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La rivoluzione del poncho continua nel protagonismo dei movimenti
popolari, indigeni e dei ragazzi lavoratori di strada dell’Ecuador

Grido degli esclusi/e

da Lima Cristiano Morsolin


SOMMARIO:
A partire dall'opzione dei poveri
Il Plan Colombia
Il sogno continua nella lotta dei popoli indigeni


"Sogno la possibilita' di una societa' nuova": le parole di Mons. Leonidas Proaño, padre della teologia della liberazione e della Chiesa india, assumono un significato particolare tra le colline di Pucauaico, sperdute tra le maestose Ande dell'Ecuador.
Alle pendici del vulcano Imbabura decine di indigeni si sono radunati per fare memoria della morte e resurrezione di un profeta che ha dato voce, ha riscattato la dignita', la diversita' di una cultura ancestrale che resiste da oltre 500 anni.
Le riflessioni in lingua quecua mi vengono tradotte da Daciano, 15 anni, delegato nazionale del Manthoc del Peru' con cui stiamo condividendo un'esperienza di scambio tra ragazzi lavoratori dell'Ecuador e del Peru'.
Il messaggio di liberazione della "rivoluzione del poncho" e' riattualizzato dal protagonismo dei nats (niños, adolescentes trabajadores) che attraverso un cambiamento dal basso rappresentano un esempio di cittadinanza e di militanza socio-economico-politico.
Insieme ai ragazzi infrattori della comunita' "Mano Amiga" di Riobamba, ai ragazzi lustrascarpe del progetto "Muchachos Solidarios" di Quito, ai ragazzi/e di strada della comunita' "Cristo de la calle" di Ibarra, ai giovani dei centri culturali di ASA (Asociacion Solidaridad y Accion) di Quito, abbiamo lanciato il nostro "GRIDO DEGLI ESCLUSI", a partire dalla frontiera della valorizzazione critica del lavoro minorile, che si collega al Grido degli Esclusi LATINOAMERICANO.


"Il Grido degli Esclusi/e e’ un’espressione popolare di allerta e denuncia delle diseguaglianze sociali, della concentrazione del reddito e della ricchezza, delle politiche di privatizzazione dei servizi pubblici di base e dei programmi di aggiustamento strutturale imposti dalle istituzioni multilaterali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).
"Apparteniamo a diversi settori sociali in differenti paesi e uniamo le nostre voci di indignazione per la costruzione di un grande movimento per la giustizia, l’uguaglianza e la speranza.
Rappresentiamo i lavoratori e le lavoratrici della campagna e della citta’, contadini senza terra, popoli indigeni e afroamericani, disoccupati e sottoccupati, migranti, giovani e bambini esclusi ed escluse dai diritti fondamentali per sopravvivere con dignita’ ”
(Manifesto per il 2001).

Il Grido degli Esclusi e’ una manifestazione popolare nata in Brasile nel 1994 come risposta alla crescente situazione di esclusione sociale registrata in questo paese per l’applicazione delle politiche di aggiustamento neoliberale. Ha luogo ogni 7 settembre, festa della commemorazione dell’indipendenza dal Portogallo, ma non si riduce ad un solo giorno ma si incammina in una serie di attivita’ prima e dopo che le danno continuita’. Attualmente queste attivita’ sono coordinate dalla Pastorale Sociale della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile insieme al Movimento dei Senza Terra, la Centrale dei Movimenti Popolari e la Centrale Unica dei Lavoratori. Pero’ nelle diverse regióni e municipi si sono integrate anche varie chiese cristiane, organismi non governativi, movimenti sindacali e popolari significativi.

Dal 1999 il Grido ha un carattere latinoamericano con il titolo: “Per il lavoro, la giustizia e la vita”, il cui momento culminante e’ il 12 ottobre. Il suo propósito e’ di segnalare tutte le situazióni di esclusione e le possibili soluzioni e alternative, sulla base di quattro obbiettivi centrali:
“Denunciare il modello neoliberale escludente e perverso che minaccia e distrugge la vita e l’ambiente, rafforzare la sovranita’ dei popoli e la difesa della vita; il riscatto dei debiti sociali e lottare per non pagare il debito estero”.



GRIDO DEGLI ESCLUSI/E
Questo nostro grido si unisce al messaggio lanciato durante il Giubileo "Pachacutik" realizzato a Rio de Janeiro nel dicembre scorso (con la presenza di 130 ragazzi lavoratori di strada provenienti dal Brasile, Guatemala, Peru', Ecuador e Italia) e al GRIDO DI RIOBAMBA, lanciato il 30 agosto 1998 durante il 10´anniversario della morte di Leonidas Proaño che sottolinea:
"Ci convoca ecuménicamente il Dio dell’Esodo e della Pasqua, che sempre ascolta il clamore del suo popolo nei processi di Liberazione e di Vita."

In quest’ora giubilare, vogliamo fare nostre le grandi cause che forgiano l’anima e l’azione di Monsignor Proaño:

• L’opzione per i poveri, mai come oggi d’attualita’, perche’ sono il 70% degli esclusi della nostra America, da parte del sistema neoliberista.

•Le lotte e i contributi alternativi dei popoli indigeni ( e anche dei popoli afroamericani), sopratutto nella difesa della terra e nell’esperienza della propria identita’ culturale e di autonomia sociale.

• La comunita’, come espressione della “comunione e partecipazione” fraterna nella chiesa e nella societa’.

• La solidarieta’ tra i popoli e le Chiese della nostra Grande Patria e con le Chiese e i popoli di altri continenti, soprattutto del terzo mondo.



A PARTIRE DALL'OPZIONE DEI POVERI

• Denunciamo instancabilmente l’iniquita’ del neoliberismo come mercato totale, sistema di esclusione, idolatria del lusso ed ecocidio incontrollato, cosi’ come il crescente armamento e la militarizzazione e il paramilitarismo repressivo.

• Insieme alle voci che provengono da varie parti del mondo, annunciamo la bestiale perversita’ dell’annunciato Accordo Multilaterale di Investimento AMI.

• Lottiamo permanentemente per l’abolizione del debito estero e per il pagamento del debito sociale, accumulati contro la vita e la dignita’ dei nostri popoli.

• Rivendichiamo la riforma delle istituzioni internazionali (ONU, FMI, BM, G-8) che privilegiano i paesi sfruttatori e rivendichiamo anche la riforma delle istituzioni politiche, giuridiche e sociali dei nostri stati.

• Appoggiamo con una solidarieta’ effettiva i processi di liberazione e di pace contro l’impunita’ e la violenza istituzionalizzata del nostro Continente, particolarmente in Guatemala, Messico, Colombia e Haiti.

• Stimoliamo la partecipazione corresponsabile del Popolo nella politica e nelle varie manifestazioni del movimento popolare e della cittadinanza.

(..) Vogliamo salvaguardare la memoria storica delle nostre chiese e dei nostri popoli, sentendoci responsabili dei secoli di lotta e di martirio che non si possono cancellare. Camminiamo con molti fratelli e sorelle in America, in tutto il terzo mondo e anche nel primo mondo solidale, contestando con speranza il fatalismo del sistema unico che ci vogliono imporre. E confidando nell’amorosa presenza del Dio di Gesu’, liberatore dei poveri, Padre-Madre della famiglia umana.” (30 agosto 1998).

CONTRO IL DEBITO ESTERO
Sperduti tra le ande dell'Abya Yala, i ragazzi lavoratori di strada sono coscienti che la loro condizione di impoverimento, di negazione dei diritti elementari e’ conseguenza della política neoliberista che annulla la spesa sociale, l’investimento nella salute, nell’educazione, ecc. per pagare gli interessi del debito estero, che assorbe il 54% del Pil del Stato equatoriano.
Dalla campagna mondiale “Jubilee 2000” anche in Ecuador si e’ organizzata un’articolazione nazionale intitolata “Vogliamo la vita e non il debito estero”.
Alla testa di questo processo c’e’ il Centro dei Diritti Economico e Sociali, CDES, di Quito che e’ coordinatore della Piattaforma Interamericana dei Diritti umani, Democrazia e Sviluppo DIDHDD, capitolo Ecuador.
Il CDES sta impulsando congiuntamente con reti regionali un Tribunale Etico Latinoamericano per giudicare l’impatto e la legalita’ del debito estero. L’iniziativa cerca di organizzare udienze nazionali in Bolivia, Peru’, Ecuador y Venezuela, con la partecipazione di organizzazióni sociali e popolari, con lo schema della denuncia e della documentazione delle violazióni dei diritti umani e della corruzione, come risulta dai processi di indebitamento nei nostri paesi.


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PLAN COLOMBIA
Anche in Ecuador si sentono pesantemente gli effetti della política di guerra del Plan Colombia che sta regionalizando il conflitto.
Giovedi’ 4 ottobre 2001 la Carovana Intercontinentale dei movimenti sociali contro il Plan Colombia e’ approdata ad Ibarra (Ecuador) – 130 km. dalla frontiera con la Colombia.
Una delegazione di cittadini provenienti da una decina di paesi del mondo (tra cui Nuova Zelanda, Usa, Sudáfrica, Nepal, Costa Rica, Guatemala, Colombia, Spagna, Svezia, Svizzera, Austria e Germania) e’ stata accolta dai movimenti sociali dell’Imbabura e dal Prefetto del governó provinciale Gustavo Pareja Cisneros (Presidente del consorcio dei consigli comunali del Nord-Ecuador CUNNORTE che raggruppa 28 municipi).



Organizzazioni di base di 5 continenti ( tra cui il movimento dei senza-terra MST del Brasile, la Consulta popolare per il debito estero del Brasile, il cordinamento delle vedove e delle giovani maya del Guatemala CONAGUA, il movimento popolare delle donne della Colombia, le comunita’ nere della Colombia, la Federezione campesina del Peru’, il movimento per la riforma agraria dello Sri Lanka, l’Assemblea permanente dei diritti dei giovani dell’Ecuador, il coordinamento popolare di Quito, ecc.) riunitesi a Cochabamba il 16 settembre per la III Conferenza dell’Azione Globale dei Popoli hanno organizzato questa carovana militante che dalla Bolivia e’ giunta in Peru’, ora in Ecuador per arrivare direttamente in Colombia.
Tra gli obiettivi ci si prefigge di “accompagnare e rafforzare i processi organizzativi delle comunita’ sia in Colombia che in Ecuador, di esprimere e rafforzare la solidarieta’ tra i popoli del mondo, di rendere visibile la situazione della frontiera colombo-equatoriana e gli sforzi che i movimenti sociali e i governi locali stanno sviluppando per ricercare alternative di resistenza al Plan Colombia, di documentare la realta’ delle regióni colpite dal Plan Colombia”.

Durante la conferenza stampa tenuta presso la sede del Consiglio provinciale, Vanesa Bolaños, portavoce dei movimenti sociali dell’Imbabura, ha evidenziato la lotta per la pace e per l’autodeterminazione dei popoli nella costruzione di un fronte globale di resistenza contro il neoliberismo per la giustizia e la solidarieta’.

Trasgu, portavoce spagnola della caronava ha sottolineato che “il terrorismo si presenta sotto volti diversi, non solo con gli attentati in Colombia ma anche, per esempio, nella costruzione dell’Oleodotto OCP in Ecuador perche’ migliaia di contadini vengono derubati della loro terra”.

Edison , rappresentante della Commissione di Solidarieta’ e Diritti Umani dell’Imbabura COSDI ha posto l’accento sul fatto che si maschera la lotta contro la droga sradicando qualsiasi manifestazione contraria al modello neoliberale anche se cio’ significa l’eliminazione della societa’ civile. Si tratta di un piano di guerra finalizzato a rafforzare le forze armate e non ad un investimento sociale che potrebbe promuovere lo sviluppo sostenibile dei popoli.

Il sindaco di Cotacachi Auki Tituaña (che i movimenti indigeni stanno proponiendo come candidato per le elezioni presidenziali dell’anno prossimo) ha enfatizzato che”noi popoli indigeni abbiamo sofferto oltre 70 milioni di vittime nel processo della conquista e della colonizzazione, una cifra Maggiore al numero di morti delle due guerre mondiali. Oggi la conquista continua con l’imperialismo neoliberale e per questo do’ il benvenuto alla Carovana Internazionale per la Pace”.

Alla fine il Prefetto del governó provinciale Gustavo Pareja Cisneros ha concluso l’incontro esprimendo solidarieta’ al prefetto di Sucumbios Luis Bermeo (uno dei 5 prefetti di Pachacutik, il riferimento político dei movimenti indigeni) che ha recentemente subito un attentato.



Ma sono molte le voci di protesta per il Plan Colombia che si sono levate sia contro il governo colombiano sia contro il Congresso degli Stati Uniti.
Lo stesso vescovo, mons. Gonzalo López Marañón di San Miguel de Sucumbíos (Ecuador), insieme al collega mons. Flavio Morales Grisales di Mocoa-Sibundo' (Colombia) entrambi alla frontiera con l'Ecuador dove si trova il maggior numero di coltivazioni bombardate con armi chimiche dagli effetti devastanti sul terreno e sugli esseri umani, hanno scritto ai parlamentari statunitensi chiedendo la sospensione del Plan Colombia perché "la produzione di cocaina non si ferma con le armi o devastando l'ambiente": "il rimedio che si vuole attuare è peggiore del danno provocato" dalla coca”.

L’implementazione del Plan Colombia dal luglio 2000 e l’Iniziativa Regionale Andina come política complementaria di quest’anno, evidenziano un’incidenza sempre maggiore della política estera statunitense nella regione. La percezione di minaccia alla sicurezza nazionale dei paesi vicini alla Colombia e gli effetti della globalizzazione nelle capacita’ politiche delle nazioni andine, sono preoccupazioni latenti non solo degli stati ma anche della societa’ civile.
Queste preoccupazioni si incrementano quando sono piu’ visibili gli effetti dell’implementazione di questo Piano. La persistente crisi umanitaria, il non rispetto del diritto fondamentale alla vita delle persone, gli incendi massicci delle coltivazioni utilizzando erbicidi chimici, l’introduzione di agenti biologici, causano rischi sia per la salute umana che per l’ambiente e, tra i vari aspetti , hanno promosso lo sradicamento interno e la migrazione colombiana verso l’Ecuador.
D’altro lato l’inserimento dell’Ecuador nel conflitto attraverso l’installazione della base militare di Manta, sta incidendo non solo nelle popolazioni della frontiera ma anche nel contesto della realta’ socio-economica e política di tutto il paese.

Questo processo di regionalizzazione del conflitto sta attivando la societa’ civile che ha formato un gruppo civile di monitoraggio degli effetti del Plan Colombia in Ecuador, di cui fanno parte a livello internazionale personalita’ importanti come Heinz Dieterich e Noam Chomsky e a livello nazionale attivisti storici della difesa dei diritti umani come Alexis Ponce – Assemblea Permanente dei Diritti Umani APDH, Pablo de la Vega – Centro di Documentazióne in diritti umani “Segundo Montes Mozo s. J.”.
Inoltre va rilevato che sono aumentate anche le minacce per i militanti della pace.
Hélice Monge del Centro Ecumenico diritti umani CEDHU, Alexis Ponce dell’Assemblea Permanente dei diritti umani APDH, Pablo de la Vega del Centro di documentazione “Segundo Monte Mozos”, Ines Espinoz del Foro Ecuatoriano dei diritti umani FEDHU e Jhonny Jiménez del servizio Pace e Giustizia SERPAJ hanno scritto recentemente una lettera di denuncia al presidente della Repubblica Noboa sottolineando che “visto che abbiamo espresso la nostra discrepanza con la política ufficiale in inserire l’Ecuador nel conflitto interno della Colombia e di subordinare la nostra sovranita’ nazionale fino all’estremo di convertire il nostro paese in una base per le truppe nord-americane, siamo stati vittime di minacce contro la nostra integrita’ e vita, noi difensori dei diritti umani, intellettuali, religiosi, sindacalisti, dirigenti studenteschi, movimenti sociali, da parte di un gruppo “militare e político” denominato Legione Bianca. Risulta ovvio che le risposte e le minacce provengono da settori che si sentono feriti della nostra condotta per esigere la vigenza piena e assoluta dei diritti umani”.

La Carovana Intercontinentale dei movimenti sociali contro il Plan Colombia rappresenta un ulteriore passo nel cammino di opposizione e resistenza e assume un significato particolare proprio oggi che si festeggia S. Francesco d’Assisi.
Qui sperduti tra le Ande dell’Abya Yala ricordiamo il nostro S. Francesco con il poncho indigeno, mons. Leonidas Proaño, vescovo degli indios, che ha sempre denunciato anche l’imperialismo nord-americano e la colonizzazione che continua attraverso il debito estero.
Oggi si cerca di cancellare la sua memoria, la sua profezía e sopratutto il volto popolare della Chiesa dei poveri ispirata dal Cristo Liberatore.
In quest’ottica di normalizzazione e restaurazione incontriamo Mons. Antonio Arregui, vescovo di Ibarra, eminenza política della conferenza episcopale di cui e’ vice-presidente e sopratutto potentíssimo exponente dell’Opus Dei.
Proprio recentemente mons. Arregui ha provveduto ad annullare un processo di partecipazione dal basso attivato dalla Commissione di Solidarieta’ e Diritti Umani dell’Imbabura COSDI che ha organizzato due laboratori sul Plan Colombia e per i rifugiati colombiani, con il fine di elaborare un progetto comune di accoglienza per gli oltre 1000 “desplazados” colombiani ad Ibarra. L’intervento diretto di mons. Arregui ha spinto l’ACNUR, Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite ad affidargli direttamente il progetto di accoglienza, attraverso la pastorale migratoria della Diocesi.
Continuiamo ad ostinarci a credere nella pace, della giustizia, nella ricchezza della diversita’ e nella poverta’ (anzi nella miseria!) del potere oppressore che denunciamo gridando la nostra radicale opposizione al Plan Colombia perche’ UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE.

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IL SOGNATORE SE N’E’ ANDATO MA IL SOGNO CONTINUA NELLA LOTTA DEI POPOLI INDIGENI

La “rivoluzione del poncho” (promossa da Taita Proaño) continua nella lotta dei popoli indigeni.
Per esempio i ragazzi lustrascarpe del progetto “Muchachos Solidarios” hanno partecipato alle rivolte popolari del febbraio scorso presso l’Universita’ Salesiana.
Di questo percorso socio-politico-economico ci parla Nidia Arrobo – Fondazione Pueblo Indio dell’Ecuador:


Foto Indymedia Argentina (2)

“La crisi economica, etica e sociale che colpisce gli equatoriani ha connotación drammatiche e minaccia di deteriorare sempre piu’ l’esistenza dei popoli indigeni e la sopravvivenza degli impoveriti. Minaccia anche di accellerare l’incontenibile éxodo di migliaia di tristi compatrioti che cercano disperatamente “giorni migliori” in Europa e negli USA. Il quadro di fondo e’ costituito dalle esigenze fondo-monetaristiche , imposte dagli anni ottanta, della globalizzazione e delle politiche neoliberali che con la loro sete di guadagno stanno cercando qualcuno da divorare.
In questo contesto, a partire dalla decada degli anni novanta, il movimento indigeno ecuatoriano si e’ costituito come referente delle mobilitazioni che affrontano questo progetto di morte. La sua azione non solo interroga il carattere neocoloniale escludente dello stato uninazionale, ma anche si e’ convertito nella guida di tutte le domande sociali, di tutti i problemi vigenti, di tutte le grida di giustizia.
Per la sua capacita’, tenacia e forza organizzativa, il movimento indigeno e’ entrato nello scenario político e si e’ convertito in attore sociale principale. Il progresso piu’ trascendentale del pensiero político dei popoli indigeni si esprime nella proposta rivolta allo stato ecuatoriano affinche’ si riconoscano le condizioni di nazionalita’, categoría storica che rafforza e indica l’orizzonte della propria lotta e rivela la carenza democratica dello stato.
Pero’ la lotta indígena non si limita a questioni specifiche. I popoli ancestrali dell’Ecuador, constatando gli effetti perversi e le devastanti conseguenze della globalizzazione, si sono convertiti nel Robinson Crusoe della societa’ equatoriana e hanno optato per affrontare la crisi nella sua globalita’.


Nelle manifestazioni del febbraio scorso con il grido “niente solo per gli indios” i popoli hanno scritto una delle migliori pagine di storia nelle lotte sociali dell’Ecuador: obbligarono il gobernó a sedersi in un tavolo di dialogo – da pari a pari – e a rubricare un acordó nazionale in sui si riconosce “ l’esistenza di conflitti storicamente non risolti nella relazione Stato-Popoli indigeni, e che il processo di aggiustamento strutturale genera impatti negativi nei popoli indigeni e nei settori poveri del paese”.
Alcuni aspetti rilevanti di questo accordo di 23 punti, per essere risolti nel tavolo di dialogo e concertazione, sono legati al prezzo del combustibile e del trasporto, all’aggiustamento economico, alla riattivazione dell’apparato produttivo, con domande concrete di fronte alle politiche fiscali, sociali, migratorie, finanziarie, commerciali e monetarie, con esigenze definite per la riforma tributaria e della sicurezza sociale, con la regionalizzazione del Plan Colombia e della presenza della base statunitense di Manta, con proposte alternative di fronte alla privatizzazione, alla decentralizzazione dello Stato e con le legittime rivendicazioni di fronte alle pressanti esigenze delle nazionalita’ e di popoli indigeni.
I popoli indigeni dell’Ecuador hanno cercato di promuovere “un processo di attenzione e dialogo nazionale permanente, orientato a trattare e a generare politiche di stato per superare la storica esclusione dei popoli e le iniquita’ generate dall’aggiustamento”. Si sono creati tavoli di dialogo che aprano spazi di partecipazione cittadina, a partire dai quali si ricerchi una costruzione collettiva delle soluzioni che il paese domanda per stabilire un nuovo tipo di relazioni tra stato e i popoli indigeni.
Dopo vari mesi di ricerche nel tavolo del dialogo non si percepisce da parte del governó ecuatoriano ne’ sensibilita’, ne’ volonta’ política per compiere gli accordi firmati, che dimostra la debolezza e la poca capacita’ di azioni di fronte alla crisi nazionale.
Quindi i popoli indigeni hanno manifestato che non vogliono dialogare in ginocchio perche’ esiste la giustizie e il diritto e hanno capacita’ e forza morale per ricostruire creativamente le strategie della loro lotta di fronte al gobernó e al caos generato dalla globalizzazione e dal neoliberismo” .


DIFENDIAMO LA VITA

Anche i ragazzi hanno maturato la coscienza e la responsabilita’ di celebrare la vita, malgrado tutto. Per esempio la comunita’ “Cristo de la calle” ha partecipato all’anniversario di Mons. Leonidas Proaño di Pucahuaico nell’agosto del 1999 e del 2001; la fondazione “Mano Amiga” ha festeggiato l’11’anniversario insieme a P. Agustin Bravo, vicario generale di Mons. Proaño.


Il documento finale - “Ricodando la sua vita, le sue parole e la sua testimonianza storica, ci ha portato la memoria dei vecchi e dei nuovi faraóni che schiavizzano il popolo, che tradiscono il piano amorevole di Dio che Leonidas denuncio’ e chiamo’ a conversione.
In un contesto di globalizzazione neoliberale, di tirannia financiaría internazionale, di idolatria del mercato che provoca l’impoverimento massiccio e accellerato, la morte dei nostri padri e nonni della terza eta’, il suicidio di bambini abbandonati dai loro genitori emigranti o per la violenza familiare prodotto della crisi economica, sociale e morale.
Lo spirito di Leonidas si e’ alzato come un Fratello buono, come profeta valoroso, come compagno del viaggio del Regno.


Ricordarlo ci ha fatto fare memoria dei suoi inviti a costruire la vera

:: APPROFONDIMENTI ::
CONAIE – Federazione delle nazionalita’ indigene dell’Ecuador


ECUARUNARI


ICCI - Instituto Científico de Culturas Indígenas
Los pueblos de Ecuador

PACE, frutto della giustizia, chiamata che ora si fa’ piu’ urgente, quando sul nostro continente e in particolare sulla regione andina, emerge la minaccia di una nuova strategia di intervento militare nordamericano chiamato Plan Colombia e la nuova ofensiva economica, che pretende di convertirci in un mercato imprigionato o nel grande mondezzaio della sovraproduzione dell’economia, conformata nell’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA).

Ricordarlo ci ha fatto far memoria delle abominevoli conseguenze dell’applicazione di questi piani neoliberali che distruggono le famiglie, che incrementano vertiginosamente la massa degli impoveriti e esclusi y ci ha fatto ricordare le radici ultime di tutto questo attentato all’umanita’.
Il sistema capitalista e’ organizzato per sfruttare, per discriminare, per corrompere, per mentire, per riprodurre morte, per generare popolazione inutile che non serve al capitale per la sua riproduzione.
Ricordarlo ci ha fatto pensare anche ai piccoli del Vangelo, agli impoveriti di ieri e di oggi, ai popoli indigeni, alle donne, ai giovani, ai migranti, ai bambini, ai pregiudicati dalle banche, ai vecchietti che chiedono giustizia, ai movimenti sociali, alle CEBs, ai difensori dei diritti umani, ai movimenti ecologisti, a tutti gli esclusi... ai migliaia manifestanti che si riuniscono ogni volta a Seattle, Davos, Porto Alegre, Praga, Genova e in qualche luogo dove si riunisce l’FMI, la Banca Mondiale o la OMC e tutte le organización sovranazionali che organizzano il modo per imporre al mondo la globalizzazione neoliberale

In quest’ora aggiorniamo la parola di Gesu’: “Perche’ tu Padre hai occultato queste cose ai ricchi e ai potenti e le hai rivelate ai piccoli” (Luca 10,21), a coloro che hanno sete e fame di giustizia, a coloro che non hanno persona la fiducia nei poveri, la FEDE in una nuova societa’ e in un mondo veramente giusto, a coloro che non hanno perduto l’allegria malgrado il dolore che provoca la crisi, a coloro che mantengono un cuore sensibile per sentire come proprio il dolore della gente e ad alzarsi per attivarsi insieme, per combattere insieme, a coloro che non hanno imparato a odiare malgrado tutta la perversita’ che uccide il popolo, e ubriacarsi dell’amore piu’ puro che continua la lotta interminabile per il tuo Regno, a coloro che con semplicita’ e umilta’ accettano la tua parola e la mettono in pratica e costruiscono generosamente il tuo Regno in famiglia, nel quartiere, nella comunita’, nell’organizzazione sociale, nell’organizzazione política.”.

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Lima, Novembre 2001

CRISTIANO MORSOLIN, educatore impegnato da sei mesi in progetti di condivisione con ragazzi/e lavoratori di strada dell’Ecuador e del Perù. Condivide il cammino con ragazzi/e lavoratori di strada in Ecuador e Perù nell’ambito di progetti appoggiati dal movimento internazionale “Noi Ragazzi del Mondo”, fondato da don Franco Monterubbianesi - Comunita' "Capodarco".
E-mail: utopiamo@yahoo.it