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7-02-2006
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Incontriamo Ivan Gil, uno dei fondatori di questa particolare agenzia di notizie dal basso.
”Noi siamo una semplice trincea, ma c'è bisogno della partecipazione di molte altre pubblicazioni indipendenti, su un fronte di lotta che è decisivo. Vogliamo far accedere al nostro software tante altre associazioni e movimenti sociali -anche fuori dal Venezuela- affinchè ci sia un autentica esplosione di libertà in internet”.


Intervista a Aporrea.org
"Rompere l'assedio mediatico"

Da Caracas per Selvas.org - Tito Pulsinelli


Foto notturna di Caracas di Pedro Laya



Siamo di fronte ad un caso esemplare e vincente di giornalismo sociale, dal basso, che vanta l'invidiabile cifra di 31 milioni di visite al terzo anno di attività. Primo, in un Paese di 24 milioni di abitanti, al posto 170 a livello mondiale e, quando il Venezuela è al centro dell'attenzione internazionale, scala fino alla cinquantesima posizione.
La ragion d'essere fondamentale di questa peculiare agenzia-giornale ha a che vedere con la situazione venutasi a creare nell'aprile del 2002. La gente dei quartieri popolari di Caracas cominciò a riunirsi, per poter far fronte all'offensiva della cospirazione golpista contro il governo di Chavez. Vale a dire al pericolo dell'imminente repressione generalizzata.

Quando cominciarono le incursioni e gli arresti nei quartieri popolari, e il canale televisivo statale era stato chiuso, si formarono le prime reti di resistenza contro il golpe, ad opera dei Circoli Bolivariani, attivisti sindacali, gruppi impegnati nel lavoro comunitario di base e la gente progressista.
Il problema più grave da affrontare e risolvere era quello della comunicazione: le radio e le televisioni private e commerciali martellavano all'unisono -e a reti unificate- la versione ufficiale: Chavez ha ordinato ai cecchini di sparare contro gente indifesa; Chavez si è dimesso dalla Presidenza.


Foto della oceanica manifestazione a sostegno del Consilglio Elettorale Nazionale - di Jerry Bernal


“Rompere l'assedio mediatico” era la parola d'ordine e l'urgenza strategica delle reti di resistenza, e in una di queste - la Asamblea Popular Revolucionaria - affonda le radici e prende le mosse www.aporrea.org.
In quelle giornate di lotta, si riuscì a produrre l'informazione indispensabile alla mobilitazione generale, e a metterla in circolazione in forma orizzontale.
Con gli unici strumenti disponibili: volantini, telefonini, messaggi telefonici scritti, liste di discussione in internet e scritte murali. Infatti le poche radio comunitarie e la televisione di quartiere “Catia TV”, erano già state chiuse e gli attivisti arrestati.
Un mese dopo, a maggio, aporrea.org fa la sua comparsa: 4 milioni di visite nei primi quattro mesi di vita.

Si avvale delle informazioni, denunce e inchieste che arrivavano spontaneamente ad opera dei reporter-di-strada. Un fenomeno inatteso e sorprendente che è anche una risposta diretta, pratica, al manipolo di fabbricanti della merce “informazione”. La comunicazione privata aveva obbligato a cercare nelle fonti straniere l'informazione sugli accadimenti domestici. Era ormai una paradossale e clamorosa evidenza: occultavano informazione su quel che stava succedendo sotto gli occhi di milioni di persone.
Nessuno ha scordato quando i venezuelani si riversarono nelle strade e paralizzarono ogni attività per esigere il ritorno del Presidente. Le televisioni commerciali opposero un mutismo assordante, limitandosi a trasmettere ininterrottamente cartoni animati.

La censura, tuttavia, non riuscì ad occultare a lungo la realtà, tantomeno evitare la controffensiva popolare, nè impedire che in 48 ore cadesse un dittatore, già incoronato dai padroni del circo mediatico.
I cittadini e gli attivisti seppero che dovevano produrre direttamente l'informazione e farla circolare, in modo autonomo e orizzontale.
Nel giro di un anno, le liste di discussione bolivariane passarono da 12 a 172, con un totale di 67000 iscritti; le pagine web che si rinnovano almeno 2 volte a settimana, da 3 aumentarono a 60.

Oggi, aporrea.org è una consolidata agenzia popolare di notizie e, dall'invasione dell'Iraq, ha una sezione di articoli di opinione e forum di discussione, senza filtro, che ripecchiano la varietà e pluralità di orientamenti del campo bolivariano. Consente l'accesso diretto ai siti affini, in varie lingue.
Si è arricchita anche di un supplemento che segue le attività culturali alternative (“encontrARTE”). Permette di scaricare musica, programmi informatici, e dà l'accesso diretto (www.venezuelaenvideos.com ) a vari documentari di controinformazione, tra cui anche l'ottimo “La revolución no será transmitida” (1).
E “Puente Llaguno, claves de una masacre” (2), un audiovisivo che rielabora i materiali di 50 fotografi e operatori che si trovavano sul luogo dei tragici eventi. Questo documentario smontò la menzogna delle TV private sugli assassinati di aprile, mettendone a nudo le omissioni e la grossolana manipolazione. Menzogne che i monarchi spagnoli ritennero di onorare con un Premio Asturias.
Interessante è anche “Otro modo es posible...en Venezuela” del documentarista italiano Gabriel Muzzio (3).



Ivan Gil, uno dei fondatori di www.aporrea.org, assieme a Gretti Richards e Gonzalo Gomez, accetta di buon grado l'intervista, anche se non ha molto tempo perchè stanno lavorando per riabilitare il sito, sabotato da 60mila messaggi. Ivan è fiero del ruolo svolto sinora dalla loro battagliera agenzia-giornale e, nello stesso tempo, è consapevole delle sfide che hanno davanti.


Home page di Aporrea.org


“Abbiamo molti limiti -ci dice Ivan Gil- siamo senza una sede, non abbiamo un bilancio, nè entrate fisse...Molti credono che siamo una fondazione, ma purtroppo non è così. Si tratta dell'impegno volontario di un gruppo di 6-8 persone, che coordina redazionalmente un flusso di messaggi, che varia dai 600 ai 2000, spediti ogni giorno dai nostri collaboratori. Tutti noi concepiamo questa attività come impegno sociale. Abbiamo molti occhi e possiamo guardare lontano, su un territorio sociale vastissimo. Disponiamo di molti collaboratori volontari dall'estero, soprattutto in Italia e Brasile”.

E' vero che avete tanto successo?
“Guarda, se non aggiorniamo il sito almeno ogni ora, la gente si preouccupa e comincia a chiamarci chiedendoci che cos'è successo... E' difficile quantificare esattamente il numero dei lettori, perchè ci sono molti “proxy server” che immagazzinano la pagina a livello locale e la ripropongono a livello nazionale”.

E' corretto dire che fate guerriglia informativa?
“Credo che www.aporrea.org va al di là della comunicazione. Si è trasformata in una cassa di risonanza del dibattito politico in corso all'interno del movimento. Noi ospitavamo “La Hojilla”, che è satira politica e controinformazione. Oggi è diventata una trasmissione del canale pubblico, molto seguita. Stiamo cercando di esprimere anche la situazione del movimento operaio, sta sbocciando una rete di corrispondenti dalle fabbriche.”

Perchè non avete fatto qualcosa di simile a Indymedia, con accesso libero?
“Per le caratteristische del nostro Paese. Qui c'è una destra con una mentalità ostile alla libertà. Le classi abbienti hanno un accesso illimitato ad internet, mentre i settori popolari stanno avanzando su questo terreno. Devi sapere che tutti i siti ufficiali dello Stato sono stati hackeati; finiremmo inondati di pornografia e apologia del razzismo”.

Quali sono le caratteristiche tecniche?
“La pagina viene elaborata dal basso, completamente a mano. Utilizziamo un software libero con server Linux, linguaggio PHP e base MySQL. Questo permette di concretizzare positivamente uno sforzo collaborativo, gratuito, non commerciale, di migliaia di persone.”

Quali sono i vostri prossimi obiettivi?
“Rafforzare definitivamente la nostra autonomia con un “server” tutto nostro. Questa meta la realizzeremo con l'aiuto dell' ANMCLA (associazione nazionale dei mezzi comunitari, liberi ed alternativi). C'è ancora molto da fare per “rompere l'assedio mediatico”. Noi siamo una semplice trincea, ma c'è bisogno della partecipazione di molte altre pubblicazioni indipendenti, su un fronte di lotta che è decisivo.
Vogliamo far accedere al nostro software tante altre associazioni e movimenti sociali -anche fuori dal Venezuela- affinchè ci sia un autentica esplosione di libertà in internet”.

Sono maturi i tempi per una versione in altre lingue?
“Sarebbe bello, però penso che per ora sia fattibile solo una versione in portoghese. Per noi il Brasile è assai importante. Per ora pubblichiamo alcuni testi direttamente in inglese e portoghese, senza traduzione”.



Gonzalo Gomez, uno tra i fondatori dell'agenzia - tratta da Aporrea.org


L'avventura di www.aporrea.org sorge in un contesto di accresciuta delegittimazione e discredito dei mezzi di comunicazione ufficiali, in cui la perdita di credibilità e prestigio -risorse decisive - va di pari passo con la concentrazione monopolista della loro proprietà (4). Negli Stati Uniti sono ormai solo 5 i gruppi che posseggono la comunicazione. Vent'anni addietro erano 19.

L'aumento degli utenti che ricercano fonti più attendibili in internet, non è testimoniata soltanto dai sondaggi. E' sufficiente vedere la sorprendente espansione del quotidiano in spagnolo www.rebelion.org, che è un solido ponte tra i movimenti sociali dei due mondi. O il fatto che quel che scomoda i poteri forti o soffici, possa veder luce solo sulla stampa elettronica. Le multinazionali mediatiche confiscano le notizie scomode alla Casa Bianca, al Pentagono, o al FMI, OMC e Banco Mondiale.

La sconvolgente notizia dell'impiego del proibito fosforo bianco contro la polazione civile e non-combattente di Falluja, è apparsa per primo su www.insomnia.livejournak.com. Mark Kraft, trovò le prove sul numero di marzo-aprile della rivista Field Artillery . Però potè pubblicarle solo sulla stampa elettronica, come il sito di G.Zamparini (www.thecatsdream.com). Quando anche il Guardian e l'Independent ripresero e rilanciarono quella notizia-tabù, a Washington non fu più possibile nascondere la verità.

La concentrazione monopolistica dell'industria dell'informazione, obbliga a riconsiderare la questione della libertà di espressione. Quella invocata dalle multinazionali sacrifica il diritto della maggioranza all'informazione. La verità va in collisione con la proprietà concentrata, questa si afferra alla libertà d'espressione per cancellare il diritto di avere pluralità informativa.
Non sono più solamente alcuni Stati a limitare la libertà di espressione, ci sono anche i monopoli che calpestano diritti collettivi, con una informazione sempre più improntata ai manuali militari della guerra psicologica e dell'intossicazione.

Il fronte della comunicazione è una priorità della guerra asimmetrica, dove è importante offuscare e confondere il fronte avverso. L'obiettivo è quello di paralizzare la percezione e la corretta lettura della realtà, rallentando così la capacità di risposta e i tempi del processo decisionale.
Il “fronte avverso” sono -di volta in volta- oltre i consumatori, la società civile, i movimenti sociali e i governi dei Paesi non vassalli al 100%.

Fa riflettere, tuttavia, che dopo anni di calunnie e infamie, la dittatura mediatica non ha potuto impedire che il “narcotrafficante indio”, il “populista cocalero” Evo Morales diventasse Presidente della Bolivia.
Anche le multinazionali mediatiche hanno i propri limiti. Dietro il cerone affiorano le rughe, e non sempre riescono a determinare la realtà a immagine e somiglianza degli interessi dei loro proprietari.


Note:

(1) www.venezuelaenvideos.com/pt01v03.htm
(2) www.venezuelaenvideos.com/pt01v01.htm
(3) vedi intervista www.venezuelaenvideos.com/pt02v16.htm
(4) Uno studio del PEW RESEARCH CENTER, intitolata “Media.More voices, less credibility” rivela che negli Stati Uniti il 45% della gente ha poca fiducia nella stampa scritta. Rispetto al 1985, il discredito si è triplicato, allora era solo il 16%. La rete CBS, le TV locali, le riviste Newsweek e Time, godono di una credibilità del 37%. Il 36% non crede nell'obiettività della rete ABC e il 35% non dà fiducia alla NBC



Tito Pulsinelli, ha curato diverse analisi geopolitiche per selvas.org
E-mail alla redazione: info@selvas.org