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29-03-2006
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Sulla sponda uruguaya dell'omonimo fiume che separa, e contemporaneamente unisce, Argentina e Uruguay, la costruzione delle due più grandi cartiere del Cono Sud scatena enormi proteste.
Ma non si tratta ne di un "rifiuto di modernità", ne solo di una protezione estrema dell'ambiente. In discussione è il modello di sviluppo che privilegiando l'investimento a breve periodo, dimentica l'importanza della qualità di vita futura.

Quale sviluppo?

Di Umberto Bandiera


Foto di una" papelera" sulle rias a Pontevedra, Galizia - Spagna
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Documenti correlati (download)

Relazione BOTNIA (.pdf)

ENCE Pontevedra (.pdf)

Report Banca Mondiale (.pdf)

Effetti contaminazione (.pps)

Libro su Cellulosa - Movimento mondiale per i Boschi Tropicali (.pdf)

Denuncia penale CEDHA

>> Speciale "Papeleras" di Umberto Bandiera in formato Word  >DOWNLOAD




Bella domanda. Peccato che a porsela son sempre meno dirigenti politici e industriali, fiduciosi come sembrano in ogni angolo del mondo, che la ricetta dell' homo faber funzioni sempre e comunque. In realtà la concezione monolitica di Sviluppo, è tutta occidentale, anzi prettamente euro-occidentale, un derivato composto del lungo percorso filosofico dell' Illuminismo, che ebbe come diretta conseguenza il parto di due “fratelli”inconciliabili: il capitalismo e il comunismo. Entrambi facevano dell' industrializzazione il motore del Progresso dell' Umanità, e della Natura la vittima sacrificale da portare sull' altare della realizzazione della propria Idea. La stessa sicumera e la stessa conseguenza si protrae sino ai giorni nostri, come la diatriba fra Uruguay e Argentina sulla costruzione di alcuni impianti industriali sta a testimoniare.



Zitti zitti…
In Uruguay è noto come nelle recenti elezioni presidenziali abbia vinto un cartello elettorale (Frente Amplio) con un baricentro politico spostato, almeno così pare, a sinistra.
Nei giorni dell' investitura del nuovo presidente, Tabarè Vazquez, il vecchio esecutivo di Battle, in una delle sue ultime riunioni, decideva di dare il proprio beneplacito alla costruzione di due megaimpianti industriali per la lavorazione di cellulosa presso Fray Bentos, a ridosso del confine con lo Stato argentino, il più grande investimento estero nel paese negli ultimi decenni.

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Nello specifico si è trattato di autorizzare la costruzione di due megaimpianti industriali per la lavorazione e la produzione di cellulosa che, come ci ricorda un'autorevole istituzione come il Politecnico di Torino ( http://www.polial.polito.it/cdc/macrog/early.html ), è uno dei tanti polimeri presenti in natura, ma fondamentale nella produzione dei polimeri sintetici come il nitrato di cellulosa, l' acetato di cellulosa e il rayon.
I partner privati coinvolti nel progetto sono due colossi mondiali nel settore come le multinazionali spagnola ENCE e quella finlandese BOTNIA. Ma essendo da anni presenti sul mercato mondiale, hanno già collezionato entrambe parecchi dubbi sulla propria trasparenza nelle operazioni industriali e finanziarie, portate avanti tanto nei propri paesi quanto all' estero.
Iniziamo dunque questo viaggio nel mondo del business latinoamericano partendo dai primi protagonisti, due grandi attori economici. La ENCE è ben nota in casa propria a causa della sua produzione di cellulosa nel nord della penisola iberica, in Galizia.
Ricordo ancora i tanti racconti di molti amici di Pontevedra, città dove ha sede l' impianto industriale, in cui mi parlavano delle proteste, ma soprattutto dei tanti disagi che l' impianto aveva arrecato alla città gallega, in primis sulla salute di tante persone. Io stesso, le volte che mi son recato a Pontevedra, ho potuto constatare quanto nauseante sia ritrovarsi a respirare quell' aria tanto impregnata di cattivi e letali odori e quanto devastante sia l' impatto, anche solo visivo, della presenza di un impianto industriale simile nelle vicinanze di un centro abitato e per di più in un contesto ambientale di assoluta bellezza.
La Galizia infatti è nota per le sue rias, insenature simili ai fiordi scandinavi, dove col passare dei secoli si son creati microambienti di eccezionale bellezza e delicatezza, che un modello di sviluppo più attento avrebbe potuto preservare in modo sicuramente più efficiente e che invece, come nel caso di Pontevedra, si è lasciato spesso in mano a scelte autoritarie (e che per tanti anni il presidente della Galizia sia stato Manuel Fraga non è un caso), in cui il consenso popolare era solo un freno ai desideri di pochi potenti.
Per queste e tante altre ragioni, sin dal 1987 opera in quell' area l' APDR (Asociacion Pola Defensa da Ria), che ha voluto immediatamente porre in evidenza i rischi legati alla costruzione di impianti simili. La stessa organizzazione il 3 febbraio scorso ha formalmente denunciato l' impresa ENCE per non aver rispettato le leggi regionali, nazionali e comunitarie in materia di rispetto ambientale presentando dei propri dossier in cui emergeva una continuata violazione delle norme presenti in materia. In particolare come si nota dalle tabelle sottostanti, il pericolo è rappresentato dalla continua immissione di materiale chimico nelle acque della ria di Pontevedra:


Tabella da http://www.apdr.info/vertilegales.htm

In un interessante intervista riportata dal portale argentino Argenpress, la professoressa gallega Leonor Gonzalez, riprendeva proprio l' esempio della resistenza di Pontevedra all' ENCE durante una conferenza tenuta in Uruguay in occasione di un confronto sui problemi reali posti dalla costruzione di impianti di produzione di cellulosa, che oltre alla questioni ambientali, includono quelle economiche, in cui risulta difficile far crescere altri settori, come quello agricolo o peschiero, in aree in cui la presenza industriale è tanto ingombrante. Per poter leggere integralmente l' intervento si può visitare il link: http://www.argenpress.info/nota.asp?num=028051.
Da parte sua la ENCE costituisce sicuramente un partner privato d' eccezione, grazie alla solidità del gruppo dal punto vista economico-finanziario. Avendo al suo interno grandi gruppi bancari privati, al dicembre 2005 contava su un capitale sociale di 152.820.000 euro.


Grafico da www.ence.es

La ENCE infatti è un impresa ibero-americana di trasformazione integrale di legname, divenendo la prima proprietaria europea di boschi di eucalipto destinato alla lavorazione e leader europeo e secondo fornitore mondiale di cellulosa derivante da eucalipto, con un attivo di bilancio complessivo di quasi 500.000.000 di euro (http://www.ence.es/pdfs/BalanceENCE_2004.pdf ).
Nelle sue comunicazioni ufficiali ripetutamente sottolinea che il suo operato avviene in assoluta conformità con le leggi ambientali e fa dell' etica ecologica il suo modo di operare nel mondo. Tanto che nel 2002 elabora un report in cui descrive le proprie attività come all' avanguardia in tale materia (vedere il report in pdf tra i contributi in fondo all' articolo).


vignetta di Khalil Bendib, da www.corpwatch.org

Se dunque la ENCE abbia ancora molte questioni aperte da dover chiarire, altrettanto si può dire dell' altro partner del megaprogetto in Uruguay, cioè la multinazionale finlandese BOTNIA. Quest' ultima fu la prima a manifestare il proprio interesse attivo nell' affare comunicando in data 7 marzo 2005 l' avvio delle procedure per il finanziamento di ben 1,1 miliardi di dollari utili per la realizzazione di un impianto in Uruguay per la lavorazione e produzione di oltre un milione di tonnellate di cellulosa.
La multinazionale finlandese presenta il progetto in questo modo:
le operazioni di costruzione dell'impianto iniziano immediatamente, avendo come data di consegna lavori la fine del 2007. Operando a pieno ritmo l' impianto utilizzerà ben 3 milioni e mezzo di metri cubi di legname all' anno. Ben il 60% di questa materia prima sarà recuperata dalla sussidiaria della BOTNIA in Uruguay, cioè la FOSA (Compagnia Forestale Orientale), attraverso coltivazioni di eucalipto già impiantate nel paese o da impiantare; il restante 40% verrà recuperato attraverso contratti a lunga scadenza con privati, fondazioni e cooperative. Le previsioni di impiego avanzate parlano addirittura di 4.500 persone nel 2006, salvo rettificare che poi gli impieghi stabili saranno 300, mentre l' indotto porterebbe 8.000 posti di lavoro, su che base però vengono effettuate queste previsioni non viene specificato.
Riguardo al finanziamento si dice che nel 2003 è stata fondata in Uruguay la BOTNIA S.A., di cui i proprietari sono la stessa BOTNIA con il 82,1%, la UPM con il 12,4% e la Metsaliitto con il 5,5%. Curioso sapere che queste due ultime sono poi le stesse società multinazionali proprietarie della stessa BOTNIA finlandese. Ma dall' affare non sono esclusi neanche investitori locali come il Gruppo Otegui, con il quale si è sottoscritto un accordo secondo cui potranno detenere il 9% dell' azionariato, a lavori conclusi. Gli stessi finiscono col sottolineare come l' investimento rappresenti nella storia economica uruguayana il più grande mai realizzato, facendo crescere il PIL del paese dell' 1,6%, così come per la Finlandia esso rappresenti il maggiore investimento industriale mai fatto all' estero.
A ciò si aggiunge anche la preoccupazione del gruppo BOTNIA, per iniziare a portare al di fuori dell' Europa i propri impianti, come conseguenza dell' entrata in vigore a partire proprio da quest' anno (2006) di una direttiva europea che limita considerevolmente l' uso di agenti chimici nel trattamento dei processi industriali, tra cui anche quello delle cartiere (o come dicono in Sudamerica las papeleras). Già negli anni passati gli impianti finlandesi furono oggetto, e continuano ad esserlo, di feroci critiche per il totale disprezzo verso le acque del Lago Saimaa, dove sorge uno degli impianti più importanti e il maggiore per produzione, quello di Joutseno (vedere foto), che annualmente arriva a 600.000 tonnellate di cellulosa.
Le preoccupazioni e le proteste venivano soprattutto in relazione al vicino villaggio di Lappeenranta, dove l' elevato consumo di pesce del lago, ha procurato qualcosa di più che isolati allarmi. Tanto che persino la Helsinki Commission (HelCom), cioè la commissione baltica di protezione dell' ambiente marino ha già nel 2004 lanciato l' allarme per l' elevato tasso di diossina presente lungo le coste finlandesi, spesso imputabile alla produzione industriale.
Ma la BOTNIA, come abbiamo visto per la sua “collega” spagnola, ha i suoi bei report, in cui si afferma l' assoluto rispetto per l' ambiente e per le leggi presenti in materia. Così anche nel caso del Progetto Uruguay, come l' impresa ha battezzato il proprio investimento a Fray Bentos, l' impresa ha elaborato il proprio studio di impatto socio-economico e addirittura pubblicato i risultati del foro pubblico in cui ha cercato di rispondere alle inquietudini della gente (vedere in fondo tra i contributi)



Ritornando alla proprietà della stessa impresa, vediamo come ad esempio la UPM, sia una delle multinazionali più potenti al mondo in tale settore, con ben 33.400 impiegati in ben 16 paesi, con un volume di vendite che nel 2004 ha raggiunto i 10 miliardi di euro. Nel 2003 il Dipartimento di Giustizia statunitense ha avviato un procedimento nei confronti della UPM per violazione delle leggi anti-trust e sulla concorrenza, cosa che solo qualche settimana fa si è risolta con una dichiarazione da parte delle autorità americane, di non dare luogo a procedere. L' altra grande “sorella” indirettamente coinvolta è la finlandese Metsaliitto, anch' essa con solidi bilanci annuali (sul 2005 si parla di circa 9 miliardi di euro) e ricchi dividendi per i soci. Infine la M-real, altro colosso finlandese, con una presenza su ben 30 paesi, tra cui un ufficio vendite in Italia, nel milanese, e anche qui ricchi profitti e dividendi, anzi come recita il loro slogan: “Profit from ideas”. E a distruggere interi ecosistemi per arricchire i propri bilanci e quotazioni sui mercati internazionali ci vogliono proprio delle gran belle idee…
Per chiudere però l' affare occorreva anche il benestare internazionale, prontamente certificato da un partner dell' investimento, cioè la Banca Mondiale. Attraverso due suoi organismi, cioè l' International Financial Corporation (IFC) e la Multilateral Investment Guarantees Agency (MIGA) ha avviato due interessanti studi di impatto cumulativo, cioè sia economico che ambientale, che riportiamo in fondo tra i contributi. Le conclusioni sono che i lavori possono essere inaugurati e che se vi sono rischi politici derivanti da rinunce o mancati adempimenti delle parti contrattuali gli investitori finlandesi saranno garantiti dalle competenti agenzie della Banca Mondiale.


L' umanità si ribella

Dopo il gioco delle scatole cinesi, tipico del sistema delle corporations transnazionali, e l' avvio dei lavori dato alle “papeleras”, un crescente movimento civico si è costituito nella città di Fray Bentos per poi estendersi in pochi mesi all' intera regione di Rio Negro e al di là del Rio Uruguay alla città argentina di Entre Rios e alla relativa provincia argentina.
Uno dei momenti sicuramente più partecipati si è svolto già nell' aprile scorso quando 40.000 persone manifestarono tra le città frontaliere di Gualeguaychù (lato argentino) e Fray Bentos, attraversando e paralizzando il ponte internazionale Generale San Martìn (vedere foto).
Da quel momento tutte o quasi le organizzazioni ambientaliste uruguayane e argentine hanno dato vita a campagne di sensibilizzazione e cortei in modo continuativo, raccogliendo informazioni e presentando report alternativi a quelli presentati a livello istituzionale, ma che con uguale efficacia rappresentavano i seri rischi che potevano derivare per la salute di tutta la popolazione, ma anche per i problemi di lungo periodo che si sarebbero andati a vivere dal punto di vista socioeconomico (si vedano tra i contributi i dossier realizzati da alcune associazioni ambientaliste).
Il cuore dello scontro stava proprio intorno al modello di sviluppo sotteso dalle due parti. Se da un lato si è imposto, nel silenzio degli uffici, un megaprogetto industriale, sullo stile diciamo da prima rivoluzione industriale (la fabbrica, i miliardi, la quantità, i grandi numeri, le alleanze internazionali), nel secondo caso si è trattato sicuramente di qualcosa di differente.
E' sicuramente il frutto di quella grande coscienza che si sta sviluppando in Sudamerica intorno all' importanza delle proprie risorse naturali, prime fra tutte quelle idriche. Ma anche un nuova cultura di maggior rispetto e sostenibilità, di creare futuro, senza venderlo e ipotecarlo a tutte le prossime generazioni. E soprattutto un approccio locale, un voler far comunità e difendere con il confronto la propria visione della vita. Perchè in fondo quando si parla di Sviluppo, spesso ci si dimentica di questo, che al di là che dei soldi, della redditività, delle tecniche progettuali, si parla soprattutto della vita di molte persone. Lo stesso movimento nato per arrestare la costruzione delle due “papeleras” è quello che probabilmente solo un anno fa festeggiava la vittoria elettorale di Tabarè Vazquez e di quel cartello elettorale che aspirava ad aprire una nuova fase nel paese, e non solo per il cambio di poltrone operato. Un cambio nella partecipazione alle grandi scelte politiche ed economiche, al lancio di politiche di sviluppo condivise e sostenibili.
Purtroppo da parte governativa non vi è stata la stessa sintonia di vedute, anzi alcuni attivisti uruguayani affermavano che si sia imposto un vero e proprio silenzio dei mass media sull' argomento.
Tanto che è soprattutto sul lato argentino che le proteste si son fatte vive, anche da parte istituzionale. Il mancato ricevimento della visita del Governatore di Entre Rios, da parte del presidente Tabarè Vazquez , proprio per parlare del problema creatosi, non ha fatto altro che alimentare quella visione scettica nei confronti della politica di Palazzo.


foto da uruguay.indymedia.org

Così è stata proprio una associazione argentina, la Fundaciòn Centro de Derechos Humanos y Ambiente (CEDHA) che, insieme al governatore e al vicegovernatore di Entre Rios, per la prima volta in Argentina hanno presentato il 19 gennaio 2006 una formale denuncia per crimine ambientale contro i vertici dei due gruppi industriali (ENCE e BOTNIA), richiamandosi all' articolo 55 del Codice Penale (Ley 24051), secondo cui:
“sarà represso….colui che utilizzando i residui a cui si riferisce la presente legge, avveleni, adulteri o contamini in un modo che sia pericoloso per la salute, per il suolo, per l' acqua, per l' atmosfera e per l' ambiente in generale”.
Così raccogliendo una notevole quantità di prove è stata presentata denuncia nei confronti dei top manager delle due società, cioè i signori Fernando Garcìa Rivero, direttore generale de Celulosa de M'Bopicua, filiale di ENCE, e già condannato per delitto ecologico a Pontevedra, in Galizia; Josè Luis Mendez , presidente del gruppo ENCE; Juan Ignacio Villana Ruiz-Clavijo, vicepresidente ENCE; Pedro BlanquerGelabert, direttore ENCE, entrambi imputati per delitto ecologico a Pontevedra. Per la BOTNIA, sono stati denunciati Ronald Beare, amministratore generale di BOTNIA S.A., Kaisu Annala, amministratore di progetto, Carlos Faropa, di BOTNIA Fray Bentos S.A. e infine Erkki Varis, presidente e amministratore generale di MetsaBotnia. Non solo, ma la stessa Fiscalìa Federal di Cordoba, nel rimettere la causa sotto la giurisprudenza della Corte Suprema di Giustizia della Nazione, il massimo organo giudiziario argentino, ha sottolineato come possono risultare coinvolti anche alti dirigenti ministeriali uruguayani. Tutto ciò non ha fatto altro che complicare le relazioni tra le due repubbliche.



Il nodo diplomatico

Si è infatti arrivati ad un vero e proprio confronto diplomatico tra Buenos Aires e Montevideo riguardo alla questione delle papeleras.
Sebbene già sotto la presidenza Battle (la autentica promotrice di tutta l'operazione), la attuale maggioranza di governo aveva espresso il proprio disappunto su una scelta tanta forte e tanto poco rispettosa del vicino argentino, ma con il cambio di governo sembrano essersi dissolte le proteste in seno ai partiti del Frente Amplio, e prevalere le posizioni più di real politik , tanto care ai teorici del realismo strutturale, come lo statunitense Kenneth Waltz.
In tal senso infatti non sembra esserci propriamente uno scontro sul modello di sviluppo, come invece auspicherebbe, e non solo sul caso in questione, ma sul modello di sviluppo in generale, l' opera di un grande pensatore contemporaneo come Edgar Morin.
Il sociologo francese, in un recente articolo apparso sul settimanale uruguayano “Brecha”, infatti ci informa di come l' attuale modello di sviluppo sia sin cualidades “Lo sviluppo ignora ciò che non è calcolabile ne mediabile. Concepito unicamente in termini quantitativi, ignora le qualità: le qualità dell' esistenza, della solidarietà, dell' ambiente, della qualità della vità, delle ricchezza umane non calcolabili né monetizzabili; ignora il dono, la magnanimità, l' onore e la coscienza. Lo sviluppo ignora che la crescita tecno-economica produce anche sottosviluppo fisico e morale…”.

Ma agli attuali esecutivi di governo, come ai top manager delle corporations transnazionali coinvolte, queste riflessioni poco importano, visto che la questione sta assumendo sempre di più una piega giudiziaria e diplomatica. Sin da quando sono iniziati i blocchi stradali sul versante argentino (cortes de ruta), sul lato uruguyano si è accusata Buenos Aires di star consapevolmente favorendo quelle azioni per aumentare la pressione sull' esecutivo di Tabarè Vazquez, evitando di far intervenire le forze di polizia per permettere il regolare passaggio di mezzi attraverso i ponti sul rio Uruguay. Il blocco degli accessi stradali per la Repubblica Oriental, ha infatti prodotto già seri danni economici, con notevoli perdite nei rifornimenti di prodotti di importazione sia argentina che cilena. Non solo. Ma negli ultimi mesi il governo Kirchner ha informato il suo omologo che nel caso si dovesse dar esecuzione alle opere immediatamente aprirebbero una causa giudiziaria presso tutte le sedi competenti (MERCOSUR, O.A.S., Corte Internazionale di Giustizia) per la palese violazione del Trattato sul rio Uruguay, sottoscritto decenni fa da entrambe le repubbliche.
Kirchner è stato ancora più esplicito nel discorso sulla Nazione tenuto giorno 1 marzo, in cui ha chiaramente invitato il “fraterno e amico” governo uruguayano a bloccare i lavori di costruzione dei due impianti per un periodo di 90 giorni, così da permettere a una commissione indipendente internazionale di valutare l' effettivo rischio ambientale ed economico della presenza di due strutture industriali di tali dimensioni. Ma prontamente un Ministro dell' esecutivo uruguayano ha subito respinto l' invito, dicendo che non è nelle competenze del governo poter bloccare o sospendere i lavori di costruzione. Sempre in questi giorni alcuni servizi giornalistici hanno portato alla luce come il contratto sottoscritto già nel 2003 tra il governo uruguayo di Battle e quello finlandese, implichi in ben quattro distinti punti l' impegno da parte dello Stato uruguyanop a risacire qualsiasi danno derivante ad investimenti finlandesi nel paese, una pratica questa già ben nota sempre nel settore idrico, alla Bechtel durante le violenti proteste di Cochambamba, in Bolivia. Infatti allora lo stato boliviano in nome di un trattato commerciale con l' Olanda rischiò di dover risarcire la multinazionale per non aver fatto realizzare i suoi profitti nel paese. Ancora una volta dunque, si assiste nel settore delle risorse idriche ad una totale riconfigurazione delle strutture del potere reale, fuori da ogni vincolo democratico con le istituzioni e con le popolazioni locali.
I contrasti sono ancora molto forti e la recente notizia che uno dei manager della Botnia sia stato ripreso con una videocamera nascosta mentre cercava di corrompere alcuni ambientalisti nel tentativo di non far svolgere manifestazioni di protesta nella città di Fray Bentos, non serviranno di certo a trovare soluzioni di equilibrio. Allo stesso modo per il governo di Tabarè Vazquezsi pone un nodo da sciogliere molto complicato. Interrompere o modificare in alcun modo l' accordo commerciale ormai avviato significherà non essere in grado di garantire investimenti privati esteri nel paese,in una congiuntura economica in cui l' economia uruguayana non beneficia certo del caro-petrolio, fenomeno questo che permette a ben altri governi di operare scelte molto più radicali.



Umberto Bandiera - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche, specialista in politiche di sviluppo, è co-fondatore del Laboratorio di promozione sociale “Despina” e attivo in vari progetti sociali in Italia e all'estero.
E-mail : umberto.bandiera@studio.unibo.it


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