Il treno della morte
di Carlos Cáceres R.
ccaceresr@prodigy.net.mx
Traduzione di Stefania Maria Ciminelli, revisione di Fiamma Lolli, coordinamento Daniela Cabrera Traduttori per la pace, www.traduttoriperlapace.org

Foto di Donna De Cesare©
Hanno l’ansia riflessa sul volto. Il treno non passa, e sono tre giorni che aspettano. Uomini e donne si raccolgono intorno a noi: mi accompagnano alcuni membri del gruppo Beta Tapachula per la protezione ai migranti, e di loro si fidano. Tutti raccontano una storia. Alcuni parlano della necessità di arrivare al nord. Altri esagerano le proprie avventure, e c’è immancabilmente chi inventa qualche frottola sul viaggio. Ma sono tutti d’accordo nel segnalare il fattore economico e le sue conseguenze di povertà come motivo principale per lasciare i propri affetti, attraversare il Messico e raggiungere l’eldorado degli Stati Uniti. Sudati, gli abiti malconci e uno zainetto che li identifica: sono emigranti centroamericani. Uomini, donne e ragazzi in attesa nella vecchia stazione di Tapachula, chiamata anche La Bombilla (La Lampadina), nessuno sa perché. La maggior parte di loro ascolta le raccomandazioni dei membri del gruppo Beta di non salire sul treno quando è in velocità, di legarsi se stanno sopra ai vagoni e di spostarsi in gruppo. Fanno tutti segno di sì con la testa, ma nessuno seguirà quei consigli. Qualsiasi inconveniente, dicono, sarà ricompensato dai primi verdes (dollari) che guadagneranno là, tra i gringo.
Nella pronuncia delle parole si riconoscono accenti di nazionalità diverse: soprattutto guatemaltechi, honduregni e salvadoregni. I posti di ristoro a lato dei binari vendono cibo a chi lo può pagare, sebbene visibilmente nessuno abbia soldi. Chi è senza documenti dorme sulle panchine o nelle case della zona che offrono stanze in affitto, in cui è possibile alloggiare tra grandi disagi. Alcuni sono un po' stonati: hanno bevuto, o preso qualcos'altro. Hanno tutti abbandonato la famiglia e gli amici con la speranza di una vita migliore. Molti di loro assicurano che uno zio, un cugino o un amico li andrà a prendere quando arriveranno alla frontiera nord del Messico. “Se tu sapessi brody mi dice un ragazzino, storpiando l’inglese brother, fratello quanti paisas mi hanno offerto aiuto”. Ma nei loro occhi si legge un’espressione perplessa quando affermano che amici e familiari gli hanno detto: “voi pensate al viaggio, che noi ci occuperemo del resto”. Perché tutti sanno di dover passare da soli, oppure con l'aiuto di un coyote, un trafficante di esseri umani. Un giovane comincia a canticchiare, improvvisando, “me voy al norte aunque se me deporte” (‘vado al nord anche se mi rimanderanno indietro’). Solo un uomo ammette di essere entrato una volta negli Stati Uniti ("ci abbiamo messo venticinque giorni ad arrivare"), dove ha lavorato due settimane e poi è stato preso in una retata. Gli altri ci provano per la seconda o terza volta, e i nuovi ascoltano le loro avventure. Tra la vegetazione si vedono ombre nascoste. Un giovane guatemalteco, nervoso, si fa coraggio per parlare del viaggio che l’aspetta; poi, presa confidenza, si decide a portare qui la moglie, nascosta su un albero. Uomini e donne parlano dei rischi del viaggio. Passare in Chiapas, dicono, non è stato un problema: per farlo, si può ottenere un permesso giornaliero, oppure si va a nuoto, su una lancia o tirati su vecchi pneumatici.
Quando il fiume non è profondo, lo si può guadare anche sulle spalle di qualche passatore. Attraversare il Suchiate non è difficile. Lo dimostra il contrabbando che si svolge sotto gli occhi di tutti, senza che le autorità facciano niente per fermarlo. È sulla sponda messicana che inizia davvero l'emigrazione; qui i controlli sono numerosi. Nel 2004 il Messico ha imposto il rimpatrio (prima il termine era “espulsione”), dopo averli fermati, a 93.667 guatemaltechi, 73.046 honduregni e 35.270 salvadoregni. Se non si viene fermati in questa prima fase, si devono percorrere più di quattromila chilometri per raggiungere il rio Bravo, superando i controlli migratori, ogni genere di assalti e il grave pericolo di cadere dal treno. Niente di tutto questo sembra avere importanza per loro. Neanche il fatto di essere rimasti senza soldi, estorti dalla polizia del proprio paese e da quella delle altre nazioni che hanno dovuto attraversare. Esiste una rete di corruzione che permette a molta gente di vivere degli emigranti. Ovunque, lungo il percorso, uomini, donne e giovani senza documenti affrontano un altro pericolo: quando il treno rallenta o si ferma, entrano in azione gruppi di delinquenti chiamati maras. Anche gli individui che ne fanno parte sono un prodotto della povertà, dell'instabilità politica e delle crisi socioeconomiche che vivono i paesi centroamericani, ma si sono organizzati in bande e il loro obiettivo è la violenza. Uccidere e rubare fa parte della loro quotidianità, così come consumare e trafficare droga. Sono armati e nelle stazioni, lungo i binari o sui treni attaccano, feriscono e ammazzano. Violentare e vendere le donne è una delle loro attività legate alla tratta di esseri umani. Una delinquenza particolarmente attiva lungo i corridoi migratori del Messico, soprattutto sui treni. All'inizio le maras erano formate da giovani salvadoregni provenienti o allontanati dagli Stati Uniti. Il nome deriva da marabunta, una specie migratoria di formiche estremamente aggressiva. Le bande chiamate Mara Salvatrucha, Mara 13 e Mara 18 non possono essere ignorate da chi ha in mano la responsabilità della sicurezza pubblica. Questi gruppi hanno esportato la violenza. Nel Salvador gli si attribuisce la responsabilità di cento morti al mese; secondo la stampa del Guatemala seminano il terrore in interi quartieri della capitale e nel comune di confine di Tecún Umán; in Honduras, hanno circa 36.000 membri. È mezzanotte del quarto giorno di attesa. Il rumore tra i dormienti cresce e la pioggerellina non impedisce di vedere la luce del convoglio. È un treno merci, senza orario né passeggeri.
Eccolo! Il grido corre di bocca in bocca mettendo tutti in movimento. Le ombre diventano esseri umani, più di trecento uomini e donne si lanciano verso il convoglio. Inciampano, si rialzano. Si sentono voci che chiamano amiche o amici. Gridano di fare in fretta. Le persone che già si trovano sul treno, provenienti da Ciudad Hidalgo, si tengono strette al loro posto. Non aiutano, ma non sono neanche ostili. Tra respiri affannosi e grandi sforzi, molti riescono a salire sui vagoni o si sistemano nello spazio tra un vagone e l’altro. Altri si afferrano al treno e si tengono a quello che possono. Quanti di loro arriveranno? È un dato che nessuno conosce. I controlli della polizia di migrazione messicana sono frequenti. Quando ce n’è uno, molti scendono precipitosamente dal treno per nascondersi e non essere arrestati. Quando il treno inizia il suo viaggio, a Tapachula si ripete la storia della stazione. Chi non è riuscito a salire aspetta il prossimo treno, che nessuno sa quando passerà. Se, dopo venti o venticinque giorni, dieci occupanti del treno arrivano al nord è tanto, affermano gli esperti. E dovranno ancora passare il confine. Lì li aspetta il muro de la tortilla, la barriera fisica che separa il Messico dagli Usa, dove le autorità migratorie statunitensi utilizzano tecniche molto sofisticate per fermare chi si addentra nel loro territorio senza documenti in regola. O la prospettiva di affrontare il deserto, con la probabilità, molto alta, di trovarci la morte. La necessità li può aiutare a tirare avanti e a trovare dall'altra parte migliori condizioni economiche. Perché, come diceva un giovane alla stazione di Tapachula: “Si sa che la fame cammina”. I passeggeri clandestini iniziano il viaggio senza ignorare l’incerta prospettiva del loro destino. Hanno un’espressione preoccupata sul volto, sanno che la strada è lunga e piena di pericoli. Quando il treno ha preso velocità, cadere può significare la morte o la perdita di un arto per il risucchio generato dalle ruote. Ricorda il salvadoregno Carlos Hernández Pineda, nell’ospizio “Jesús el Buen Pastor del Pobre y Migrante”, in funzione da vari anni a Tapachula: “Un gruppo di venti membri della Mara Salvatrucha è salito sul treno per assaltarci e siccome non volevo dargli i soldi mi hanno buttato giù. Ho perso tutte e due le gambe”. Il sogno di raggiungere gli Stati Uniti è rimasto sui binari e adesso Carlos aspetta di ricevere un aiuto per le protesi.
La signora Olga Sánchez Martínez è la direttrice di questo ospizio, che occupa un edificio molto modesto. Spende tutte le sue energie per aiutare chi è rimasto ferito durante il viaggio, sui binari o in qualsiasi altro posto. Chiede i soldi per strada e bussa a tutte le porte in cerca di aiuto. La sostiene la sua fede religiosa. Per questo Mario Hernández, honduregno, la stima così tanto. “Da quando ho avuto l’incidente” dice “non mi ha mai abbandonato. A Tapachula ho cercato di salire sul treno in velocità. Non sono riuscito ad afferrarmi, sono caduto e ho perso una gamba”. Anche Mayra Virginia Vanegas Funes è honduregna. È entrata in Messico da El Naranjo, nel dipartimento di Petén, Guatemala. È salita sul vagone di un treno e ha viaggiato per ventuno giorni. “A Tierra Blanca c’è stato un controllo. Mi sono buttata giù dal treno e cadendo mi sono rotta la gamba in due punti. Ero insieme a mia sorella, che ha continuato il viaggio. Non so più nulla di lei. Voglio tornare nel mio paese”. Nell’ospizio incontro una giovane. Si avvicina con cautela. Non ha paura, perché mi vede insieme ai membri del gruppo Beta. Inizia a parlare facendo alcune pause. “Ha delle amnesie” spiegano le compagne di stanza, e aggiungono: “I suoi parenti non sanno dove si trova”. Non ricorda neanche il suo nome. “Un gruppo di maras è salito sul treno” dice “e non so perché mi hanno presa a botte”. L’aiutante della signora Olga è Mercedes Serrano. Sempre gentile e sorridente. Accanto a lei, l’honduregno César Iván Cáceres ricorda con un certo risentimento i suoi compagni di viaggio. L’hanno lasciato ferito e solo. “Eravamo a Tenosique, nello stato di Tabasco” spiega “quando ho cercato di afferrare la scaletta del treno. Sono scivolato e ho perso una gamba”. Anche Guillermo Benítez Miranda è honduregno. Con calma racconta: “Quando il treno stava per arrivare a Mapastepec, mi ha colpito il ramo di un albero. Cadendo, le ruote mi hanno portato via un braccio. Che cosa mi è successo, sono state le uniche parole che sono riuscito a pronunciare. Oggi aspetto una protesi”. Per le persone nell’ospizio è difficile fare ritorno a casa e affrontare il fatto di non essere riuscite ad arrivare.
Come per Ena Alicia Luna Flores, anche lei honduregna. C’è tristezza nei suoi occhi quando inizia a parlare: “Lavoravo in una fabbrica, ma guadagnavo pochissimo e ho due figli da mantenere. Loro sono rimasti con i nonni. Sono arrivata alla frontiera insieme a un amico e a un’amica e ho attraversato il Suchiate su una zattera. A Tapachula siamo saliti sul treno. È stato difficile, ma ci siamo riusciti. Però a Huixtla sono caduta dal treno e ho perso tutti e due i piedi”. La migrazione illegale centroamericana in Messico non si fermerà a breve. Tra le sue cause ci sono la miseria, la povertà e la discriminazione. Chi non è riuscito a raggiungere gli Stati Uniti ci riproverà o tornerà ancora più povero nella sua terra, con un carico di problemi psicologici. Si tratta di esseri umani in cerca di migliori prospettive di vita in un altro paese, perché nel loro gli sono state negate.
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