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Un angolo di paradiso. Definizione spesso abusata ma mai tanto appropriata come per la valle di Urubamba, nel sud-ovest peruviano dell’Amazzonia, a 500 Km dalla capitale Lima. La natura rigogliosa ed incontaminata di una delle foreste pluviali di maggior pregio ecologico di tutto il pianeta, un fiume, il Camisea, dalle acque limpide e cristalline, la presenza di esseri umani limitata ad alcuni gruppi di indigeni, che fino a qualche tempo fa non avevano mai avuto contatti con il resto del mondo.
Riserve di 310 miliardi di metri cubici di gas e di una quantità di gas naturale allo stato liquido pari a 600 milioni di barili ha fatto venire l’acquolina in bocca alle società del settore estrattivo.

Il gasdotto di Camisea:
una distruzione annunciata
di Luca Manes - Campagna per la riforma della Banca mondiale


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Scarica in formato PDF il Report CAMISEA del Dic.2001

(in spagnolo)

Perù - 24 maggio 2003


Un angolo di paradiso. Definizione spesso abusata ma mai tanto appropriata come per la valle di Urubamba, nel sud-ovest peruviano dell’Amazzonia, a 500 Km dalla capitale Lima. La natura rigogliosa ed incontaminata di una delle foreste pluviali di maggior pregio ecologico di tutto il pianeta, un fiume, il Camisea, dalle acque limpide e cristalline, la presenza di esseri umani limitata ad alcuni gruppi di indigeni, che fino a qualche tempo fa non avevano mai avuto contatti con il resto del mondo. Fino a qualche tempo fa, però. Ovvero quando proprio nei pressi del fiume Camisea si sono spinte con le loro esplorazioni le grosse compagnie petrolifere internazionali. E da dove, dopo un primo periodo di empasse, è difficile che per un bel po’ di tempo vadano via. La scoperta di riserve di 310 miliardi di metri cubici di gas e di una quantità di gas naturale allo stato liquido pari a 600 milioni di barili ha fatto venire l’acquolina in bocca alle società del settore estrattivo interessate, destando subito la seria preoccupazione dei gruppi della società civile e delle organizzazioni non governative non solo del Perù, ma di tutta la comunità internazionale. E non è difficile capire perché. Gli impatti sulla natura saranno devastanti, così come quelli sulle popolazioni indigene. Anzi purtroppo gli impatti già ci sono e non lasciano dubbi sul perché l’opposizione al progetto sia così forte: lo scorso novembre l’Associated Press riferiva della morte di 15 bambini indigeni della tribù dei Nantis nella zona interessata dai primi lavori. La causa della morte sarebbe stata una malattia precedentemente sconosciuta ai Nantis, per questo da collegare alle attività estrattive che si tengono nella immediate vicinanze. Uno scenario di questo tipo, ovvero la trasmissione di malattie sconosciute a gruppi tribali precedentemente isolati dal resto del mondo, era stato ipotizzato, purtroppo sin troppo facilmente, da numerose Ong internazionali, tra cui per l’Italia la Campagna per la riforma della Banca mondiale, anche in base a precedenti del passato.
Ma vediamo un po’ più nel dettaglio in che cosa consiste il gasdotto di Camisea e chi ne godrà i benefici economici.

Il progetto CAMISEA
Il progetto prevede non solo l’estrazione, ma anche il trasporto, la distribuzione e l’esportazione di gas.
Per trasportare queste ingenti quantità di gas è prevista la costruzione di due gasdotti, uno per il gas naturale, l’altro per il gas liquido, ed una rete di distribuzione per le città di Lima e Callao. La lunghezza della pipeline per i liquidi – 50.000 barili al giorno di capacità – sarà di poco più di 500 km, passando per la foresta amazzonica e per le Ande (con un picco d’altezza di 4.800 metri). L’altra avrà un percorso parallelo, per poi proseguire fino a nord verso Lima, per una lunghezza di 714 Km. La capacità prevista è di 7 milioni di metri cubici di gas al giorno (2,6 miliardi l’anno, a fronte di un fabbisogno annuo del Peru di soli 1,6 miliardi). La rete di distribuzione avrà una lunghezza di 60 Km.
Oltre che per l’uso domestico ed industriale, il gas sarà anche esportato fuori dal Peru. Il totale dei costi per il progetto è previsto intorno al miliardo e mezzo di dollari.
Dopo varie fasi di stallo, durate dalla fine degli anni ottanta al 1998, il progetto ha iniziato l’iter operativo nel 1999, allorché il governo peruviano ha indetto una gara d’appalto internazionale, dividendo Camisea in 3 progetti separati (estrazione, trasporto, e distribuzione), con allo studio un quarto contratto relativo all’esportazione, che fa molto gola alla Halliburton, ormai conosciuta anche dal grande pubblico visti i legami con l’amministrazione americana e il possibile “impegno” multimilionario per la ricostruzione in Iraq.
Tra le tante altre compagnie coinvolte nelle altre fasi del progetto vanno segnalate l’italo-argentina Techint (che ha un ruolo chiave), la coreana SK Corporation, la statunitense Hunt Oil e l’argentina Pluspetrol.
L’esportazione è prevista verso il Messico e gli USA. Per adesso la Hunt Oil (USA e la SK Corporation (Corea del Sud) hanno formato un consorzio e sono in attesa di trovare un terzo partner. Il loro obiettivo è costruire un impianto di liquefazione del gas naturale in Peru, diminuendo il volume del gas del 99,8 per meglio trasportarlo in Messico (con costi molto ridotti), dove verrebbe de-liquefatto e quindi venduto sul fiorente mercato della California. Portare l’impianto di liquefazione a pieno regime vorrebbe anche dire un sensibile aumento della produzione di gas di Camisea (comportando un aumento nel volume d’estrazione quotidiana e della capacità del gasdotto). Gli studi di fattibilità saranno ultimati entro maggio 2003. Tra le società che se ne stanno occupando anche la Kellogg, Brown e Root - appunto sussidiaria del gruppo Halliburton, per intenderci la stessa che sotto l’amministrazione Bush-Cheney ha avuto una commessa di 5 miliardi di dollari per lo smantellamento degli arsenali militari nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale . I costi dovrebbero ammontare a 1,8 miliardi di dollari, portando il totale complessivo, compresi i primi tre contratti, a 3,34 miliardi di dollari.



Chi finanzia questo progetto?
Chiaramente per un progetto che ha dei costi così esorbitanti sono coinvolti una serie di finanziatori pubblici e privati. Per quel che concerne le banche commerciali sono già impegnate la Citibank (USA), J.P. Morgan Chase (USA), Banco de Credito del Peru (Peru), Banco Wiesse Sudameris (Gruppo Banca Intesa Bci, Italia).
Sul fronte pubblico l’Inter American Development Bank (IDB) sta considerando un pacchetto di prestiti per 315 milioni di dollari. A metà maggio ci sono stati vari incontri della dirigenza dell’IDB con i responsabili del progetto, oltre ad un missione di valutazione in Perù del vice presidente della banca, Dennis Flannery. E’ per questo che le Ong ed i leader indigeni hanno protestato a lungo davanti alla sede centrale dell’IDB, chiedendo di non finanziare Camisea.
Ma un ruolo importante lo giocheranno anche le agenzie di credito all’esportazione. Exim-Bank (USA), Ducroire-Delcredere (Belgio) e BNDES (Brasile) già partecipano al progetto. L’italiana Sace e l’argentina Bice stanno valutando se emettere o meno delle garanzie. Va evidenziato come la Exim-Bank sia stata accusata dalle Ong americane di violare le stesse proprie linee guida sullo sviluppo in relazione alle attività estrattive, oltre che a due dei suoi obiettivi primari su ecologia e aspetti sociali.



Impatti ambientali e costi umani
Gli impatti dell’intero progetto di sviluppo del gas naturale nella regione di Camisea sui delicatissimi ecosistemi della bassa valle dell’Urubamba sono veramente allarmanti. Stanno già producendo danni rilevanti su alcuni dei sistemi biologici più a rischio al mondo e che sono protetti dalla comunità internazionale proprio per la loro straordinaria biodiversità. Nel 1998, un gruppo di lavoro dell’International Union for the Conservation of Nature (IUCN) ha concluso che Camisea sarebbe “l’ultimo posto sulla terra” da trivellare per la ricerca di combustibili fossili.
Uno studio dell’autorevole Istituto Smithsonian ha riconosciuto che l’area risulta quasi incontaminata, senza alcuna evidenza di attività umane e che la ricchezza di specie ad oggi registrata nell’area è soltanto una frazione della biodiversità esistente nell’intera regione.
La costruzione del gasdotto attraverso l’importante zona di Vilcabamba produrrà impatti dal punto di vista ecologico su tre aree protette – due delle quali sono ancora nel processo di definizione da parte della Global Environment Facility della Banca mondiale. La regione di Vilcabamba è classificata come un luogo ad elevatissima biodiversità. Uno studio congiunto di Conservation International, Global Environment Facility e Banca mondiale afferma che la regione di Vilcabamba “contiene una ricchezza biologica e culturale forse senza paragoni con nessuna altra parte al mondo”.
Quindi, la stessa Banca mondiale considera devastante concepire un intervento infrastrutturale in questa regione. Come è possibile che agenzie di credito all’esportazione come la SACE o altre banche multilaterali come l’IDB ignorino completamente quello che autorevoli istituzioni internazionali, dotate di dipartimenti ambientali altamente qualificati, hanno affermato pubblicamente da tempo?
Come visto all’inizio dell’articolo il progetto di Camisea ha già avuto tragici impatti su alcune popolazioni indigene della regione, che comprendono anche i Machiguenga, gli Yine, i Nahua e i Kugapakori, molte delle quali vivono in isolamento volontario. La VIA originaria della parte del progetto concernente l’estrazione di gas naturale, redatta dalla Shell - compagnia che poi si è ritirata proprio per l’impossibilità di mitigare gli elevati impatti sociali ed ambientali ad esso associati - ha chiaramente indicato che l’opera avrebbe impatti negativi su queste popolazioni causando loro la perdita di risorse alimentari, la contaminazione delle riserve di acqua potabile, la diffusione di malattie e la distruzione di diversi siti archeologici.

Sebbene l’attuale blocco di esplorazione sia più limitato di quello originariamente identificato dalla Shell, gli impatti le conseguenze non saranno minori. Già un certo numero di comunità Kugapakori, che vivono in isolamento, subiscono la pressione dei rappresentanti della Pluspetrol Peru per abbandonare la loro vita da nomadi. Se queste comunità desiderassero di cambiare il loro stile di vita, a nostro parere avrebbero il diritto di fare ciò secondo le modalità e la tempistica a loro più consona, piuttosto che sotto la minaccia della Pluspetrol Peru e delle altre compagnie. Si pensi, infatti, che la fame si sta aggiungendo al trauma del rapido cambiamento culturale, dal momento che le riserve di cacciagione, da cui i Kugapakori dipendono, sono state già minacciate dal rumore persistente ed acuto dei test sismici per la trivellazione. Il rumore degli elicotteri che trasportano i macchinari nell’area continuerà, tra l’altro, ad acuire questo impatto profondamente negativo.

Le popolazioni originarie della regione di Camisea dipendono completamente per la loro sussistenza giornaliera dall’ambiente rigoglioso ed incontaminato in cui vivono. Gli esperti che hanno visitato in passato le comunità amazzoniche colpite da malnutrizione e malattie attribuiscono le cause di questa situazione alle conseguenze devastanti dell’inquinamento dei fiumi e della ridotta disponibilità di cacciagione e pesce per la gente della foresta che vive nell’area interessata dai progetti di estrazione e trasporto di combustibili fossili. Negli anni ’80, ben il 50 per cento della popolazione Nahua è morta di malattie contratte dai lavoratori stranieri ai tempi in cui la Shell Oil effettuava l’esplorazione preliminare delle riserve di gas naturale nella regione e prima che si ritirasse dal progetto, come suddetto. L’elevata sensibilità ambientale e culturale dell’ambiente in cui si realizza il progetto, quindi, richiede la massima diligenza per la stesura e la revisione degli studi di VIA del progetto e per l’attuazione, poi, delle misure di mitigazione da questi previste. Di contro, le procedure di valutazione ambientale seguite fino ad oggi per il progetto di Camisea mostrano delle lacune concernenti questioni fondamentali. Veri “buchi” esistono nella Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) delle operazioni di estrazione del gas naturale a monte del progetto, commissionata dal project sponsor Pluspetrol Peru e realizzata dalla compagnia di consulenza inglese Environmental Resources Management (ERM), e nella VIA per il gasdotto, sempre realizzata da ERM su richiesta del principale project sponsor, l’italo-argentina Techint.
Le compagnie hanno iniziato la realizzazione del progetto lo scorso agosto prima che i documenti di VIA venissero approvati dal governo locale, in chiara violazione della legislazione ambientale vigente in Perù. Il permesso ambientale per l’estrazione di gas naturale è stato, infatti, concesso dal governo peruviano soltanto il 17 dicembre 2001, mentre il progetto di gasdotto è ancora in attesa di una autorizzazione ambientale dalle autorità peruviane.



Promesse mai mantenute
La Pluspetrol non è riuscita a distribuire ai leader e alle autorità delle comunità indigene di Urubamba la versione completa del rapporto di VIA di 700 pagine prodotto per la parte di estrazione del progetto, violando così gli impegni inizialmente presi anche con le comunità più remote della regione. L’organizzazione Machiguenga COMARU sostiene, infatti, di non aver mai ricevuto copia dello studio di VIA. Inoltre, i pochi computer esistenti in Urubamba non consentono di scaricare la versione on-line del documento! L’unico timido tentativo di salvare le apparenze è stato fatto diffondendo la VIA nel corso di un’udienza pubblica tenutasi lo scorso settembre, solo cinque giorni prima del limite di tempo fissato per il pubblico per presentare commenti sullo stesso documento. Quindi un periodo senza dubbio insufficiente per produrre un’analisi un minimo adeguata. In seguito alle proteste delle organizzazioni locali e delle ONG internazionali, alla metà dello scorso novembre Pluspetrol Peru ha concesso un ulteriore periodo di tempo per ricevere i commenti indipendenti sulla VIA. Peccato che il limite temporale è stato clamorosamente retrodatato e fissato al 21 settembre! Inoltre, bisogna sottolineare come la mancanza di familiarità da parte delle comunità indigene con le procedure di VIA limita ulteriormente la loro capacità di contribuire attivamente al processo di revisione di questo documento. Queste comunità hanno richiesto, infatti, assistenza al riguardo e la redazione di un nuovo studio di VIA completamente indipendente per il progetto. Nel frattempo, le comunità indigene e le organizzazioni ambientaliste continuano a richiedere ulteriori tre mesi di tempo per effettuare una adeguata revisione dello studio di VIA.
Tutti sforzi inutili. Oramai sembra non ci sia più nulla da fare per bloccare questa fase dei lavori.

L’unica speranza è che quanto meno i possibili finanziatori pubblici di Camisea si rendano conto dell’inopportunità del loro contributo decisivo allo stesso. Ma anche in questo caso per i tanti precedenti negativi c’è poco da essere ottimisti. Un altro angolo di paradiso sul nostro martoriato pianeta sembra destinato a sparire.



9 maggio 2003

La protesta davanti la sede della Banca Interamericana di Sviluppo
La protesta sbarca a Washington



Tratto da: News of Camisea Projet di AmazonWatch

Indigenous Leaders March on the IDB Denouncing Camisea Project’s “Irreparable Harm to Indigenous Lives."

On May 9 2003, over 50 indigenous protesters joined together to march through Washington to the Inter-American Development Bank head office to denounce the Camisea Gas Project’s “irreparable harm to the biodiversity and the life of indigenous peoples who have lived in these lands for thousands of years.”

Peruvian indigenous delegates presented a letter with over 60 signatures from Amazonian organizations to an assistant of the IDB President Enrique Iglesias, demanding the withdrawal of the Camisea Project from the Nahua-Kugapakori State Reserve, home to indigenous peoples living in voluntary isolation. Read full letter to IDB (en español)

The letter decried the malnutrition and disease caused among isolated peoples by the Project: “Due to the gas related activities being carried out in the Reserve, these people are being forced to change their patterns of settlement and are being displaced to more remote areas with insufficient food resources, consequently suffering malnutrition; the presence of outsiders and the changes to their environment create conditions for the spread of diseases against which they do not have immunological resistance.”

Earlier in the week Iglesias refused to meet with Peruvian indigenous leaders. An IDB delegation led by IDB VP Dennis Flannery visited the project site at the weekend, but the visit was overshadowed by the demonstration. Roger Rivas, the Machiguenga head, denounced the IDB’s evaluation process stating that the IDB “is simply not doing an environmental impact assessment on Camisea”.

"We're concerned that the Bush administration, in an effort to serve the needs of Hunt and Halliburton, is backing away from a long-standing position backing international environmental standards," said Jon Sohn, international policy analyst for Friends of the Earth.




Luca Manes, Rappresentante CRBM
Campagna per la Riforma della Banca Mondiale
Roma – 06 7826855 – 335 5721837

E-mail: lmanes@crbm.org


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