capitali -legali e no- del resto del mondo (industrializzato e no) verso i loro titoli: Cina e Giappone ne han fatto incetta.
Si tratta di dipendenza e vulnerabilitá ai flussi di capitali esteri, oggi piú problematici visto il deprezzamento del dollaro, i bassi tassi di interesse e l’esistenza di altre alternative.
Dal 1971, la libera produzione di dollari –senza corrispettiva paritá aurea- che é come un libretto di assegni senza fondo, garantisce il pagamento di tutto quel che il resto del mondo fornisce e che a loro manca.
Analogie sorprendenti con l’impero spagnolo dell’epoca dorata delle colonie: i flussi massivi d’argento, transitavano a Madrid, ma finivano ai banchieri genovesi o ai mercanti delle Fiandre, fornitori di tutto quanto era necessario agli iberici, ottimi guerrieri, buoni colonizzatori ma pessimi produttori (2).



Supremazia dell'unipolarismo
Sullo sfondo dell’offuscato egemonismo degli USA, vi é la perdita della irripetibile condizione secolare di unico Stato-continente, che scrutava dall’alto il resto degli Stati-nazioni e cittá-Stato.
Il ricompattamento dell’Europa intorno a una moneta, il risorgere della Cina dalle ceneri coloniali, l’assestamento dell’India, l’emergere del Brasile come potenza regionale aggregante, sono fattori che concorrono all’apparizione di nuovi blocchi di potere ancorati su nascenti Stati-continenti.
E’ ovvio, quindi, che la fisima imperiale che si auto-rappresenta con un aggressivo unipolarismo, é un estremismo che cancella quel che preferirebbe non esistesse: il multipolarismo emergente.

A parte il blocco europeo, Cina, Giappone e le due Coree giá configurano l’altro polo geo-politico rilevante, la cui definitiva fisionomia strutturale dipenderá soprattutto dal grado di oltranzismo degli USA in quell’area. Le rendite di posizione acquisite con l’esclusiva della bomba atomica e la seconda guerra mondiale –combattuta in casa d’altri- si sono esaurite.


Gli Stati Uniti continuano a mantener salda una supremazia nella tecnologia e nella ricerca; permane l’egemonismo nei mezzi di comunicazione, ma si rivela insufficiente a calamitare consenso per l’avventura coloniale in Iraq; ostenta minaccioso una unica e indiscutibile superioritá: quella bellica.
Il biennio nero di Wall Street dice che non giganteggia piú nel controllo dei flussi di capitali esteri e nello smercio di “prodotti finanziari”, inoltre dipendono grandemente dalla Cina, diventata primo fornitore.
La bancarotta della Enron e di altre dieci “majors” tradisce un precario stato di salute del loro modello economico.
Il dollaro ha perso lo status di unico mezzo per gli scambi; in pochi anni il 30% delle transazioni internazionali avvengono in euro, contro il 41% del biglietto verde.

E’ sufficiente l’egemonia militare per garantire che il “nuovo secolo americano” non corra il serio pericolo di trasformarsi in un secolo molto corto? Basterá l’esibizione muscolare e un massiccio supplemento di anabolizzanti bellici per contrarrestare la perdita di competitivitá e di spazi geo-politici? La moltiplicazione inflazionaria degli “Stati-canaglia” preserverá la credibilitá della filosofia “molti nemici molto onore”?
L’ estremismo unipolare di Bush ha lasciato sul terreno oltre alla sperimentata politica dell’ egemonia condivisa con i soci alleati –i vassalli maggiori- anche i cadaveri della NATO e dell’ ONU.
Ulteriore conseguenza dell’impantanamento in Iraq, é stata la sorprendente accelerazione della consapevolezza che l’euro ha bisogno di un proprio braccio armato autonomo.
Tra gli altri “effetti collaterali” si annovera un incremento della collaborazione sud-sud, di cui il protagonismo e l’avvicinamento tra India, Brasile e Sudafrica é solo il riflesso piú visibile.

Non si puó certo dire che non si muove foglia che l’imperatore non voglia se, persino nel cortile continentale, l’ALCA si é inceppata e –nelle ultime riunioni tecniche- si é delineato uno schieramento di 14 paesi a favore e 20 contrari. Cosí come stanno le cose, l’ALCA si ferma al Panama, lambisce appena il Sudamerica, dove Cile e Colombia sono le uniche eccezioni.
Rimangono ostacoli insormontabili: i diritti sui brevetti e loro durata, l’auto-produzione di farmaci contro le epidemie, l’apertura alle multinazionali degli appalti con cui i vari Stati si approvigionano, il rango delle legislazioni nazionali rispetto ai protocolli dell’ALCA, e l’irrinunciabile sovranitá alimentare.
A Cancun si é pure conclusa la marcia trionfale dell’OMC: questo auto-eletto Parlamento del libero commercio ha perso consenso, credibilitá e legittimitá.La ribellione e la critica dei movimenti sociali internazionali ha mandato in tilt il doppio discorso e la menzogna ideologica liberista del G7, al punto che sono riusciti ad aprire spazi di manovra sufficientemente ampi.
E 21 paesi del sud povero –sotto la forte pressione delle loro popolazioni- han dovuto finalmente approfittarne, esigendo che il mondo industrializzato applichi internamente quel che cerca di imporre -con ogni mezzo- agli altri. O apre a quel che il Sud puó offrire, o il discorso é chiuso.
Alla globalizzazione é scaduto il tempo perché non sa dare nessuna risposta convincente sull’agricoltura: chi é sotto-alimentato non mangia promesse transgeniche per il futuro. Il protezionismo degli USA e dell’UE é un muro invalicabile, perció gli altri puntano i piedi e intensificano la collaborazione, firmando trattati di cooperazione e scambio tra sud-sud. Il Brasile é pronto ad aprirsi all’India, Sudafrica e mondo arabo.



I nemici del grande feudo
Il contrasto all’FMI avviene sul terreno specifico degli Stati nazionali. Sebbene cerchi di imporre soluzioni pret-a-porter sostanzialmente standardizzate, la resistenza ad esse avviene con la conformazione di ampie convergenze sociali sul terreno della legislazione,misure fiscali e politiche economiche.
Non é piú possibile regalare spazi sociali e persino istituzionali. Peró é nei paesi periferici -dove il liberismo ha avuto carta bianca e sono ben visibili le macerie che ha lasciato- che la sinistra ha saputo compattarsi con il nuovo protagonismo dei movimenti contadini, con i settori che difendono la produzione nazionale e la sovranitá alimentare, con quelli che vogliono preservare la natura e render protagonisti i settori storicamente esclusi.

Nei paesi del centro industrializzato, invece, la sinistra non si connota piú neppure con la debole rivendicazione di Keynes, né con la condanna della guerra. Giudica estremista persino la luciditá e la coerenza con cui la Francia e la Germania aprono la pista al blocco capitalistico europeo come polo autonomo; quindi non serve neppure per acuire le contraddizioni interne del modello dominante.
Non salvano piú nemmeno le apparenze, fieri del ruolo di “fiancheggiatori” degli apostoli di una improbabile “Nuova Roma” che, dietro la “lotta al terrorismo”, nascondono malamente la geo-politica espansionista dell’idrocarburo. A queste condizioni, permane forte e irrinunciabile l’opzione dei movimenti.

La questione principale, comunque, rimane quella della feudalizzazione dell’economia e le maniere atte a contrarrestarla.


(1) G. Soros, “Globalizzazione”, Ponte alle Grazie, 2002
(2) Eduardo Galeano, “Le vene aperte dell’America Latina”


Tito Pulsinelli, collaboratore di Radio Onda d'URTO di Brescia.
E-mail alla redazione: info@selvas.org


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