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11-09-2006
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"Il giornalista deve, sopra ogni cosa, essere vincolato ai principi dell’etica, della verità e della dignità e ciò è incompatibile con la neutralità che, per lo più, non è mai esistita in alcun comunicatore, al di là di tutte le preghiere sull’obiettività", ci dice Tito Tricot. Un’intervista con il redattore della emblematica - e storica - rivista cilena Punto Final.


Intervista a Tito Tricot
"La lotta del popolo Mapuche"... 10 anni di reportage sulla Rivista cilena Punto Final

di Pedro CAYUQUEO - AZKINTUWE

Traduzione di Sonia Chialastri e revisione di Daniela Cabrera dei Traduttori per la Pace 

Le Traduzioni per Selvas.org sono un progetto dei Traduttori per la Pace, coordinato da Daniela Cabrera.




VALPARAÍSO / Una selezione di articoli pubblicati su Punto Final negli ultimi 10 anni sono raccolti nel libro "La Lotta del popolo Mapuche", del sociologo e giornalista, Tito Tricot. Sotto il nome di Mauricio Buendía, Tricot ha scritto - e scrive – per la rivista Punto Final una serie di validi articoli e reportage sul popolo mapuche nella zona sud del Cile, raccontando dalle pagine dello storico quindicinale di sinistra conflitti territoriali e processi dell’organizzazione mapuche in zone tanto dissimili come Alto Bio-Bio, Tirúa, Cuyinko, Temulemu, Collipulli, Lican-Ray, Lumako e Temuco.
Pieni di grande qualità letteraria, i testi di Buendía raccontano la lotta per la terra, i sogni e le aspirazioni dei mapuche che s’infrangono contro la violenza dello stato e la voracità delle imprese multinazionali che hanno trasformato il Wallmapu in fonte delle loro ricchezze e privilegi. Per conoscere le motivazioni dietro tale pubblicazione e analizzare lo sviluppo del movimento mapuche, Azkintuwe ha incontrato Tricot/Buendía, un testimone senza alcun dubbio privilegiato dell’ultima decade di lotta del nostro popolo a Gulumapu.

- Tito, una piccola biografia in guisa di presentazione per i nostri lettori.

- Umano per nascita, sociologo di professione e giornalista di cuore. Forse è per questo che, da che ho memoria, scrivo e così, ad un certo punto, è nato Mauricio Buendía per offrire la sua penna al popolo mapuche. Forse non sempre nella maniera migliore, sicuramente non riflettendo perfettamente la complessità della lotta mapuche, ma con l’impegno della verità e il rispetto per tutti quelli che si affannano per la loro liberazione in qualsiasi parte del mondo. Come Mauricio, che combatté contro la dittatura e morì prima di conoscere la democrazia. Era un compagno, un fratello che a suo modo e a suo tempo diede un piccolo contributo nella lotta contro la dittatura e, per la stessa ragione, mi è parso più che giusto che il suo nome fosse associato dal destino alla lotta del popolo mapuche. E Buendía, perché il leggendario personaggio di Cent’anni di solitudine, il colonnello Aureliano Buendía, diede vita a 32 insurrezioni armate e le perse tutte. E qualcosa di questo c’è nella mia generazione: la perdita, il dolore, l’impotenza e l’ira, ma anche la decisione di proseguire nella ricerca delle vie che ci conducono alla vera democrazia e a riparare i sogni spezzati dal golpe militare. Nessuno sa, come dicono gli zapatisti, qual è la velocità di un sogno, pero sappiamo sì che senza questi sogni non vale la pena vivere.



Foto storiche di popolazione Auracana - di Gustavo Milet

- Tito/Mauricio, che cosa ti ha portato a pubblicare questa raccolta di articoli? Perché ora e non prima?

- A volte, per vari motivi, le cose non vanno come uno desidera. Come il progetto di pubblicare questo libro che, originariamente, era stato concepito per la fine del 2004. Più concretamente, l’idea era di pubblicarlo a dicembre di quell’anno come un gesto simbolico di riconoscimento a quei mapuche che si sono ribellati contro gli spagnoli nella battaglia di Curalaba nel dicembre 1598, dando inizio ad una delle maggiori insurrezioni mapuche che, concretamente, frenò l’espansione ispanica verso il sud del territorio del Cile. Curalaba si trova sulla riva del fiume Lumako, quindi, è interessante che la nuova tappa della lotta del movimento mapuche cominciasse proprio in quella zona. Gli eventi di Lumako, accaduti nell’ottobre del 1997, mentre si recuperano terre e si bruciano camion di una impresa forestale, è stato un modo di dire: basta, basta alla spoliazione delle nostre risorse, all’usurpazione delle nostre terre e al calpestare i nostri diritti come popolo. Così come a Curalaba, il mapuche si sollevava contro un invasore di segno diverso, ma d’identica crudeltà culturale.
D’altra parte, sembrava necessaria una certa distanza e un certo tempo perché potessero decantare e chiarirsi alcuni processi che si verificavano in seno al movimento mapuche nel confronto con lo stato cileno, prima di cristallizzare un progetto che, precisamente, pretendeva di rendere conto di tali processi. Quindi, alla fine, non c’è mai un momento perfetto; potrebbe essere stato prima o dopo, però ciò che realmente conta è che il libro sia fatto con rispetto, serietà e responsabilità. È una selezione di articoli e, perciò, non sono presenti né tutti i dirigenti né tutte le comunità, né tutte le organizzazioni né tutti i conflitti –inevitabile quando si tratta di scegliere solo alcuni testi – ma si è cercato, per quanto possibile, di riflettere l’essenza e il carattere della lotta del popolo mapuche per i suoi diritti culturali, territoriali e politici.

- Ci racconti qual è stato il tuo primo impegno con il tema mapuche?

- Parte della mia famiglia è del sud, della zona di Arauco, e mi hanno sempre incuriosito le storie di quelle parti che venivano raccontate. Era un mondo diverso ed enigmatico per un bambino che sognava boschi e fiumi di menta. Quei racconti non necessariamente avevano legami con il mondo indigeno, più con la campagna, piuttosto, con la stazione ferroviaria di Hualqui, con una nonna misteriosa dal nome di uccello. Infine, con un universo meraviglioso oltre la città. Ma non molto tempo dopo scoprii di colpo l’odore dell’araucaria nell’angoscia dell’esilio; lo strazio della distanza ci ha avvicinato alla nostra terra e, sicuramente, al popolo mapuche. Allora, ci afferriamo a frammenti di Cile, a scampoli di memoria, a laghi azzurri e a cordigliere magnifiche che forse mai arriveremo a conoscere, ma che abbiamo fatto nostre, quasi con disperazione, allo stesso modo in cui il popolo mapuche lottó da sempre per la sua terra e la sua libertà.

- Da dove proviene l’interesse di scrivere della lotta del nostro popolo sulle pagine di Punto Final?

- Punto Final è sempre stato sensibile al tema delle popolazioni originarie, ma ad un certo momento abbiamo sentito che era necessario accostarsi al tema indigeno in maniera più sistematica e cercare di raccontare la lotta del popolo mapuche dal loro territorio, dalla comunità e, cosa più importante, tramite la parola e l’azione dei suoi stessi protagonisti. Per molto tempo il cileno si è sentito in diritto di parlare del mapuche, interpretarlo, manipolarlo, tergiversarlo e, di conseguenza, dominarlo. Questa abitudine etnocentrica e chiaramente discriminatoria si rifletteva nei mezzi di comunicazione e nel modo che avevano di trattare il tema indigeno, ossia ignorandolo, riducendolo a folclore e, nel caso concreto della lotta di rivendicazione mapuche, satanizzandola. Allora, ci interessava fare un giornalismo impegnato che concedesse un giusto spazio alla lotta giusta del popolo mapuche.
Per questo era necessario essere dove erano i mapuche: nella città, nella campagna, in montagna, nella vallata, sulla costa. Era indispensabile viaggiare al sud, conoscere e riconoscere, perché non si può fare un reportage da un ufficio o a distanza, specialmente in questo caso dove esistono elementi culturali e storici che possono essere identificati e compresi solo sul posto. Inoltre, tra la sinistra cilena esisteva un certo paternalismo per quanto riguardava il tema indigeno e ciò, insieme ad una lettura sovraideologizzata della problematica mapuche, ha portato ad analisi e pratiche che, nei fatti e al di là delle buone intenzioni, negavano al mapuche il suo ruolo di soggetto storico. Allora, anche la rivista ha cercato di avvicinarsi al tema in maniera diversa, rispettando, non solo la diversità culturale, ma soprattutto, l’inalienabile diritto del popolo mapuche ad essere agente e protagonista del suo stesso destino.



Foto di Tito Tricot,
sociologo e giornalista alias Mauricio Buendia. I testi di Buendía raccontano la lotta per la terra, i sogni e le aspirazioni dei mapuche che si infrangono contro la violenza dello stato.


- Raccontaci del tuo primo reportage...

- Venne fuori da una breve permanenza in una comunità di Llamuco, vicino a Temuko, dove rimasi un paio di giorni. Lì, sotto una torrenziale pioggia primaverile, seppi della storia, delle angosce e della brutale incertezza di una famiglia mapuche, ma anche della loro immensa dignità davanti alle avversità. E, chiaro, della loro ancestrale umanità, perché a prescindere dalla povertà non esitarono un momento a condividere il focolare, il mate, le sopaipillas (fritelle tipiche del sud del Cile)  e il brodo caldo che bruciava la gola, ma soprattutto l’anima. È che uno non poteva fare a meno di infuriarsi di fronte all’ingiustizia commessa contro quel popolo antico che dalla nobiltà della sua ruka (casa) diceva: qui sono, non sono riusciti a distruggermi nonostante tutto. È di questo che parla il primo reportage, degli sforzi realizzati da un gruppo di giovani mapuche della città di Temuko per preservare e diffondere la loro cultura, principalmente attraverso il lavoro della comunicazione radiofonica.
In quegli anni cercavano di creare e sviluppare una comunità urbana e, inoltre, di realizzare un interessante lavoro di riscatto, rafforzamento e sviluppo dell’identità e della cultura mapuche tramite la Corporación de Comunicaciones y Desarrollo Mapuche Xeg-Xeg. Anch’essi dicevano: qui siamo, non siamo spariti e, ancor più, sappiano che continueremo a lottare per i nostri diritti come popolo. Questo accadde prima che il tema mapuche cominciasse a diventare fenomeno di massa, a partire dal 1997, prodotto della  lotta del movimento mapuche per il recupero delle loro terre usurpate.

Il grande salto nazionalista

- Tu sei stato testimone privilegiato della crescita della lotta mapuche negli ultimi 10 anni. Nell’introduzione del libro ci racconti dei cambiamenti nei discorsi e delle nuove costruzioni politiche che i mapuche hanno dovuto esplorare per far fronte allo stato cileno e alle multinazionali. Qual è la tua opinione su questa evoluzione del discorso e dell’agire politico mapuche? Quali segnali a tuo giudizio hanno generato questi cambiamenti?

- È indubbio che si è verificato un cambiamento paradigmatico all’interno del movimento mapuche che, per lo più, non deve sorprendere nessuno, tali cambiamenti qualitativi costituiscono un continuum storico, giacchè, soprattutto le diverse organizzazioni, ma anche il movimento mapuche in generale, ha sempre cercato nuove forme per affrontare il tema della relazione popolo mapuche – stato cileno.
I nostri antenati hanno coniugato distinte forme di lotta nella guerra contro il conquistatore ispanico: organizzarono la resistenza militare, ma ricorsero anche all’alta politica – nello specifico ambito di parlamenti – per dare forza alla loro causa di liberazione. Agli albori del XX secolo organizzazioni e dirigenti mapuche cercarono di ingegnarsi di fronte ai cambiamenti all’interno del sistema istituzionale cileno e, durante la dittatura, si organizzarono in centri culturali per combattere contro di essa e difendere la loro terra e la loro cultura.
Però, è evidente che il grande salto dalle rivendicazioni di stampo economico o culturale a quelle di carattere nazionalista, si determina a partire dalla decade degli anni novanta. Dato che non si tratta solo della lotta per la terra o per l’identità e la cultura mapuche, ma anche per i diritti territoriali, per l’autonomia. In definitiva, per il diritto alla autodeterminazione.
Credo che il grande merito del movimento mapuche attuale sia stato di aver trasceso i confini limitati delle richieste della terra - proprie della visione contadine di molte organizzazioni mapuche e non mapuche - e aver elaborato, assunto e sviluppato un incipiente progetto autonomista. Due decadi fa nessuno, o pochissimi, parlavano dei diritti dei popoli indigeni, della libera determinazione, dell’autonomia, del territorio mapuche. A pochi interessava del popolo mapuche, però tutto ciò è cambiato frutto dell’organizzazione, mobilitazione e intelligenza di questo popolo emarginato e impoverito che seppe, da quella stessa marginalizzazione e povertà, trovare la parola e l’azione per cambiare la sua realtà senza chiedere permesso a nessuno.
La commemorazione dei 500 anni dell’occupazione dell’America e del recupero di terre portato a termine nel sud del paese in quell’epoca furono, senza dubbio, un momento importante nel processo di ricerca di nuove forme di organizzazione e mobilitazione mapuche. Tuttavia, dal punto di vista politico, sembra chiaro che Lumako segna un prima e un dopo nella lotta del popolo mapuche. Nel recupero dei territori a Pichilinkoyan e Pililmapu, con la partecipazione e la mobilitazione di tutta la comunità, il controllo territoriale incipiente e l’autodifesa, si cristallizza nella pratica e simbolicamente, con il nuovo movimento mapuche. Da lì in avanti niente sarà più lo stesso.

- Mi sembra importante ciò che segnali, questo salto qualitativo del discorso delle nostre organizzazioni. E lo dico perché sono convinto che uno dei principali progressi del movimento negli ultimi anni è stato costruire questo immaginario di nazione, che verso gli anni ottanta o novanta, esisteva ma in misura molto limitata. Vale a dire, esisteva e credo che sia esistita da sempre una nazione culturale mapuche, però è innegabile che il transito del nostro popolo verso stadi superiori di autoaffermazione della propria identità nazionale, ti parlo di una nazione politica, è un processo che credo si sia messo in marcia negli ultimi cinque anni...

- Senza dubbio un contributo fondamentale al dibattito politico, non solo all’interno del movimento mapuche, ma anche nel paese, è stato l’aver incorporato concetti come popolo originario, territorio, popolo-nazione, autodeterminazione, diritti indigeni, nazione mapuche. Ossia, l’evoluzione nel discorso mapuche dalla centralità della componente “identità culturale” verso una componente nazionalista. Tale processo è stato associato a pratiche politiche qualitativamente distinte: la mobilitazione comunitaria, il controllo territoriale, l’autodifesa, il confronto diretto con lo stato e con le imprese multinazionali. Tutto ciò acquista maggiore rilevanza attualmente, quando lo stato cileno si appresta a celebrare il bicentenario della sua indipendenza che, nei fatti, si riduce ad un consolidamento della visione di un paese uniculturale e uninazionale. Il Cile per i cileni.

Allora, l’idea di una nazione mapuche, non solo è ignorata nel discorso ufficiale, ma comincia ad essere vista come un attentato alle basi costituenti dello Stato-Nazione. L’autoaffermazione della nazionalità cilena si oppone e contraddice l’autoaffermazione mapuche, pertanto gli anni a venire saranno dominati dalla campagna pubblicitaria del bicentenario, che costituirà un periodo complicato per il movimento mapuche. Ciò, indipendentemente dal fatto che il governo arrivi ad un certo punto a ratificare la Convenzione 169 della Organizzazione Internazionale del Lavoro, OIL, perché sebbene sia chiaro che questo sia uno strumento giuridico progressista nell’ambito dei diritti indigeni, non è meno certo che limiti tali diritti nell’ambito dello stato nazionale esistente. In altre parole: ti concediamo determinati diritti, pero non dimenticare mai che questo è il nostro paese. Ancora una volta, il Cile per i cileni.

- Negli anni novanta, lo scenario del conflitto tra comunità e lo stato fu segnato dalla difesa del territorio rispetto all’invasione di imprese multinazionali e megaprogetti di diversa origine, sia privati che pubblici. Sebbene esistessero altre rivendicazioni e richieste quale il riconoscimento costituzionale, la ratifica della Convenzione 169 della OIL, la rivendicazione di “terre usurpate” sembrò essere la grande bandiera della lotta delle nostre organizzazioni nel post dittatura. Concordi con questo? Quali ritieni  i conflitti più emblematici che hai dovuto raccontare?

- Effettivamente, lo scenario centrale del conflitto si è collocato nel territorio ed ha avuto per principali protagonisti lo stato e le imprese multinazionali da un lato, e il popolo mapuche mobilitato dall’altro. La denuncia per le terre usurpate ebbe in correlazione i recuperi delle stesse che si trasformarono nella principale forma di mobilitazione. Il concetto di proprietà storica o ancestrale sorse come risposta e sfida alla nozione di proprietà privata imposta dallo stato, dagli agricoltori e dalle imprese forestali. È in questo contesto che si svilupparono molteplici focolai di conflitto nel sud del Cile e, fortunatamente, da un punto di vista giornalistico, ebbi la possibilità di essere presente praticamente nella totalità di questi.
Nell’Alto Bio-Bio, in particolare nelle comunità di Quepuca Ralco e Ralco Lepoy dove un ristretto gruppo di donne pehuenche resistette fino alla fine al potere e alla pressione dell’impresa energetica Endesa e allo stesso stato cileno. A Cuyinco, nella comune di Los Alamos, in un singolare conflitto dove, contrariamente alle abitudini, la giustizia cilena si dichiarò a favore della comunità in una controversia contro l’impresa Bosques Arauco. Tuttavia, l’impresa del legname continuò ad operare e a reprimere i comuneros. A Temulemu, nei poderi Chorrillos e Santa Rosa de Colpi reclamati dalle comunità del settore e sfruttati dalla Forestal Mininco. Lì la repressione della polizia, in connivenza con le guardie di sicurezza, fu feroce. In tutti questi luoghi confluirono i fattori e i protagonisti che configurarono una nuova tappa nel centenario conflitto, sia esso dichiarato o nascosto, tra il mapuche e lo stato cileno.

- Lo scenario di lotta politico-sociale e di rivendicazione mapuche che incominciò a Lumako nel 1997 e si è evoluta con forza negli anni seguenti, per molti ha rappresentato una opportunità unica per interpellare lo stato cileno e stabilire una nuova relazione tra entrambi i popoli. Tuttavia, questo scenario di lotta si è diluito con il passare degli anni. Quali credi che siano stati i fattori che hanno reso possibile allo stato di frenare il sollevamento politico-sociale del nostro popolo? Le politiche repressive? L’aumento dell’assistenzialismo statale?...

- Esiste un insieme di elementi che hanno reso possibile la debilitazione transitoria del movimento mapuche e, per estensione, delle sue richieste. In primo luogo, le politiche differenziate implementate dallo stato che, dopo lo sconcerto iniziale, seppe adottare una strategia a lunga scadenza che constava di vari componenti in relazione tra essi: la repressione selettiva delle organizzazioni mapuche considerate più radicali, soprattutto la CAM; la divisione del movimento mapuche per mezzo di negoziazioni con alcuni dirigenti e organizzazioni; e la promessa di terre e di finanziamenti a progetti concreti in cambio del porre fine alla mobilitazione.
In secondo luogo, un certo grado di logorio della mobilitazione sociale prodotto dalla militarizzazione dei territori in conflitto, specialmente all’inizio, e della stanchezza dei comuneros che chiedevano soluzioni immediate ai loro problemi di carenza di terra, di povertà e di emarginazione e che non potevano aspettare in eterno la risoluzione di problemi strutturali. A questo bisogna aggiungere le conseguenze della repressione: l’incarcerazione di centinaia di dirigenti e comuneros, le violente perquisizioni alle comunità, i processi giudiziali, la clandestinità forzata per molti e la indifendibilità e precarietà economica dei familiari dei prigionieri e perseguitati politici.
In terzo luogo, l’adozione di una strategia comunicativa a due facce: l’invisibilità del “problema mapuche” e la criminalizzazione del movimento. Ciò portò ad una riduzione dell’appoggio di settori consapevoli della società cilena al popolo mapuche, dato che, dalla sera alla mattina, il tema sparì dai mezzi di comunicazione dando l’impressione che il problema non esistesse già più. Dall’altro lato, quando era impossibile occultare i recuperi delle terre e le azioni rivendicative, si procedeva a satanizzare i mapuche etichettandoli come terroristi. È possibile argomentare che quanto detto in precedenza, sono elementi da considerare in qualunque analisi sul ripiegamento a cui si vide costretto il movimento mapuche.




La ricerca di alleanze

- Sulla stessa linea, dalla tua posizione di osservatore delle azioni del movimento mapuche, quali credi siano stati alcuni dei fallimenti che hanno impedito ai mapuche di progredire nei confronti dello stato cileno e, in alcuni casi, di cessare di reagire di fronte a scenari e agende imposte dal governo? La polverizzazione organizzativa? L’inesistenza di un referente comune, uno strumento politico sullo stile della CONAIE o Pachakutik?

- Per un segmento significativo del movimento mapuche lo stato continua ad essere l’interlocutore fondamentale e, molte volte, questo implica l’adozione di politiche basate sull’agenda governativa. Questo può avere una spiegazione storica, posto che lo stato, per molti mapuche, è Dio e Demonio allo stesso tempo. È quello che toglie, ma contemporaneamente quello che dà. E, chiaro, ciò è stato alimentato da politiche assistenzialiste dello stato e delle diverse organizzazioni non governative che producono più danno che benessere. In questo senso, sembra difficile superare l’onnipresenza dello stato nell’immaginario mapuche, tuttavia, ad un certo momento – negli anni novanta - il movimento mapuche ha avuto la capacità di elaborare un proprio embrionale progetto che si basava sulle proprie forze.
In questa congiuntura storica ci fu coordinamento e gradi di unità di intenti, ma non si è giunti mai alla costruzione di uno strumento politico unico, come invece accadde in Ecuador o in Bolivia. Inoltre, a seguito del citato coordinamento e alla incipiente elaborazione di un progetto come popolo, il movimento mapuche si rifugiò nelle proprie singole organizzazioni, ne creò alcune e ristrutturò le altre. Così sorgono, per esempio, Coordinación de Identidades Territoriales Mapuche, la Asamblea Mapuche de Izquierda e il Partido Mapuche, Wallmapuwen. Per ragioni culturali, credo, sia difficile visualizzare la costituzione di uno strumento politico unico, almeno a media scadenza.

- Il movimento indigeno latinoamericano ha dimostrato, in Bolivia, Ecuador e anche in Messico, che l’avanzata verso una società più giusta e democratica, rispettosa dei diritti dei popoli indigeni, debba effettuarsi assieme alla società non indigena, stabilendo ponti di comunicazione, stringendo legami, stabilendo alleanze politiche. Come vedi in Cile la capacità del movimento mapuche di stabilire alleanze con altri settori del movimento popolare e della società civile cilena?

- Ho la certezza che nessun attore sociale o politico da solo possa dare inizio ad una trasformazione sociale profonda. Sono passati i tempi delle avanguardie e delle verità assolute, strettamente interrelate con il settarismo, l’arroganza ideologica e politica e l’esclusione. Sia il movimento popolare sia la società civile cilena si trovano oggi al centro di un processo di riflessione che mira a superare tali rigide posizioni, ma -  indefettibilmente – nonostante rimanga molta strada da percorrere, la sinistra cilena sembrerebbe essere portatrice di una vocazione quasi patologica per la divisione e la polverizzazione. In questo senso, ho l’impressione che il movimento mapuche difetti di simili pratiche, anche se in alcuni momenti della storia hanno avuto la capacità per superare tali differenze e unirsi contro un nemico comune. Come ha fatto anche, del resto, il movimento popolare cileno, come nel caso della Unidad Popular che rese possibile il trionfo di Salvador Allende.
Così come, sembra chiaro che sussista in seno al movimento mapuche una sfiducia storica e culturale verso i cileni. Ciò è comprensibile, perché la discriminazione, gli abusi, lo spoglio, la povertà, sono inevitabilmente associati al cileno. Per tale motivo, a volte questa diffidenza si estende al movimento popolare il quale, certamente, non è responsabile dei soprusi al popolo mapuche, ma di avvicinarsi alla problematica indigena da una posizione paternalista ed etnocentrica che non ha contribuito a superare l’apprensione mapuche. Allo stesso modo la strumentalizzazione delle richieste indigene da parte di alcune organizzazioni di sinistra, non ha contribuito a vincere la diffidenza mapuche.
A causa di quanto detto, penso, il processo di avvicinamento del movimento mapuche alla società civile cilena è stato lento, dispersivo, molto prudente e caratterizzato da richieste di solidarietà e appoggio, più che da una reale disposizione a lavorare congiuntamente per una causa comune. Perché, dopo tutto, condividiamo un territorio e la vergogna di vivere in un paese di cui si è impadronito il capitalismo con un modello di sviluppo emarginante e pauperizzante. Per tale ragione, comprendendo e rispettando la specificità dell’indigeno, dobbiamo essere consapevoli, una volta per tutte, che condividiamo le conseguenze di tale modello: la emarginalizzazione, la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza, l’ingiustizia sociale, la povertà, la violazione dei diritti umani nelle aree dell’educazione, della sanità, dell’abitazione; l’inquinamento ambientale e la consegna delle nostre risorse naturali alle imprese multinazionali. Questo non è il paese che vuole il mapuche e questo non è il paese che vogliamo la maggior parte dei cileni e, perciò, dobbiamo lavorare insieme per lottare per un paese plurinazionale, democratico e con giustizia sociale. Non sappiamo bene come si chiama tutto ciò, forse lo chiameremo socialismo del 21° secolo o forse non ci metteremo mai d’accordo per un appellativo adeguato, però sì che dobbiamo concordare sul fatto che l’unità di tutti noi che aneliamo ad un Cile diverso è indispensabile e inevitabile.

- Lo menzionavamo all’inizio. Negli anni ottanta la lotta mapuche era concentrata sull’opposizione alla dittatura e contro la divisione delle comunità. Negli anni novanta, la grande bandiera è stata il recupero delle terre e l’opposizione ai mega progetti, questo all’interno degli spazi istituzionali creati dal governo per canalizzare la rivendicazione mapuche e successivamente, al confine di questi spazi. Come vedi lo scenario attuale? Concordi che oggigiorno la lotta sembra essere diretta a conquistare spazi di partecipazione politica?

- Ogni movimento sociale passa attraverso momenti di offensiva e ripiego e, sicuramente, non controlla tutte le circostanze o condizioni che configurano una congiuntura storica determinata. In questo senso, ho l’impressione che attualmente il movimento mapuche si trovi in una tappa di riarticolazione, riflessione e ricerca. Chiaro, perché è evidente che il movimento ha perduto l’iniziativa politica che ha cercato di concretizzare alla fine degli anni novanta e agli inizi del 2000, ed è necessario analizzare le ragioni che sono culminate in questo stato di cose. In base a quanto sopra considerato, sembrerebbe che le principali attività siano dirette a risolvere problemi o temi puntuali, quali il sostegno allo sciopero della fame di un gruppo di prigionieri mapuche o alla ripresa di antiche rivendicazioni, come la ratifica della Convenzione 169 e il riconoscimento costituzionale dei popoli indigeni. Inoltre, si è rafforzato l’apporto delle organizzazioni mapuche in ambito ambientalista dove ha preso forma un interessante lavoro congiunto con organizzazioni non-mapuche al fine di denunciare, ad esempio, il razzismo ambientale predominante nel territorio mapuche.
Ciò nonostante, sorgono anche iniziative tendenti a conseguire e a garantire determinati livelli di partecipazione politica, in questo quadro si iscrivono la fallita candidatura presidenziale di Aucan Huilcaman e, naturalmente, le intenzioni del nuovo partito mapuche di iscriversi legalmente e presentare candidati alle prossime elezioni municipali come forma concreta di generare spazi di partecipazione.

- Negli anni novanta l’esistenza di un sindaco mapuche nel comune di Tirúa, mi riferisco al peñi (compagno) Adolfo Millabur, era un caso unico e isolato all’interno del movimento mapuche. Oggi ci sono sette sindaci mapuche e una trentina di assessori. Alle ultime elezioni municipali hanno partecipato circa 300 mapuche a cariche di rappresentanza elettorale e le statistiche ci dicono che la tendenza alla partecipazione è in aumento. Che pensi di tutto ciò?

- Tutte le forme di fare politica sono valide nella misura in cui rispondono ad una strategia di rafforzamento del movimento mapuche, di promozione delle sue rivendicazioni centrali come popolo. In tal senso, credo, l’importante è analizzare se questi sindaci e assessori mapuche rispondono agli interessi del popolo mapuche o solo ad interessi di partito.

“Il nuovo corso non è mai esistito”

- Tito/Mauricio, tu sei un ex prigioniero politico della dittatura di Pinochet. Quale opinione hai del grado di persecuzione che ha colpito in democrazia i dirigenti, le comunità e le organizzazioni mapuche nella zona sud del paese?

- È inconcepibile e inaccettabile che governi presumibilmente democratici utilizzino gli stessi strumenti a cui ha fatto ricorso la dittatura come mezzo di controllo sociale. Molte volte sogniamo un Cile diverso dove si possa camminare tranquillamente per le strade senza doversi guardare alle spalle e, magari, fare l’amore senza l’urgenza della morte che ti bacia la nuca. Lottiamo per la fine del terrore che tanta sofferenza ha provocato ai nostri popoli e, per questo, ci duole profondamente che il popolo mapuche viva ancora sotto la dittatura e che venga perseguitato per il semplice fatto di voler vivere degnamente. L’applicazione della Legge anti-terrorismo per reprimere il movimento mapuche è solo un ulteriore tassello della sistematica e diretta criminalizzazione delle richieste sociali mapuche, ma simboleggia chiaramente il razzismo delle classi dominanti. Il mapuche viene incarcerato, gli studenti degli istituti secondari vengono repressi con la violenza, ma il dittatore non si tocca. È la democrazia della forza, pericolosa per cileni e mapuche allo stesso modo.

- Durante i tuoi viaggi a Wallmapu hai avuto la possibilità di partecipare a qualche giudizio orale contro i mapuche? Raccontaci la tua esperienza.

- Ho avuto la possibilità di assistere al giudizio svoltosi a Temuko contro una dozzina di comuneros mapuche, compresi due lonko (capi), Aniceto Norin e Pascual Pichun, accusati di associazione illecita terrorista. In verità è stata una situazione surreale, con procuratori che sono ricorsi ad argomenti spiccioli per strutturare un caso che non aveva alcun presupposto giuridico; testimoni segreti protetti e pagati dallo stato, ed altri pubblici privi di qualsiasi credibilità ed incapaci di fornire informazioni autentiche sulle supposte attività terroristiche degli imputati. In molti sensi, non era molto diverso dai giudizi di guerra che venivano effettuati all’epoca della dittatura militare.
Per fortuna, e a prescindere da tutte le pressioni esercitate, incluse quelle della Corte Suprema che aveva deciso di dare vita ad un nuovo giudizio e ordinando ai giudici locali di emettere una sentenza diversa da quella precedente, ossia condannare i mapuche, il tribunale li assolse. Tuttavia, i lonko sono ancora in prigione, in quanto ingiustamente condannati in un altro giudizio, e altri comuneros rimangono in carcere o in clandestinità. C’è anche il caso di Pascual Pichun figlio il quale si è visto costretto a chiedere asilo in Argentina. Sono solo alcune delle conseguenze dell’uso della legge anti-terroristica per reprimere il popolo mapuche.

- Diverse relazioni di organismi internazionali hanno rivelato l’esistenza di un clima di terrore nei confronti delle comunità e delle famiglie mapuche, da parte delle forze di polizia, gruppi patronali, guardie forestali, agenti dei servizi... questi fatti sono stati denunciati persino da alcuni carabinieri, i quali hanno dovuto abbandonare il paese a causa delle rappresaglie nei loro confronti. Ci puoi raccontare di alcuni episodi di repressione e abusi contro cittadini mapuche che hai vissuto, o a cui hai assistito o sei venuto a conoscenza nei lunghi anni come corrispondente di PF a Wallmapu. Episodi che ti hanno colpito in maniera speciale...

- Nei momenti più critici del denominato conflitto mapuche –alla fine degli anni novanta- sono state numerose le volte che ho dovuto vivere o conoscere eventi di insolita e, sicuramente ripudiabile, violenza contro i comuneros mapuche. A Cuyinco, per esempio, dove le guardie forestali hanno colpito brutalmente a bastonate la moglie del lonko della comunità. La donna di 56 anni è stata attaccata e colpita senza pietà da oltre una decina di guardie armate di bastoni. Nella comunità Pascual Coña, settore Lleu-Lleu, circa duecento carabinieri hanno circondato e assalito una modesta abitazione dove s’incontravano uomini, donne e bambini mapuche. Hanno sparato decine di bombe lacrimogene e pallini d’acciaio. Un comunero ha perduto un occhio per le conseguenze di un’azione di polizia.
A Pantano, una guardia forestale ricattava i comuneros costringendoli a regalare animali o, viceversa, quando questi non potevano pagare perché non avevano neanche da mangiare, li picchiava.
A Temucuicui, dove carabinieri e investigatori entravano sistematicamente nelle case dei dirigenti mapuche, distruggendo mobili e colpendo adulti e bambini che vivevano nel terrore. La lista di lutti è lunghissima, però forse il terrorismo di stato in territorio mapuche può essere simboleggiato nel crudele assassinio del giovane Alex Lemun nella zona di Ercilla che, a tutt’oggi, è rimasto impunito. Fu un assassinio a sfondo razzista e basta.

- Ci immaginiamo che in questi ultimi 15 anni tu abbia ascoltato molte volte discorsi in cui si parla di "nuovo corso"... Come qualificheresti la politica indigena della Concertazione?

- Il nuovo corso non è mai esistito, è la stessa politica di sempre dove sono cambiati gli attori, ma non le relazioni di potere. Le politiche indigene della Concertazione si basano sull’idea e sulla visione di un paese uniculturale e cercano, come storicamente è accaduto, l’assimilazione dei popoli nativi e, nel migliore dei casi, la loro integrazione ai margini della società cilena. Nonostante tutte le indagini e analisi, le commissioni di ogni tipo e le dichiarazioni roboanti, i governi della Concertazione, nella sostanza, riducono il tema indigeno a loro elemento economico o culturale. Da lì derivano le politiche assistenziali, i programmi e i progetti limitati nel loro obiettivo e carattere. Inoltre, il governo è impegnato in un modello di sviluppo che privilegia il capitale a discapito degli indigeni, per cui le politiche collegate ai mapuche sono sottomesse a questo modello di mercato.

- La destra e i settori di governo legati a partiti come il PPD e la DC hanno insistito sul fatto che il principale problema dei mapuche fosse la povertà in cui vivono e non quello dei diritti culturali, politici, economici e sociali inculcati nella singolare "democrazia cilena". Parlare di povertà mapuche è quasi un luogo comune, posto che guidiamo la classifica di tutti i ranking di disoccupazione, emarginazione sociale, indigenza, ecc., però quello che non si dice mai è che questa povertà non è casuale, ma il prodotto di poco più di un secolo di sottomissione forzata allo stato cileno e di saccheggio delle nostre ricchezze naturali, della nostra conoscenza ancestrale e di quel patrimonio culturale che si mostra in musei e gallerie private. Più che parlare di povertà allora non ritieni che sarebbe meglio parlare dell’"impoverimento" dei mapuche?

- Il mapuche non è nato povero, lo hanno ridotto in povertà con la violenza: gli hanno portato via il suo territorio, lo hanno confinato in campi di concentramento denominati eufemisticamente “riserve” (reducciones) e gli hanno proibito di essere se stesso. Questo processo di impoverimento è iniziato con la conquista spagnola, è proseguito con l’espansionismo dello Stato-Nazione cileno nel secolo XIX e si è attualmente consolidato in quindici anni di democradura (N.d.T. termine che nasce dalla contrazione dei termini democrazia e dittatura). È innegabile che una percentuale significative dei mapuche sopravvivano in condizioni di povertà, ma questo è un effetto del problema e non la causa. La vera causa occorre cercarla nell’occupazione militare e politica cilena e, più recentemente, nella penetrazione e nello sviluppo dell’industria forestale.

- Sappiamo che il modello neoliberista costituisce una nuova ondata di colonizzazione sui nostri territori, ricchi di materie prime e risorse naturali. Il subcomandante Marcos parla della Terza Guerra Mondiale, una guerra di conquista di nuovo tipo, in cui le multinazionali e le mega corporazioni saranno i nuovi imperi, i governi meri amministratori del saccheggio e i suoi apparati di repressione e le forze armate, le guardie private incaricate di mantenere l’"ordine". Credi che questa definizione del sistema economico neoliberista si adatti a quanto sta succedendo al popolo mapuche in Cile?

- Assolutamente, con l’aggravante e l’aggravio che questa nuova conquista in Cile si sta attuando da parte degli stessi conquistadores del XVI secolo: gli spagnoli. E, come nel passato, sono i componenti del popolo mapuche quelli che si sono organizzati per resistere alla penetrazione capitalista nel loro territorio, mentre le classi dominanti cilene, in permanente atto di genuflessione, aprivano le porte, le braccia e le gambe al seme imperialista. Gli indigeni sono dispensabili all’economia di mercato, le terre mapuche sono da dispensare. Tutto si vende e tutto si compra e, la verità, non importa chi vende o chi compra, perché il Cile, ci dicono, si trova sul cammino dello sviluppo.
Perciò si riempie il territorio mapuche di strade private, di imprese forestali che devastano il bosco nativo, di discariche e impianti per il trattamento delle acque reflue, di dighe idroelettriche. Allora, questa non è una guerra qualsiasi, è una guerra finale, la guerra per la sopravvivenza umana, perché il capitalismo sta depredando e distruggendo il pianeta. Inoltre, questa nuova colonizzazione ha una manifestazione forse più perversa, la colonizzazione dello spirito e della mente, posto che la gente la si manipola, la si ammorbidisce, gli si mente per trasformarla in un’entità non pensante, perché pensare è pericoloso. Però –non c’è dubbio- la conoscenza è liberatrice ed un’arma potente: è lancia, alabarda, fucile, machete, witrahue, perciò indipendentemente dalla sua apparenza di fortezza inespugnabile, il capitalismo ha paura, del Venezuela, della Bolivia, di Cuba, perché gli indigeni hanno detto basta e hanno preso la loro storia in mano una notte qualsiasi e si sono ritirati nel bosco a fare l’amore con l’America mora, meticcia, india.

Giornalismo di trincea

- Tito, un paio di domande tecniche sul tuo lavoro... Quali erano le principali difficoltà che dovevi affrontare quando dovevi sviluppare il tuo lavoro professionale nella zona mapuche?

- Ad eccezione delle eterne limitazioni di carattere economico, proprie di un mezzo di comunicazione che è carente di ogni genere di aiuto finanziario, le difficoltà con cui dovevo misurarmi erano le distanze, i trasferimenti e, chiaramente, la mancanza di conoscenza storica di una problematica complessa e, certamente, gli ostacoli nel trovare una bibliografia adeguata e specifica per svolgere la ricerca previa al lavoro sul campo. Tuttavia, il problema principale era concentrato nell’attività e nell’azione della polizia e delle guardie di sicurezza delle imprese forestali che cercavano di evitare con qualsiasi mezzo che portassimo a termine il nostro lavoro. Ti filmavano, ti facevano pedinare nelle zone in conflitto o in città; i carabinieri ti trattenevano per chiederti documenti o perquisire il veicolo. Le intimidazioni erano una costante e non sono mai cessate, al contrario, ci sono stati momenti in cui si sono intensificate e fatte pericolose.
In una occasione, abbiamo assistito ad un incontro organizzato dagli organismi statali ed Endesa a Chenqueco, nell’Alto Bio-Bio, con comuneros pehuenche. L’idea era di dare l’impressione che sia il governo che l’impresa idroelettrica fossero preoccupati del futuro dei pehuenche. Per questo hanno trasferito con dei bus numerosi comuneros e li hanno riuniti nel ginnasio del posto, ma senza coinvolgere i mapuche e i cileni contrari alla costruzione della diga Ralko, che si sono presentati rivolgendosi direttamente al governatore della provincia del Bio-Bio e il direttore di CONADI. L’incontro fu bruscamente interrotto dalle autorità e dovettero ritirarsi protetti da un grande contingente della polizia. Ma prima, un elevato numero di agenti in borghese hanno scattato foto, schedato e intimidito coloro che si trovavano lì. Di fatto, a noi ci aspettarono nascosti in un punto del percorso che scende da Chenqueco a Ralko Lepoy, come ai tempi della dittatura, cosa che non dovrebbe accadere in democrazia. Situazioni simili le abbiamo vissute a Temulemu, Lumako, Cuyinco, Lleu-Lleu, per menzionarne alcune.

- Quale speri sia l’apporto del tuo lavoro e di questa importante pubblicazione?

- Non è mai facile portare a buon fine un progetto di tale natura il quale, a rigore, cerca di riflettere un decennio di lavoro giornalistico. Ma, soprattutto, cerca di plasmare attraverso solo mezzo migliaio di pagine, la lotta del popolo mapuche con i sogni e aspirazioni, i loro punti di vista, il loro passato, il loro amore per la vita e l’immensa dignità di popolo antico. Un popolo distinto, e questo, credo, costituisce il contributo più valido che può dare il libro: diffondere l’idea e la certezza che in questo paese che chiamiamo Cile non tutti siamo cileni.

- Come vedi personalmente il sorgere di una stampa mapuche e l’esistenza di progetti di comunicazione in diverse aree e formati, radio, bollettini, siti web, sezioni documentali…?

- Penso che abbiamo molto da imparare dal popolo mapuche, in molti aspetti, in particolare dall’incredibile abilità di sopravvivenza in condizioni di avversità e aperta repressione. Anche dalla loro ingente capacità creativa, le molteplici forme di inventare e reinventare, costruire e ricostruire discorsi e pratiche in diverse aree che hanno a che vedere con la preservazione della loro identità e cultura. L’aspetto della comunicazione è solo una di queste sfere, e prende atto di una necessità innegabile come quella di controarrestare la stigmatizzazione del movimento mapuche da parte dei mezzi controllati dalla destra e dall’ufficialità.

Oltre, ovviamente di cercare di superare l’ignoranza della società cilena rispetto al popolo mapuche attraverso l’educazione e l’informazione di qualità. Perché è indubbio che il mapuche ha saputo tracciare e sviluppare progetti di grande qualità in diversi supporti, digitale, radiofonico e scritto. Alcuni mezzi di comunicazione mapuche -como Azkintuwe- sono di eccellente fattura e non hanno assolutamente nulla da invidiare ai mezzi cileni che possiedono grandi risorse economiche, infrastrutture e tecnologia all’avanguardia. Un altro elemento importante della stampa mapuche è che ha saputo superare la vocazione marginale di gran parte della stampa alternativa che – per qualche ragione - pensa che la controinformazione non va a braccetto con la qualità e il professionismo. Così come, questa stessa stampa è abituata ad essere critica e contestatrice, ma non propositiva, caratteristica che i mezzi mapuche invece hanno.

- Come redattore e corrispondente di PF, oltre che collaboratore di Azkintuwe quale sarebbe il tuo messaggio ai giornalisti mapuche e ancor più, ai numerosi giovani che si stanno formando oggi all’attività della scrittura?

- Questo è il tempo della battaglia delle idee ad ogni livello; la parola non è solo importante, ma essenziale nella lotta del popolo mapuche per la sua liberazione. E questa parola deve essere ricoperta di verità, di tenerezza, di fermezza, di cambiamento. È la parola della terra e non esiste un’altra più bella, più autentica e autoctona; la parola mapuche è pregna di futuro e per questo bisogna preservarla, e la maniera migliore per farlo è che tutti coloro che praticano la missione dello scrivere per comunicare qualcosa, lo facciano con il profondo rispetto verso chi ti apre il suo cuore, la sua vita, la sua storia, le sue aspirazioni. Così come, è necessario studiare, fare ricerca ed essere obiettivi nel trattare i temi, anche se ciò non significa essere neutrale. Il giornalista deve, sopra ogni cosa, essere vincolato ai principi dell’etica, della verità e della dignità e ciò è incompatibile con la neutralità la quale, per il resto, non è mai esistita in nessun comunicatore, al di là di tutte le preghiere sull’obiettività.

- Hai programmato di realizzare un lancio o una presentazione a Wallmapu?

- Sono riluttante a partecipare ai lanci dei libri dove un paio di amici dell’autore si riuniscono per elogiare il suo lavoro e, poi, restano solo gli avanzi e gli effluvi del vino di turno. È un istante effimero che, secondo me, lascia poco o niente e serve solo ad ingigantire l’ego. Tuttavia, sì credo sia importante condividere con i mapuche, piuttosto che con nessuno, un libro che gli appartiene, in quanto lo hanno scritto loro giorno e notte, pioggia su pioggia, dalla cordigliera al mare, in questi ultimi dieci anni. Per questo, si è pensato di organizzare degli incontri in alcuni territori per far conoscere il libro e, contemporaneamente, ringraziare per la possibilità di aver lavorato per lungo tempo sul loro tempo, la loro memoria, la loro vita, la loro terra e la loro lotta.

- Infine dove è possibile comprare una copia del tuo libro?

- Speriamo che a breve possa essere disponibile in alcune librerie, soprattutto a Valparaíso, Santiago e Temuko, anche se non abbiamo molte speranze che le grandi librerie si interessino ad un libro che parla della lotta mapuche attraverso le testimonianze degli stessi mapuche. Per ora, è possibile acquistarlo in Internet mettendosi in contatto con ediciones@ilwen.cl e, volendo, si può anche contattare qualsiasi libraio o istituzione interessata a diffondere il libro.