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Dossier Venezuela -
Parte 2


Nuova campagna mediatica contro il Venezuela
Il gregge perplesso addomesticato dai media

Le opinioni di Marta Harnecker - per i lettori di Selvas.org con il consenso dell'autrice

Traduzione di Cecilia Silveri, revisione di Daniela Cabrera - di Traduttori per la Pace


Il presidente Chavez parla ai suoi sostenitori al termine di una marcia.


Le foto di questo dossier sono di Andrea Di Martino, fotoreporter che da alcuni anni si occupa di America Latina.
Può essere raggiunto tramite mail all'indirizzo dimartino@erewhon.it Nel corso degli ultimi mesi ha lavorato in Venezuela, dove ha realizzato alcuni reportage visibili sul suo sito web, http://www.erewhon.it/adm/index_venezuela.htm


14 marzo 2004


1.
In un articolo del 24 febbraio (1) ho scritto che l’opposizione venezuelana si preparava a “non riconoscere l’arbitro e a creare una situazione di caos nel paese”. Tre giorni dopo, le forze anti-Chávez hanno realizzato una marcia per cercare di avvicinarsi al luogo dove si stava riunendo il Gruppo dei 15 (2) , sapendo che era espressamente vietato. La polizia li ha fermati, ma alcuni piccoli gruppi di esaltati hanno iniziato a dar fuoco alle auto e a provocare le forze dell’ordine. La giornata si è conclusa con 2 morti e 21 feriti.

2.
Il giorno seguente, la stampa nazionale ed internazionale, in una campagna organizzata, aprono le prime pagine con grandi titoli dando la colpa di quello che è successo al governo e alla polizia. L’opposizione non portò a termine una grande mobilitazione come sperava, ma riuscì comunque a mostrare le immagini di caos e violenza di cui aveva bisogno per alimentare questa campagna.

3.
I focolai di violenza durano altri cinque giorni. Il fumo delle auto bruciate e dei lacrimogeni invade le eleganti case del quartiere est di Caracas.


I rappresentanti della Coordinadora Democratica, coalizione dei partiti dell'opposizione che chiede la convocazione del referendum, in piedi mentre suonano le note dell'inno nazionale.

Il consiglio nazionale elettorale ancora in attesa

4. In tutta questa situazione, la sera del 2 marzo, Carrasquero, presidente del CNE (arbitro elettorale venezuelano), rivela che l’opposizione può contare solo su 1 milione 832 mila 493 firme sicure delle 2 milioni 452 mila 179 necessarie e che 816 mila 017 devono essere sottoposte a revisione in conformità con il regolamento, in quanto esistono dubbi circa l’autenticità di alcune firme tali da poter richiedere la perizia calligrafica. Questo vuol dire che l’opposizione deve fare in modo che 619 mila 686 persone si ripresentino in uno dei 2600 banchetti spersi nel paese, per confermare la propria firma.

5.
Poco tempo dopo gli osservatori della OSA e del Centro Carter si pronunciano su quanto stabilito dal CNE e sulla situazione del paese.

6. Secondo loro il processo di raccolta delle firme ha avuto sufficienti meccanismi di controllo quali: 1) l’uso di carta di sicurezza nei moduli; 2) l’uso dei numeri di pagina seriali dei moduli negli atti; 3) l’identificazione completa del cittadino attraverso la richiesta della firma e dell’impronta digitale; 4) la verifica fisica dei moduli, compreso il nome dei cittadini con i dati della lista elettorale permanente; 5) l’esame degli atti per verificare che i moduli fossero debitamente relazionati; ed infine, 6) la presenza di testimoni di ambo le parti e di personale addestrato e nominato dal CNE.

7.
Riconoscono inoltre la buona volontà del CNE ad avere accolto le loro raccomandazioni e manifestano il loro appoggio agli “sforzi del potere elettorale per cercare garanzie necessarie per i cittadini” che vogliono andare a rivedere le proprie firme, “esortandoli a continuare in questa direzione”.

8.
Allo stesso tempo, tuttavia, vogliono rendere pubblico il loro disaccordo riguardo la decisione dell’ente arbitrale di sottoporre a revisione i moduli “dubbi”, vale a dire quelli in cui tutti i dati sono stati scritti dalla stessa mano. Danno come motivazione quello che hanno visto tra i banchetti durante la raccolta delle firme. Ricordano di aver assistito a casi in cui le persone dietro il banchetto si offrivano di scrivere i dati del cittadino che poi apportava la firma e l’impronta.

9. Considerano, pertanto, che bisogna “partire dalla buona fede del cittadino come principio universale” e che, quindi, non si devono mettere in discussione tutte queste firme come ha fatto l’ente elettorale, ma solo quelle in cui qualcuno ne richieda espressamente l’esclusione.



Un gruppo di simpatizzanti chavisti di ogni età durante una marcia.


10.
Ciò che questi osservatori internazionali non sanno, perché non è stato reso pubblico, è che la sesta condizione e uno degli elementi chiave per garantire la volontà dei firmatari – la presenza di testimoni di ambo le parti durante tutto il processo di raccolta delle firme – non venne totalmente realizzato, sia per l’inesperienza dei testimoni chavisti che non sono stati sufficientemente vigili delle manovre fraudolente dell’opposizione, sia per l’assenza frequente di testimoni a favore del processo nei percorsi che facevano i moduli itineranti, ossia quelli che uscivano fuori dall’area in cui erano istallati i banchetti per fare un giro nel quartiere a raccogliere firme.

11.
Sarebbe stato molto più facile spiegare perché si dubiti dei moduli cosiddetti “dubbi” se, una volta terminata la raccolta delle firme, il Comando Ayacucho, responsabile politico del processo a favore di Chavéz, avesse riconosciuto tali irregolarità.

12. L’assenza o l’incompetenza dei testimoni chavisti, la possibilità che l’opposizione avesse mantenuto in suo potere i moduli per circa un mese e la tradizione fraudolenta dei partiti tradizionali le cui dimensioni raramente sono state viste nella storia di altri paesi, rendono assolutamente comprensibile e auspicabile che vengano revisionate tutte queste firme.

13.
Nel prendere questa decisione il CNE non sta dubitando della “buona fede” dei firmatari, ma della buona fede degli operatori politici dell’opposizione abituati da anni a “fabbricare consensi”.

14.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che non prendere in considerazione questi elementi e rivelare il loro dissenso con le recenti decisioni del CNE di sottoporre a revisione i moduli “dubbi”, la OSA ed il Centro Carter hanno dato elementi all’opposizione per ignorare il CNE e continuare a porre ostacoli al processo di verifica delle firme.

15.
Bisognerebbe chiedersi perché l’opposizione ponga tanti problemi per arrivare ad una ratificazione delle firme dei moduli “dubbi” se ha più volte detto di avere oltre tre milioni di firme. L’unica spiegazione plausibile è che non abbia il numero necessario di firme.

16. Attualmente il CNE è incastrato perché le parti non si sono ancora accordate su come realizzare il processo di revisione delle firme. D’altro canto, incoraggiato da tali dichiarazioni, un settore dell’opposizione sta cercando di far pronunciare direttamente la Corte Suprema, la massima istanza in questo ambito, contro la decisione del CNE e di dichiarare valide le firme sui moduli “dubbi”. Se questo dovesse succedere l’opposizione contrasterebbe con le firme necessarie per andare al referendum revocatorio contro il Presidente della Repubblica.

17.
C’è chi sostiene che il modo migliore per uscire dall’attuale empasse che vive il paese è che Chavéz accetti la sfida di misurarsi alle urne. Sebbene tutto faccia pensare che uscirebbe vincitore dalle elezioni, il problema è che nessuno può assicurare che un’opposizione, che senza scrupoli passa sopra le regole del gioco istituzionale quando conviene ai suoi interessi, accetti il verdetto del popolo nel referendum se questo si mostra favorevole all’attuale mandatario.


Una sostenitrice dell'opposizione chiede libertà.

La violenza si ritorce contro l’opposizione

18. Negative rispetto al processo revocatorio, le dichiarazioni degli osservatori della OSA e del Centro Carter furono molto positive, in quanto condannarono la violenza scoppiata in Venezuela e giustificarono la partecipazione della polizia nel mantenimento dell’ordine pubblico.

19. Jennifer McCoy, rappresentante del Centro Carter, rifiutò “qualsiasi soluzione violenta” e fece un appello “ai cittadini, ai mezzi di comunicazione, alle forze dell’ordine per evitare la violenza e proteggere tutti i venezuelani”. Fernando Jaramillo, osservatore della OSA, da parte sua, a tal proposito disse espressamente: “i membri della polizia stanno ricevendo ordini e compiendo una missione, […] è difficile pensare che la polizia o le forze armate non possano combattere l’anarchia in un paese, e anche per questo facciamo un appello a tutti i cittadini che, con tutto il rispetto per il loro diritto a protestare, consacrato nella Costituzione della Repubblica bolivariana in Venezuela, l’importante è che lo facciano in modo pacifico”.

20.
La strategia dell’opposizione di provocare focolai di violenza, per amplificare e diffondere un’immagine di caos ed ingovernabilità nel paese che prepari il paese ad una potenziale ingerenza straniera, subisce così un duro colpo.

21.
Tuttavia, non sono solo gli osservatori a rifiutare la violenza, ma anche gli abitanti dei quartieri dabbene, perché sono proprio i loro spazi a subirne le conseguenze. Auto incendiate, semafori e segnali stradali distrutti, alberi tagliati e spazzatura per le strade per bruciarli e fare barricate, i gas lacrimogeni, tutto ciò produce un ambiente di guerra e devastazione. Costerà centinaia di milioni di bolivar riparare i danni provocati dai “gruppetti incendiari” aizzati da sindaci e leader politici dell’opposizione. Da alcuni sondaggi realizzati in seguito a fatti di violenza emerge che oltre l’80% della popolazione della capitale rifiuta questo tipo di scontri . (3)


Una ragazza mentre si trucca con i colori della bandiera venezuelana.

I diritti umani nel centro della nuova campagna mediatica

22. Di fronte all’ovvio fallimento nell’intento di guadagnare forze interne per il suo progetto violento, il comando politico dell’opposizione decide di dare una virata alla campagna: evitare atti di violenza, manifestare pacificamente nelle strade e iniziare una nuova offensiva mediatica.

23. Utilizzando le immagini delle vittime della violenza che loro stessi scatenarono, ovviamente avvenuti in luoghi dove c’erano delle telecamere, si costruisce una campagna mondiale ben orchestrata contro l’attuale governo venezuelano – uno dei governi più democratici e meno repressivi del mondo – accusandolo di violare i diritti umani.

24.
Il 4 marzo, la rinuncia alla carica di Milos Alcalay, ambasciatore dell’ONU (4) , accusando le autorità venezuelane di abuso dei diritti umani, servirà ad alimentare questa campagna.

25. L’immagine filmata dal canale televisivo Globovisión il primo giorno di manifestazioni violente, il 27 febbraio, di una giovane donna bloccata al suolo dalla polizia dopo aver marciato disarmata ma con passo deciso verso le prime linee di difesa delle forze dell’ordine, calza a pennello per questi obiettivi.

26. Quello che i media non dicono è che la giovane donna è una karateca – basta guardare con attenzione il modo di camminare e di cadere al suolo per rendersi conto del suo addestramento alle arti marziali – che aveva ricevuto istruzioni di avanzare e provocare la polizia. Perché Globovisión si trovava proprio lì in quel momento? Perché trasmette l’immagine tagliando la parte in cui la donna insulta e sputa in faccia ai militari? Perché non dice che chi ha risposto alle sue provocazioni erano donne inesperte in uniforme che hanno commesso l’errore di non controllarsi di fronte a una simile provocazione?

27. Perché non dicono che uno dei morti è caduto vittima degli spari di un’arma fatta in casa (la cosiddetta metra) usata dai provocatori assoldati da quella che si è autoproclamata “opposizione democratica”?

28. Perché non dicono che sei poliziotti sono stati feriti dai proiettili, uno al viso, un altro alle gambe, nell’intento di mantenere l’ordine in Venezuela?

29. Perché si accusa il governo per la detenzione di alcuni attivisti politici e non si dice che Carlos Melo, dirigente del partito Causa R, finì in carcere per possesso di due fucili automatici leggeri, conosciuti come FAL, un’arma da guerra di uso esclusivamente militare abbandonata dagli eserciti del mondo civilizzato perché un proiettile di quel calibro è capace di spaccare in due una persona?

30. Perché non si dice che tramite la tecnica del ATD sono state ritrovate tracce di polvere sulle mani di due poliziotti di Baruta (polizia municipale di un sindaco oppositore del governo di Chávez), dimostrando in questo modo che quelli che stavano manipolando le armi contro i manifestanti erano membri di questo corpo di polizia e non della Guardia Nazionale?

31. Perché non vengono trasmesse le immagini dell’irruzione in una casa privata dove sono state ritrovate alcune uniformi militari e diverse armi?

32. Perché non vengono trasmesse le immagini dell’evidente brutalità con la quale i provocatori assoldati – come hanno testimoniato vari detenuti – distrussero le sedi del Movimiento Quinta República e del Comando Ayacucho, situate rispettivamente in Avenida Liberador e Los Caobos?

33. Come possono giustificare che lo stesso sindaco anti-Chávez di Chacao, municipio residenziale di Caracas, sia apparso mentre lanciava pietre in Avenida Libertador e caricava un’arma da 9mm in una marcia pacifica, quando è proibito a livello nazionale ed internazionale assistere alle marce impugnando armi da fuoco? Come si spiega che questa persona non abbia preso le misure necessarie per impedire che la simbolica piazza Altamira – piazza nella quale si riunisce l’opposizione – fosse rasa al suolo e venissero distrutti cartelli, semafori, inferriate e recinzioni?

34.
Perché la stampa non ha fatto eco alle dichiarazioni di Chávez e degli altri membri del suo governo in cui hanno manifestato la loro disposizione a investigare su qualsiasi abuso da parte delle forze dell’ordine contro i manifestanti?

35.
Perché non è stato sottolineato che il Presidente della Repubblica e il Ministro delle Comunicazioni hanno considerato molto positivamente l’importante mobilitazione pacifica realizzata dalla destra venerdì 5 marzo, dove sia la Polizia Metropolitana che la Guardia Nazionale sono rimasti ai propri posti senza dover intervenire?

36.
La comunità internazionale dovrebbe rispondere a queste domande prima di pronunciarsi sulla situazione dei diritti umani in Venezuela. È desolante come questa campagna stia prendendo piede in molti paesi. A nostro avviso, ciò riflette lo scarso distaccamento critico che personaggi politici e personalità del mondo hanno nei confronti delle informazioni diffuse dalla stampa. È difficile immaginare che molti di quelli sono passati così facilmente a far parte del “gregge perplesso” addomesticato dai media di cui parla Chomsky in uno dei suoi libri.

(torna al sommario)


Note

1 Venezuela: l’opposizione si prepara a non riconoscere l’arbitro e a creare una situazione di caos, www.rebelion.org/harnecker.htm, 24 febbraio 2004; traduzione italiana www.selvas.org.
2 Questo gruppo riunisce 19 Paesi del Sud
3 Il sondaggio venne realizzato dal North American Opinion Research, INC. Flash Gran Caracas, 1-2 marzo 2004. L’89% degli intervistati non vuole che siano bloccate le vie di comunicazione nel luogo di residenza. Il 59% è d’accordo sull’uso delle Forze Armate..
4 Milos Alcalay appoggiò i golpisti l’11 e il 12 aprile 2002 e solo grazie alla benevolenza di Chávez ha mantenuto il suo incarico.


Profilo dell'Autrice
Dopo la laurea in Psicologia all'Universidad Católica de Chile, nel 1962, viaggia in Francia. In quell'epoca di effervescenza politica e culturale ha studiato con Louis Althusser, uno dei principali teorici del marxismo. Più avanti, nel 1969, il suo libro "I concetti elementari del materialismo storico" diventa un emblema per migliaia di latinoamericani.

Oggi Marta Harnecker dirige il Centro di ricerca Memoria Popolare Latinoamericana (MEPLA) con sede a l'Havana, Cuba, dove risiede dal golpe militare cileno.
Osservatrice dei processi di trasformazione sociale, ha divulgato opere e saggi sulle diverse esperienze in America Latina. Negli ultimi tempi si è dedicata all'analisi della cosiddetta "rivoluzione bolivariana".

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Luego de graduarse de Licenciada en Psicología en la Universidad Católica de Chile, en 1962, Marta Hacnecker se dirigió a Francia. En esa época de efervescencia política y cultural, estudió con Louis Althusser, uno de los principales teóricos del marxismo. Más adelante, en 1969, su libro "Los conceptos elementales del materialismo histórico", se convirtió en un emblema para miles de latinoamericanos.

Hoy, Marta Harnecker dirige el centro de investigaciones Memoria Popular Latinoamericana (MEPLA), con sede en La Habana, Cuba, donde reside desde el golpe militar chileno. Observadora de los procesos de transformación social, ha divulgado trabajos y ensayos sobre distintas experiencias en América Latina. En los últimos tiempos, se ha dedicado al análisis de la llamada "revolución bolivariana".

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