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:: DOSSIER: PLAN COLOMBIA ::
La guerra "invisibile"
:: Antonio Mazzeo - Colombia l'ultimo inganno
Da Terrelibere un documento importante per la conoscenza
e la presa di coscienza della storia della nazione andina

COLOMBIA L'ULTIMO INGANNO
LOTTA AL NARCOTRAFFICO, PARAMILITARISMO
E VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI.
di Antonio Mazzeo

(Foto da http://groups.yahoo.com/group/ColombiaUpdate)
Un aereo della polizia nazionale colombiana T-65 Turbo Thrush (aereo "agricolo")
mentre irrora di diserbanti un'area coltvata a papavero a Rionegro nello stato centrale di Huila.


Sommario:

Introduzione

Primo capitolo: il Plan Colombia.

Secondo capitolo: la borghesia della coca.

Terzo capitolo: il conflitto colombiano.



INTRODUZIONE

Un Paese dilaniato dalla violenza, afflitto dalla crisi economica e sociale, depauperato da una classe dirigente autoritaria e corrotta. Una guerra civile che dura da oltre cinquant’anni, l’uso degli eserciti privati per difendere l’accumulazione illegale delle ricchezze, le forze armate a conservazione dell’inequità e dell’ingiustizia sociale. Una lista interminabile di morti, massacri, pulizie etniche, torture, violazioni, l’impunità certa per gli autori e i mandanti. L’esclusione come modello teorico di ‘sviluppo’.

Le destrutturazioni e le degenerazioni sociali ed economiche, cause ed effetto dell’esplosione del narcotraffico. Un fenomeno complesso ma strumentalmente esemplificato a ‘padre di tutti i mali’, perché la classe dominante non si assuma responsabilità di sorta e continui nell’esercizio monopolistico del potere. Un potere contiguo, strategicamente alleato dei ‘cavalieri della droga’, preoccupato di mantenere con la forza la distanza che lo separa dalle masse popolari.

In Colombia è in atto un processo di rilevanza storica. I cartelli monopolistici delle ricchezze naturali e del capitale finanziario, attratte dalle sirene della globalizzazione, grazie ai propri rappresentanti nelle istituzioni di una democrazia grigia ed imperfetta, hanno avviato un vasto programma di controriforme allo ‘sviluppo’. Lo hanno soprannominato eufemisticamente ‘Plan Colombia’, ‘programma per la pace e contro il narcotraffico’, in realtà un intervento ben più articolato che risponde pienamente alle strategie neoliberiste imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Un ‘Piano’ che privilegia l’escalation militare per chiudere il conflitto politico-sociale che insanguina il paese, con costi insostenibili per gli esclusi di sempre.
La Presidenza della repubblica stima che il ‘Plan Colombia’ assorbirà investimenti nazionali e internazionali per oltre sette miliardi e mezzo di dollari. Le ricette per renderlo appetibile sono il trasferimento ai privati del patrimonio statale e delle ricchezze del territorio e l’ampliamento del debito estero.
Il ‘Plan Colombia’ è l’ultimo inganno di un potere, ormai transnazionale, che conosce ed esalta la guerra come unico mezzo di risoluzione dei conflitti, e che per giustificarla inventa e mitizza il nemico di turno. Ieri il dittatore Saddam e il ‘comunista’ Milosevic, oggi il narcotraffico. Non importa se prima della dichiarazione di guerra, i nuovi nemici erano gli alleati di sempre, pedine importanti per il controllo e la repressione sociale. A tessere le fila, pianificare le strategie d’intervento, trasferire risorse, eserciti ed armi, i signori dell’Unico Impero, gli Stati Uniti della dollarocrazia.

L’ultimo inganno della potenza imperiale è l’essersi assunto l’impegno di smantellare il narcotraffico dal pianeta. Si enfatizza cosí la lotta militare alla coca, occultandone la sua dimensione classista: da una parte le masse di coltivatori, braccianti o piccolissimi proprietari usurati dai debiti, dall’altra i gruppi della criminalità organizzata che si appropriano del 95% del fatturato della produzione e che reinvestono i profitti nei circuiti finanziari e nelle piazze borsiste dell’Impero. La produzione degli stupefacenti è demonizzata da Washington a prescindere dalla complessità delle sue cause, delle sue dimensioni e delle sue relazioni. Il nemico, dopo la caduta del comunismo e il trionfo del pensiero unico, permette di giustificare l’esistenza del complesso industriale militare ed estende universalmente le relazioni di dominio. Grazie alla crociata contro l’ultimo ‘Impero del Male’, gli Stati Uniti si avviano a intervenire in un conflitto, il più antico del continente, ricalcando le fasi che caratterizzarono l’escalation in Vietnam: prima la ‘consulenza’, poi un ‘Plan’ di supporto finanziario e di equipaggiamento militare dell’alleato, infine, la partecipazione diretta delle forze armate nelle operazioni belliche.
L’ultimo inganno è riproporre contro il narcotraffico un mezzo, quello della forza e del bombardamento chimico, che nella regione andina ha creato lutti, ha approfondito le distanze tra i soggetti sociali, ha allargato la forbice tra ricchi e poveri, ha allontanato irrimediabilmente le classi popolari dallo Stato, ha violato diritti e impedito la soddisfazione dei bisogni. Un mezzo, quello della ‘eradicazione militare’, il cui fallimento è noto e visibile, segnato dall’estensione e dalla frammentazione delle coltivazioni ‘illecite’, e dal loro sempre maggiore impatto sul tessuto sociale e sull’ecosistema. Un circolo chiuso che genera nuovi conflitti, accelera la deforestazione e il saccheggio delle risorse naturali, stermina le ultime comunità indigene.

L’ultimo inganno dell’Impero è sostenere la classe politica dominante in Colombia, presentandola come il più strenuo difensore delle istituzioni democratiche assediate dai padrini dei Cartelli e dai sovversivi delle guerriglie. Così la storia recente piomba nell’oblio e si pronuncia l’assoluzione delle proprie e delle altrui colpe. Un Paese lacerato negli anni ’50 dalla ‘Violencia’, la lotta fratricida tra i gruppi della borghesia nazionale alimentata dalla Guerra fredda, poi ‘riappacificato’ da un golpe militare e dall’accordo tra i ceti dominanti per la spartizione delle istituzioni e dell’apparato dello Stato. Un processo che non poteva che sancire la realizzazione di una ‘democrazia’ fittizia, quella delle regole scritte ma sistematicamente violate, unademocrazia imperfetta, inapplicata, sospesa dai continui stati di emergenza proclamati da politici, grandi industriali o latifondisti, e dove intere popolazioni sono state affidate in ostaggio all’élite militare.
In questo ‘Stato del diritto di pochi e per pochi’, dove sono negati i diritti fondamentali di cittadinanza, dove sono represse le libertà di espressione e partecipazione, dove sono frustrate le richieste di giustizia sociale e di ridistribuzione delle terre e delle risorse, si sono alimentate le distorsioni economiche, sociali, culturali che hanno permesso l’affermazione della narcodemocrazia colombiana: la corruzione del bipartitismo e delle forze armate, la completa disaffezione dalla politica dei cittadini, l’isolamento e l’emarginazione delle masse popolari, la crisi generale di valori, l’assenza di considerazione per la sacralità della vita umana, la risoluzione violenta di ogni conflitto, da quello familiare a quello tra le classi. Le conseguenze più evidenti della narcodemocrazia colombiana sono la sconfitta di ogni speranza di cambiamento e traformazione della società, la polarizzazione e l’inasprimento dello scontro sociale, l’accelerazione della spirale di violenza.
Ciò nonostante la Casa Bianca e le altre democrazie formali dell’Occidente hanno deciso di rafforzare la ‘democrazia colombiana’ contro gli ultimi fuochi della guerriglia, alleandosi con una borghesia nazionale che ha trovato nuova linfa vitale dai flussi di denaro del narcotraffico.

L’ultimo inganno è la decisione di privilegiare le forze armate colombiane quale partner nella campagna contro la coca del nuovo millennio.  Si sostiene l’esigenza di avviare un programma alternativo alla produzione, ma si nega ogni impegno di riforma agraria. Ci si pronuncia per il dialogo e la pacificazione con i gruppi della guerriglia e intanto si avvia una controffensiva militare senza precedenti, saldando i legami con le organizzazioni paramilitari, sostenute dai gruppi finanziari, dai grandi proprietari ultraconservatori e dai nuovi ‘cavalieri’ della cocaina.
In realtà, gli Stati Uniti e i maggiori partner atlantici, intervenendo nel conflitto sociale colombiano a fianco dei poteri economici e militari dominanti, si sono lanciati in un’avventura senza ritorno. Forse il rischio di vietnamizzare la Colombia è remoto; Golfo Persico e Kosovo dimostrano che le nuove tecnologie di morte e la superiorità aerea e missilistica della Nato impediscono la guerra combattuta corpo a corpo, massimizzando la distruzione e le vittime dell’avversario e minimizzando il computo dei propri morti. Ci sono invece i segnali per intravedere un processo di ‘colombianizzazione’ di tutto lo scacchiere andino. Il conflitto tra produttori poveri e i gruppi di trafficanti paramilitari si sta estendendo a tutte le regioni produttrici di stupefacenti, le file delle organizzazioni guerrigliere si aprono ai braccianti espulsi con la violenza, gli ‘sconfinamenti’ degli attori armati investono direttamente nuovi gruppi di popolazione, le borghesie del continente si armano per reprimere nel sangue le sollevazioni delle masse popolari sempre più condannate all’indigenza dalle misure di aggiustamento strutturale e di smantellamento dello stato sociale. L’Ecuador delle sollevazioni indigene contro la ‘dollarizzazione’ e la svendita ai privati delle ricchezze nazionali, la Bolivia in stato d’assedio contro i coltivatori che lottano per la riforma agraria, le aree amazzoniche del Brasile dove le comunità indigene difendono l’ecosistema e la biodiversità dal saccheggio delle multinazionali, il Perù attraversato da una grave crisi istituzionale dove alle istanze popolari si contrappongono gli interessi conservatori del capitale nazionale e delle forze armate, il Venezuela della corruzione e della violenza urbana dilagante, ostaggio del populismo nazionalista dei colonnelli e degli interessi dei magnati del petrolio, il piccolo Panama, sportello sinistro per il riciclaggio del denaro sporco e asilo dorato per i torturatori del continente. Una regione polveriera, pronta ad esplodere con tutte le sue contraddizioni, consapevole di come e quanto il ‘Plan Colombia’ possa innescare la miccia di un incendio di dimensioni, queste sì, imprevedibili.
L’ultimo inganno è affermare che ‘tutto è sotto controllo’, che la ‘crisi’ colombiana è circoscrivibile e limitata. L’ultimo inganno è che si parli di ‘crisi’, quando in realtà la Colombia è vittima di un conflitto la cui violenza ha pochi confronti con quanto accade nel pianeta. Oltre trecentomila morti, due milioni e trecentomila rifugiati, centinaia di stragi di civili, popolazioni indigene sterminate, l’uso massivo del sequestro e la sparizione di decine di migliaia di cittadini, la pulizia sociale e culturale contro un’intera classe politica, gli intellettuali, i leader della sinistra storica, tutti assassinati o costretti all’esilio. A quale Paese o regione è possibile comparare quello che è accaduto e continua ad accadere in Colombia? Eppure il conflitto del Paese, il livello della violenza che lo pervade nelle aree rurali e in quelle urbane, è il meno conosciuto a livello internazionale. Parlare di Colombia è parlare sempre e solo di narcotraffico e di cartelli, senza però inserire questi fenomeni nelle contraddizioni del ‘modello di sviluppo’ fortemente ineguale e discriminante. Eppure non sono pochi i rapporti, le statistiche, le ricerche sulla reale dimensione del conflitto e della violenza in Colombia. Le maggiori organizzazioni internazionali e le associazioni non governative per la difesa dei diritti umani, producono annualmente veri e propri bollettini di morte, ricostruiscono complicità e trame, inchiodano interessi e responsabilità. A differenza però di quanto successo in Kosovo, i grandi network delle comunicazioni di massa, reti ideologiche funzionali a legittimare gli interventi armati di ‘diritto internazionale’, si sono guardati bene dall’analizzare il ‘caso Colombia’.

Anche la società civile europea e italiana appare sorda e disinteressata a comprendere la fase epocale attraversata dal continente latinoamericano, ormai ‘desaparecido’ dalle coscienze di tutti. Così, nella più completa indifferenza si autorizzano le industrie belliche nazionali ad esportare armi e munizioni a favore di un paese in guerra (otto miliardi e mezzo di lire il valore delle armi italiane inviate nel 1999 in Colombia), e dove i vertici militari sono sempre più coinvolti in crimini contro l’umanità e in atti corruttivi a favore del narcotraffico. Di contro, capita che gli ultimi internazionalisti s’infiammino per i guerriglieri che hanno messo sotto scacco l’esercito più armato dell’America Latina, senza conoscerne però la sempre più incerta ideologia e le innumerevoli violazioni al diritto internazionale umanitario. Un vero e proprio labirinto della memoria e della coscienza che accresce il muro tra le democrazie formali, difensori dei diritti umani, e la ‘guerra’ sporca colombiana.

C’è da chiedersi chi e perché ha costruito questo muro che ha reso invisibile il sangue che inonda la Colombia. Internazionali gli attori e i registi di questa ben riuscita operazione di occultamento. In Colombia si giocano interessi economici e finanziari imponenti, c’è il petrolio, ci sono gli smeraldi, ci sono immense riserve idriche e forestali, ci sono due oceani vicinissimi, c’è la coca. E intorno ci sono le multinazionali e le grandi imprese del capitale nazionale e straniero (anche italiano), che dopo avere causato ed alimentato la ‘guerra sporca’ colombiana per assicurarsi il controllo delle risorse, non permettono che si faccia troppo rumore e si catturi l’attenzione dell’opinione pubblica. Poi, forse, ci sono dinamiche più o meno occulte, similari a quelle che hanno operato nel 1998-99  durante la crisi Serbia-Kosovo, stavolta però in direzione opposta. I capitali grigi e neri delle mafie kosovare, ben protetti nelle cassaforti delle banche svizzere, hanno giocato un ruolo determinante nell’operazione di lobbying sui politici e i network internazionali per spostare gli equilibri di forza, conquistare le simpatie generali, amplificare fatti di cronaca reali o vere e proprie menzogne costruite per impressionare le coscienze. Per la Colombia invece, i capitali del narcotraffico e quelli generati dallo sfruttamento intensivo delle risorse e del lavoro, anch’essi ben protetti nelle piazze finanziarie degli Stati Uniti o dei paradisi fiscali delle isole-stato dei Caraibi, hanno tutto l’interesse che si parli poco e male di un conflitto di cui oltre a beneficiarsene economicamente, ne sono responsabili. Come spiegare altrimenti la credibilità di cui gode internazionalmente l’establishment politico, liberale o conservatore, nonostante siano noti il livello corruttivo, i legami con i padrini della droga, l’attitudine protettiva del paramilitarismo e delle violazioni delle forze armate?

Il Presidente Andrés Pastrana è ricevuto con onore e rispetto in ogni angolo del mondo. Vanta la piena fiducia del Presidente dell’Impero e l’amicizia personale del commissario europeo per gli affari ‘esteri’, Javier Solana, ex comandante Natodella guerra in Kosovo. A capo dell’Organizzazione degli Stati Americani c’è un ex presidente colombiano con un ambiguo passato proprio in tema di lotta al narcotraffico e  difesa dei diritti umani. La Colombia infine, siede dall’1 gennaio 2001 nel nuovo Consiglio di sicurezza dell’Onu, con il voto unanime della comunitá internazionale.
Gli unici realmente coscienti della drammaticità del conflitto e della violenza che insanguina la Colombia, sono i colombiani. Un popolo sotto assedio, isolato, disperato. Un popolo che ha solo una possibilità: la fuga all’estero. Gli ultimi tre anni sono stati segnati da un esodo di dimesioni bibliche: due milioni di colombiani si sono trasferiti lontano, negli Stati Uniti o in Europa. In buona parte da clandestini, spesso vittime di traffici di donne e uomini per lavori forzati, prostituzione, matrimoni servili. Quelli che restano in Colombia, devono affrontare una strenua lotta per la sopravvivenza, da una parte la crisi economica e sociale più grave del secolo, dall’altra la violenza degli attori armati e delle bande criminali che popolano le città.

La Paura.
Il sentimento che accomuna i colombiani, tutti, quelli ricchi e quelli poveri, i giovani e i vecchi, le donne e gli uomini. L’unico elemento che li rende uguali in un paese dalla disuguaglianza più grande del continente americano. Se c’è un popolo dove la psicologia individuale e di gruppo è stata modificata con più evidenza a seguito delle dinamiche sociali generate dal conflitto, questo è il popolo colombiano. Tre generazioni di colombiani sono nati e si sono alimentati di violenze. Tutti hanno paura di tutti, tutti temono tutto. La sfiducia per l’altro è la condizione normale dell’esistenza. E come potersi fidaredell’altro? Potrebbe essere un paramilitare o un guerrigliero, potrebbe essere un informatore, o peggio, un appartenente ad una banda che sequestra e uccide gli ostaggi. La vita in fondo non vale niente.
A diciotto anni i ragazzi dei quartieri popolari decidono di essere padri. Devono perpetuare la specie, far sì che una parte di loro stessi continui a vivere, domani. A diciotto anni, si può morire il giorno dopo. Il figlio, forse, non lo vedranno nascere. Un pezzo di loro sopravviverà. Non importa se senza un padre, forse senza un’abitazione e senza cibo. C’è la strada. E la legge della strada non è poi tanto diversa da quella del ‘barrio’ o del quartiere residenziale dove le ville sono prigioni e si vive da ‘autoreclusi’ l’angoscia del sequestro.
La Colombia è un paese che non comunica, perché le vie di comunicazioni sono preda delle operazioni sporche degli attori armati, e perché si è rotta ogni comunicazione tra gli esseri viventi. Chi può comunica con l’estero, viaggia, ricerca un’oasi di tranquillità nei Caraibi o a Miami. Chi non può innalza barriere, si nasconde, cerca protezione tra i propri familiari più stretti. E la famiglia vive tensioni e contraddizioni sempre più forti. Sempre meno agente di socializzazione, sulla famiglia si riflettono le violenze e le deprivazioni della società, vittime i minori e le donne, i soggetti più deboli e dipendenti dall’affettività negata.
Stranieri tra stranieri, i colombiani attendono. Attendono un lavoro precario, un visto per l’estero, un’opportunità di cambio. Attendono di tornare a sperare, a sperare in sé stessi, nello Stato, negli altri. Attendono di credere che ci possa essere un futuro di pace. La pace nella giustizia e nell’uguaglianza. La pace nella difesa dei diritti umani, sociali e politici. La pace nel rispetto della memoria, dei propri morti, dei tanti morti, vittime dell’ingiustizia sociale e dei corpi militari della borghesia di Stato.



Primo capitolo: il Plan Colombia.

Secondo capitolo: la borghesia della coca.

Terzo capitolo: il conflitto colombiano.



Si ringrazia il gruppo di ricerca di terrelibere.it

Antonio Mazzeo
è nato a Messina ed attualmente vive e lavora a Medellin. Ha militato nel movimento pacifista ed antimafia, ha scritto svariati articoli, inchieste e saggi su temi quali militarizzazione del territorio, dinamiche della criminalità organizzata a livello nazionale ed internazionale, ruolo e peso della massoneria nella società italiana.
Attualmente è impegnato nella cooperazione internazionale: dopo un periodo trascorso quale coordinatore del Centro giovanile di Valona (Albania), è al momento impegnato in un progetto in Colombia.