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Ci sono almeno 80 trilioni di piedi cubici di gas e ben 1.400 milioni di barili di petrolio nascosti nel sottosuolo boliviano. Sono questi i dati trapelati dal Ministero per le Risorse Idrocarburifere, dati che possono essere letti solo per difetto. Ma le importanti riserve energetiche non fanno certo la felicità del popolo boliviano, anzi fanno temere, e forse a ragione, una maggiore prospettiva di neo-colonizzazione economica. E la nazionalizzazione delle fonti energetiche non è prevista nel Plan Bolivia voluto dagli Stati Uniti.

Petrolio e gas in Bolivia:
condanna a morte per troppa ricchezza
di Giovanna Vitrano


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Superintendencia de Hidrocarburos Bolivia

Ministero energia e idrocarburi

Camera Boliviana di Idrocarburi

Energy Information Administration (EIA):

Report USA sulla Bolivia


Contro la svendita del GAS boliviano


22 marzo 2003


Ci sono almeno 80 trilioni di piedi cubici di gas e ben 1.400 milioni di barili di petrolio nascosti nel sottosuolo boliviano. Sono questi i dati trapelati dal Ministero per le Risorse Idrocarburifere, dati che possono essere letti solo per difetto.
Così come solo per grandi linee ci è possibile tracciare i contorni di un tema quale "Bolivia e Petrolio" tali e tante sono le variabili, le pressioni, le ragioni storiche, politiche e macroeconomiche che ne rendono impossibile un resoconto dettagliato all’interno di una documentazione giornalistica.

Il problema principale
Il tema che scuote la società civile boliviana è la scelta del porto attraverso il quale inviare il petrolio e il gas naturale negli Stati Uniti, compratori del grezzo. A contendersi il premio (sono i tanti milioni di dollari pronti a piovere sullo Stato vincitore per le attrezzature e le tante migliaia di posti di lavoro che si verrebbero a creare per la costruzione del gasdotto e per gli impianti di raffineria) il Perù, a nord, paese più lontano ma "fratello" della Bolivia, e il Cile, a sud, più vicino ma da sempre considerato il "parente serpente" della regione.
I boliviani, negli ultimi mesi, sono stati chiari: il loro gas e il loro petrolio non andranno ad arricchire le casse cilene, a costo di mobilitare l’intero paese.
Anche gli statunitensi sono stati chiari: la stabilità politica cilena è l’unica garanzia che può mantenere valido il contratto d’acquisto del tesoro boliviano.
Chiariamo adesso lo stesso problema guardando alle distanze.
Contando i chilometri, la situazione potrebbe sembrare di facile risoluzione: il Cile è proprio dietro la porta, mentre per raggiungere il Perù necessita un percorso più lungo. Ma un eventuale gasdotto verso nord potrebbe snodarsi su un territorio pianeggiante, mentre il percorso verso sud prevede il superamento di tre cordigliere andine, con salti anche di 5.000 metri. E ancora, secondo uno studio peruviano, il gasdotto Bolivia-Perù, passando per Oruro-Potosì-Cochabamba-La Paz-Ilo, avrebbe una lunghezza di 1.080 chilometri, ben 970 in meno rispetto al gasdotto Oruro-costa cilena.
Guardando agli stessi percorsi non più con il metro ma con la calcolatrice, i costi sarebbero addirittura meno elevati per un percorso verso nord, risparmiando la cifra di circa 30 milioni di dollari rispetto ai costi per il raggiungimento delle coste cilene. Una cifra non elevata rispetto all’investimento, ma abbastanza efficace per chiarire ancora di più quanto alla base del problema non ci sia affatto uno studio ambientale quanto un progetto politico a grande raggio.




Chi compra e chi vende
Gli Stati Uniti, mettendo in atto la filosofia della formica, sanno che fra una decina di anni le proprie riserve idrocarburifere segneranno il rosso fisso. Da almeno un paio di anni, quindi, si sono lanciati alla ricerca di gas naturale e petrolio in tutto il mondo, con i risultati -per quanto riguarda il Medio Oriente- che tutti vediamo ogni giorno riportati dietro le varie dichiarazioni di guerre preventive (oggi tocca all’Iraq, domani, a guardare i possedimenti petroliferi, al Pakistan). Meno visibili i risultati della stessa ricerca in Patagonia e in tutta l’America Latina, anche se il tentato golpe in Venezuela dovrebbe essere abbastanza rivelatore dei disegni a stelle e strisce.
Torniamo in Bolivia. E’ certo che un grande Paese non può semplicemente mettere un annuncio tipo "A.A.A. petrolio cercasi". Zio Sam si è rivolto ad una multinazionale, la Sempra Energy, che per mestiere cerca sotto la crosta terrestre i giacimenti di grezzo, ne acquista i diritti di estrazione e vende il prodotto al governo che ne ha richiesto i servizi. Ovviamente questi contratti prevedono altri intermediari. La Sempra, infatti, ha delegato alla Pacific LNG -una multinazionale ispano-britannico-statunitense- la conduzione dell’accordo con la Repsol-YPFB, la società a partecipazione statale che nel dicembre del 2001 ha avuto concessa la licenza ambientale per la costruzione del gasdotto.
Ma c’è un quesito che è davvero di difficile soluzione: a chi appartengono petrolio e gas naturale?
Si trovano sì nel sottosuolo boliviano, ma che appartengano alla Bolivia non è certo.
Nel 2002 -come ultimo atto del governo dell’ex presidente Hugo Banzer Suarez- il presidente pro-tempore Jorge Quiroga Tuto ha portato a compimento la modifica alla Costituzione boliviana, modifica che, in materia di risorse del sottosuolo, ha causato una perdita enorme al governo di La Paz. Nella Costituzione, infatti, si legge che "appartengono di diritto ai Boliviani tutti i beni che si trovano sul territorio boliviano", dimenticando di aggiungere il completamento della frase, presente nella precedente versione del medesimo articolo, che recitava " e nel suo sottosuolo".
L’attuale governo di Gonzalo Sanchez de Lozada, richiamato dai vertici dell’opposizione a porre rimedio a questo errore, nicchia. E il progetto di legge presentato l’estate scorsa dal Mas, il maggiore partito politico dell’opposizione legato alla sinistra, in cui si disponeva "il recupero dello Stato Boliviano della proprietà, del possesso e del controllo totale delle risorse naturali idrocarburifere del paese, nello stato e nella forma esistente al momento della promulgazione della presente legge", questo progetto, si diceva, è rimasto lettera morta.

N.B. Il 28 marzo del 1972, pochi mesi prima di firmare l’accordi per la vendita del gas al Brasile, il colonnello Hugo Banzer, allora dittatore di Bolivia, emana la Legge Generale sugli Idrocarburi che, in barba a quanto stabilito dall’art.139 della Costituzione di allora, prevede la vendita di dette risorse "attraverso contratti, concessioni o contratti a tempo illimitato". Questa norma, secondo Banzer, avrebbe dovuto rafforzare l’ente statale YPFB, poiché il capitolo VII di questa legge prevede lo sviluppo delle risorse idrocarburifere "mediante imprese o società miste o mediante personas particulares". Peccato però che durante la follia privatistica del precedente governo De Lozada anche la YPFB sia stata destatalizzata, facendola precipitare in quel baratro di partecipazioni in cui è tutt’oggi.



Le recriminazioni
L’opposizione parlamentare chiede a Goni Sanchez, contemporaneamente alla soluzione di mille altri problemi, il recupero totale dell’impresa statale Yacimentos Petroliferos Fiscales Bolivianos (YPFB), in modo che tutti gli accordi chiusi dalla società con la multinazionale Pacific LNG diventino accordi di governo, mettendo un bel catenaccio sulla possibilità di estrazione dell’oro nero. Perché perdurando così le cose, l’unico guadagno boliviano dalla vendita del suo tesoro consisterebbe nella possibilità di ottenere qualche centinaio di posti di lavoro per la costruzione dei gasdotti e niente altro.
Altre recriminazioni, ma di natura diversa, potrebbero provenire dal Brasile, Paese con cui la Bolivia, negli anni Settanta, ha avviato un progetto di esportazione del gas naturale. La costruzione del gasdotto deve ancora essere inaugurata, ma già il governo brasiliano, lo scorso anno, ha fatto richiesta di qualche ritocco sul prezzo di vendita, chiedendo addirittura un barile di gas per circa un dollaro e mezzo.
Per farla breve, secondo le leggi attuali chiunque si aggiudichi l’estrazione del petrolio e del gas naturale boliviano dovrà riconoscere allo stato andino solo la percentuale per l’utilizzo del suolo, il prezzo per le terre espropriate sulle quali saranno fatte passare le tubazioni e il prezzo dell’acqua necessaria per l’effettuazione degli scavi e per le varie necessità idriche.
Se il gasdotto dovesse imboccare la strada verso il Cile, il capitolo "acqua" assumerebbe un aspetto a dir poco grottesco: da anni le regioni cilene a ridosso con il confine boliviano usufruiscono -sembra illegalmente- delle acque del Silala, una falda acquifera in Bolivia che scorre fino al confine. Il Cile, infatti, disconosce la provenienza di questa acqua, non versando neppure un soldino nelle casse boliviane.

Contratti e scadenze
Altro problema, la scadenza del contratto tra Stati Uniti e Sempra Energy, e tra Sempra e Pacific LNG.
Secondo il contratto, la Pacific avrebbe dovuto consegnare alla Sempra il progetto "chiavi in mano" entro il 31 dicembre del 2002. Con l’impossibilità di partire da alcun dato certo, ad esempio verso quale porto avrebbe dovuto indirizzarsi il gasdotto, il contratto è scaduto, così come sono scaduti i vari rinvii. Entra in scena a questo punto la Global Energy -ennesima multinazionale in cui la presenza statunitense è molto forte- che, avendo a sua disposizione solo 60 giorni partendo dal 6 marzo scorso (ultimo rinvio concesso, non si sa perché, alla Pacific per la conclusione del contatto), deve dare il suo parere sulla convenienza del porto da utilizzare.
La Global ha accettato l’incarico facendo sapere immediatamente che la soluzione migliore sembra essere rappresentata da un porto cileno, ma che fornirà tutti i dati ai primi del prossimo aprile.
Tutto ciò mentre da Washington si faceva sapere che le nuove condizioni politiche boliviane non garantivano più la stabilità economica necessaria per intrattenere scambi commerciali con gli Stati Uniti e che se il governo non avesse risolto nel più breve tempo possibile tutte le questioni in sospeso si sarebbe potuto cercare grezzo da qualche altra parte. Dietro queste dichiarazioni si cela sicuramente il fastidio statunitense per le manifestazioni dello scorso febbraio quando, a causa della nuova tassa pensata da Goni Sanchez chiamata "impuestazo", si sono scontrati in piazza parti della società civile con l’esercito, lasciando sul selciato 31 morti in meno di 12 ore di scontri.
Proprio a causa del comportamento del presidente della repubblica, i boliviani, che prima lo chiamavano quasi affettuosamente con il nomignolo di Goni, hanno iniziato a parlarne come el Gringo, passando poi a fargli sentire, ad ogni occasione possibile, il nuovo slogan coniato proprio a proposito della sua politica filostatunitense "gringo de mierda, vuelve a los Estados Unidos", invitando quindi il presidente a far ritorno al suo Paese d’adozione, gli Stati Uniti appunto.
Ovviamente slogan come questi non sono certo sintomo di una stabilità politica presente e futura, stabilità pretesa dallo Zio Sam quando si tratta di petrolio, non considerata quando si tratta di portare avanti il progetto dell’Alca, l’Area di Libero Commercio Andino.



:: IL DOCUMENTO ::

NO A LA VENTA DE GAS A ESTADOS UNIDOS

Uno de los negocios más lucrativos en el mundo es la explotación, transporte y distribución de PETRÓLEO Y GAS, los llamados HIDROCARBUROS. Con el incremento del consumo de energía en las industrias, transporte y en el uso domestico la DEMANDA crece. Las empresas TRANSNACIONALES buscan sus estrategias para aprovechar de estos recursos en forma barata y por muchos años.

E
l GAS Natural (GN) hay en yacimientos subterráneos de petróleo y gas, y son recursos energéticos. El gas puede ser comprimido y licuado para ser transportado.
El GAS Natural es más ecológico y emite 30 por ciento menos CO2 que la Gasolina. Además el Gas es muy barato en comparación con la Gasolina.

USOS del GAS NATURAL: En la industria petroquímica, fuente de energía para uso doméstico, transporte, producción de electricidad etc. A nivel mundial existe un incremento fuerte en cuanto al uso de Gas Natural, aunque en Bolivia – teniendo grandes reservas – no hay políticas al respecto!

En América Latina Venezuela tiene las reservas más grandes (147 TCF = trillones de pies cúbicos) Bolivia y Argentina están en el segundo lugar y cada país tiene 27 TCF. Además Bolivia tiene reservas probables de 25 TCF.

Ahora Bolivia exporta 350 millones de pies cúbicos de Gas a Brasil y en las actuales condiciones los beneficios no llegan a los bolivianos. Antes de la capitalización YPFB aportaba anualmente con 350 millones de dólares al estado. Cuando el Gobierno de Gonzalo Sánchez de Lozada privatizó YPFB, Bolivia perdió la propiedad de las empresas y de las reservas de gas y petróleo. Las petroleras transnacionales administran y no rinden cuentas a los bolivianos. Con la nueva política hidrocarburífera los ingresos bajaron drásticamente y más de 3000 personas fueron despedidas.

La rentabilidad en la industria del petróleo y gas es muy alta. Por cada dólar invertido una empresa gana 10 dólares. En los “Hidrocarburos nuevos” las empresas solo pagan 18 % de impuestos. Es decir es muy atractivo invertir en Bolivia. En ninguna parte del Mundo las empresas petroleras pagan IMPUESTOS TAN BAJOS como en Bolivia.

DOS GOLPES A BOLIVIA.
Sobre los beneficios que la exportación de gas a EE.UU. dejaría en Bolivia hay grandes divergencias y cálculos diferentes. Cierto es que el precio que se está negociando “en boca de pozo” es de 0.70 US $ por millar de pies cúbicos que es EL PRECIO MAS BAJO DEL MUNDO. Aparte de eso las Transnacionales pagarían sólo el 18 % en REGALÍAS.

Los ingresos anuales por el proyecto Pacific LNG serán muy inferiores a los 70 millones de dólares. Mientras YPFB antes de la capitalización POR AÑO entregaba un promedio de 350 millones de dólares. En el proyecto Pacific LNG los negocios resultan muy rentables para los Transnacionales. Solo vamos a exportar materias primas a precios regalados.

¡EN LAS ACTUALES CONDICIONES, NO CONVIENE VENDER GAS!
¡NI POR CHILE – NI POR PERU!

EL GAS Y TODOS LOS RECURSOS NATURALES DEBEN SERVIR PARA EL DESARROLLO DEL PAÍS.

Para más información – contactenos: CEADL, Centro de Estudios y Apoyo al Desarrollo Local, El Alto tel 2841558
CEPROSI, Centro de Promoción y Salud Integral, Alto Munaypata, tel 2491009
Porto di qua o porto di la’
Torniamo all’elezione del porto quale sbocco a mare per l’oro nero boliviano. Inutile fare l’elenco di tutte le località pensate, suggerite, prese in considerazione sia sulla costa cilena che sulla costa peruviana.
Da sottolineare, invece, le offerte dei paesi confinanti. Il Perù, anche se la dichiarazione è stata poi ufficialmente smentita, è giunto a proporre alla Bolivia la possibilità di una revisione del Trattato di Pace e Amicizia stretto con il Cile nel 1929. Questo per diminuire i timori boliviani causati dal sostanziale riarmo cileno avvenuto lo scorso anno. In più il Perù ha fatto chiaramente intendere alla Bolivia che si potrebbe anche discutere su un eventuale riconoscimento di sovranità nazionale sul suolo utilizzato per la lavorazione e l’esportazione del gas. E questa per un paese come la Bolivia che non possiede sbocchi a mare ma che ha mantenuto il corpo della Marina Militare è una bella tentazione.
Il Cile, dal canto suo, offre soltanto l’apertura di una possibile trattativa sul riconoscimento dell’acqua del Silala.
Ma alla gente boliviana, al popolo boliviano, di tutti questi discorsi importa poco o niente. Dopo la Guerra del Pacifico, persa insieme con gli alleati peruviani a vantaggio dei cileni, i vicini meridionali sono visti come i fratelli traditori, mentre sempre ottimi sono stati i rapporti con i peruviani.
Una dichiarazione dei primi di marzo fatta da sindacati, movimenti e associazioni boliviane congiunte ha fatto sapere al governo di La Paz che il gas "o si esporta dal Perù o non si esporta".
E dopo quanto è stato capace di fare il popolo boliviano lo scorso 12 febbraio, questa minaccia non va certo sottovalutata.



BOLIVIA - Petrolio e gas
Le variabili


Variabile 1: Il Fondo Monetario e il Banco Mondiale
Le casse boliviane segnano rosso. La repubblica andina sopravvive soprattutto grazie agli ingenti prestiti concessi da FMI e Banco Mondiale. Considerando che in questi ultimi mesi ci sono in ballo le sovvenzioni per il progetto "Obra con Empleos", appendice di quel Plan Bolivia studiato e progettato dagli Stati Uniti per lo sviluppo del paese andino, dalle tasche del governo di La Paz, in caso di scelta sbagliata, verrebbero a cadere molti milioni di dollari, troppi per un’economia già da tempo costretta all’elemosina.

Variabile 2: Le terre e i Sin Tierra
Vedersi espropriare la propria terra per la costruzione di un gasdotto che non apporterà alcun beneficio al proprio paese non deve essere uno spettacolo cui i boliviani assisteranno inermi. Soprattutto mentre il movimento boliviano dei Sin Tierra, indigeni cui le terre sono già state espropriate da decenni di politici corrotti, si sta unendo e fortificando con i Sin Tierra di tutta l’America Latina, dai Sem Terra brasiliani ai Mapuche cileni fino ai nuovi poveri argentini e agli abitanti della Patagonia.
Da anni, da quando sono iniziati i disboscamenti per la futura costruzione del gasdotto Bolivia-Brasile, si accatastano denunce su denunce circa violazioni dei diritti umani da parte delle imprese nei confronti degli indios espropriati. Fino a quando queste centinaia di migliaia di persone resteranno a guardare?

Variabile 3: L’impatto ambientale
Lasciando da parte i temi ecologisti, il gasdotto - a maggior ragione se orientato verso il Cile- provocherebbe una recrudescenza della distruzione delle piantagioni di coca, la foglia sacra boliviana. Bisogna considerare a questo punto che il sindacato dei cocaleros può vantare l’appoggio di Evo Morales, ex leader del loro sindacato e oggi capo dell’opposizione governativa che dalla sua elezione lavora moltissimo per stringere rapporti con i governi di sinistra del subcontinente. Oltre all’appoggio del venezuelano Chavez, infatti, Morales può oggi contare sul brasiliano Lula da Silva e su tutti i movimenti della "izquerida" latinoamericana, movimenti che negli ultimi mesi si sono moltiplicati fino all’inverosimile.

CONCLUSIONI
Conclusioni, a tutt’oggi, non se ne possono riferire. Il problema delle risorse idrocarburifere boliviane è in continua evoluzione, ogni giorno salta fuori una nuova risoluzione, una nuova proposta, una nuova minaccia. Per adesso, come da un paio di anni a questa parte, si raccolgono solo parole, dichiarazioni, rinvii e nomine di sovrintendenti e progettisti. Inoltre, con la nuova guerra irachena, non si è più sicuri se gli Stati Uniti saranno ancora interessati all’energia boliviana o no.
Quello che è certo è che il problema "idrocarburi" è per i boliviani solo uno dei tanti nodi scorsoi stretti attorno al collo di ognuno di loro. Un nodo che stringe tanto quanto quelli dell’Alca, della Coca, della militarizzazione del Chapare, della mancanza di istruzione, delle carenze sanitarie e della povertà che affligge il 96% della popolazione.
Quale sarà quello che darà lo strattone definitivo?




Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail: giovitrano@libero.it


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