22-04-2008
:: Occhi aperti sulle Ande :: Ojos abiertos en los Andes ::
SELVAS.org
Osservatorio Informativo Indipendente
sulla Regione Andina e il Latinoamerica
Entre los 10 mayores portales de Internet en italiano en el mundo de Derechos Humanos y Libertad. >Fuente.
:: Speciale::
M A R A S




Link
Enlaces

Donna DeCesare
How Edgar Bolaños Became
Shy Boy in El Salvador

a New York photojournalist, is examining youth identity and gang violence in the Americas.
José Luis Castillejos Ambrocioe
periodista O.Lalin fotografo
Un reportage
Sur de Mexico: la frntera caliente


Le maras e il loro gergo

di Carlos Cáceres R.

Traduzione di Fiamma Lolli, revisione di Stefania Maria Ciminelli, coordinamento Daniela Cabrera Traduttori per la pace, www.traduttoriperlapace.org


Foto di Donna De Cesare©



NdT: Alcuni dei termini che troverete in questo testo sono di uso corrente in spagnolo, ma con altro significato; altri sono presi dall’inglese statunitense; altri ancora sono esempi di quella commistione di spagnolo e inglese chiamata spanglish (termine coniato dal linguista portoricano Salvador Tió già verso la fine degli anni 40), ibrido linguistico che, a seconda della provenienza geografica di chi parla, conosce infinite varianti. Per approfondimenti, vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Spanglish. Infine, altri sono stati mutuati dal quechua, lingua nativa dell’impero Inca e tuttora conosciuta, come indicheremo di volta in volta.



Il caló è un gergo, una forma di comunicazione legata alla delinquenza, ma non solo: è anche un modo per esprimere il proprio rifiuto delle norme verbali adottando una simbologia differente, e il suo uso è proprio di frange emarginate della società. Parlare ricorrendo a una simbologia differente può favorire l’identificazione con un gruppo e rafforzarne la coesione, esprimendo nel contempo una provenienza marginale
. Da quando ero bicho (spagnolo per ‘insetto, animaletto’, qui ‘bambino’) volevo andar en la frecuencia (‘appartenere a una pandilla’, una banda giovanile, come le maras), avere il mio aka (abbreviazione dell’inglese also known as, ‘conosciuto anche come’, ossia ‘soprannome’) e andarmene a spasso nella mia cancha (dal quechua kancha, ‘recinto’, qui ‘territorio dominato da una mara’. La cancha è anche la curva negli stadi, la tifoseria più calda, il ring del pugilato o qualsiasi campo in cui si disputi una gara sportiva), guardando le michas (dallo spagnolo ‘gatte’, qui ‘donne’) e sfoggiando la mia bandana (invariato in italiano). È così che vedo il mondo.

Nell’adolescenza ho cominciato a fare la vida loca (dallo spagnolo, letteralmente ‘la vita pazza’: sono entrato in una mara). La prima cosa che feci fu di diventare manchado (dallo spagnolo ‘macchiato’, qui ‘marchiato, tatuato’), perché volevo che il mio corpo fosse la prova vivente delle mie azioni, delle mie storie con le donne e del mio orgoglio. Non ho avuto nessun problema a tatuarmi los tres puntos (i tre punti sulle nocche delle mani. I tre o i cinque punti indicano un legame con la galera o comunque con situazioni di sorveglianza: uno è chi la subisce, gli altri due o quattro chi la esercita). Poi sono entrato nella mara (la Salvatrucha [salva da El Salvador e trucha, ‘trota’, per la capacità di sgusciare via come un pesce dalle mani delle forze dell’ordine] o la Barrio 18 [dalla 18th street di Los Angeles in cui nacque la mara]). Non avevo lágrimas (piccoli tatuaggi a forma di lacrima, in ricordo di un compagno che è morto) sul viso, né tanto meno sugli zigomi (una lacrima per ogni omicidio). Enviar al otro barrio (‘spedire all’altro mondo’, ‘uccidere’) qualcuno è una decisione che si prendeva nella clica (cellula ristretta della mara, formata da due persone o poco più) cui appartenevo. È stato lì che ho ricevuto la solidarietà dei miei jomis (spanglish, ispanizzazione dell’aggettivo inglese homey, ‘familiare’, qui ‘membri della stessa pandilla’). Con loro stavo bene e ho capito che cosa volessero dire las letras (le sigle MS13 o B18, che indicano le due maras principali: Mara Salvatrucha13 e Barrio18). Poi sono arrivati il gane (dallo spagnolo per ‘guadagno’, qui ‘furto’) e la distribuzione della cachada (dallo spagnolo cachar, ‘fare a pezzi’, qui ‘vendita di merce rubata’).

Il caló delle maras, come mezzo di comunicazione, non è un’invenzione esclusiva di questi gruppi. La parola, di origine gitano-spagnola, è poi entrata nel lunfardo (il lunfardo, più che un gergo, è quasi una lingua, tuttora parlata abitualmente – non solo in ambienti marginali – a Buenos Aires e ricca di oltre 12000 voci: http://it.wikipedia.org/wiki/Lunfardo); dall’Argentina questa forma di comunicazione è poi passata in Perù, dove ha preso il nome di replana (nella variante dello spagnolo parlato in Perù, il termine significa appunto ‘gergo criminale’). In altri paesi ha nomi ancora diversi; si basa su associazioni di parole o giustapposizioni di immagini, e assume significati particolari a seconda dell’appartenenza a uno o a un altro gruppo di chi la usa.

Non è possibile essere amici degli jombois (spanglish, dall’inglese Usa homeboy, ‘amico fraterno’, come si chiamano tra di loro i membri della MS13) appartenenti ad altre maras. Chiaro, anche loro hanno brincado el Barrio (fanno parte di una banda giovanile: per l’origine dell’espressione, vedi la prima parte di questo reportage), ma per noi della MS quelli sono una cacocha (dal quechua kocha, ‘pozza di fango’ e, per traslato, ‘porcilaia’, termine dispregiativo per riferirsi a quelli della mara Barrio 18). Per reazione, quelli della B18 chiamano noi della MS pichonas (dallo spagnolo ‘piccioncine, colombelle’, vezzeggiativo usato nei confronti delle donne, qui ovviamente dispregiativo). Quando ne vedo uno, metto subito mano al mio boro o cuete (probabile corruzione dello spagnolo cohete, ‘razzo’, qui ‘pistola’): meglio tenersi pronti. Ma, anche se non ne vedo, ho sempre i miei fierros (‘ferri’, che in spagnolo indica qualsiasi tipo di arma) a portata di mano, nel caso ci sia qualche dubbio da risolvere. Non giro mai senza: lo dico de cora (abbreviazione dello spagnolo de corazón, ‘col cuore’). E siccome sono un chero (nello spagnolo parlato in Salvador e Honduras significa ‘amico, compare’), potete stare tranquilli: non sarò mai un volteado (un ‘voltagabbana’ che passa a un’altra pandilla) né, meno che mai, mi vedrete echar rata (‘fare il topo di fogna, la spia’).

Ormai avevo il mio pase (il ‘permesso’: appartenevo a una mara) e potevo partecipare alle pegadas (dallo spagnolo ‘botte, risse’: azioni contro un’altra pandilla). Per riuscirci ho dovuto sopportare 13 (il numero della Mara Salvatrucha) secondi di botte da tre persone. Uno contro tre, questa è la regola. Sono finito all’ospedale. Un rito brutale per essere accettato. Poi, quando sono stato dimesso e quando i miei compiti me lo permettevano, uscivo con qualche jainas (dal quechua wayna, da cui lo spagnolo guaina, ‘ragazza’, qui ‘ragazze della pandilla’) del barrio (che può essere anche solo un strada come tutto un quartiere). E per avere soldi da spendere con loro, mi mettevo a rentear (dallo spagnolo ‘riscuotere l’affitto’, qui ‘riscuotere una “tassa” in cambio di protezione’) facevo il camello (‘piccolo spacciatore di droga’) o vendevo piedra (‘cristalli di crack’). Ma non sono mai diventato un tatalaca (‘tossicodipendente’). Per questa ragione, oltre al fatto che ho sempre seguito le regole della mara, mi sono guadagnato il rispetto del Big Palabra (locuzione spanglish formata dall’inglese big, ‘grande’ e dallo spagnolo palabra, ‘parola’, sta per ‘dirigente’) che me lo ha dimostrato in vari mirines (spanglish, corruzione dell’inglese meeting, ‘riunione’). E quello che si dice nei mirines, nei mirines resta. Chi non riesce a capirlo si becca una luz verde (‘via libera’, cioè la clica [vedi in precedenza] è autorizzata a ucciderlo). Insomma, sono una persona di tutto rispetto. La paisada (donne e uomini estranei alla clica) non ignora come mi muovo. Mi temono: quello che dico e faccio è tenuto in gran conto. Sono sempre all’erta, per non dovere andar de guinda (‘scappare dalla polizia’; dallo spagnolo guinda, o guindilla, termine dispregiativo per definire i poliziotti).

Nel caló delle maras del Guatemala si usano molte espressioni, le più diverse, formate in genere con parole presenti nello spagnolo, il cui significato viene distorto o alterato. Alcune prendono piede e altre scompaiono. Questo fenomeno linguistico influisce sui giovani dei più vari ambienti, provocando la tendenza a imitarlo. Non bisogna però dimenticare il contesto di violenza, ogni giorno più complesso, in cui nascono e crescono le maras: gruppi che utilizzano la forza per attentare alla vita delle persone e raggiungere determinati scopi, con conseguenze ovviamente negative per chiunque abbia la sfortuna di entrarvi in contatto, uomo o donna che sia. Non è certo il caso di alimentare la violenza imitandone anche solo il modo di parlare.




Carlos Cáceres R. ccaceresr@prodigy.net.mx

Associazione SELVAS.org - Osservatorio Informativo Indipendente

Creative Commons License
This work is licensed under aCreative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.5 License.


In ottemperanza con la nuova legge sull'editoria italiana, si segnala che Selvas.org non è' un periodico. Qualunque testo vi appaia non ha alcun tipo di cadenza predeterminata nè predeterminabile. Non essendo una testata giornalistica, non esiste editore. Tutti i contenuti linkati sono a responsabilità e copyright dei siti collegati. I dati sensibili relativi alla legge sulla privacy sono tutelati in ottemperanza alla legge 675/96 e dal dpr 318/99. Il contenuto del sito può essere liberamente citato, linkato ed anche copiato (a patto si citi Selvas.org e l'Autore come fonte - vedi Creative Commons License).
Per qualunque altra informazione o richiesta particolare scrivere alla redazione.