Sulla
sponda uruguaya dell'omonimo fiume che separa, e contemporaneamente
unisce, Argentina e Uruguay, la costruzione delle due più grandi
cartiere del Cono Sud scatena enormi proteste. Ma non si tratta ne
di un "rifiuto di modernità", ne solo di una protezione estrema
dell'ambiente. In discussione è il modello di sviluppo che
privilegiando l'investimento a breve periodo, dimentica l'importanza
della qualità di vita futura.
Quale sviluppo?
Di Umberto Bandiera

Foto di una" papelera" sulle rias a Pontevedra, Galizia - Spagna
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Documenti correlati (download)
• Relazione BOTNIA (.pdf)
• ENCE Pontevedra (.pdf)
• Report Banca Mondiale (.pdf)
• Effetti contaminazione (.pps)
• Libro su Cellulosa - Movimento mondiale per i Boschi Tropicali (.pdf)
• Denuncia penale CEDHA
>> Speciale "Papeleras" di Umberto Bandiera in formato Word >DOWNLOAD
Bella domanda.
Peccato che a porsela son sempre meno dirigenti politici e industriali,
fiduciosi come sembrano in ogni angolo del mondo, che la ricetta dell'
homo faber funzioni sempre e comunque. In realtà la concezione
monolitica di Sviluppo, è tutta occidentale, anzi prettamente
euro-occidentale, un derivato composto del lungo percorso filosofico
dell' Illuminismo, che ebbe come diretta conseguenza il parto di due
“fratelli”inconciliabili: il capitalismo e il comunismo. Entrambi
facevano dell' industrializzazione il motore del Progresso dell'
Umanità, e della Natura la vittima sacrificale da portare sull'
altare della realizzazione della propria Idea. La stessa sicumera e la
stessa conseguenza si protrae sino ai giorni nostri, come la diatriba
fra Uruguay e Argentina sulla costruzione di alcuni impianti
industriali sta a testimoniare.

Zitti zitti…
In
Uruguay è noto come nelle recenti elezioni presidenziali abbia
vinto un cartello elettorale (Frente Amplio) con un baricentro politico
spostato, almeno così pare, a sinistra. Nei giorni dell'
investitura del nuovo presidente, Tabarè Vazquez, il vecchio
esecutivo di Battle, in una delle sue ultime riunioni, decideva di dare
il proprio beneplacito alla costruzione di due megaimpianti industriali
per la lavorazione di cellulosa presso Fray Bentos, a ridosso del
confine con lo Stato argentino, il più grande investimento
estero nel paese negli ultimi decenni.
Nello
specifico si è trattato di autorizzare la costruzione di due
megaimpianti industriali per la lavorazione e la produzione di
cellulosa che, come ci ricorda un'autorevole istituzione come il
Politecnico di Torino (
http://www.polial.polito.it/cdc/macrog/early.html ), è uno dei
tanti polimeri presenti in natura, ma fondamentale nella produzione dei
polimeri sintetici come il nitrato di cellulosa, l' acetato di
cellulosa e il rayon. I partner privati coinvolti nel progetto sono
due colossi mondiali nel settore come le multinazionali spagnola ENCE e
quella finlandese BOTNIA. Ma essendo da anni presenti sul mercato
mondiale, hanno già collezionato entrambe parecchi dubbi sulla
propria trasparenza nelle operazioni industriali e finanziarie, portate
avanti tanto nei propri paesi quanto all' estero.
Iniziamo dunque questo viaggio nel mondo del business latinoamericano
partendo dai primi protagonisti, due grandi attori economici. La ENCE
è ben nota in casa propria a causa della sua produzione di
cellulosa nel nord della penisola iberica, in Galizia.
Ricordo ancora i tanti racconti di molti amici di Pontevedra,
città dove ha sede l' impianto industriale, in cui mi parlavano
delle proteste, ma soprattutto dei tanti disagi che l' impianto aveva
arrecato alla città gallega, in primis sulla salute di tante
persone. Io stesso, le volte che mi son recato a Pontevedra, ho potuto
constatare quanto nauseante sia ritrovarsi a respirare quell' aria
tanto impregnata di cattivi e letali odori e quanto devastante sia l'
impatto, anche solo visivo, della presenza di un impianto industriale
simile nelle vicinanze di un centro abitato e per di più in un
contesto ambientale di assoluta bellezza.
La Galizia infatti è nota per le sue rias, insenature simili ai
fiordi scandinavi, dove col passare dei secoli si son creati
microambienti di eccezionale bellezza e delicatezza, che un modello di
sviluppo più attento avrebbe potuto preservare in modo
sicuramente più efficiente e che invece, come nel caso di
Pontevedra, si è lasciato spesso in mano a scelte autoritarie (e
che per tanti anni il presidente della Galizia sia stato Manuel Fraga
non è un caso), in cui il consenso popolare era solo un freno ai
desideri di pochi potenti.
Per queste e tante altre ragioni, sin dal 1987 opera in quell' area l'
APDR (Asociacion Pola Defensa da Ria), che ha voluto immediatamente
porre in evidenza i rischi legati alla costruzione di impianti simili.
La stessa organizzazione il 3 febbraio scorso ha formalmente denunciato
l' impresa ENCE per non aver rispettato le leggi regionali, nazionali e
comunitarie in materia di rispetto ambientale presentando dei propri
dossier in cui emergeva una continuata violazione delle norme presenti
in materia. In particolare come si nota dalle tabelle sottostanti, il
pericolo è rappresentato dalla continua immissione di materiale
chimico nelle acque della ria di Pontevedra:
Tabella da http://www.apdr.info/vertilegales.htm
In un interessante intervista riportata dal portale argentino
Argenpress, la professoressa gallega Leonor Gonzalez, riprendeva
proprio l' esempio della resistenza di Pontevedra all' ENCE durante una
conferenza tenuta in Uruguay in occasione di un confronto sui problemi
reali posti dalla costruzione di impianti di produzione di cellulosa,
che oltre alla questioni ambientali, includono quelle economiche, in
cui risulta difficile far crescere altri settori, come quello agricolo
o peschiero, in aree in cui la presenza industriale è tanto
ingombrante. Per poter leggere integralmente l' intervento si
può visitare il link:
http://www.argenpress.info/nota.asp?num=028051.
Da parte sua la ENCE costituisce sicuramente un partner privato d'
eccezione, grazie alla solidità del gruppo dal punto vista
economico-finanziario. Avendo al suo interno grandi gruppi bancari
privati, al dicembre 2005 contava su un capitale sociale di 152.820.000
euro.

Grafico da www.ence.es
La ENCE infatti è un impresa ibero-americana di trasformazione
integrale di legname, divenendo la prima proprietaria europea di boschi
di eucalipto destinato alla lavorazione e leader europeo e secondo
fornitore mondiale di cellulosa derivante da eucalipto, con un attivo
di bilancio complessivo di quasi 500.000.000 di euro
(http://www.ence.es/pdfs/BalanceENCE_2004.pdf ).
Nelle sue comunicazioni ufficiali ripetutamente sottolinea che il suo
operato avviene in assoluta conformità con le leggi ambientali e
fa dell' etica ecologica il suo modo di operare nel mondo. Tanto che
nel 2002 elabora un report in cui descrive le proprie attività
come all' avanguardia in tale materia (vedere il report in pdf tra i
contributi in fondo all' articolo).

vignetta di Khalil Bendib, da www.corpwatch.org
Se dunque la ENCE abbia ancora molte questioni aperte da dover
chiarire, altrettanto si può dire dell' altro partner del
megaprogetto in Uruguay, cioè la multinazionale finlandese
BOTNIA. Quest' ultima fu la prima a manifestare il proprio interesse
attivo nell' affare comunicando in data 7 marzo 2005 l' avvio delle
procedure per il finanziamento di ben 1,1 miliardi di dollari utili per
la realizzazione di un impianto in Uruguay per la lavorazione e
produzione di oltre un milione di tonnellate di cellulosa.
La multinazionale finlandese presenta il progetto in questo modo:
le operazioni di costruzione dell'impianto iniziano immediatamente,
avendo come data di consegna lavori la fine del 2007. Operando a pieno
ritmo l' impianto utilizzerà ben 3 milioni e mezzo di metri cubi
di legname all' anno. Ben il 60% di questa materia prima sarà
recuperata dalla sussidiaria della BOTNIA in Uruguay, cioè la
FOSA (Compagnia Forestale Orientale), attraverso coltivazioni di
eucalipto già impiantate nel paese o da impiantare; il restante
40% verrà recuperato attraverso contratti a lunga scadenza con
privati, fondazioni e cooperative. Le previsioni di impiego avanzate
parlano addirittura di 4.500 persone nel 2006, salvo rettificare che
poi gli impieghi stabili saranno 300, mentre l' indotto porterebbe
8.000 posti di lavoro, su che base però vengono effettuate
queste previsioni non viene specificato.
Riguardo al finanziamento si dice che nel 2003 è stata fondata
in Uruguay la BOTNIA S.A., di cui i proprietari sono la stessa BOTNIA
con il 82,1%, la UPM con il 12,4% e la Metsaliitto con il 5,5%. Curioso
sapere che queste due ultime sono poi le stesse società
multinazionali proprietarie della stessa BOTNIA finlandese. Ma dall'
affare non sono esclusi neanche investitori locali come il Gruppo
Otegui, con il quale si è sottoscritto un accordo secondo cui
potranno detenere il 9% dell' azionariato, a lavori conclusi. Gli
stessi finiscono col sottolineare come l' investimento rappresenti
nella storia economica uruguayana il più grande mai realizzato,
facendo crescere il PIL del paese dell' 1,6%, così come per la
Finlandia esso rappresenti il maggiore investimento industriale mai
fatto all' estero.
A ciò si aggiunge anche la preoccupazione del gruppo BOTNIA, per
iniziare a portare al di fuori dell' Europa i propri impianti, come
conseguenza dell' entrata in vigore a partire proprio da quest' anno
(2006) di una direttiva europea che limita considerevolmente l' uso di
agenti chimici nel trattamento dei processi industriali, tra cui anche
quello delle cartiere (o come dicono in Sudamerica las papeleras).
Già negli anni passati gli impianti finlandesi furono oggetto, e
continuano ad esserlo, di feroci critiche per il totale disprezzo verso
le acque del Lago Saimaa, dove sorge uno degli impianti più
importanti e il maggiore per produzione, quello di Joutseno (vedere
foto), che annualmente arriva a 600.000 tonnellate di cellulosa.
Le preoccupazioni e le proteste venivano soprattutto in relazione al
vicino villaggio di Lappeenranta, dove l' elevato consumo di pesce del
lago, ha procurato qualcosa di più che isolati allarmi. Tanto
che persino la Helsinki Commission (HelCom), cioè la commissione
baltica di protezione dell' ambiente marino ha già nel 2004
lanciato l' allarme per l' elevato tasso di diossina presente lungo le
coste finlandesi, spesso imputabile alla produzione industriale.
Ma la BOTNIA, come abbiamo visto per la sua “collega” spagnola, ha i
suoi bei report, in cui si afferma l' assoluto rispetto per l' ambiente
e per le leggi presenti in materia. Così anche nel caso del
Progetto Uruguay, come l' impresa ha battezzato il proprio investimento
a Fray Bentos, l' impresa ha elaborato il proprio studio di impatto
socio-economico e addirittura pubblicato i risultati del foro pubblico
in cui ha cercato di rispondere alle inquietudini della gente (vedere
in fondo tra i contributi)

Ritornando alla proprietà della stessa impresa, vediamo come ad
esempio la UPM, sia una delle multinazionali più potenti al
mondo in tale settore, con ben 33.400 impiegati in ben 16 paesi, con un
volume di vendite che nel 2004 ha raggiunto i 10 miliardi di euro. Nel
2003 il Dipartimento di Giustizia statunitense ha avviato un
procedimento nei confronti della UPM per violazione delle leggi
anti-trust e sulla concorrenza, cosa che solo qualche settimana fa si
è risolta con una dichiarazione da parte delle autorità
americane, di non dare luogo a procedere. L' altra grande “sorella”
indirettamente coinvolta è la finlandese Metsaliitto, anch' essa
con solidi bilanci annuali (sul 2005 si parla di circa 9 miliardi di
euro) e ricchi dividendi per i soci. Infine la M-real, altro colosso
finlandese, con una presenza su ben 30 paesi, tra cui un ufficio
vendite in Italia, nel milanese, e anche qui ricchi profitti e
dividendi, anzi come recita il loro slogan: “Profit from ideas”. E a
distruggere interi ecosistemi per arricchire i propri bilanci e
quotazioni sui mercati internazionali ci vogliono proprio delle gran
belle idee…
Per chiudere però l' affare occorreva anche il benestare
internazionale, prontamente certificato da un partner dell'
investimento, cioè la Banca Mondiale. Attraverso due suoi
organismi, cioè l' International Financial Corporation (IFC) e
la Multilateral Investment Guarantees Agency (MIGA) ha avviato due
interessanti studi di impatto cumulativo, cioè sia economico che
ambientale, che riportiamo in fondo tra i contributi. Le conclusioni
sono che i lavori possono essere inaugurati e che se vi sono rischi
politici derivanti da rinunce o mancati adempimenti delle parti
contrattuali gli investitori finlandesi saranno garantiti dalle
competenti agenzie della Banca Mondiale.
L' umanità si ribella
Dopo il gioco delle scatole cinesi, tipico del sistema delle
corporations transnazionali, e l' avvio dei lavori dato alle
“papeleras”, un crescente movimento civico si è costituito nella
città di Fray Bentos per poi estendersi in pochi mesi all'
intera regione di Rio Negro e al di là del Rio Uruguay alla
città argentina di Entre Rios e alla relativa provincia
argentina.
Uno dei momenti sicuramente più partecipati si è svolto
già nell' aprile scorso quando 40.000 persone manifestarono tra
le città frontaliere di Gualeguaychù (lato argentino) e
Fray Bentos, attraversando e paralizzando il ponte internazionale
Generale San Martìn (vedere foto).
Da quel momento tutte o quasi le organizzazioni ambientaliste
uruguayane e argentine hanno dato vita a campagne di sensibilizzazione
e cortei in modo continuativo, raccogliendo informazioni e presentando
report alternativi a quelli presentati a livello istituzionale, ma che
con uguale efficacia rappresentavano i seri rischi che potevano
derivare per la salute di tutta la popolazione, ma anche per i problemi
di lungo periodo che si sarebbero andati a vivere dal punto di vista
socioeconomico (si vedano tra i contributi i dossier realizzati da
alcune associazioni ambientaliste).
Il cuore dello scontro stava proprio intorno al modello di sviluppo
sotteso dalle due parti. Se da un lato si è imposto, nel
silenzio degli uffici, un megaprogetto industriale, sullo stile diciamo
da prima rivoluzione industriale (la fabbrica, i miliardi, la
quantità, i grandi numeri, le alleanze internazionali), nel
secondo caso si è trattato sicuramente di qualcosa di differente.
E' sicuramente il frutto di quella grande coscienza che si sta
sviluppando in Sudamerica intorno all' importanza delle proprie risorse
naturali, prime fra tutte quelle idriche. Ma anche un nuova cultura di
maggior rispetto e sostenibilità, di creare futuro, senza
venderlo e ipotecarlo a tutte le prossime generazioni. E soprattutto un
approccio locale, un voler far comunità e difendere con il
confronto la propria visione della vita. Perchè in fondo quando
si parla di Sviluppo, spesso ci si dimentica di questo, che al di
là che dei soldi, della redditività, delle tecniche
progettuali, si parla soprattutto della vita di molte persone. Lo
stesso movimento nato per arrestare la costruzione delle due
“papeleras” è quello che probabilmente solo un anno fa
festeggiava la vittoria elettorale di Tabarè Vazquez e di quel
cartello elettorale che aspirava ad aprire una nuova fase nel paese, e
non solo per il cambio di poltrone operato. Un cambio nella
partecipazione alle grandi scelte politiche ed economiche, al lancio di
politiche di sviluppo condivise e sostenibili.
Purtroppo da parte governativa non vi è stata la stessa sintonia
di vedute, anzi alcuni attivisti uruguayani affermavano che si sia
imposto un vero e proprio silenzio dei mass media sull' argomento.
Tanto che è soprattutto sul lato argentino che le proteste si
son fatte vive, anche da parte istituzionale. Il mancato ricevimento
della visita del Governatore di Entre Rios, da parte del presidente
Tabarè Vazquez , proprio per parlare del problema creatosi, non
ha fatto altro che alimentare quella visione scettica nei confronti
della politica di Palazzo.

foto da uruguay.indymedia.org
Così è stata proprio una associazione argentina, la
Fundaciòn Centro de Derechos Humanos y Ambiente (CEDHA) che,
insieme al governatore e al vicegovernatore di Entre Rios, per la prima
volta in Argentina hanno presentato il 19 gennaio 2006 una formale
denuncia per crimine ambientale contro i vertici dei due gruppi
industriali (ENCE e BOTNIA), richiamandosi all' articolo 55 del Codice
Penale (Ley 24051), secondo cui:
“sarà represso….colui che utilizzando i residui a cui si
riferisce la presente legge, avveleni, adulteri o contamini in un modo
che sia pericoloso per la salute, per il suolo, per l' acqua, per l'
atmosfera e per l' ambiente in generale”.
Così raccogliendo una notevole quantità di prove è
stata presentata denuncia nei confronti dei top manager delle due
società, cioè i signori Fernando Garcìa Rivero,
direttore generale de Celulosa de M'Bopicua, filiale di ENCE, e
già condannato per delitto ecologico a Pontevedra, in Galizia;
Josè Luis Mendez , presidente del gruppo ENCE; Juan Ignacio
Villana Ruiz-Clavijo, vicepresidente ENCE; Pedro BlanquerGelabert,
direttore ENCE, entrambi imputati per delitto ecologico a Pontevedra.
Per la BOTNIA, sono stati denunciati Ronald Beare, amministratore
generale di BOTNIA S.A., Kaisu Annala, amministratore di progetto,
Carlos Faropa, di BOTNIA Fray Bentos S.A. e infine Erkki Varis,
presidente e amministratore generale di MetsaBotnia. Non solo, ma la
stessa Fiscalìa Federal di Cordoba, nel rimettere la causa sotto
la giurisprudenza della Corte Suprema di Giustizia della Nazione, il
massimo organo giudiziario argentino, ha sottolineato come possono
risultare coinvolti anche alti dirigenti ministeriali uruguayani. Tutto
ciò non ha fatto altro che complicare le relazioni tra le due
repubbliche.

Il nodo diplomatico
Si è infatti arrivati ad un vero e proprio confronto diplomatico
tra Buenos Aires e Montevideo riguardo alla questione delle papeleras.
Sebbene già sotto la presidenza Battle (la autentica promotrice
di tutta l'operazione), la attuale maggioranza di governo aveva
espresso il proprio disappunto su una scelta tanta forte e tanto poco
rispettosa del vicino argentino, ma con il cambio di governo sembrano
essersi dissolte le proteste in seno ai partiti del Frente Amplio, e
prevalere le posizioni più di real politik , tanto care ai
teorici del realismo strutturale, come lo statunitense Kenneth Waltz.
In tal senso infatti non sembra esserci propriamente uno scontro sul
modello di sviluppo, come invece auspicherebbe, e non solo sul caso in
questione, ma sul modello di sviluppo in generale, l' opera di un
grande pensatore contemporaneo come Edgar Morin.
Il sociologo francese, in un recente articolo apparso sul settimanale
uruguayano “Brecha”, infatti ci informa di come l' attuale modello di
sviluppo sia sin cualidades “Lo sviluppo ignora ciò che non
è calcolabile ne mediabile. Concepito unicamente in termini
quantitativi, ignora le qualità: le qualità dell'
esistenza, della solidarietà, dell' ambiente, della
qualità della vità, delle ricchezza umane non calcolabili
né monetizzabili; ignora il dono, la magnanimità, l'
onore e la coscienza. Lo sviluppo ignora che la crescita
tecno-economica produce anche sottosviluppo fisico e morale…”.
Ma
agli attuali esecutivi di governo, come ai top manager delle
corporations transnazionali coinvolte, queste riflessioni poco importano,
visto che la questione sta assumendo sempre di più una piega
giudiziaria e diplomatica. Sin da quando sono iniziati i blocchi
stradali sul versante argentino (cortes de ruta), sul lato uruguyano si
è accusata Buenos Aires di star consapevolmente favorendo quelle
azioni per aumentare la pressione sull' esecutivo di Tabarè
Vazquez, evitando di far intervenire le forze di polizia per permettere
il regolare passaggio di mezzi attraverso i ponti sul rio Uruguay. Il
blocco degli accessi stradali per la Repubblica Oriental, ha infatti
prodotto già seri danni economici, con notevoli perdite nei
rifornimenti di prodotti di importazione sia argentina che cilena. Non
solo. Ma negli ultimi mesi il governo Kirchner ha informato il suo
omologo che nel caso si dovesse dar esecuzione alle opere
immediatamente aprirebbero una causa giudiziaria presso tutte le sedi
competenti (MERCOSUR, O.A.S., Corte Internazionale di Giustizia) per la
palese violazione del Trattato sul rio Uruguay, sottoscritto decenni fa
da entrambe le repubbliche. Kirchner è stato ancora
più esplicito nel discorso sulla Nazione tenuto giorno 1 marzo,
in cui ha chiaramente invitato il “fraterno e amico” governo uruguayano
a bloccare i lavori di costruzione dei due impianti per un periodo di
90 giorni, così da permettere a una commissione indipendente
internazionale di valutare l' effettivo rischio ambientale ed economico
della presenza di due strutture industriali di tali dimensioni. Ma
prontamente un Ministro dell' esecutivo uruguayano ha subito respinto
l' invito, dicendo che non è nelle competenze del governo poter
bloccare o sospendere i lavori di costruzione. Sempre in questi giorni
alcuni servizi giornalistici hanno portato alla luce come il contratto
sottoscritto già nel 2003 tra il governo uruguayo di Battle e
quello finlandese, implichi in ben quattro distinti punti l' impegno da
parte dello Stato uruguyanop a risacire qualsiasi danno derivante ad
investimenti finlandesi nel paese, una pratica questa già ben
nota sempre nel settore idrico, alla Bechtel durante le violenti
proteste di Cochambamba, in Bolivia. Infatti allora lo stato boliviano
in nome di un trattato commerciale con l' Olanda rischiò di
dover risarcire la multinazionale per non aver fatto realizzare i suoi
profitti nel paese. Ancora una volta dunque, si assiste nel settore
delle risorse idriche ad una totale riconfigurazione delle strutture
del potere reale, fuori da ogni vincolo democratico con le istituzioni
e con le popolazioni locali.
I contrasti sono ancora molto forti e la recente notizia che uno dei
manager della Botnia sia stato ripreso con una videocamera nascosta
mentre cercava di corrompere alcuni ambientalisti nel tentativo di non
far svolgere manifestazioni di protesta nella città di Fray
Bentos, non serviranno di certo a trovare soluzioni di equilibrio. Allo
stesso modo per il governo di Tabarè Vazquezsi pone un nodo da
sciogliere molto complicato. Interrompere o modificare in alcun modo l'
accordo commerciale ormai avviato significherà non essere in
grado di garantire investimenti privati esteri nel paese,in una
congiuntura economica in cui l' economia uruguayana non beneficia certo
del caro-petrolio, fenomeno questo che permette a ben altri governi di
operare scelte molto più radicali.
Umberto Bandiera -
Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche, specialista in
politiche di sviluppo, è co-fondatore del Laboratorio di
promozione sociale “Despina” e attivo in vari progetti sociali in
Italia e all'estero.
E-mail : umberto.bandiera@studio.unibo.it
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