"Il
giornalista deve, sopra ogni cosa, essere vincolato ai principi
dell’etica, della verità e della dignità e ciò
è incompatibile con la neutralità che, per lo più,
non è mai esistita in alcun comunicatore, al di là di
tutte le preghiere sull’obiettività", ci dice Tito Tricot.
Un’intervista con il redattore della emblematica - e storica - rivista
cilena Punto Final.
Intervista a Tito Tricot
"La lotta del popolo Mapuche"... 10 anni di reportage sulla Rivista cilena Punto Final
di Pedro CAYUQUEO - AZKINTUWE
Traduzione di Sonia Chialastri e revisione di Daniela Cabrera dei Traduttori per la Pace
Le Traduzioni per Selvas.org sono un progetto dei Traduttori per la Pace, coordinato da Daniela Cabrera.

VALPARAÍSO /
Una selezione di articoli pubblicati su Punto Final negli ultimi 10
anni sono raccolti nel libro "La Lotta del popolo Mapuche", del
sociologo e giornalista, Tito Tricot. Sotto il nome di Mauricio
Buendía, Tricot ha scritto - e scrive – per la rivista Punto
Final una serie di validi articoli e reportage sul popolo mapuche nella
zona sud del Cile, raccontando dalle pagine dello storico quindicinale
di sinistra conflitti territoriali e processi dell’organizzazione
mapuche in zone tanto dissimili come Alto Bio-Bio, Tirúa,
Cuyinko, Temulemu, Collipulli, Lican-Ray, Lumako e Temuco. Pieni di
grande qualità letteraria, i testi di Buendía raccontano
la lotta per la terra, i sogni e le aspirazioni dei mapuche che
s’infrangono contro la violenza dello stato e la voracità delle
imprese multinazionali che hanno trasformato il Wallmapu in fonte delle
loro ricchezze e privilegi. Per conoscere le motivazioni dietro tale
pubblicazione e analizzare lo sviluppo del movimento mapuche, Azkintuwe
ha incontrato Tricot/Buendía, un testimone senza alcun dubbio
privilegiato dell’ultima decade di lotta del nostro popolo a Gulumapu.
- Tito, una piccola biografia in guisa di presentazione per i nostri lettori.
- Umano per nascita, sociologo di professione e giornalista di cuore.
Forse è per questo che, da che ho memoria, scrivo e così,
ad un certo punto, è nato Mauricio Buendía per offrire la
sua penna al popolo mapuche. Forse non sempre nella maniera migliore,
sicuramente non riflettendo perfettamente la complessità della
lotta mapuche, ma con l’impegno della verità e il rispetto per
tutti quelli che si affannano per la loro liberazione in qualsiasi
parte del mondo. Come Mauricio, che combatté contro la dittatura
e morì prima di conoscere la democrazia. Era un compagno, un
fratello che a suo modo e a suo tempo diede un piccolo contributo nella
lotta contro la dittatura e, per la stessa ragione, mi è parso
più che giusto che il suo nome fosse associato dal destino alla
lotta del popolo mapuche. E Buendía, perché il
leggendario personaggio di Cent’anni di solitudine, il colonnello
Aureliano Buendía, diede vita a 32 insurrezioni armate e le
perse tutte. E qualcosa di questo c’è nella mia generazione: la
perdita, il dolore, l’impotenza e l’ira, ma anche la decisione di
proseguire nella ricerca delle vie che ci conducono alla vera
democrazia e a riparare i sogni spezzati dal golpe militare. Nessuno
sa, come dicono gli zapatisti, qual è la velocità di un
sogno, pero sappiamo sì che senza questi sogni non vale la pena
vivere.

Foto storiche di popolazione Auracana - di Gustavo Milet
- Tito/Mauricio, che cosa ti ha portato a pubblicare questa raccolta di articoli? Perché ora e non prima?
-
A volte, per vari motivi, le cose non vanno come uno desidera. Come il
progetto di pubblicare questo libro che, originariamente, era stato
concepito per la fine del 2004. Più concretamente, l’idea era di
pubblicarlo a dicembre di quell’anno come un gesto simbolico di
riconoscimento a quei mapuche che si sono ribellati contro gli spagnoli
nella battaglia di Curalaba nel dicembre 1598, dando inizio ad una
delle maggiori insurrezioni mapuche che, concretamente, frenò
l’espansione ispanica verso il sud del territorio del Cile. Curalaba si
trova sulla riva del fiume Lumako, quindi, è interessante che la
nuova tappa della lotta del movimento mapuche cominciasse proprio in
quella zona. Gli eventi di Lumako, accaduti nell’ottobre del 1997,
mentre si recuperano terre e si bruciano camion di una impresa
forestale, è stato un modo di dire: basta, basta alla
spoliazione delle nostre risorse, all’usurpazione delle nostre terre e
al calpestare i nostri diritti come popolo. Così come a
Curalaba, il mapuche si sollevava contro un invasore di segno diverso,
ma d’identica crudeltà culturale. D’altra parte, sembrava
necessaria una certa distanza e un certo tempo perché potessero
decantare e chiarirsi alcuni processi che si verificavano in seno al
movimento mapuche nel confronto con lo stato cileno, prima di
cristallizzare un progetto che, precisamente, pretendeva di rendere
conto di tali processi. Quindi, alla fine, non c’è mai un
momento perfetto; potrebbe essere stato prima o dopo, però
ciò che realmente conta è che il libro sia fatto con
rispetto, serietà e responsabilità. È una
selezione di articoli e, perciò, non sono presenti né
tutti i dirigenti né tutte le comunità, né tutte
le organizzazioni né tutti i conflitti –inevitabile quando si
tratta di scegliere solo alcuni testi – ma si è cercato, per
quanto possibile, di riflettere l’essenza e il carattere della lotta
del popolo mapuche per i suoi diritti culturali, territoriali e
politici.
- Ci racconti qual è stato il tuo primo impegno con il tema mapuche?
-
Parte della mia famiglia è del sud, della zona di Arauco, e mi
hanno sempre incuriosito le storie di quelle parti che venivano
raccontate. Era un mondo diverso ed enigmatico per un bambino che
sognava boschi e fiumi di menta. Quei racconti non necessariamente
avevano legami con il mondo indigeno, più con la campagna,
piuttosto, con la stazione ferroviaria di Hualqui, con una nonna
misteriosa dal nome di uccello. Infine, con un universo meraviglioso
oltre la città. Ma non molto tempo dopo scoprii di colpo l’odore
dell’araucaria nell’angoscia dell’esilio; lo strazio della distanza ci
ha avvicinato alla nostra terra e, sicuramente, al popolo mapuche.
Allora, ci afferriamo a frammenti di Cile, a scampoli di memoria, a
laghi azzurri e a cordigliere magnifiche che forse mai arriveremo a
conoscere, ma che abbiamo fatto nostre, quasi con disperazione, allo
stesso modo in cui il popolo mapuche lottó da sempre per la sua
terra e la sua libertà.
- Da dove proviene l’interesse di scrivere della lotta del nostro popolo sulle pagine di Punto Final?
-
Punto Final è sempre stato sensibile al tema delle popolazioni
originarie, ma ad un certo momento abbiamo sentito che era necessario
accostarsi al tema indigeno in maniera più sistematica e cercare
di raccontare la lotta del popolo mapuche dal loro territorio, dalla
comunità e, cosa più importante, tramite la parola e
l’azione dei suoi stessi protagonisti. Per molto tempo il cileno si
è sentito in diritto di parlare del mapuche, interpretarlo,
manipolarlo, tergiversarlo e, di conseguenza, dominarlo. Questa
abitudine etnocentrica e chiaramente discriminatoria si rifletteva nei
mezzi di comunicazione e nel modo che avevano di trattare il tema
indigeno, ossia ignorandolo, riducendolo a folclore e, nel caso
concreto della lotta di rivendicazione mapuche, satanizzandola. Allora,
ci interessava fare un giornalismo impegnato che concedesse un giusto
spazio alla lotta giusta del popolo mapuche. Per questo era
necessario essere dove erano i mapuche: nella città, nella
campagna, in montagna, nella vallata, sulla costa. Era indispensabile
viaggiare al sud, conoscere e riconoscere, perché non si
può fare un reportage da un ufficio o a distanza, specialmente
in questo caso dove esistono elementi culturali e storici che possono
essere identificati e compresi solo sul posto. Inoltre, tra la sinistra
cilena esisteva un certo paternalismo per quanto riguardava il tema
indigeno e ciò, insieme ad una lettura sovraideologizzata della
problematica mapuche, ha portato ad analisi e pratiche che, nei fatti e
al di là delle buone intenzioni, negavano al mapuche il suo
ruolo di soggetto storico. Allora, anche la rivista ha cercato di
avvicinarsi al tema in maniera diversa, rispettando, non solo la
diversità culturale, ma soprattutto, l’inalienabile diritto del
popolo mapuche ad essere agente e protagonista del suo stesso destino.

Foto di Tito Tricot, sociologo e giornalista alias Mauricio Buendia. I
testi di Buendía raccontano la lotta per la terra, i sogni e le
aspirazioni dei mapuche che si infrangono contro la violenza dello
stato.
- Raccontaci del tuo primo reportage...
-
Venne fuori da una breve permanenza in una comunità di Llamuco,
vicino a Temuko, dove rimasi un paio di giorni. Lì, sotto una
torrenziale pioggia primaverile, seppi della storia, delle angosce e
della brutale incertezza di una famiglia mapuche, ma anche della loro
immensa dignità davanti alle avversità. E, chiaro, della
loro ancestrale umanità, perché a prescindere dalla
povertà non esitarono un momento a condividere il focolare, il
mate, le sopaipillas (fritelle tipiche del sud del Cile) e il
brodo caldo che bruciava la gola, ma soprattutto l’anima. È che
uno non poteva fare a meno di infuriarsi di fronte all’ingiustizia
commessa contro quel popolo antico che dalla nobiltà della sua
ruka (casa) diceva: qui sono, non sono riusciti a distruggermi
nonostante tutto. È di questo che parla il primo reportage,
degli sforzi realizzati da un gruppo di giovani mapuche della
città di Temuko per preservare e diffondere la loro cultura,
principalmente attraverso il lavoro della comunicazione radiofonica. In
quegli anni cercavano di creare e sviluppare una comunità urbana
e, inoltre, di realizzare un interessante lavoro di riscatto,
rafforzamento e sviluppo dell’identità e della cultura mapuche
tramite la Corporación de Comunicaciones y Desarrollo Mapuche
Xeg-Xeg. Anch’essi dicevano: qui siamo, non siamo spariti e, ancor
più, sappiano che continueremo a lottare per i nostri diritti
come popolo. Questo accadde prima che il tema mapuche cominciasse a
diventare fenomeno di massa, a partire dal 1997, prodotto della
lotta del movimento mapuche per il recupero delle loro terre usurpate.
Il grande salto nazionalista
-
Tu sei stato testimone privilegiato della crescita della lotta mapuche
negli ultimi 10 anni. Nell’introduzione del libro ci racconti dei
cambiamenti nei discorsi e delle nuove costruzioni politiche che i
mapuche hanno dovuto esplorare per far fronte allo stato cileno e alle
multinazionali. Qual è la tua opinione su questa evoluzione del
discorso e dell’agire politico mapuche? Quali segnali a tuo giudizio
hanno generato questi cambiamenti?
- È indubbio
che si è verificato un cambiamento paradigmatico all’interno del
movimento mapuche che, per lo più, non deve sorprendere nessuno,
tali cambiamenti qualitativi costituiscono un continuum storico,
giacchè, soprattutto le diverse organizzazioni, ma anche il
movimento mapuche in generale, ha sempre cercato nuove forme per
affrontare il tema della relazione popolo mapuche – stato cileno. I
nostri antenati hanno coniugato distinte forme di lotta nella guerra
contro il conquistatore ispanico: organizzarono la resistenza militare,
ma ricorsero anche all’alta politica – nello specifico ambito di
parlamenti – per dare forza alla loro causa di liberazione. Agli albori
del XX secolo organizzazioni e dirigenti mapuche cercarono di
ingegnarsi di fronte ai cambiamenti all’interno del sistema
istituzionale cileno e, durante la dittatura, si organizzarono in
centri culturali per combattere contro di essa e difendere la loro
terra e la loro cultura. Però, è evidente che il
grande salto dalle rivendicazioni di stampo economico o culturale a
quelle di carattere nazionalista, si determina a partire dalla decade
degli anni novanta. Dato che non si tratta solo della lotta per la
terra o per l’identità e la cultura mapuche, ma anche per i
diritti territoriali, per l’autonomia. In definitiva, per il diritto
alla autodeterminazione. Credo che il grande merito del movimento
mapuche attuale sia stato di aver trasceso i confini limitati delle
richieste della terra - proprie della visione contadine di molte
organizzazioni mapuche e non mapuche - e aver elaborato, assunto e
sviluppato un incipiente progetto autonomista. Due decadi fa nessuno, o
pochissimi, parlavano dei diritti dei popoli indigeni, della libera
determinazione, dell’autonomia, del territorio mapuche. A pochi
interessava del popolo mapuche, però tutto ciò è
cambiato frutto dell’organizzazione, mobilitazione e intelligenza di
questo popolo emarginato e impoverito che seppe, da quella stessa
marginalizzazione e povertà, trovare la parola e l’azione per
cambiare la sua realtà senza chiedere permesso a nessuno. La
commemorazione dei 500 anni dell’occupazione dell’America e del
recupero di terre portato a termine nel sud del paese in quell’epoca
furono, senza dubbio, un momento importante nel processo di ricerca di
nuove forme di organizzazione e mobilitazione mapuche. Tuttavia, dal
punto di vista politico, sembra chiaro che Lumako segna un prima e un
dopo nella lotta del popolo mapuche. Nel recupero dei territori a
Pichilinkoyan e Pililmapu, con la partecipazione e la mobilitazione di
tutta la comunità, il controllo territoriale incipiente e
l’autodifesa, si cristallizza nella pratica e simbolicamente, con il
nuovo movimento mapuche. Da lì in avanti niente sarà
più lo stesso.
-
Mi sembra importante ciò che segnali, questo salto qualitativo
del discorso delle nostre organizzazioni. E lo dico perché sono
convinto che uno dei principali progressi del movimento negli ultimi
anni è stato costruire questo immaginario di nazione, che verso
gli anni ottanta o novanta, esisteva ma in misura molto limitata. Vale
a dire, esisteva e credo che sia esistita da sempre una nazione
culturale mapuche, però è innegabile che il transito del
nostro popolo verso stadi superiori di autoaffermazione della propria
identità nazionale, ti parlo di una nazione politica, è
un processo che credo si sia messo in marcia negli ultimi cinque anni...
-
Senza dubbio un contributo fondamentale al dibattito politico, non solo
all’interno del movimento mapuche, ma anche nel paese, è stato
l’aver incorporato concetti come popolo originario, territorio,
popolo-nazione, autodeterminazione, diritti indigeni, nazione mapuche.
Ossia, l’evoluzione nel discorso mapuche dalla centralità della
componente “identità culturale” verso una componente
nazionalista. Tale processo è stato associato a pratiche
politiche qualitativamente distinte: la mobilitazione comunitaria, il
controllo territoriale, l’autodifesa, il confronto diretto con lo stato
e con le imprese multinazionali. Tutto ciò acquista maggiore
rilevanza attualmente, quando lo stato cileno si appresta a celebrare
il bicentenario della sua indipendenza che, nei fatti, si riduce ad un
consolidamento della visione di un paese uniculturale e uninazionale.
Il Cile per i cileni.
Allora, l’idea di una nazione mapuche, non
solo è ignorata nel discorso ufficiale, ma comincia ad essere
vista come un attentato alle basi costituenti dello Stato-Nazione.
L’autoaffermazione della nazionalità cilena si oppone e
contraddice l’autoaffermazione mapuche, pertanto gli anni a venire
saranno dominati dalla campagna pubblicitaria del bicentenario, che
costituirà un periodo complicato per il movimento mapuche.
Ciò, indipendentemente dal fatto che il governo arrivi ad un
certo punto a ratificare la Convenzione 169 della Organizzazione
Internazionale del Lavoro, OIL, perché sebbene sia chiaro che
questo sia uno strumento giuridico progressista nell’ambito dei diritti
indigeni, non è meno certo che limiti tali diritti nell’ambito
dello stato nazionale esistente. In altre parole: ti concediamo
determinati diritti, pero non dimenticare mai che questo è il
nostro paese. Ancora una volta, il Cile per i cileni.
-
Negli anni novanta, lo scenario del conflitto tra comunità e lo
stato fu segnato dalla difesa del territorio rispetto all’invasione di
imprese multinazionali e megaprogetti di diversa origine, sia privati
che pubblici. Sebbene esistessero altre rivendicazioni e richieste
quale il riconoscimento costituzionale, la ratifica della Convenzione
169 della OIL, la rivendicazione di “terre usurpate” sembrò
essere la grande bandiera della lotta delle nostre organizzazioni nel
post dittatura. Concordi con questo? Quali ritieni i conflitti
più emblematici che hai dovuto raccontare?
-
Effettivamente, lo scenario centrale del conflitto si è
collocato nel territorio ed ha avuto per principali protagonisti lo
stato e le imprese multinazionali da un lato, e il popolo mapuche
mobilitato dall’altro. La denuncia per le terre usurpate ebbe in
correlazione i recuperi delle stesse che si trasformarono nella
principale forma di mobilitazione. Il concetto di proprietà
storica o ancestrale sorse come risposta e sfida alla nozione di
proprietà privata imposta dallo stato, dagli agricoltori e dalle
imprese forestali. È in questo contesto che si svilupparono
molteplici focolai di conflitto nel sud del Cile e, fortunatamente, da
un punto di vista giornalistico, ebbi la possibilità di essere
presente praticamente nella totalità di questi. Nell’Alto
Bio-Bio, in particolare nelle comunità di Quepuca Ralco e Ralco
Lepoy dove un ristretto gruppo di donne pehuenche resistette fino alla
fine al potere e alla pressione dell’impresa energetica Endesa e allo
stesso stato cileno. A Cuyinco, nella comune di Los Alamos, in un
singolare conflitto dove, contrariamente alle abitudini, la giustizia
cilena si dichiarò a favore della comunità in una
controversia contro l’impresa Bosques Arauco. Tuttavia, l’impresa del
legname continuò ad operare e a reprimere i comuneros. A
Temulemu, nei poderi Chorrillos e Santa Rosa de Colpi reclamati dalle
comunità del settore e sfruttati dalla Forestal Mininco.
Lì la repressione della polizia, in connivenza con le guardie di
sicurezza, fu feroce. In tutti questi luoghi confluirono i fattori e i
protagonisti che configurarono una nuova tappa nel centenario
conflitto, sia esso dichiarato o nascosto, tra il mapuche e lo stato
cileno.
-
Lo scenario di lotta politico-sociale e di rivendicazione mapuche che
incominciò a Lumako nel 1997 e si è evoluta con forza
negli anni seguenti, per molti ha rappresentato una opportunità
unica per interpellare lo stato cileno e stabilire una nuova relazione
tra entrambi i popoli. Tuttavia, questo scenario di lotta si è
diluito con il passare degli anni. Quali credi che siano stati i
fattori che hanno reso possibile allo stato di frenare il sollevamento
politico-sociale del nostro popolo? Le politiche repressive? L’aumento
dell’assistenzialismo statale?...
- Esiste un insieme di
elementi che hanno reso possibile la debilitazione transitoria del
movimento mapuche e, per estensione, delle sue richieste. In primo
luogo, le politiche differenziate implementate dallo stato che, dopo lo
sconcerto iniziale, seppe adottare una strategia a lunga scadenza che
constava di vari componenti in relazione tra essi: la repressione
selettiva delle organizzazioni mapuche considerate più radicali,
soprattutto la CAM; la divisione del movimento mapuche per mezzo di
negoziazioni con alcuni dirigenti e organizzazioni; e la promessa di
terre e di finanziamenti a progetti concreti in cambio del porre fine
alla mobilitazione. In secondo luogo, un certo grado di logorio
della mobilitazione sociale prodotto dalla militarizzazione dei
territori in conflitto, specialmente all’inizio, e della stanchezza dei
comuneros che chiedevano soluzioni immediate ai loro problemi di
carenza di terra, di povertà e di emarginazione e che non
potevano aspettare in eterno la risoluzione di problemi strutturali. A
questo bisogna aggiungere le conseguenze della repressione:
l’incarcerazione di centinaia di dirigenti e comuneros, le violente
perquisizioni alle comunità, i processi giudiziali, la
clandestinità forzata per molti e la indifendibilità e
precarietà economica dei familiari dei prigionieri e
perseguitati politici. In terzo luogo, l’adozione di una strategia
comunicativa a due facce: l’invisibilità del “problema mapuche”
e la criminalizzazione del movimento. Ciò portò ad una
riduzione dell’appoggio di settori consapevoli della società
cilena al popolo mapuche, dato che, dalla sera alla mattina, il tema
sparì dai mezzi di comunicazione dando l’impressione che il
problema non esistesse già più. Dall’altro lato, quando
era impossibile occultare i recuperi delle terre e le azioni
rivendicative, si procedeva a satanizzare i mapuche etichettandoli come
terroristi. È possibile argomentare che quanto detto in
precedenza, sono elementi da considerare in qualunque analisi sul
ripiegamento a cui si vide costretto il movimento mapuche.

La ricerca di alleanze
-
Sulla stessa linea, dalla tua posizione di osservatore delle azioni del
movimento mapuche, quali credi siano stati alcuni dei fallimenti che
hanno impedito ai mapuche di progredire nei confronti dello stato
cileno e, in alcuni casi, di cessare di reagire di fronte a scenari e
agende imposte dal governo? La polverizzazione organizzativa?
L’inesistenza di un referente comune, uno strumento politico sullo
stile della CONAIE o Pachakutik?
- Per un segmento
significativo del movimento mapuche lo stato continua ad essere
l’interlocutore fondamentale e, molte volte, questo implica l’adozione
di politiche basate sull’agenda governativa. Questo può avere
una spiegazione storica, posto che lo stato, per molti mapuche,
è Dio e Demonio allo stesso tempo. È quello che toglie,
ma contemporaneamente quello che dà. E, chiaro, ciò
è stato alimentato da politiche assistenzialiste dello stato e
delle diverse organizzazioni non governative che producono più
danno che benessere. In questo senso, sembra difficile superare
l’onnipresenza dello stato nell’immaginario mapuche, tuttavia, ad un
certo momento – negli anni novanta - il movimento mapuche ha avuto la
capacità di elaborare un proprio embrionale progetto che si
basava sulle proprie forze. In questa congiuntura storica ci fu
coordinamento e gradi di unità di intenti, ma non si è
giunti mai alla costruzione di uno strumento politico unico, come
invece accadde in Ecuador o in Bolivia. Inoltre, a seguito del citato
coordinamento e alla incipiente elaborazione di un progetto come
popolo, il movimento mapuche si rifugiò nelle proprie singole
organizzazioni, ne creò alcune e ristrutturò le altre.
Così sorgono, per esempio, Coordinación de Identidades
Territoriales Mapuche, la Asamblea Mapuche de Izquierda e il Partido
Mapuche, Wallmapuwen. Per ragioni culturali, credo, sia difficile
visualizzare la costituzione di uno strumento politico unico, almeno a
media scadenza.
-
Il movimento indigeno latinoamericano ha dimostrato, in Bolivia,
Ecuador e anche in Messico, che l’avanzata verso una società
più giusta e democratica, rispettosa dei diritti dei popoli
indigeni, debba effettuarsi assieme alla società non indigena,
stabilendo ponti di comunicazione, stringendo legami, stabilendo
alleanze politiche. Come vedi in Cile la capacità del movimento
mapuche di stabilire alleanze con altri settori del movimento popolare
e della società civile cilena?
- Ho la certezza
che nessun attore sociale o politico da solo possa dare inizio ad una
trasformazione sociale profonda. Sono passati i tempi delle avanguardie
e delle verità assolute, strettamente interrelate con il
settarismo, l’arroganza ideologica e politica e l’esclusione. Sia il
movimento popolare sia la società civile cilena si trovano oggi
al centro di un processo di riflessione che mira a superare tali rigide
posizioni, ma - indefettibilmente – nonostante rimanga molta
strada da percorrere, la sinistra cilena sembrerebbe essere portatrice
di una vocazione quasi patologica per la divisione e la
polverizzazione. In questo senso, ho l’impressione che il movimento
mapuche difetti di simili pratiche, anche se in alcuni momenti della
storia hanno avuto la capacità per superare tali differenze e
unirsi contro un nemico comune. Come ha fatto anche, del resto, il
movimento popolare cileno, come nel caso della Unidad Popular che rese
possibile il trionfo di Salvador Allende. Così come, sembra
chiaro che sussista in seno al movimento mapuche una sfiducia storica e
culturale verso i cileni. Ciò è comprensibile,
perché la discriminazione, gli abusi, lo spoglio, la
povertà, sono inevitabilmente associati al cileno. Per tale
motivo, a volte questa diffidenza si estende al movimento popolare il
quale, certamente, non è responsabile dei soprusi al popolo
mapuche, ma di avvicinarsi alla problematica indigena da una posizione
paternalista ed etnocentrica che non ha contribuito a superare
l’apprensione mapuche. Allo stesso modo la strumentalizzazione delle
richieste indigene da parte di alcune organizzazioni di sinistra, non
ha contribuito a vincere la diffidenza mapuche. A causa di quanto
detto, penso, il processo di avvicinamento del movimento mapuche alla
società civile cilena è stato lento, dispersivo, molto
prudente e caratterizzato da richieste di solidarietà e
appoggio, più che da una reale disposizione a lavorare
congiuntamente per una causa comune. Perché, dopo tutto,
condividiamo un territorio e la vergogna di vivere in un paese di cui
si è impadronito il capitalismo con un modello di sviluppo
emarginante e pauperizzante. Per tale ragione, comprendendo e
rispettando la specificità dell’indigeno, dobbiamo essere
consapevoli, una volta per tutte, che condividiamo le conseguenze di
tale modello: la emarginalizzazione, la concentrazione della ricchezza
nelle mani di una minoranza, l’ingiustizia sociale, la povertà,
la violazione dei diritti umani nelle aree dell’educazione, della
sanità, dell’abitazione; l’inquinamento ambientale e la consegna
delle nostre risorse naturali alle imprese multinazionali. Questo non
è il paese che vuole il mapuche e questo non è il paese
che vogliamo la maggior parte dei cileni e, perciò, dobbiamo
lavorare insieme per lottare per un paese plurinazionale, democratico e
con giustizia sociale. Non sappiamo bene come si chiama tutto
ciò, forse lo chiameremo socialismo del 21° secolo o forse
non ci metteremo mai d’accordo per un appellativo adeguato, però
sì che dobbiamo concordare sul fatto che l’unità di tutti
noi che aneliamo ad un Cile diverso è indispensabile e
inevitabile.
-
Lo menzionavamo all’inizio. Negli anni ottanta la lotta mapuche era
concentrata sull’opposizione alla dittatura e contro la divisione delle
comunità. Negli anni novanta, la grande bandiera è stata
il recupero delle terre e l’opposizione ai mega progetti, questo
all’interno degli spazi istituzionali creati dal governo per
canalizzare la rivendicazione mapuche e successivamente, al confine di
questi spazi. Come vedi lo scenario attuale? Concordi che oggigiorno la
lotta sembra essere diretta a conquistare spazi di partecipazione
politica?
-
Ogni movimento sociale passa attraverso momenti di offensiva e ripiego
e, sicuramente, non controlla tutte le circostanze o condizioni che
configurano una congiuntura storica determinata. In questo senso, ho
l’impressione che attualmente il movimento mapuche si trovi in una
tappa di riarticolazione, riflessione e ricerca. Chiaro, perché
è evidente che il movimento ha perduto l’iniziativa politica che
ha cercato di concretizzare alla fine degli anni novanta e agli inizi
del 2000, ed è necessario analizzare le ragioni che sono
culminate in questo stato di cose. In base a quanto sopra considerato,
sembrerebbe che le principali attività siano dirette a risolvere
problemi o temi puntuali, quali il sostegno allo sciopero della fame di
un gruppo di prigionieri mapuche o alla ripresa di antiche
rivendicazioni, come la ratifica della Convenzione 169 e il
riconoscimento costituzionale dei popoli indigeni. Inoltre, si è
rafforzato l’apporto delle organizzazioni mapuche in ambito
ambientalista dove ha preso forma un interessante lavoro congiunto con
organizzazioni non-mapuche al fine di denunciare, ad esempio, il
razzismo ambientale predominante nel territorio mapuche. Ciò
nonostante, sorgono anche iniziative tendenti a conseguire e a
garantire determinati livelli di partecipazione politica, in questo
quadro si iscrivono la fallita candidatura presidenziale di Aucan
Huilcaman e, naturalmente, le intenzioni del nuovo partito mapuche di
iscriversi legalmente e presentare candidati alle prossime elezioni
municipali come forma concreta di generare spazi di partecipazione.
-
Negli anni novanta l’esistenza di un sindaco mapuche nel comune di
Tirúa, mi riferisco al peñi (compagno) Adolfo Millabur,
era un caso unico e isolato all’interno del movimento mapuche. Oggi ci
sono sette sindaci mapuche e una trentina di assessori. Alle ultime
elezioni municipali hanno partecipato circa 300 mapuche a cariche di
rappresentanza elettorale e le statistiche ci dicono che la tendenza
alla partecipazione è in aumento. Che pensi di tutto ciò?
-
Tutte le forme di fare politica sono valide nella misura in cui
rispondono ad una strategia di rafforzamento del movimento mapuche, di
promozione delle sue rivendicazioni centrali come popolo. In tal senso,
credo, l’importante è analizzare se questi sindaci e assessori
mapuche rispondono agli interessi del popolo mapuche o solo ad
interessi di partito.
“Il nuovo corso non è mai esistito”
-
Tito/Mauricio, tu sei un ex prigioniero politico della dittatura di
Pinochet. Quale opinione hai del grado di persecuzione che ha colpito
in democrazia i dirigenti, le comunità e le organizzazioni
mapuche nella zona sud del paese?
-
È inconcepibile e inaccettabile che governi presumibilmente
democratici utilizzino gli stessi strumenti a cui ha fatto ricorso la
dittatura come mezzo di controllo sociale. Molte volte sogniamo un Cile
diverso dove si possa camminare tranquillamente per le strade senza
doversi guardare alle spalle e, magari, fare l’amore senza l’urgenza
della morte che ti bacia la nuca. Lottiamo per la fine del terrore che
tanta sofferenza ha provocato ai nostri popoli e, per questo, ci duole
profondamente che il popolo mapuche viva ancora sotto la dittatura e
che venga perseguitato per il semplice fatto di voler vivere
degnamente. L’applicazione della Legge anti-terrorismo per reprimere il
movimento mapuche è solo un ulteriore tassello della sistematica
e diretta criminalizzazione delle richieste sociali mapuche, ma
simboleggia chiaramente il razzismo delle classi dominanti. Il mapuche
viene incarcerato, gli studenti degli istituti secondari vengono
repressi con la violenza, ma il dittatore non si tocca. È la
democrazia della forza, pericolosa per cileni e mapuche allo stesso
modo.
-
Durante i tuoi viaggi a Wallmapu hai avuto la possibilità di
partecipare a qualche giudizio orale contro i mapuche? Raccontaci la
tua esperienza.
- Ho avuto la possibilità di
assistere al giudizio svoltosi a Temuko contro una dozzina di comuneros
mapuche, compresi due lonko (capi), Aniceto Norin e Pascual Pichun,
accusati di associazione illecita terrorista. In verità è
stata una situazione surreale, con procuratori che sono ricorsi ad
argomenti spiccioli per strutturare un caso che non aveva alcun
presupposto giuridico; testimoni segreti protetti e pagati dallo stato,
ed altri pubblici privi di qualsiasi credibilità ed incapaci di
fornire informazioni autentiche sulle supposte attività
terroristiche degli imputati. In molti sensi, non era molto diverso dai
giudizi di guerra che venivano effettuati all’epoca della dittatura
militare. Per fortuna, e a prescindere da tutte le pressioni
esercitate, incluse quelle della Corte Suprema che aveva deciso di dare
vita ad un nuovo giudizio e ordinando ai giudici locali di emettere una
sentenza diversa da quella precedente, ossia condannare i mapuche, il
tribunale li assolse. Tuttavia, i lonko sono ancora in prigione, in
quanto ingiustamente condannati in un altro giudizio, e altri comuneros
rimangono in carcere o in clandestinità. C’è anche il
caso di Pascual Pichun figlio il quale si è visto costretto a
chiedere asilo in Argentina. Sono solo alcune delle conseguenze
dell’uso della legge anti-terroristica per reprimere il popolo mapuche.
-
Diverse relazioni di organismi internazionali hanno rivelato
l’esistenza di un clima di terrore nei confronti delle comunità
e delle famiglie mapuche, da parte delle forze di polizia, gruppi
patronali, guardie forestali, agenti dei servizi... questi fatti sono
stati denunciati persino da alcuni carabinieri, i quali hanno dovuto
abbandonare il paese a causa delle rappresaglie nei loro confronti. Ci
puoi raccontare di alcuni episodi di repressione e abusi contro
cittadini mapuche che hai vissuto, o a cui hai assistito o sei venuto a
conoscenza nei lunghi anni come corrispondente di PF a Wallmapu.
Episodi che ti hanno colpito in maniera speciale...
- Nei
momenti più critici del denominato conflitto mapuche –alla fine
degli anni novanta- sono state numerose le volte che ho dovuto vivere o
conoscere eventi di insolita e, sicuramente ripudiabile, violenza
contro i comuneros mapuche. A Cuyinco, per esempio, dove le guardie
forestali hanno colpito brutalmente a bastonate la moglie del lonko
della comunità. La donna di 56 anni è stata attaccata e
colpita senza pietà da oltre una decina di guardie armate di
bastoni. Nella comunità Pascual Coña, settore Lleu-Lleu,
circa duecento carabinieri hanno circondato e assalito una modesta
abitazione dove s’incontravano uomini, donne e bambini mapuche. Hanno
sparato decine di bombe lacrimogene e pallini d’acciaio. Un comunero ha
perduto un occhio per le conseguenze di un’azione di polizia. A
Pantano, una guardia forestale ricattava i comuneros costringendoli a
regalare animali o, viceversa, quando questi non potevano pagare
perché non avevano neanche da mangiare, li picchiava. A
Temucuicui, dove carabinieri e investigatori entravano sistematicamente
nelle case dei dirigenti mapuche, distruggendo mobili e colpendo adulti
e bambini che vivevano nel terrore. La lista di lutti è
lunghissima, però forse il terrorismo di stato in territorio
mapuche può essere simboleggiato nel crudele assassinio del
giovane Alex Lemun nella zona di Ercilla che, a tutt’oggi, è
rimasto impunito. Fu un assassinio a sfondo razzista e basta.
-
Ci immaginiamo che in questi ultimi 15 anni tu abbia ascoltato molte
volte discorsi in cui si parla di "nuovo corso"... Come qualificheresti
la politica indigena della Concertazione?
- Il nuovo
corso non è mai esistito, è la stessa politica di sempre
dove sono cambiati gli attori, ma non le relazioni di potere. Le
politiche indigene della Concertazione si basano sull’idea e sulla
visione di un paese uniculturale e cercano, come storicamente è
accaduto, l’assimilazione dei popoli nativi e, nel migliore dei casi,
la loro integrazione ai margini della società cilena. Nonostante
tutte le indagini e analisi, le commissioni di ogni tipo e le
dichiarazioni roboanti, i governi della Concertazione, nella sostanza,
riducono il tema indigeno a loro elemento economico o culturale. Da
lì derivano le politiche assistenziali, i programmi e i progetti
limitati nel loro obiettivo e carattere. Inoltre, il governo è
impegnato in un modello di sviluppo che privilegia il capitale a
discapito degli indigeni, per cui le politiche collegate ai mapuche
sono sottomesse a questo modello di mercato.
-
La destra e i settori di governo legati a partiti come il PPD e la DC
hanno insistito sul fatto che il principale problema dei mapuche fosse
la povertà in cui vivono e non quello dei diritti culturali,
politici, economici e sociali inculcati nella singolare "democrazia
cilena". Parlare di povertà mapuche è quasi un luogo
comune, posto che guidiamo la classifica di tutti i ranking di
disoccupazione, emarginazione sociale, indigenza, ecc., però
quello che non si dice mai è che questa povertà non
è casuale, ma il prodotto di poco più di un secolo di
sottomissione forzata allo stato cileno e di saccheggio delle nostre
ricchezze naturali, della nostra conoscenza ancestrale e di quel
patrimonio culturale che si mostra in musei e gallerie private.
Più che parlare di povertà allora non ritieni che sarebbe
meglio parlare dell’"impoverimento" dei mapuche?
- Il
mapuche non è nato povero, lo hanno ridotto in povertà
con la violenza: gli hanno portato via il suo territorio, lo hanno
confinato in campi di concentramento denominati eufemisticamente
“riserve” (reducciones) e gli hanno proibito di essere se stesso.
Questo processo di impoverimento è iniziato con la conquista
spagnola, è proseguito con l’espansionismo dello Stato-Nazione
cileno nel secolo XIX e si è attualmente consolidato in quindici
anni di democradura (N.d.T. termine che nasce dalla contrazione dei
termini democrazia e dittatura). È innegabile che una
percentuale significative dei mapuche sopravvivano in condizioni di
povertà, ma questo è un effetto del problema e non la
causa. La vera causa occorre cercarla nell’occupazione militare e
politica cilena e, più recentemente, nella penetrazione e nello
sviluppo dell’industria forestale.
-
Sappiamo che il modello neoliberista costituisce una nuova ondata di
colonizzazione sui nostri territori, ricchi di materie prime e risorse
naturali. Il subcomandante Marcos parla della Terza Guerra Mondiale,
una guerra di conquista di nuovo tipo, in cui le multinazionali e le
mega corporazioni saranno i nuovi imperi, i governi meri amministratori
del saccheggio e i suoi apparati di repressione e le forze armate, le
guardie private incaricate di mantenere l’"ordine". Credi che questa
definizione del sistema economico neoliberista si adatti a quanto sta
succedendo al popolo mapuche in Cile?
- Assolutamente,
con l’aggravante e l’aggravio che questa nuova conquista in Cile si sta
attuando da parte degli stessi conquistadores del XVI secolo: gli
spagnoli. E, come nel passato, sono i componenti del popolo mapuche
quelli che si sono organizzati per resistere alla penetrazione
capitalista nel loro territorio, mentre le classi dominanti cilene, in
permanente atto di genuflessione, aprivano le porte, le braccia e le
gambe al seme imperialista. Gli indigeni sono dispensabili all’economia
di mercato, le terre mapuche sono da dispensare. Tutto si vende e tutto
si compra e, la verità, non importa chi vende o chi compra,
perché il Cile, ci dicono, si trova sul cammino dello sviluppo. Perciò
si riempie il territorio mapuche di strade private, di imprese
forestali che devastano il bosco nativo, di discariche e impianti per
il trattamento delle acque reflue, di dighe idroelettriche. Allora,
questa non è una guerra qualsiasi, è una guerra finale,
la guerra per la sopravvivenza umana, perché il capitalismo sta
depredando e distruggendo il pianeta. Inoltre, questa nuova
colonizzazione ha una manifestazione forse più perversa, la
colonizzazione dello spirito e della mente, posto che la gente la si
manipola, la si ammorbidisce, gli si mente per trasformarla in
un’entità non pensante, perché pensare è
pericoloso. Però –non c’è dubbio- la conoscenza è
liberatrice ed un’arma potente: è lancia, alabarda, fucile,
machete, witrahue, perciò indipendentemente dalla sua apparenza
di fortezza inespugnabile, il capitalismo ha paura, del Venezuela,
della Bolivia, di Cuba, perché gli indigeni hanno detto basta e
hanno preso la loro storia in mano una notte qualsiasi e si sono
ritirati nel bosco a fare l’amore con l’America mora, meticcia, india.
Giornalismo di trincea
-
Tito, un paio di domande tecniche sul tuo lavoro... Quali erano le
principali difficoltà che dovevi affrontare quando dovevi
sviluppare il tuo lavoro professionale nella zona mapuche?
-
Ad eccezione delle eterne limitazioni di carattere economico, proprie
di un mezzo di comunicazione che è carente di ogni genere di
aiuto finanziario, le difficoltà con cui dovevo misurarmi erano
le distanze, i trasferimenti e, chiaramente, la mancanza di conoscenza
storica di una problematica complessa e, certamente, gli ostacoli nel
trovare una bibliografia adeguata e specifica per svolgere la ricerca
previa al lavoro sul campo. Tuttavia, il problema principale era
concentrato nell’attività e nell’azione della polizia e delle
guardie di sicurezza delle imprese forestali che cercavano di evitare
con qualsiasi mezzo che portassimo a termine il nostro lavoro. Ti
filmavano, ti facevano pedinare nelle zone in conflitto o in
città; i carabinieri ti trattenevano per chiederti documenti o
perquisire il veicolo. Le intimidazioni erano una costante e non sono
mai cessate, al contrario, ci sono stati momenti in cui si sono
intensificate e fatte pericolose. In una occasione, abbiamo
assistito ad un incontro organizzato dagli organismi statali ed Endesa
a Chenqueco, nell’Alto Bio-Bio, con comuneros pehuenche. L’idea era di
dare l’impressione che sia il governo che l’impresa idroelettrica
fossero preoccupati del futuro dei pehuenche. Per questo hanno
trasferito con dei bus numerosi comuneros e li hanno riuniti nel
ginnasio del posto, ma senza coinvolgere i mapuche e i cileni contrari
alla costruzione della diga Ralko, che si sono presentati rivolgendosi
direttamente al governatore della provincia del Bio-Bio e il direttore
di CONADI. L’incontro fu bruscamente interrotto dalle autorità e
dovettero ritirarsi protetti da un grande contingente della polizia. Ma
prima, un elevato numero di agenti in borghese hanno scattato foto,
schedato e intimidito coloro che si trovavano lì. Di fatto, a
noi ci aspettarono nascosti in un punto del percorso che scende da
Chenqueco a Ralko Lepoy, come ai tempi della dittatura, cosa che non
dovrebbe accadere in democrazia. Situazioni simili le abbiamo vissute a
Temulemu, Lumako, Cuyinco, Lleu-Lleu, per menzionarne alcune.
- Quale speri sia l’apporto del tuo lavoro e di questa importante pubblicazione?
-
Non è mai facile portare a buon fine un progetto di tale natura
il quale, a rigore, cerca di riflettere un decennio di lavoro
giornalistico. Ma, soprattutto, cerca di plasmare attraverso solo mezzo
migliaio di pagine, la lotta del popolo mapuche con i sogni e
aspirazioni, i loro punti di vista, il loro passato, il loro amore per
la vita e l’immensa dignità di popolo antico. Un popolo
distinto, e questo, credo, costituisce il contributo più valido
che può dare il libro: diffondere l’idea e la certezza che in
questo paese che chiamiamo Cile non tutti siamo cileni.
-
Come vedi personalmente il sorgere di una stampa mapuche e l’esistenza
di progetti di comunicazione in diverse aree e formati, radio,
bollettini, siti web, sezioni documentali…?
- Penso che
abbiamo molto da imparare dal popolo mapuche, in molti aspetti, in
particolare dall’incredibile abilità di sopravvivenza in
condizioni di avversità e aperta repressione. Anche dalla loro
ingente capacità creativa, le molteplici forme di inventare e
reinventare, costruire e ricostruire discorsi e pratiche in diverse
aree che hanno a che vedere con la preservazione della loro
identità e cultura. L’aspetto della comunicazione è solo
una di queste sfere, e prende atto di una necessità innegabile
come quella di controarrestare la stigmatizzazione del movimento
mapuche da parte dei mezzi controllati dalla destra e
dall’ufficialità.
Oltre, ovviamente di cercare di
superare l’ignoranza della società cilena rispetto al popolo
mapuche attraverso l’educazione e l’informazione di qualità.
Perché è indubbio che il mapuche ha saputo tracciare e
sviluppare progetti di grande qualità in diversi supporti,
digitale, radiofonico e scritto. Alcuni mezzi di comunicazione mapuche
-como Azkintuwe- sono di eccellente fattura e non hanno assolutamente
nulla da invidiare ai mezzi cileni che possiedono grandi risorse
economiche, infrastrutture e tecnologia all’avanguardia. Un altro
elemento importante della stampa mapuche è che ha saputo
superare la vocazione marginale di gran parte della stampa alternativa
che – per qualche ragione - pensa che la controinformazione non va a
braccetto con la qualità e il professionismo. Così come,
questa stessa stampa è abituata ad essere critica e
contestatrice, ma non propositiva, caratteristica che i mezzi mapuche
invece hanno.
-
Come redattore e corrispondente di PF, oltre che collaboratore di
Azkintuwe quale sarebbe il tuo messaggio ai giornalisti mapuche e ancor
più, ai numerosi giovani che si stanno formando oggi
all’attività della scrittura?
-
Questo è il tempo della battaglia delle idee ad ogni livello; la
parola non è solo importante, ma essenziale nella lotta del
popolo mapuche per la sua liberazione. E questa parola deve essere
ricoperta di verità, di tenerezza, di fermezza, di cambiamento.
È la parola della terra e non esiste un’altra più bella,
più autentica e autoctona; la parola mapuche è pregna di
futuro e per questo bisogna preservarla, e la maniera migliore per
farlo è che tutti coloro che praticano la missione dello
scrivere per comunicare qualcosa, lo facciano con il profondo rispetto
verso chi ti apre il suo cuore, la sua vita, la sua storia, le sue
aspirazioni. Così come, è necessario studiare, fare
ricerca ed essere obiettivi nel trattare i temi, anche se ciò
non significa essere neutrale. Il giornalista deve, sopra ogni cosa,
essere vincolato ai principi dell’etica, della verità e della
dignità e ciò è incompatibile con la
neutralità la quale, per il resto, non è mai esistita in
nessun comunicatore, al di là di tutte le preghiere
sull’obiettività.
- Hai programmato di realizzare un lancio o una presentazione a Wallmapu?
-
Sono riluttante a partecipare ai lanci dei libri dove un paio di amici
dell’autore si riuniscono per elogiare il suo lavoro e, poi, restano
solo gli avanzi e gli effluvi del vino di turno. È un istante
effimero che, secondo me, lascia poco o niente e serve solo ad
ingigantire l’ego. Tuttavia, sì credo sia importante condividere
con i mapuche, piuttosto che con nessuno, un libro che gli appartiene,
in quanto lo hanno scritto loro giorno e notte, pioggia su pioggia,
dalla cordigliera al mare, in questi ultimi dieci anni. Per questo, si
è pensato di organizzare degli incontri in alcuni territori per
far conoscere il libro e, contemporaneamente, ringraziare per la
possibilità di aver lavorato per lungo tempo sul loro tempo, la
loro memoria, la loro vita, la loro terra e la loro lotta.
- Infine dove è possibile comprare una copia del tuo libro?
-
Speriamo che a breve possa essere disponibile in alcune librerie,
soprattutto a Valparaíso, Santiago e Temuko, anche se non
abbiamo molte speranze che le grandi librerie si interessino ad un
libro che parla della lotta mapuche attraverso le testimonianze degli
stessi mapuche. Per ora, è possibile acquistarlo in Internet
mettendosi in contatto con ediciones@ilwen.cl e, volendo, si può
anche contattare qualsiasi libraio o istituzione interessata a
diffondere il libro.
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