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Il concetto di "diritti collettivi" nasce dalla necessità di un’adeguata tutela che i diritti umani individuali riconoscono ai popoli indigeni e ad altre minoranze tradizionali che presentano particolari caratteristiche collettive. Il concetto di "diritti collettivi" nasce dalla mancanza di un’adeguata tutela, nell’ambito dei diritti umani, che rispecchi le esigenze dei popoli indigeni e di altre minoranze che possiedono caratteristiche collettive singolari. Ecco l'analisi che aiuta a chiarire le origini delle "battaglie" per il diritto alla terra dei popoli originari.

Conflitti ambientali e diritti collettivi

Analisi di Elizabeth Bravo, AT Ecuador

Traduzione italiana di Giulia Castorani, revisione di Daniela Cabrera - di Traduttori per la Pace

Le foto di questo servizio sono di Simone Bruno tratte da http://colombia.indymedia.org/ e si riferiscono alla Marcha indigena


DOCUMENTI: Dichiarazione di Cartagena


"Io voglio che mia nonna viva..
Né il governo né la Occidental la uccideranno.
Lei vivrà,
lei sa come fare."
Canzone di Matilde Payaguaje, indigena Secoya, Ecuador

:: LINK UTILI ::
12 Settembre 2004
SELVAS.ORG:
Colombia:
in "Marcha" con gli indigeni


CONAIE – Federazione delle nazionalita’ indigene dell’Ecuador

Organización de los Pueblos Indígensa de Pastaza (OPIP)
Tn.te Ortíz y Gral Villamil
Apartado 16-01-790 Puyo - Pastaza (Ecuador)
Tel/Fax 00593 - 3 - 885 461
allpamanda@yahoo.es
http://www.unii.net/opip/intro.html


APDH - Asamblea Permanente por los Derechos Humanos
Edif. Servilibro, of. 301; Salinas N14-81 y Riofrío - Quito (Ecuador)
Tel/Fax.: 00593 - 2 - 521118
quijote@porta.net apdhec@hotmail.com


COICA
Coordinamento delle
Organizzazióni Indigene
della Amazzónia
Iza M. Dos Santos,
secretaria ejecutiva Coica
Teléfonos: 2407-759, 28112-098, 2814-611 (Quito)
Correo electrónico: info@coica.org rona@coica.org
Pagina web:
www.coica.org


ICCI
Instituto Científico
de Culturas Indígenas


ONIC
Organización Nacional Indígena de Colombia
Bogotá -Colombia
Calle 13 No. 4 - 38
Tel (57+1)2842168
Fax: (57+1) 2843465
onic@colnodo.apc.org

NASA-ACIN
Asociación de Cabildos Indígenas del Norte del Cauca - ACIN - CXAB WALA KIWE
e mail: info@nasaacin.net - acin@telecom.com.co - acincauca@yahoo.es
Carrera 12 # 8-44. Telefax: (0928) 290958
Santander de Quilichao - Cauca - Colombia

Etnias de Colombia



Il concetto di "diritti collettivi" nasce dalla necessità di un’adeguata tutela che i diritti umani individuali riconoscono ai popoli indigeni e ad altre minoranze tradizionali che presentano particolari caratteristiche collettive. Il concetto di "diritti collettivi" nasce dalla mancanza di un’adeguata tutela, nell’ambito dei diritti umani, che rispecchi le esigenze dei popoli indigeni e di altre minoranze che possiedono caratteristiche collettive singolari. I diritti indigeni sono diritti consuetudinari, e i diritti collettivi nascono in risposta al loro disconoscimento.

Attualmente esistono diversi strumenti legali che riconoscono tali diritti, tra cui l’Accordo 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nonché le costituzioni politiche di molte nazioni, soprattutto dell’America Latina.


Partecipazione

Un diritto collettivo molto importante è quello di partecipare a determinate attività e decisioni, comprese quelle che portano discredito ad altri diritti collettivi riconosciuti. Tuttavia tale partecipazione può avvenire a diversi livelli. Il livello più alto è quello del consenso espresso liberamente, dato con piena cognizione di causa, e include il diritto di rifiutare o vietare azioni dello Stato che non incontrano il consenso del popolo. Ad esempio, alcuni Paesi riconoscono il diritto di opporsi ad attività o decisioni per motivi culturali.

Il livello di partecipazione successivo è quello del consenso, in cui lo Stato ha una certa possibilità di manipolazione, in quanto è possibile ottenere il consenso senza necessariamente aver fornito tutte le informazioni rilevanti, o semplicemente esercitando pressioni sulla popolazione.

Ancor meno conveniente è l’accordo in cui non esiste il diritto di veto. Anche se non si raggiunge un accordo, lo Stato può “cercare l’accordo” e in tal modo portare avanti le proprie azioni, anche in mancanza del consenso.

La differenza fra partecipazione e consultazione è decisamente significativa. La partecipazione implica che il popolo indigeno in questione possa partecipare al processo decisionale, e che le sue opinioni vengano prese in considerazione e accettate in maggior o minor misura. La partecipazione permette ai popoli indigeni interessati di svolgere un ruolo importante nello svolgimento e nella gestione dei provvedimenti proposti.

Nelle procedure di consultazione, invece, non è richiesto l’accordo della comunità, e non è necessario rispecchiare né prendere in considerazione le opinioni discordanti. Non ha assolutamente nessuna importanza il fatto che la popolazione si opponga ad un’azione proposta, purché venga rispettato il requisito di una consultazione simbolica. Questo è il metodo usato più comunemente dagli Stati.


Il caso dei Secoya
Il Codice di Comportamento siglato dal popolo Secoya dell’Ecuador e dalla Occidental Petroleum Company è il tipico esempio di consultazione inadeguata. I Secoya, una nazione indigena ecuadoregna che ha subito gravi danni nel periodo dello sfruttamento del caucciù, attualmente sono ridotti ad una popolazione di soli 350 individui che vivono in tre piccole comunità.
Tradizionalmente si sono sempre opposti alle gravi conseguenze che le compagnie petrolifere provocano sul loro territorio, che per la maggior parte si trova all’interno di una concessione per l’esplorazione petrolifera appartenente alla Occidental. Questa compagnia ha firmato vari accordi con l’organizzazione indigena, per lo più tramite forti pressioni e senza fornire informazioni sufficienti agli indigeni. Il Codice di Comportamento è uno di questi accordi, e in esso si fa riferimento solo ad un dialogo fra le due parti.

Pur riconoscendo i diritti di partecipazione, informazione, consultazione e autodeterminazione del popolo Secoya, il Codice menziona anche il rispetto reciproco dei diritti. Questo implica che le risorse del sottosuolo sono proprietà dello Stato dell’Ecuador, che a sua volta esclude qualsiasi diritto di veto degli indigeni per quanto riguarda le attività petrolifere. Il Codice non è altro che un accordo che regola il processo di consultazione: né l’agenda di lavoro della compagnia né i suoi piani di intervento sul territorio degli indigeni possono essere modificati a seguito di tale dialogo. Questo accordo permette implicitamente alla compagnia di iniziare le proprie operazioni.

È vero che il popolo Secoya – tramite la sua organizzazione indigena – ha firmato tale Codice di Comportamento, e che questo può essere considerato un tipo di partecipazione e di riconoscimento generale dei diritti di partecipazione e di consultazione. Tuttavia, la presenza della compagnia petrolifera di fatto implica una violazione dei diritti collettivi dei Secoya, poiché vari aspetti della loro vita come popolo sono stati violati, da un punto di vista culturale, sociale e ambientale.

Un popolo indigeno occupa un territorio che gli appartiene collettivamente e che pertanto, secondo la costituzione ecuadoregna, è imprescrittibile, inalienabile, non soggetto a sequestro e indivisibile. La costituzione inoltre riconosce il diritto di tale popolo a partecipare all’uso, al godimento, alla gestione e alla tutela delle risorse rinnovabili presenti su tale territorio, ma come nella maggior parte dei paesi del mondo le risorse del sottosuolo appartengono allo Stato. Questo fatto fa sorgere una contraddizione, poiché è impossibile accedere al sottosuolo senza colpire il suolo e le abitudini delle persone che vi abitano.





:: APPROFONDIMENTI ::
Plan Colombia: resistenza civile dei popoli indigeni

Nel 2003 c'è stato un aumento considerevole di violenze contro le comunità indigene colombiane che sono coinvolte, loro malgado, nella pluri decennale guerra civile. Il numero limitato di comunità indigene e la loro indipendenza sono messe sempre più a rischio di soppravvivenza. La lunga e difficile resistenza civile dei popoli indigeni ha bisogno di un maggior appoggio internazionale perché si rispettino i Diritti Umanitari.
Anche la "Comunità di Pace" di San José de Apartadò è da dicembre sotto la pressione continua di minacce di morte per il loro percorso di neutralità dalla guerra.

Di Mailer Mattié per Selvas.org


Caratteristiche dei diritti collettivi
I diritti collettivi sono intergenerazionali. Il diritto su di un territorio deve essere inteso da questa prospettiva, in quanto le generazioni presenti hanno ereditato il territorio dalle generazioni passate, e hanno l’obbligo di consegnarlo alle generazioni future. Per questo non è corretto classificare il territorio indigeno come una proprietà, ma è più corretto parlare di eredità o di patrimonio.

Ancorché tutti i popoli indigeni siano in qualche modo rappresentati, le compagnie transnazionali funzionano secondo un sistema basato sulla democrazia occidentale. Nelle trattative con tale sistema occidentale generalmente sono i giovani ad occupare posizioni di guida nelle tribù, in quanto sono maggiormente in grado di comunicare con il mondo esterno, sapendo parlare, leggere e scrivere nella lingua ufficiale e dominante del resto del Paese. In tale modo le autorità tradizionali della tribù spesso restano al di fuori del processo decisionale.

I popoli indigeni sono composti da numerose comunità che abitano in un territorio, pertanto i diritti comunitari devono rispecchiare questa circostanza. La decisione di una comunità può influire sul territorio di altre comunità che appartengono allo stesso popolo indigeno. Quindi, se una comunità raggiunge un accordo con una compagnia petrolifera, permettendole di accedere al proprio territorio, tale accordo potrebbe violare il diritto di altre comunità dello stesso popolo a conservare l’integrità dell’insieme del territorio.

Secondo la cosmovisione di molti popoli indigeni, il territorio non è solo uno spazio fisico, ma rappresenta anche il luogo in cui si svolgono tutte le attività del loro sistema produttivo (pesca, caccia, agricoltura, attività estrattive, etc.). Essi dipendono dalla possibilità di gestire ed amministrare autonomamente le risorse che si trovano all’interno del loro territorio.

Anche le conoscenze, le innovazioni e le pratiche che hanno permesso alle comunità di sopravvivere come popoli indigeni, e tramite le quali essi hanno preservato e migliorato la biodiversità e le risorse naturali – rispettando meccanismi tradizionali di controllo interno e mantenendo vive le culture e le visioni del mondo – formano parte integrante del territorio come viene definito nell’ambito dei diritti collettivi.

Per i popoli indigeni, quindi, stringere accordi con le compagnie petrolifere equivale a profanare la terra dei propri avi e delle generazioni future, e a infrangere la concezione ciclica del passato e del presente propria della loro cosmovisione.




Conferencia Internacional de Derechos Ambientales y Derechos Humanos

Dichiarazione di Cartagena 2003

Tratto da Redacción Actualidad Étnica


Cartagena – Colombia
26 Settembre 2003


Dal 16 al 18 settembre dell'anno 2003 si sono riunite a Cartagena le organizzazioni sociali di diversa estrazione per discutere e consolidare un'alleanza comune di resistenza verso l'inquinamento ambientale, le grandi multinazionali e il loro appetito vorace di materie prime, i trattati di libero commercio, le fumigazioni del Plan Colombia, ma anche creare un fronte comune contro le violazioni sistematiche dei diritti umani di idigeni, afroamericani, contadini, difensori dei diritti umani, leaders comunitari, sociali e politici in tutto il mondo.

 Sotto il sole di Cartagena si sono riunite oltre 250 delegati di almeno 200 organizzazioni sociali di tutto il mondo.

"Quiesto spazio è stato di vitale importanza per la lotta per la difesa dell'ambiente, e nel contempo la difesa dei Diritti Umani". Così commenta Alejandro Pulido, funzionario CENSAT Agua Viva, una delle fondazioni organizzatrici dell'evento.

Per i lettori di Selvas.org alleghiamo il documento dell'incontro di Cartagena in spagnolo, come documento base per spiegare la "battaglia" per i diritti umani e ambientali, spesso al centro di rivendicazione di popolazioni originarie in latinoamerica.



Cartagena – Colombia

Septiembre 26 de 2003

(Español)

Del 16 al 18 de septiembre se reunieron en Cartagena organizaciones sociales de todo tipo para discutir y consolidar una alianza común de resistencia frente a la contaminación ambiental, a las grandes multinacionales y su voraz apetito por los recursos naturales, a los maquillados tratados de libre comercio, a las fumigaciones del Plan Colombia, pero también frente a la violación sistemática de los Derechos Humanos de indígenas, afrodescendientes, campesinos, defensores de la vida, líderes comunitarios, sociales y políticos en todo el mundo.

 Bajo el sol de Cartagena se reunieron mas de 250 delegados de por lo menos 200 organizaciones sociales de todo el mundo, entre ambientalistas, defensores de derechos humanos, indígenas, afrocolombianos y amigos de la paz, alrededor de la Conferencia Internacional de Derechos Ambientales y Derechos Humanos, un espacio convocado por Amigos de la Tierra Internacional, Transnational Institute y la red Oil Watch, con el objetivo de fortalecer una alianza de lucha entre lo ambiental y los DDHH.

 “Este espacio fue de vital importancia para la lucha por la defensa del medio ambiente, un medio ambiente que es nuestro entorno natural, y también por la defensa de los DDHH. Son puntos y experiencias en común que dejan la discusión abierta y que genera impacto en la opinión pública”, dijo Alejandro Pulido, funcionario de CENSAT Agua Viva, una de las fundaciones organizadores del evento.

 Durante tres días, delegados de Chile, Barcelona, Sur África, Uruguay, Estados Unidos, Nigeria, Inglaterra, Tailandia y El Salvados discutieron temas como: a) Las guerras, derechos ambientales y derechos humanos; b) Violaciones de derechos humanos de ecologistas; c) Biodiversidad, propiedad publica o mercancía?; d) Ética y responsabilidad de corporaciones transnacionales; e) Tierra y territorios; f) Justicia ambiental; g) Deuda ecológica del norte al sur, entre otros.

 Paralelo a la Conferencia se realizaron eventos culturales protagonizados por delegación indígenas de Embera Katios, U´was y Paeces, que danzaron alrededor de la Torre del Reloj de Cartagena ante la mirada de más de 500 espectadores, como símbolo de resistencia ante las voraces multinacionales (URRA S.A. – OXI) que devoran sus territorios y las riquezas del país.  

 De esta experiencia resultó una Declaración Publica, que “no pretende ser una exigencia para el Gobierno, pero si para generar un gran impacto en toda la sociedad”.


DECLARACIÓN DE CARTAGENA

 La Conferencia Internacional de Derechos Ambientales y Derechos Humanos realizada en Cartagena, Colombia, los días del 16 al 18 de septiembre de 2003, convocada por Amigos de la Tierra Internacional, Transnational Institute y la red Oil Watch, declara:

 Doscientos cincuenta delegados de organizaciones ambientalistas, ONGs y movimientos sociales de todo el Planeta hemos examinado concienzudamente cómo muchos gobiernos pregonan las virtudes del libre mercado, que benefician principalmente a las grandes empresas transnacionales y a las elites económicas del Planeta, mientras se acrecienta la guerra y se empobrecen cada vez más los pueblos y las naciones del Sur, principalmente.

 Acudimos a Cartagena convocados por el son de los tambores africanos que todavía retumban en la geografía de América, como lo han hecho durante los últimos trescientos años, llamando a la emancipación y a la resistencia contra la esclavitud y el destierro que se padecen.

 Reconocemos que aunque ha habido avances significativos en el reconocimiento internacional de derechos humanos individuales, algunos dictadores y torturadores aún gozan de impunidad. Violaciones de derechos colectivos y derechos ambientales, causadas por un modelo económico depredador prevalecen y crecen.

 A los pueblos desheredados de todo el Planeta, negros indígenas, campesinos, y habitantes de las barriadas, se les arrebata el aire, el agua y la tierra, se les arrincona en los lugares más insalubres, se les somete a la hambruna, se les ahuyenta de los lugares turísticos, se les persigue y se les encarcela. A los negros en Colombia, se les asesina y se les impide enterrar a sus muertos. Nosotros afirmamos que estas son injusticias sociales cometidas por unos pocos en contra de casi toda la humanidad.

 Las injusticias ambientales son el pan diario de los trabajadores en las fábricas, de los vendedores ambulantes en las calles, de las mujeres, niños y niñas que cargan el agua escasa desde distancias inmensurables. La contaminación urbana se concentra en los lugares que habitan los más empobrecidos, allí se localizan los efluentes de las aguas servidas y las gentes se disputan con las aves de rapiña las sobras en los basureros.

 En Colombia, las fumigaciones que persiguen exterminar los cultivos de coca y amapola, base para las sustancias psicoactivas que son la escapatoria de jóvenes desesperanzados en todo el mundo, se llevan a cabo a sangre y fuego y en contra de toda razón jurídica, médica o social. Pero así como se fumiga la Amazonía para golpear las finanzas de la guerrilla, también se fumiga, sin que nadie diga nada, grandes extensiones de cultivos que dejan su huella tóxica e infertilizan las tierras.

 Hemos venido de África, de Asia, de Europa, de Australia, de Oceanía, de toda América, citados por quenas y zampoñas y las gaitas fiesteras de los indígenas. Hemos afirmado nuestro compromiso de resistir a la injusticia de los codiciosos del Sur y mayoritariamente del Norte, que destruyen los valores ancestrales y las culturas, que ocupan los lugares sagrados, que instalan máquinas que horadan y mancillan la Tierra para sustraer los metales, los minerales, el petróleo, y las aguas prístinas. Los codiciosos polucionan las aguas e  inundan las tierras fértiles y despojan a los débiles y extinguen la vida y desaparecen los peces y llenan represas para generar energía que dilapidan. Los codiciosos invaden la cotidianidad de los pueblos con torres petroleras y diseminan las modernas pestes transgénicas; ellos talan selvas y bosques para hacer envolturas de papel para objetos inútiles.

 Es por su voracidad que surgen los problemas ambientales. Y es por la existencia de estos problemas que nuestras sociedades padecen, por lo que estamos decididos a fortalecer y multiplicar nuestras organizaciones. Los defensores de los derechos ambientales y los derechos humanos existimos porque a la Naturaleza y a los seres Humanos se nos niegan los derechos. Porque hay injusticias ambientales es que procuramos la justicia ambiental.

 Por eso, organizaciones como Environmental Rights Action de Nigeria, germinan y luchan para que las empresas no violen sus derechos y no se alíen con las dictaduras; Madreselva, en Guatemala, en alianza con la red Oil Watch., luchan contra las operaciones petroleras, porque han visto que el lugar sagrado de Tikal, en las selvas del Petén, está siendo profanado, como han sido profanados la desembocadura del Níger, del Orinoco y las costas de Galicia, Alaska y de Brasil por la industria petrolera. Porque los Bancos Multilaterales y las Agencias de Crédito y todos sus congéneres no se responsabilizan de las consecuencias sociales, políticas y ecológicas de sus operaciones financieras es que existen campañas y redes que las confrontan. En Cancún, campesinos y movimientos sociales se alían con los países que se oponen a las reglas de comercio injustas, y protestan contra la OMC, porque saben que esta institución trata de garantizar derechos para Corporaciones Transnacionales en vez de derechos colectivos y ambientales para los pueblos.

 Porque la producción, la comercialización, y la distribución del agua y la energía dejan a miles de personas sin acceso estos servicios, como es evidente en la Costa Caribe Colombiana, donde los habitantes de las barriadas sacrifican sus ingresos para pagar los crecientes costos, es que existen iniciativas como la Plataforma de Energía que crea escenarios para la confluencia de organizaciones que levantan reivindicaciones comunes sobre las condiciones de operación, el acceso y la calidad de los servicios de energía.

 En Estados Unidos han surgido organizaciones que luchan por la Justicia Ambiental y contra la discriminación ecológica y aún, que sepamos, no las han llamado terroristas. Algunas de nuestras organizaciones han surgido en Europa, en Asia y en Oceanía, luchando ante las catástrofes ocasionadas por las centrales nucleares y la explotación de materiales radiactivos; otros para oponerse desde su condición de habitantes de los bosques a la capacidad destructiva de los monocultivos forestales y las plantaciones de árboles. También nos hemos organizado frente a las amenazas sobre las comunidades rurales y los consumidores en todo el mundo debidas a la introducción de Organismos Genéticamente Modificados OGM que destruyen prácticas agrícolas tradicionales y minan la soberanía alimentaria.

 Nuestras organizaciones no han surgido como fruto de una conspiración, ni de un complot terrorista ni pasado ni reciente, sino que existen porque los derechos ambientales y humanos y de los pueblos son conculcados y negados. Nuestras organizaciones son reconocidas, premiadas y apoyadas, local e internacionalmente por su profundidad argumentativa, por su tesón, su compromiso, su equidad y su búsqueda de la justicia ambiental. Muchos gobiernos deberían aprender a defender los derechos y la soberanía frente a la explotación desmesurada de su patrimonio recursos y sus ciudadanos por el gran capital; deberían aprender de las organizaciones ambientales y de derechos humanos a defender los derechos de sus pueblos, contra las actitudes imperiales de las instituciones, las naciones codiciosas y las Compañías Transnacionales.

 Para lograr la seguridad, palabra que en latín se refiere a la paz, ha de combatirse la inseguridad. La inseguridad viene de que algunos gobiernos, instituciones multilaterales y el gran capital buscan la seguridad de unos pocos, sacrificando la seguridad de la mayorías.

 Nos proponemos que la palabra seguridad recobre su significado, queremos seguridad ecológica, alimentaria, energética. La seguridad de que no vendrán a expropiarnos el agua. La seguridad de que no nos desaparecerán los nevados, de que no desertizarán nuestras selvas y tierras, que continuarán alterando el clima; la seguridad que los campesinos no serán desplazados, que la Amazonía no será fumigada, que la banca multilateral no seguirá financiando el saqueo y la destrucción del Planeta. Queremos seguridad de que no se seguirá criminalizando ni persiguiendo a los defensores de derechos humanos, a los ambientalistas, ni a quienes se manifiestan contra las injusticias y la guerra.

 Nosotros queremos la paz y la seguridad para todos. Queremos la seguridad de que tendremos un Planeta habitable para ofrecer a las generaciones presentes y futuras. Por ello nos comprometemos a articular nuestros propósitos y nuestras acciones para construir un mundo con justicia ambiental y social.




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