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2-08-2004



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Campamento de la Juventud

Distrito Metropolitano de Quito - Ecuador

Gobierno de la Provincia de Pichincha

:: SPECIALE FSA 2004 :

In nome dell’autodeterminazione e contro una nuova forma di colonialismo, migliaia di persone hanno attraversato le strade di Quito per gridare il proprio “no” agli accordi di libero commercio, seria minaccia per i popoli latinoamericani ed uno dei temi più discussi nel corso del primo Social Forum delle Americhe.


Tutti in marcia contro il libero commercio



Da Quito - Tancredi Tarantino
Quito, 29 luglio 2004




Musica, striscioni, caroselli, cori. Sembrava un’esibizione artistica itinerante, il corteo contro l’Alca e i Trattati di libero commercio che, alla vigilia della chiusura del primo Social Forum delle Americhe, ha percorso le principali vie e piazze della zona nord di Quito.
Per i quartieri del potere ecuadoriano, tra centri commerciali e grattaceli, parchi e ristoranti di lusso, al grido di “No al Alca, sì a la vida”, hanno sfilato in 12 mila, provenienti da 40 diversi Paesi e in rappresentanza di vari settori della società civile organizzata.

Nessuno degli organizzatori immaginava una partecipazione così ampia alla mobilitazione indetta dalle organizzazioni indigene per riaffermare il rifiuto da parte dei popoli latinoamericani al libero commercio, uno dei temi più dibattuti durante queste giornate di incontri, conferenze, seminari. C’erano i pensionati e i disoccupati, le donne e gli studenti, gli indigeni e gli afrodiscendenti, gli ambientalisti e le centinaia di europei che in questi giorni hanno cambiato il volto della capitale ecuadoriana.
A conferma dell’attualità di un argomento che in America Latina viene visto come una reale minaccia alla sopravvivenza di una cultura e di una economia regionale, il corteo ha visto la presenza anche di rappresentanti delle madri di Plaza de Mayo, del premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel, dei vertici delle organizzazioni indigene latinoamericane.

Il clima di festa è stato in parte rovinato in prossimità del World Trade Centre, una struttura che si rifà alle torri gemelle newyorkesi, quando alcuni giovani della Juventud Revolucionaria del Ecuador (JRE) hanno infranto le vetrate d’ingresso dell’edificio, provocando la reazione smisurata dell’esercito.

La manifestazione è stata preceduta da una dichiarazione della Campagna Continentale contro l’Alca, riunitasi a Quito in questi giorni del Forum, con la quale si conferma la soddisfazione per il fallimento delle negoziazioni che avrebbero dovuto portare nel gennaio del 2005 alla creazione di una area di libero commercio continentale. Nello stesso tempo, però, l’attenzione viene spostata sui Trattati bilaterali di libero commercio (TLC) che costituiscono “la nuova strategia statunitense di dominio continentale”.



Se fino a poco tempo fa, però, i trattati bilaterali venivano visti come un’attività parallela all’Alca, le analisi di questi giorni dimostrano invece che si tratta di un proseguimento dell’accordo di libero commercio delle Americhe. Come sostenuto dal politologo belga Eric Toussaint e dal leader indigeno ecuadoriano Leonidas Iza, con i trattati bilaterali non cambiano gli obiettivi perseguiti dagli Usa ma soltanto le modalità per raggiungerli, approfittando tra l’altro di una posizione di debolezza e sottomissione dei singoli Paesi del Centro e Sud America.

Attualmente gli Stati Uniti stanno negoziando un Tlc con i Paesi del Centro America (Cafta), mentre in Perù sono in corso le negoziazioni per la stipula di un Trattato di libero commercio con i Paesi andini, ad esclusione del Venezuela e con la Bolivia che partecipa da semplice osservatrice.
A Lima si sta discutendo una bozza d’accordo presentata dagli Usa, i cui contenuti, come accadeva durante le negoziazioni per l’Alca, rimangono segreti. Appare chiaro comunque l’intento di volere garantire, attraverso questi accordi, le condizioni per trovare nuovi mercati per le esportazioni nordamericane, ma anche di inserire temi come la proprietà intellettuale, le facilitazioni per gli investimenti stranieri e per i capitali, più tutta una serie di misure che devono essere adottate dai Paesi andini prima della firma del Trattato, come per esempio l’abolizione di tutti i sussidi e la privatizzazione dei servizi.

Un analisi particolare, all’interno del Forum, è stata svolta inoltre in relazione all’esperienza del Messico che, insieme a Canada e Usa, fa parte dell’Accordo di Libero Commercio del Nord-America (NAFTA). In proposito si è osservato come, dopo 10 anni dall’entrata in vigore dell’accordo, i risultati messicani non siano entusiasmanti: la disoccupazione è in crescita, i salari sono diminuiti più che nei Paesi vicini, i contadini e i piccoli produttori sono stati danneggiati in quanto impossibilitati a competere con i prodotti statunitensi che beneficiano di quegli stessi sussidi di cui gli Usa chiedono l’abolizione agli altri Paesi negoziatori.

Di fronte a questi risultati, l’unica alternativa emersa in questi giorni è stato un rifiuto “senza se e senza ma” a qualsiasi accordo di libero commercio, sia esso continentale, regionale o bilaterale.






Tancredi Tarantino , ricercatore indipendente, ha curato diversi dossier sull'America Latina e sulle politiche neoliberiste della Banca Mondiale. Laureato in Giurisprudenza a Pisa, con una tesi in Economia Politica sulla Banca Mondiale, ha concluso un Master in giornalismo. Attualmente è in Ecuador per un progetto internazionale.
E-mail : tanc@email.it