:: Il saldo del Social Forum è in attivo di idee nuove
Durante i cinque giorni di incontri, si è analizzata la situazione in cui versano i Paesi del Sud del mondo e le principali politiche attuate dai Paesi ricchi e dalle istituzioni internazionali, e questo continente sembra essere, ad oggi, il grande protagonista nella costruzione di un modello alternativo.
FSM: la lezione latinoamericana
Da Caracas Tancredi Tarantino - Selvas.org 30/01/2006

Foto di Manuela Canavesi
Morirò ma tornerò in milioni! diceva l'eroe aymara, Tupac Catari, mentre si accingeva ad essere ucciso per avere tentato di liberare il proprio popolo dalla dominazione spagnola. Ed i milioni di Tupac Catari sono arrivati e sono in America, aggiungono i circa settanta mila partecipanti al sesto Social Forum Mondiale ed al secondo Social Forum delle Americhe, realizzati a Caracas dal 24 al 29 gennaio scorsi.
Per la prima volta in versione policentrica, l'evento mondiale, appuntamento ormai fisso per i movimenti sociali internazionali, ha avuto nell'edizione venezuelana soltanto la sua seconda tappa, preceduta di pochi giorni da quella africana di Bamako, in Mali, e che nell'ultima settimana di marzo vivrà in Pakistan, a Karachi, la chiusura definitiva dei lavori.
Ad aprire il Forum caraqueño una marcia contro la guerra e l'imperialismo che ha visto sfilare per le vie della capitale sudamericana decine di migliaia di persone, con in testa leader indigeni e madri di Plaza di Mayo, vittime della dittatura di Haiti e difensori dei diritti delle donne. Siamo qui affinchè la lotta dei nostri figli e dei nostri nipoti non sia stata vana, perché un mondo di pace e di giustizia sociale è doveroso e non solo possibile, urla in maniera discreta Estela de Carlotto, nonna di Plaza di Mayo, tenendo in mano la foto del figlio desaparecido, mentre alle sue spalle, per chilometri, si susseguivano slogan, cori ed allegre danze di gruppi provenienti da tutto il mondo.
Sentimenti contrastanti di amarezza e gioia, riflessione e spensieratezza che hanno caratterizzato anche i giorni successivi quando le conferenze, i seminari e le assemblee si alternavano ad artisti di strada e giocolieri, con l'obiettivo di condividere esperienze e lotte, strategie e programmi comuni per la costruzione di un altro mondo possibile.
Durante i cinque giorni di incontri, si è analizzata la situazione in cui versano i Paesi del Sud del mondo e le principali politiche attuate dai Paesi ricchi e dalle istituzioni internazionali. Debito estero, libero commercio, riforma agraria, informazione indipendente e terrorismo internazionale sono stati i temi più trattati, con un'attenzione particolare al problema di genere.
Un Tribunale Permanente, istituito per giudicare i crimini internazionali degli Stati Uniti, dopo aver ascoltato decine di testimoni, ha condannato il Governo di Washington per crimini di lesa umanità ed oppressione ai popoli. Nello stesso tempo, in un'altra sala, Rafael Correa, ex ministro dell'Economia in Ecuador ed uno dei possibili candidati alle presidenziali di quest'anno, denunciava l'illegittimità del debito estero ed esortava i Paesi più poveri a non pagare debiti ormai estinti.
Ma il vero attore di questa sesta edizione del Forum è stato il movimento indigeno, andino in particolare. La recente vittoria in Bolivia dell'aymara Evo Morales, ex pastore di lama e sindacalista dei cocaleros, sembra aver dato nuova forza alle popolazioni autoctone del continente americano, tanto che Humberto Cholango, leader indigeno ecuadoriano, parla di Evomania mentre Morales viene nominato Presidente di tutti i popoli indigeni d'America.
Sono proprio gli indios delle Ande ad approfondire, in diverse occasioni, il tema dei trattati regionali di libero commercio ed i rischi che corrono le risorse naturali dei loro territori ancestrali. Analizzano il problema della terra e la necessità comune di una riforma agraria che riesca a garantire la sopravvivenza delle comunità, mentre le donne, guidate dalla ecuadoriana di etnia quichua Blanca Chancoso, denunciano una cultura storicamente maschilista che riserva loro appena il 2% delle terre mentre oltre il 50% delle donne indigene vive in condizioni di estrema povertà.
Un evento, dunque, che si è espresso quasi esclusivamente in castigliano e non tanto per essere stato ospitato dalla Repubblica Bolivariana di Venezuela o per avere in America Latina la sua sede storica, dopo la breve pausa indiana di Mumbay del 2004, quanto perché questo continente sembra essere, ad oggi, il grande protagonista nella costruzione di un modello alternativo.
Lula da Silva in Brasile, Nestor Kirchner in Argentina, Hugo Chavez in Venezuela, ma anche Tabarè Vàzquez in Uruguay e Michelle Bachelet in Cile fino al boliviano Evo Morales, nella loro diversità, rappresentano questo altro mondo possibile da contrapporre alla formula neoliberale pensata a tavolino tra le vie di Davos o di Washington che obbliga, secondo i più recenti dati delle Nazioni Unite, circa quattro miliardi di persone, i due terzi della popolazione mondiale, a vivere al di sotto della soglia di povertà.
Cambiamenti nella scena politica internazionale che non potevano non influenzare i contenuti dell'edizione venezuelana dell'ultimo Social Forum, il cui carattere policentrico ha rappresentato, comunque, un importante tentativo di coinvolgimento di Africa ed Asia in questo processo innovativo, intrapreso in America anche grazie, a detta degli organizzatori del Forum, ad eventi come questo che forniscono occasioni uniche di incontro, condivisione e pianificazione di strategie comuni.
È proprio in quest'ottica che, nella consueta Assemblea dei movimenti sociali che ha chiuso l'evento, si è presentata Nairobi, capitale del Kenya, come sede ufficiale della prossima edizione, nuovamente in versione unica.
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